MiTo 2015, Daniel Harding, l’Orchestra di Mandolini di Brescia e l’Ensemble Enerbia

In queste settimane, a Milano, la musica è divenuta pane della quotidianità sociale. Gli amanti di quest’Arte gioiscono Per usare uno slogan in voga, c’è l’opportunità di “get lost in a galaxy of sound”, smarrirsi in una galassia di suoni. Tra “Scala”, “Expo”, “MiTo” (e altri eventi ancora) c’è solo l’imbarazzo della scelta, oltretutto con costi a concerto decisamente contenuti. Tra le tante opportunità, abbiamo scelto di scrivere (in estrema sintesi) riguardo tre interpreti, ascoltati il 6 e 7 settembre all’interno del “Festival Internazionale della Musica” (Nona Edizione di “MiTo”). Il primo è Daniel Harding, noto Direttore d’orchestra inglese, il quale durante un incontro pubblico presso le “Gallerie d’Italia” (in Piazza della Scala), a tutto campo, per circa un’ora, ha dialogato con Francesco Micheli, Francesca Colombo e Carla Moreni. Il secondo interprete è Ugo Orlandi che si è esibito ed ha presentato l’ “Orchestra di Mandolini e Chitarre Città di Brescia”, presso il Teatro Martinitt, situato alla periferia est di Milano. Il terzo interprete è Maddalena Scagnelli, coordinatrice dell’ “Ensemble Enerbia”, che ha tenuto due concerti presso la Chiesa di San Pietro in Gessate, vicino al Palazzo di Giustizia. A dispetto del suo prestigioso curriculum (evitiamo di sintetizzarlo didascalicamente), Daniel Harding si è presentato al pubblico con un abbigliamento molto giovanile (jeans e scarpe da ginnastica). Di aspetto sembra un ragazzo, ma ha da pochi giorni compiuto quarant’anni. Per un lungo periodo, i media hanno parlato di lui soprattutto come giovane prodigio, avendo avuto una carriera brillante, iniziata a quindici anni grazie a Simon Rattle, il quale lo volle come assistente (“City of Birmingham Symphony Orchestra”) dopo aver ascoltato una sua esecuzione del “Pierrot Lunaire” di Arnold Schönberg. 
Carla Moreni ha evidenziato che l’ascesa artistica di Harding proseguì grazie alla collaborazione con Claudio Abbado (Orchestra Filarmonica di Berlino). Il Direttore inglese ha avuto modo di elogiare il compianto Maestro italiano, ricordandolo come esempio di rigore musicale. Stimolato dagli interlocutori, ha poi rievocato alcuni momenti della direzione del “Don Giovanni” (1998), avvenuta a seguito di una rinuncia all’ultimo momento da parte dello stesso Abbado. Come alcuni lettori ricorderanno, l’esecuzione fece scalpore per alcune scelte interpretative che la critica dell’epoca giudicò “estreme”. Harding ha colpito l’uditorio per la semplicità e per un modo assai personale di contestualizzare la propria passione all’interno di ambiti più ampi di quelli musicali trovando, ove necessario, suggestive analogie per sottolineare che “… la musica non è fine a se stessa, ma è parte della vita”. Altro punto chiave del pensiero di Harding ci è sembrato il desiderio di non fossilizzarsi sulle scelte stilistiche. Ha spiegato che l’evento musicale è complesso, con una serie di dinamiche di “contesto” nelle quali per il direttore “… è importante sapersi rifare alla pagina musicale, saperla leggere per come è … avendo la consapevolezza che poi il concerto è anche “mistero”…”. Una componente che caratterizza l’evento esecutivo è l’aspetto umano, legato al feeling che s’instaura con gli orchestrali. Harding ha rilevato che non è sufficiente possedere il comando, bensì risulta determinante il rispetto reciproco, l’armonia che si stabilisce tra orchestrali e direttore, perché se ciò avviene è a tutto vantaggio dell’espressione musicale e quindi della musica stessa. Durante il dialogo con gli interlocutori, ha più volte ribadito che nella musica è necessario avere “umiltà”, ad esempio in relazione allo studio e alle continue nuove sfide interpretative riferite ai diversi repertori da eseguire. 
Stimolanti, inoltre, gli accenni agli interessi di Harding, il quale coltiva diversi hobbies, come ad esempio guidare gli aerei, il calcio, l’alimentazione…. Ambiti privati dei quali ha parlato volentieri anche per spiegare con parole semplici il proprio modo d’intendere la musica nella quotidianità e nella società. Durante l’incontro, il Direttore inglese non ci è parso particolarmente interessato a mostrare il proprio lato “accademico” e neppure (forse per problemi di tempo) a fornire spiegazioni in merito al concerto serale (musiche di Beethoven e Dvorak), del quale lasciamo ad altri il commento tecnico. Come già scritto in passato riguardo allo straordinario direttore russo Yuri Temirkanov, desideriamo sottolineare la bontà degli incontri pubblici organizzati da “MiTo” che, a nostro avviso, raggiungono l’obiettivo di far conoscere più da vicino i compositori e i direttori d’orchestra a un pubblico eterogeneo, facendolo appassionare al genere “classico”. Passiamo ora a scrivere del mandolino, strumento popolare che abbiamo avuto modo di ascoltare attraverso le esecuzioni proposte dall’ “Orchestra di Mandolini e Chitarre Città di Brescia”. Il direttore è Claudio Mandonico, di recente infortunatosi e pertanto per l’occasione sostituito da Alberto Pezzagno, percussionista e componente dell’Orchestra stessa. Il solista principale è il Maestro Ugo Orlandi, concertista, docente presso il Conservatorio di Milano nonché autore/curatore di diverse pubblicazioni. L’Orchestra di Brescia ha ormai più di quarant’anni. Inizialmente si sviluppò come propaggine del "Centro Giovanile Bresciano di Educazione Musicale”. Negli anni Settanta, sotto la guida di Giovanni Ligasacchi, venne costituita un’Associazione mirante a dare valore al mandolino seguendo direttive di studio ad ampio raggio. L’Orchestra avviò un serio percorso di ricerca e di didattica, da cui si sviluppò un’intensa attività concertistica e discografica. 
Orlandi ha ricordato che, alla fine dell’Ottocento, erano numerose le orchestre mandolinistiche, alcune delle quali composte da più di cento elementi, con l’intento di imitare quelle sinfoniche. Poi, pian piano, lo strumento entrò in crisi, usato per lo più in situazioni festive e conviviali, soprattutto nel Sud Italia e, in particolare, in Campania. L’ “Orchestra di Brescia” conta oggi trenta elementi e comprende oltre ai mandolini anche altri strumenti a corde, tra cui la sezione delle chitarre e un contrabbasso. Orlandi è convinto che molta della musica eseguita dall’Orchestra sia “popolare”, alcuni esempi evidenti sono la “Bergamasca”, di anonimo, e “Le perle di Napoli”, scritta da Nicola Cacace, un medley di note melodie partenopee, tra cui l’immancabile “O sole mio”. Di spirito popolaresco è anche la “Serenata amorosa”, in 2/4, scritta dal compositore cremasco Andrea Gnaga, deceduto a Milano nel 1930. “Preghiera” è una delicata composizione in ¾, in cui prevale la componente melodica. È stata scritta da Carlo Munier (1859-1930). Di Simone Salvetti, è stato eseguito “Tramonto d’estate sul monte Tonale”, diviso in tre parti (adagio, allegro, andante). Nel repertorio dell’Orchestra di Brescia non poteva mancare un “Concerto per mandolino e orchestra” scritto da Antonio Vivaldi, strutturato secondo la consueta tripartizione. Ugo Orlandi ha qui messo in risalto le proprie abilità tecnico-espressive, peraltro ben note al pubblico d’intenditori, poiché ha inciso numerosi dischi come solista o collaboratore di Orchestre di prestigio internazionale. Durante le brevi presentazioni alle singole esecuzioni, Orlandi ha notato come diversi brani per mandolino siano contestuali a specifici eventi storico-sociali. Le orchestre di mandolino, come le bande, erano peraltro assai diffuse anche nei singoli paesi. Da queste, in passato, non di rado venivano selezionati musicisti di calibro da inserire nelle orchestre classiche. 
Due esempi citati da Orlandi sono Domenico Ceccarossi e Severino Gazzelloni. Da un punto di vista storico-sociale è da apprezzare lo “Scherzo” composto da Giuseppe Denti, catturato in battaglia e portato in un campo di prigionia tedesco, nel 1917 . Encomiabilmente, pur in condizioni anguste, riuscì a organizzare e a dirigere una piccola orchestra di mandolini, per la quale scrisse appunto lo “Scherzo”, in 2/4. Una composizione eseguita dall’ “Orchestra di Brescia” è stata scritta di recente dal loro direttore, Claudio Mandonico, nella quale sono evidenti riferimenti alla musica americana e, in particolare, al “bluegrass”. La musica è in 3/4, con diverse articolazioni espressive (lento, moderato, allegro). Il mandolino è uno strumento ben diffuso nella musica popolare americana, con una storia significativa, essendo stato introdotto negli USA a partire dal 1764, pare grazie a un italiano proveniente da Asti. Come accennato in precedenza, Ugo Orlandi, oltre a essere apprezzato concertista, è anche ricercatore e pubblicista, avendo curato l’edizione di diverse opere dedicate al mandolino e ai suoi compositori. Ci sarebbe da ascoltarlo per ore, ma il tempo stringe, per cui abbiamo chiesto al Maestro un parere sugli sviluppi di questo strumento in Italia e all’estero, dove sono attive diverse Associazioni con numerosi iscritti. Orlandi invita a rileggere in modo non superficiale la storia del mandolino e il ruolo che ebbero le orchestre mandolinistiche nel tessuto sociale e culturale italiano fino ai primi decenni del Novecento. Orchestre che davano ampio spazio alla musica cosiddetta amatoriale, alla quale potevano partecipare persone motivate sebbene talune professionalmente impegnate in ambiti diversi. 
È una caratteristica che permane nell’ “Orchestra di Brescia”, nella quale suonano diversi musicisti amatoriali che, con passione e impegno, desiderano condividere esperienze musicali significative a favore della diffusione della conoscenza musicale e della cultura mandolinistica. Peraltro, come noto (avviene in ambito corale), diversi gruppi amatoriali sono così ben preparati da non avere nulla da invidiare a quelli professionali. Nell’ “Orchestra di Mandolini e Chitarre Città di Brescia”, a fianco di concertisti del calibro di Orlandi e Mandonico, suonano diversi giovani alcuni dei quali sono allievi di conservatorio. Il potenziale dell’Orchestra è elevato e, a nostro avviso, ben si presta per affrontare un vasto repertorio, che potrebbe avere un occhio di riguardo anche per la musica popolare tradizionale europea e del “folk” internazionale che, verosimilmente, appassionerebbero in maggior misura il pubblico. Rimandiamo ad un’altra occasione gli approfondimenti con il Maestro Ugo Orlandi, poiché gli argomenti appena accennati o non trattati sono numerosi. L’ultimo concerto del quale scriveremo è titolato “La rosa e la viola”, eseguito dall’ “Ensemble Enerbia” in un contesto religioso e artistico particolarmente suggestivo: la chiesa di San Pietro in Gessate, nella quale è presente la “Cappella Grigo”, la cui cupola è caratterizzata da numerosi angeli musicanti. Maddalena Scagnelli è la coordinatrice degli “Enerbia”. Con scrupolo, da molto tempo, si occupa di ricercare e valorizzare i canti di tradizione orale delle aree appenniniche delle cosiddette “Quattro Province”. L’esperienza dei suonatori si evince in ogni brano, opportunamente introdotto dalla loro leader, la quale è violinista, cantante e anche arrangiatrice delle musiche. La sua voce è intensa, vibrante, di carattere, sente quello che canta ed è curata (a volte fin troppo) dalla prima all’ultima nota. All’ascolto ben si comprende che il suo non è un canto accademico, ma una modalità esecutiva che ha appreso dalla sua gente e, in particolare, dagli abitanti della Val Trebbia e delle Valli confinanti. In nessun componimento è stato ostentato gratuitamente virtuosismo strumentale. 
Ciò che ha colpito è la serietà e l’attenzione con la quale i suonatori affrontano i diversi brani, sapientemente lavorando sulle timbriche vocali e strumentali, riuscendo a creare un sound in cui tutte le singole voci riescono a risaltare senza mai eccedere. Il Gruppo, oltre a Maddalena Scagnelli, comprende Massimo Visalli alla chitarra, Franco Guglielminetti alla fisarmonica e Gabriele Dametti al piffero, l’antico oboe dell’Appennino. Tale piffero dal suono caratteristico (simile alla bombarda francese), sin dagli anni Sessanta, era stato ben valorizzato da Roberto Leydi, il quale aveva concentrato le ricerche sul suonatore Ernesto Sala, di Cegni (PV). Vi sarebbe molto da scrivere in termini etnomusicologici sul concerto degli “Enerbia”, ma dato il contesto ci dovremo accontentare di una rapida carrellata, evidenziando che in corsa è stata leggermente modificata la scaletta prevista dal programma di sala. L’apertura del concerto è stata esclusivamente strumentale, con una “Monferrina”; altra danza eseguita è stata la cosiddetta “Alessandrina”. I canti proposti sono stati tratti dal repertorio religioso e da quello profano, nei quali oltre a Maddalena Scagnelli si sono cimentate Elisa Dal Corso e Anna Perotti. Dei canti religiosi evidenziamo “Beata es Maria” (tratta dall’Antifonario di Bobbio) e “La Santa Croce”, canto strofico tipico della questua primaverile, quando piccoli gruppi si recano tradizionalmente nelle case e cantano in cambio di doni naturali (uova, soprattutto). Particolare è l’accompagnamento “battente” della chitarra, con un uso timbrico non invasivo della cassa di risonanza. “Bella nova” è un canto riferito a una proposta di matrimonio che il gruppo ha scelto di far seguire con il “Perigordino”, una marcia verosimilmente di origine francese, eseguita con piffero e fisarmonica. In conclusione un canto d’amore a più voci, titolato “Tutte le lettere”, e un altro tipico della Prima Guerra mondiale, denominato “Ragazzine vi prego ascoltare”. Il pubblico ha gradito le esecuzioni e ha richiesto un bis che si è concretizzato nel brano “Nitida Stella”, il quale ha inizio con un’introduzione strumentale (chitarra e violino), cui si aggiungono progressivamente le tre voci. Elogiando l’amore con il quale l’“Ensemble Enerbia” tiene viva e valorizza la tradizione orale delle Quattro Province, ci avviamo alla conclusione, ritenendo utile invitare i lettori a prendere visione dell’articolato programma offerto da “MiTo” 2015 tra cui, in ambito etnomusicale, segnaliamo il Progetto “Voci dello Spirito”, coordinato da Giovanni De Zorzi e la presentazione del libro di Domenico Ferraro, “Roberto Leydi e il “Sentite buona gente”(musica e cultura nel secondo dopoguerra). Sulla scia del “Festival Internazionale della Musica” (5-24 settembre), contiamo presto di andare a conoscere altri Amici della Musica, arte sublime, specchio della società e anima dei Popoli, a favore della quale prosegue il nostro silenzioso e libero impegno sul campo. 

Paolo Mercurio