MiTo 2014, Yuri Temirkanov e l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo

All’interno dell’ottava edizione di “MITO” (Festival Internazionale della Musica), in Piazza della Scala, presso le “Gallerie d’Italia”, martedì 9 settembre, si è svolto l’incontro con Yuri Temirkanov, di origini caucasiche, da oltre venticinque anni Direttore dell’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo. Titolatissimo e apprezzato dal pubblico italiano, nel maggio del 2012, è stato nominato “Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia” dal Presidente della Repubblica. Uomo di raffinata cultura musicale, durante l’incontro ha saputo mostrare con simpatia il proprio lato “popular”. Di lui ci ha positivamente impressionato la toccante storia personale, la schiettezza e la semplicità comunicativa nonché il modo diretto e senza infiorettature con il quale ha scelto di parlare dei Grandi del passato. Non ha lasciato indifferente, inoltre, il personale ed espressivo modo di dirigere l’orchestra, senza bacchetta, contraddistinto da un’inconfondibile gestualità chironomica, capace di coinvolgere l’ascoltatore nel senso profondo della composizione. In rete sono disponibili numerosi filmati, che suggerisco al lettore di visionare, per farsi un’idea del vario repertorio strumentale del Maestro Temirkanov, artista di elevata umanità, la cui conoscenza ritengo dovrebbe essere maggiormente promossa anche presso il pubblico dei giovanissimi. La presentazione dell’incontro milanese è stata coordinata da Francesca Colombo, Carla Moreni e da Francesco Micheli i quali, come si conviene in simili situazioni, hanno elencato titoli, onorificenze e pregi (anche interpretativi), evidenziando la rarità dell’evento, essendo il Maestro russo tendenzialmente restio a concedere interviste. Per sintetizzare il suo prestigioso curriculum servirebbe l’intero articolo, ma Yuri Temirkanov non è parso troppo interessato a dare supporto alle formalità di presentazione in stile “accademico”. Con la consueta signorilità, sin dalle prime battute ha voluto cambiare registro di conversazione, desideroso di mostrarsi al pubblico più come uomo che come artista. Efficaci si sono rivelate la sua semplicità narrativa e l’ironia. «Io sono veramente imbarazzato - ha esordito sorridente. Non ho realizzato tutto quello che avete detto, se fossi realmente così come mi avete presentato, forse non avrei mai concesso questa intervista». 

L’infanzia e gli studi musicali 
Su espressa richiesta, Temirkanov ha brevemente raccontato della infanzia, periodo che ha segnato radicalmente la sua esistenza. Nato nel 1938 a Nal’čik (Repubblica Autonoma Cabardino-Balcaria, nella Russia meridionale), rimase orfano di padre, uomo di cultura, fucilato dai tedeschi a seguito della loro invasione in Russia. Privati persino dell’abitazione, la madre, la nonna e i quattro figlioletti si ritrovarono, di punto in bianco, per strada. Anni durissimi e significativi: «Non c’è niente di così eccezionale nella mia vita, purtroppo, tranne questa triste vicissitudine, che è l’unica cosa insolita veramente accaduta. Tutto il resto - ha riferito con tono pacato - è stato “normale” ». La scuola e gli studi musicali in una piccola città. A quindici anni, per perfezionarsi (e imparare bene il russo), il trasferimento a Leningrado presso la “Scuola per talenti musicali” (se ho ben capito, così denominata) con annesso un convitto. «Ti davano da mangiare, ti vestivano, ti insegnavano, ma era una piccola prigione anche se per alunni talentuosi». Sveglia alle sei per studiare violino, poi veloce colazione, prima di recarsi a scuola, dove si svolgevano anche le lezioni di musica. Subito dopo pranzo, ogni studente veniva chiuso ore e ore in una stanza, per studiare ed esercitarsi con lo strumento musicale. Dopo cena, gli alunni svolgevano i compiti per il giorno seguente. Il regime di studi era severissimo. In quegli anni, Yuri Temirkanov avrebbe tanto desiderato diventare un pittore, come il fratello maggiore. Provò anche a scappare dal convitto, «… ma il mio maestro di violino abitava lì vicino. Mi trovarono subito e mi fecero concludere gli studi. La scuola era una piccola prigione, ma io la ricordo con enorme gratitudine, perché lì ho imparato tantissimo. In seguito ho conseguito due lauree in Conservatorio, senza le quali non avrei potuto accedere agli studi di Direzione d’Orchestra. Io ritengo fosse un bene richiedere la laurea, ma oggi non è più così, con riflessi sulla qualità della preparazione di tanti direttori». 

La direzione d’orchestra 
Con tono quasi giocoso, Yuri Temirkanov ha ricordato il bando di concorso, a Mosca, nel 1968, che non veniva indetto da trent’anni. Lui partecipò, ritenendo di avere scarse possibilità di riuscita, ma l’idea di dirigere un’orchestra di professionisti lo allettava. Passato il primo turno, iniziò a meravigliarsi (e a preoccuparsi “perché aveva già finito tutte le sigarette a sua disposizione”). «Al secondo turno eravamo rimasti in sessantaquattro. Poi ho superato il terzo turno e alla fine, con enorme gioia, ho ricevuto il primo premio. Da allora hanno iniziato a chiamarmi a dirigere le grandi orchestre». La sua esperienza più intensa è stata probabilmente la collaborazione con Evgenij Aleksandrovic Mravinsky (1903-1988), figura leggendaria, che diresse la Filarmonica di San Pietroburgo dal 1938 al 1988. 
Di Mravinsky ha ricordato alcuni episodi giovanili, evidenziandone la diversità anche in termini di formazione musicale. Temirkanov ha poi spiegato i meccanismi di selezione nella ex Unione Sovietica, dove tutta la cultura era coordinata dal Partito dominante, di cui lui non è mai stato membro. Riuscì a essere nominato direttore di una grande orchestra, grazie al voto segreto di tutti gli orchestrali, nonostante il parere contrario del Comitato di Partito. «È stato per me un grande onore e penso di essere stato l’unico nel mio Paese a essere stato eletto in modo così inconsueto. Ormai sono Direttore della Filarmonica da oltre venticinque anni. Ho un contratto con il Ministero della Cultura rinnovato ogni 5 anni. Quando scadrà - ha riferito divertito - voglio rifare ancora l’elezione con il voto segreto, per vedere se mi sceglieranno ancora. Talvolta sento dire che con me i musicisti suonano un po’ meglio, ma penso che lo dicano solo perché di me hanno un po’ paura». In merito alla storia dell’Orchestra ha ricordato che verosimilmente è la più longeva in Russia. A suo parere la data di fondazione dovrebbe essere retrodatata di diversi decenni, precisamente al 1802, anno in cui venne eseguita una sinfonia di Haydn, il quale (allora molto anziano) venne premiato dall’Orchestra con una medaglia d’oro. «Più vecchia è un’orchestra e più tradizione ha! Non so spiegare come, ma qualcosa di questa tradizione rimane tra chi suona. È come se i giovani musicisti fossero nostri figli. Ci assomigliano, hanno appreso da noi il modo di rapportarsi, l’atmosfera di lavoro che viene tramandata da una generazione all’altra. Ed è per questo motivo che io amo vedere delle teste canute nell’orchestra, dalle quali i giovani possono assorbire l’ “aria”, avendo modo diretto d’imparare. Mravinsky ci ha lasciato una grande eredità, a lui dobbiamo molto, l’orchestra non è divenuta più brava con me, era già di altissimo livello con lui. Inoltre la Sala di San Pietroburgo è una delle più belle del mondo. Quando entri in questa sala hai sempre voglia di aggiustarti la cravatta, perché hai la consapevolezza che lì hanno suonato tutti i Grandi. Con commozione, vi ricordo che Cajkovskij eseguì in questa sala il suo ultimo concerto, proprio il giorno precedente alla sua morte. Per queste ragioni, mettersi su quel podio fa anche un po’ di paura, tuttavia tutti i direttori del mondo vengono a lavorare con la nostra orchestra, l’unico che non riesco a convincere (ha chiosato mandando un messaggio a distanza) è Riccardo Muti, eccellente direttore che stimo molto». 
Yuri Temirkanov è specialista del repertorio dei “Russi”, che ha diretto presso i più prestigiosi Teatri del mondo. Densa di poesia è stata la spiegazione relativa all’interpretazione dei generi musicali da lui eseguiti, riferendosi in particolare a una sua recente esecuzione a Parma della “Traviata” di Verdi. «Io penso che un direttore in grado di dirigere solo le composizioni scritte nel suo paese (quelle “nazionali”) è come se avesse un solo lato da mostrare. Il direttore è tale quando è capace di dirigere tutto, ma io non sono capace di dirigere proprio tutto. Giuseppe Verdi, tra i grandi compositori, penso sia il più vicino ai Russi, perché i Russi e Verdi, a differenza dei Tedeschi, tramite la musica non parlano con tutto il pubblico, ma con ciascun ascoltatore seduto in sala: Verdi, come i Russi, apre il suo animo senza nessuna vergogna. I compositori Tedeschi sono geniali, ma tendenzialmente hanno timore di aprire il proprio animo, perché dentro di loro c’è un “vulcano”. Parlano con tutti, si rivolgono a tutti, al mondo, ma non a te: i Russi e Verdi parlano direttamente al singolo». Il Maestro ha poi specificato che, tendenzialmente, non predilige dirigere l’opera lirica. In merito ha citato una frase di Igor Stravinsky, ovvero che «nell’opera la parola umilia la musica. Questo lo ha anche scritto: forse non è proprio del tutto vero, però un po’ vero questo pensiero lo è». 

Ricordo personale di Stravinsky 
Durante l’incontro, da un punto di vista musicale, Yuri Temirkanov non ha mai vantato i propri meriti e si è definito “fortunato per aver incontrato nella propria esistenza persone incredibili, veramente grandi” come Prokofiev, Rostropovič, Richter, Oistrach, Šostakovič, Stravinsky, etc. Ha voluto terminare l’incontro pubblico, raccontando dello storico rientro in patria di Igor Stravinsky, dopo cinquant’anni di assenza, che scelse di dirigere l’Orchestra di San Pietroburgo, città dove si era formato musicalmente. «Per noi quell’evento significava il ritorno del nostro genio musicale. Ricordo che si era seduto isolato dagli altri, erano le dieci del mattino e mi disse: - Non è che avrebbe da darmi un po’ di vodka? Alle 10 della mattina? - mi chiesi. Ho comunque risposto:- “Non si preoccupi Maestro, troviamo subito il modo di recuperarla”. 
Accontentarlo non fu semplice, perché nell’Unione Sovietica la vodka poteva essere venduta solo dopo le undici (sottovoce: una misura restrittiva forse presa per permettere alla persone di arrivare sobri a lavoro). Tuttavia i Russi sono come gli Italiani, per risolvere i problemi trovano sempre una via d’uscita. Io ho subito mandato un nostro macchinista per recuperare una bottiglia di vodka dai taxisti che erano soliti tenerla nel bagagliaio dell’auto. Abbiamo così consegnato la bottiglia a Stravinsky. Lui ha iniziato a versarla nel termos nel quale c’era del latte. Io ero molto meravigliato e mi sono permesso di domandare: - Maestro, si ricorda che tra poco avrà la prova con l’orchestra? Lui ha risposto: - Tu non mi capirai mai, caro. Io sono così vecchio che se non bevo il mio sangue non funziona. In seguito, è entrato in scena aiutandosi con il bastone. Tutto il pubblico si è levato in piedi e devo confessarvi che dall’emozione mi sono sentito rizzare tutti i peli. Stravinsky ha alzato le mani e l’orchestra si è messa subito in posizione. Poi si è girato verso il pubblico e allora i musicisti hanno abbassato gli strumenti. Ha iniziato a parlare: - Sono molto commosso di essere qui. Avevo sei anni quando mia madre mi fece conoscere questo teatro. Io ero seduto là, proprio in quel posto e qui, sul palco, al mio posto c’era seduto Cajkovskij». Con questo frammento di storia musicale russa si è chiuso l’incontro con Yuri Temirkanov, tra gli applausi scroscianti di un pubblico commosso per l’avvenimento. Intorno a lui si è subito formato un capannello di ammiratori, desiderosi di ricevere un autografo, ma presto il Maestro ha dovuto salutarli, per recarsi alle prove del concerto serale al “Teatro degli Arcimboldi” (trasmesso in streaming, per conto di “Mito Edu.Scuola”). Nel programma di sala: “Lo schiaccianoci” (brani dal Secondo Atto) e la “Sinfonia n. 2”, di Johannes Brahms, con le cui opere si sono aperte le Rassegne musicali di Torino e di Milano, il 4 e il 5 settembre. Yuri Temirkanov durante la conferenza ha spiegato di amare la musica del compositore tedesco e in particolare la “Seconda Sinfonia, in re maggiore”, sottoscrivendo quanto Cajkovskij era solito riferire in merito alla Carmen di Bizet: “in quest’opera neppure una nota è superflua”.

Osservazioni su “MITO 2014” 
Lasciando ad altri il compito di addentrarsi nel commento della brillante esecuzione strumentale del concerto serale, desidero brevemente mettere in evidenza alcune osservazioni relative a MITO 2014 (primo festival musicale italiano certificato a livello internazionale “ISO 20121”), innanzi tutto lodando l’iniziativa ecologica, grazie alla quale l’energia elettrica per alimentare le luci e l’impianto di amplificazione di alcuni concerti è stata ricavata dall’azione motrice direttamente generata dagli spettatori. Questo è quanto ho potuto riscontrare, ad esempio, in Piazza San Fedele (alle spalle di Palazzo Marino, sede del Comune, patrocinatore di MITO), durante la performance (9 settembre) del trio jazz formato da Marco Bottoli (contrabbasso), Riccardo Chiaberta (batteria), Giovanni Agosti (pianoforte). MITO è una rassegna ben pubblicizzata, giunta all’ottava edizione, nella quale, dal 4 al 21 settembre, tra Torino e Milano sono stati organizzati più di cento ottanta concerti di musiche “classica” (ad ampio raggio), jazz, rock, etnica, con una particolare attenzione al settore “educational” rivolto ai più giovani. Come nelle precedenti edizioni, alcuni eventi musicali sono stati riservati alla valorizzazione della musica “contemporanea”, troppo spesso sottovalutata persino dagli ambienti accademici. Quest’anno l’attenzione è stata rivolta a favore dei compositori Fabio Vacchi e Beat Furrer. Tra le varie iniziative proposte a Milano, sono da evidenziare alcuni concerti prevalentemente dedicati ai canti della Prima Guerra (Coro “SAT”, 14 settembre) e “Brain and Music”, giornata di studio e d’incontro tra “musica e scienza”, culminante in un concerto dedicato all’improvvisazione jazz (20 settembre, con il Duo Fresu-Petrella). Inoltre, apprezzabile è stata la proposta denominata “Social-Mito”, con la quale è stata prevista l’esecuzione di alcuni concerti presso le strutture detentive (carceri di S. Vittore e di Bollate). Di fronte a una messe di proposte musicali, devo rilevare che, a Milano, troppo poco spazio è stato (proporzionalmente) riservato alla musica popolare. 
All’ “Expo-Gate” è stato applauditissimo il concerto (12 settembre) eseguito da due noti virtuosi dell’Est, ma residenti in Lombardia: Vladimir Denissenkov (bajan) e Janos Hasur (violino). Nello stesso spazio, alla presenza del ricercatore Nicola Scaldaferri e del compositore Yuval Avital, si è svolta la presentazione (13 settembre) di una sua opera sperimentale, “Reka”, nella quale due percussionisti interagiscono con sei vocalisti provenienti da differenti stati o regioni: Sardegna, Siberia, Tibet, Mongolia, Sudafrica, Israele. Durante la presentazione, particolarmente apprezzata è stata la performance estemporanea di Sainkho Namtchylak, eccellente cantante tuvana, molto conosciuta a Milano, dove ha vissuto prima di trasferirsi a Vienna. Nonostante le accennate limitazioni, MITO 2014 si è confermata una pregevole e seguita rassegna musicale di rilievo internazionale, di conseguenza vorrei rivolgere un elogio agli organizzatori e agli sponsor che hanno coraggiosamente investito sulla cultura musicale a favore della cittadinanza. In conclusione, desidero ricordare con stima il Maestro Giorgio Gaslini, il quale ci ha lasciato il 29 luglio del 2014. Sin dalla fine degli anni Sessanta, il compositore milanese aveva promosso con i suoi scritti l’idea di una “musica totale”, capace di far convivere popolarmente, in modo creativo e senza pregiudizio culturale, i differenti stili musicali. MITO vuole essere anche questo. Di Gaslini non ho trovato eco nei programmi di sala milanesi, ma speriamo che tale lacuna possa essere colmata nella prossima edizione, in concomitanza con EXPO 2015, il cui concerto di inaugurazione è già stato deciso che verrà eseguito dalla Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov, il quale ha dimostrato di essere capace di scendere dal podio e di saper dialogare con la gente comune, facendola appassionare al genere “colto”. Tale musica, a cui MITO 2014 ha dedicato ampio spazio, ha sempre più bisogno di artisti-comunicatori del suo livello. Auspico che il Maestro Temirkanov possa divenire un punto di riferimento culturale anche per i nostri affezionati lettori, abituati a veder spontaneamente valorizzata tanta musica di nicchia, capace di entusiasmare e commuovere l’animo umano secondo linguaggi e stili differenti. 


Paolo Mercurio