Giuseppe Moffa – Terribilmente démodé (Workin’ Label/I.R.D., 2015)

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La canzone popolare di Giuseppe Moffa, folk-singer fuori moda. Per fortuna

Non era passato inosservato il disco d’esordio, “Non investo in beni immobili”, con il suo sottile richiamo al patrimonio culturale immateriale, ma neppure aveva ricevuto la visibilità che avrebbe meritato nei templi della canzone d’autore, occupati a corteggiare epigoni di cantantesse rock, rarefatte e aggraziate vocine jazz-swing, birignao acustici e ancora cloni deandreani o paoloconteani. L’altra sua creatura, la Zampognorchestra, aveva incuriosito e allietato, ma molta critica mainstream e folk non si era strappata le vesti, aveva letto “Bag to the future” come divertissement piuttosto che cercare di comprenderne la complessità di scrittura e di orchestrazione. A dirla tutta, oltre ad avere notevole estro compositivo, Moffa è dotato cantante, abile chitarrista dal background classico, zampognaro di pregio e studioso del mondo sonoro molisano (qui ricordiamo il volume scritto con Antonio Fanelli, “Acque e jerve in comune. Il paesaggio sonoro della Leggera contadina di Riccia”), abile nel lavorare sulla lingua e sulle note come pochi nell’alveo neo folk italiano. C’è chi, per riduzione della complessità, tipica del riduzionismo giornalistico che rinuncia all’approfondimento, lo aveva ritratto come il Capossela molisano (che peraltro non è un’offesa), Ora Giuseppe Moffa pubblica “Terribilmente démodé”, album di canzoni d’autore e di tradizione orale, incastro di timbri ed espressioni popolari, intaglio di linguaggi popular e di raffinate sonorità. 
Disco di racconti della provincia remota, che affidano al dialetto di ieri e di oggi la fotografia di un’Italia di paesi, di un Molise che – come ha scritto Franco Arminio, in occasione di un suo passaggio proprio da Riccia, il paese natale di Spedino Moffa – «è come se non avesse lo scatto, l’agilità per balzare agli onori deliranti della postmodernità globalizzata». “Terribilmente démodé” non offre un songwriting dal tratto estetizzante ammantato di retorica paesana e di ritorno alle ‘radici’ né dissemina esotismi world. Diversamente, senza sfoggiare arroganza urbana, propone la mappa sonora di un artista dallo stile personale, che attinge al mondo popolare locale in cui è cresciuto. Ancora una volta il sigillo autorale di Moffa sussume molteplici espressioni sonore per raccontare la contemporaneità, pescare nella microstoria familiare o scavare nel vissuto dei testimoni della tradizione contadina e dei cantastorie molisani, alle cui affabulazioni si è alimentato. Abbiamo cercato di capire di più del disco, interpellando direttamente il musicista riccese. (C.D.R.)

Sono passati quasi quattro anni da “Non Investo Beni Immobili”, il tuo disco di debutto come cantautore. In questo periodo, tuttavia, non sei rimasto fermo prima con Zampognorchestra con lo splendido “Bag to the future” e poi con il progetto Taraf De Gadjo. Ci puoi raccontare il percorso di avvicinamento a “Terribilmente démodé”?
Questo è un disco che rimarca il lavoro intrapreso con il primo e ne è, in un certo senso, la continuazione. La formula rimane inalterata: canzoni tradizionali molisane, canzoni originali e brani strumentali per zampogna. Le canzoni sono nate un po’ alla volta, lentamente, perché sono stato assorbito dalle composizioni per la Zampognorchestra. Tuttavia, questo ha significato anche avere  la possibilità di curarle, limarle ed avvicinarmi al timbro, al suono, allo ‘stile ideale’ che, però, non mi sento ancora di aver raggiunto. 

Quali sono le influenze e le ispirazioni alla base del nuovo disco?
Così come per i brani che scrivo per la Zampognorchestra e gli arrangiamenti che scrivo per altri autori, le mie canzoni sono ispirate da tutto ciò che ascolto, dalla musica classica al blues, quello che faccio è un racconto in prima persona della musica che amo maggiormente e che più ha segnato la mia vita.

Come si è evoluto in questi anni il tuo approccio al songwriting? Quali sono le differenze con il tuo primo disco?
La sostanziale differenza, a parte l’utilizzo del dialetto, sta nel fatto che mentre nel primo disco i temi delle canzoni sono staccati tra di loro per questo secondo lavoro ho cercato di trovare un filo conduttore: l’idea iniziale era quella di un vero e proprio concept album che legasse le canzoni tra loro.  Il ‘concetto’ guida che ne è venuto fuori è il racconto della vita del paese di provincia, nel Molise ignorato dai media e sicuramente ‘demodè’. Approfitto per sottolineare che il testo di “A stessa storie” quarta traccia del disco, è stato scritto a quattro mani con il compaesano Giuseppe Abiuso, autore di rilievo legato alla tradizione dei cantastorie della nostra zona.

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento?
Mescolando vari generi musicali, cerco di non far prevalere uno piuttosto che un altr,o ma faccio in modo che tutti dialoghino tra di loro in un tentativo di fusione. Tutto inizia con la sola chitarra, man mano nascono le varie parti per tutti gli altri strumenti. Infine. arrivano le orchestrazioni. Non faccio mai riferimento, in fase di arrangiamento di un disco, all’esecuzione live: mi piace pensarle come cose ben distinte.

Dal punto di vista sonoro emergono interazioni con il blues, il gospel e R&B. Come nascono queste suggestioni?
La musica americana, in particolare il blues, accompagna da sempre la mia vita e ogni cosa che faccio è pregna di questa musica. Meglio raccontarlo con un simpatico aneddoto: quando studiavo al Conservatorio, durante una lezione di chitarra una mia esecuzione fu interrotta bruscamente dal mio maestro che inorridito dalla mia interpretazione mi rimproverò: «Ma come suoni? Questo non è blues: è Bach!»

Dai suoni americani arriviamo alla tua terra d’origine. Ci puoi parlare del tuo rapporto con la tradizione musicale molisana e dell’influenza che ha avuto nel tuo approccio compositivo?
Sicuramente, si avverte sulle melodie che scrivo: vengono tutte, direttamente o indirettamente, istintivamente o meno, dal repertorio tradizionale. Poi mi influenza molto il ritmo ‘non quadrato’ che hanno tanti canti tradizionali, specialmente quelli ‘a stesa’ che molto spesso danno vita ad esperimenti musicali interessanti.

Il disco si caratterizza per la scelta del dialetto molisano, in particolare quello della tua città Riccia. Come sei riuscito a far convivere il dialetto con le sonorità più moderne?
Come dicevamo prima le mie canzoni sono influenzate maggiormente dalla musica afro-americana, il blues, il country.  Già Pino Daniele ci ha insegnato come il dialetto sia vicino all'inglese, perlomeno metricamente. 

Come si sono svolte le sessions di registrazione del disco?
Il disco ha avuto una gestazione molto lunga, le prime registrazioni risalgono a quattro anni fa. È stato registrato quasi integralmente nello studio del maggior fautore di questo disco, un grande musicista, ma anche una persona speciale – una perla rara - che ha contribuito tantissimo all'impacchettamento generale del lavoro, Primiano di Biase a cui la direzione artistica non è stata affidata ma riconosciuta.  Di solito arrivo in studio con le idee molto chiare e la maggior parte degli arrangiamenti già scritti e, così, una volta registrate le basi di percussioni, chitarre, bassi e tastiere siamo partiti con le orchestre d'archi e i mandolini che ho registrato separatamente in altri studi. Il tutto poi è stato missato sapientemente dal grande Eugenio Vatta.

Puoi presentarci gli ospiti che hanno partecipato alle registrazioni?
Nel coro della traccia di apertura spiccano le voci soliste di Silvia Celestini e Natascia Bonacci, poi mi hanno onorato della loro presenza Alessandro D'Alessandro, ormai riconosciuto come uno dei maggiori interpreti dell’organetto moderno e Massimo Giuntini che non ha bisogno di presentazioni. In “A ramegne” compare un’introduzione, dove canta e suona ‘Lu Tragne bass’ (che è un contrabbasso popolare) il cantore popolare abruzzese Giovanni la Guardia. Per l’orchestra d’archi mi sono affidato a una rappresentanza della Filarmonica Marchigiana. Assieme agli ospiti è d’obbligo citare chi è che dà suono alle mie idee, i miei Co.mpari, grandissimi musicisti nella vita, nel cuore e nelle mani, con i quali ho la fortuna di collaborare. In rigoroso ordine alfabetico: Gianluca Casadei, Primiano Di Biase, Vincenzo Gagliani, Renato Gattone, Domenico Mancini, Gian Michele Montanaro, Simone Talone, Guerino Taresco,  Felice Zaccheo.   

Il disco si apre con “Thank you Lord for givin’ us Madonna di Montervergine, un esempio dell’interazione tra tradizioni musicali differenti. Come nasce questo brano?
Con la ricerca sul campo svolta con Antonio Fanelli ho scoperto – e mi ha colpito particolarmente –tra le altre cose, la religiosità popolare che rappresenta secondo me la punta più alta della spiritualità e della profondità delle classi popolari del Sud e ho voluto raccontare con questo brano momenti di devozione religiosa come i pellegrinaggi, in questo caso a Montevergine (AV), assieme alle novene natalizie con le zampogne. Ho infine utilizzato una preghiera recitata durante il rito del Fuoco di San Vitale a Riccia. Così è nato il titolo, che poi ho tradotto in inglese per dargli un tono gospel, che in materia di spiritualità non è da meno, anzi.

Nel disco sono presenti alcuni brani tradizionali come “All’acque all’acque li funtanelle”, “A Scalelle” e “Un vecchie azzennarelle”. Puoi presentarci questi brani?
“All’acque all’acque li funtanelle” è un canto narrativo che nella celebre raccolta di Costantino Nigra “I Canti popolari del Piemonte” è classificato con il titolo “La bevanda sonnifera”. Il grande corpus di storie epiche e drammatiche che si è diffuso dal Nord Italia in tutta la Penisola grazie soprattutto alla vita di trincea durante la prima guerra mondiale. “A Scalelle” è una delle canzoni d’amore più belle della tradizione popolare molisana, ne esistono molte varianti diffuse su tutto il territorio regionale e in gran parte del Meridione. La mia versione è stata registrata a Jelsi (CB).  “Un vecchie azzennarelle” è la tragicomica vicenda satirica al tempo dei matrimoni combinati, quando giovani fanciulle erano costrette dai vincoli familiari a sposare anche uomini di una certa età. È uno dei leit-motiv del canto popolare meridionale: la versione più celebre è quella del repertorio del grande Matteo Salvatore.

Durante l’ascolto fanno capolino alcuni frammenti sonori tratti dalle tue ricerche sul campo con Antonio Fanelli, da cui è nato il volume “Acque e jerve in comune”. Sembrano un filo rosso che lega tutto il disco?
Proporre frammenti di registrazioni è un modo efficace per far avvicinare l'ascoltatore al materiale originale, sottolineandone l’importanza storica e culturale.

Tra i brani di impostazione più strettamente cantautorale spicca “Quando”. 
Come la maggior parte dei miei brani anche in questo caso è nata prima la musica, che deve molto all’esperienza con i Taraf de Gadjo e all’incontro con la musica manouche. Suonandolo e risuonandolo la ripetitività del giro degli accordi mi ha ispirato un insieme di emozioni, ricordi diversi tra loro, come fosse un elenco: tutte legati dalla parola ‘quando’.

“I tufi” è un brano del cantastorie Michele Persichetti. Ci puoi raccontare la storia di questo brano?
Questo brano fa parte dell’originale repertorio dei cantastorie di Riccia che abbiamo indagato con passione durante la ricerca. Una prassi consolidata tra i cantastorie è quella di utilizzare melodie in voga sulle quali adattare i propri testi. In questo, in particolare, utilizza la melodia della napoletana “A tazze e cafè” per raccontare i disagi economici del dopoguerra racchiuse nelle storie dei “Tufi”, i debiti che contraevano i beoni locali nelle cantine in cui trascorrevano le giornate all’insegna dell’ozio e del vino, nella disperazione della disoccupazione o per evadere dallo sfruttamento del lavoro salariato e dalla fatica nei campi.

Uno dei vertici del disco è “A ‘ndò u tempe ‘nge sta”…
Già tantissimi autori, nella letteratura e nelle canzoni hanno raccontato del bar come rifugio dei ‘derelitti e diseredati’ della società, luogo di solitudine condivisa, ma qui la storia prende altri motivi e sapori in cui emerge un’accezione positiva riguardo questo posto di particolare aggregazione delle piccole comunità come quella del mio paese. È come una dichiarazione d’amore verso questi luoghi dove letteralmente sono cresciuto. Per questo ho utilizzato una melodia e un’orchestrazione che viene direttamente dall’opera e dalla canzone napoletana dell’Ottocento, incastrandola in un ritmo tipico della musica messicana per esaltarne la giovialità.

Domanda di rito: i tuoi progetti futuri? Ci sarà un secondo capitolo dell’avventura con Zampognorchestra?
Ho già pronte le musiche per un altro disco, mentre i testi come sempre tardano sempre un po' ad arrivare. Con la Zampognorchestra parlare di un secondo disco è ancora prematuro, anche se continuano a nascere brani nuovi e progetti di grande interesse, come quello che portiamo avanti con Toni Casalonga del Centro Culturale “Voce” di Pigna in Corsica. L'anno scorso Toni mi ha commissionato l'arrangiamento delle polifonie corse per zampogne che abbiamo eseguito a Pigna durante il festival Estivoce con i cantori del gruppo A Cumpagnia. Portare in studio questa stupenda esperienza, non è affatto una cattiva idea ... 

Salvatore Esposito



Giuseppe Moffa – Terribilmente démodé (Workin’ Label/ IRD, 2015)
Ci vuole una certa temerarietà e pari sfrontatezza ad aprire un disco con un’invocazione mariana salmodiante che sfocia nel gospel, tenere assieme pianoforte e zampogna modificata in una novena devozionale che sposa i ritmi afroamericani: parliamo di “Thank you Lord for givin’ us Madonna di Montevergine”, che altrove suonerebbe improbabile, ma che diventa fruttuosa commistione nelle mani del musicista molisano. La verve lirico-satirica si protende in “A ramegne”, brano che dà la cifra compositiva del polistrumentista di Riccia (voce, chitarre, bouzouki, zampogna, fisarmonica, great Highland bagpipe, bufù), delineando quel paesaggio di provincia remota dove si può essere più “ciucci” e meno “cavalli”. Dalla memoria locale arriva una splendida versione della ballata “All’acque all’acque li funtanelle”, tra echi blues, tocchi di hammond e squarci melodici e armonici aperti dalle uilleann pipes dell’ottimo Massimo Giuntini. L’abito bluesy si prende anche la divertente “A stesse storie”, in cui si infila prezioso il mantice di Alessandro D’Alessandro, altro artista dalle vedute ampie. Giuseppe Moffa ama scompigliare le carte, così “Quando” parte con un incipit da orchestrina a pizzico per ritrovarsi tra giri di accordi R&B e manouche. Dallo slow tempo della canzone d’amore tradizionale “A Scalelle” si passa al ritratto con tanto di passaggi orchestrali di“U sceme di paese”, che nelle piccole comunità non è per niente un emarginato, ma è uno dei personaggi più in vista dopo il sindaco, il prete e il maresciallo dei carabinieri.  Melodia partenopea imprestata al racconto di dilapidazioni di denaro ne “I tufi”. Fuori tema, ma tutto dentro l’anima compositiva di Moffa è lo strumentale “Anteprima”, partitura per zampogna, che è stratificazione di folk e R&B. Tra i picchi della performance la vincente “A ‘ndò u tempe ‘nge sta”, in cui coesistono ritmo latino e orchestrazione operistica. Si pesca di nuovo nella tradizione meridionale con “U vecchie azzennarelle”, commento ai matrimoni combinati, che nella versione più celebre era parte del repertorio di Matteo Salvatore. L’addio è sulle note carezzevoli di “Ninna nanna”, il cui incipit è offerto dalla cornamusa, che lascia poi lo spazio a voce, chitarra, fisarmonica, pianoforte e archi: su un ritornello tradizionale proveniente da un canto satirico, Spedino ha costruito un’armonizzazione dal piglio malinconico, elaborando un testo drammatico che richiama e riprende liriche provenienti da svariati canti. Con Giuseppe Moffa, ci si compiace di essere terribilmente démodé!


Ciro De Rosa