Gabriella Ghermandi - Atse Tewodros Project (Autoprodotto, 2014)

Pubblicato grazie al crowdfunding, sostenuto dal Circolo Gianni Bosio, “Atse Teodros Project” ha vinto nei mesi scorsi un’edizione del concorso Battle of the Bands, organizzato dall’etichetta World Music Network. Scrittrice e narratrice italofona, Gabriella Ghermandi è un intreccio vivente di storie, destini, memorie, passioni. Nata ad Addis Abeba (nel 1965) da padre italiano, arrivato ai tempi dell’occupazione fascista, e da madre eritrea, Ghermandi si è trasferita in Italia nel 1979. Nella sua produzione letteraria – da sempre scrive in italiano pur provenendo da una famiglia dove il mèlange linguistico era la norma (amarico, italiano, dialetto bolognese e tigrino) – traspare il forte legame con la terra d’origine, soprattutto con la centralità dell’oralità e con la propensione alla metafora che sono inscritte nella cultura tradizionale d’Etiopia. Ghermandi è spinta dalla consapevolezza di essere una portatrice di memoria; di questo enorme portato culturale si nutre il suo bel romanzo “Regina di fiori e di perle” (Donzelli 2007), che percorre cento anni di storia etiope, ma che è anche uno specchio che riflette le deformità del colonialismo italiano, che mette in questione le “nostre” rimozioni di quel passato imperialista. Le parole e le note di Ghermandi sono rivisitazione di accadimenti, racconto di chi si riprende la parola come soggetto storico, mettendo in crisi quell’immaginario comune italiano tanto diffuso sulle non responsabilità coloniali, e neo-coloniali, aggiungiamo pure. È quel paradigma buonista e deresponsabilizzante di cui si compiace l’auto-narrazione nazionale (che rimuove i gas letali comandati dal criminale di guerra Badoglio, i massacri perpetrati dopo l’attentato al fascista Graziani – altro carnefice di guerra – che portò anche all’eliminazione fisica dei bardi tradizionali, che dimentica le nefandezze nei confronti delle popolazioni slave, e perché no, giunge fino ai giorni nostri dalle parti della Mesopotamia e dell’Oceano Indiano). 
Tutto questo nonostante che in ambito accademico sul passato coloniale si sia detto e fatto tanto grazie a Del Boca, Rochat e Triulzi, solo per citare alcuni degli storici, che per primi hanno aperto la mente e le coscienze rispetto a un passato che tarda a diventare patrimonio comune riconosciuto e condiviso. Gabriella Ghermandi fa parte di quelle voci di autrici italofone provenienti dalle ex-colonie che “prendono di petto la storia” (per citare un’altra voce post-coloniale, come la somala Igiaba Scego). Se da un lato in “Regina di fiori e di perle” c’è la rivendicazione di una presa di coscienza collettiva di ciò che ha significato per la gente comune etiope il colonialismo, dall’altra c’è la volontà di edificare un percorso di pace, da conseguire mediante “un patto di memoria” che esalti la soggettività, l’identità di ciascun individuo in qualità di cittadino, piuttosto che un’identità collettiva da contrapporre ad altre. Come arriva una scrittrice a fare un CD musicale è presto detto. In un’intervista raccolta da Marco Boccitto (“Alias”, 19/7/2014), Ghermandi spiega «Nella terra in cui sono nata si racconta scrivendo, narrando e cantando quindi il canto è solo una diversa forma di narrazione». Nel romanzo, la piccola Mahlet, come l’è stato richiesto da quelli che li hanno combattuti, promette di andare nella terra degli italiani a raccontare... Ghermandi lo fa con la parola narrata e cantata. Nelle note di presentazione del progetto musicale l’autrice rammenta i suoi crocevia musicali e culturali. Lei giovane cresciuta in un mondo misto di suoni: etiopi, italiani, congolesi, indiani. Accanto al negozio di abbigliamento della mamma, nella strada principale del quartiere Piassa di Addis, c’era un negozio di musica gestito da una signora greca con strumenti, giradischi e vinili. Lì ha conosciuto i Beatles, Zorba e il rebetico. Lungo il tragitto per casa ascoltava il canto degli Azmari, i cantori. Alla radio ascoltava musica etiope, quando non c’era il padre che non la sopportava. «Ma noi l’amavamo. E ballavamo con le mie amiche del quartiere. Alla musica etiope, si aggiungevano Modugno, tanto amato da mio padre, il Banco del Mutuo Soccorso, la PFM e Battisti, musica amata dai compagni italiani di scuola, la musica congolese della nostra amica Gerarldine, la musica indiana dei vicini del Kashmir... Infine c’erano i canti di guerra. Allora non mi piacevano. Non li capivo. Andavo alle parate delle ricorrenze della vittoria di Adwa e della liberazione dall’impero fascista con le mie cugine per ridere dei gesti dei guerrieri che cantavano i canti di guerra. 
Quando sbarravano gli occhi e brandendo le spade e lo scudo urlavano le loro minacce al nemico. Li trovavo tanto ridicoli. Allora avrei dato del matto a chi mi avesse detto che un giorno li avrei ricordati ripetendo i loro gesti sui palchi dei teatri italiani e del mondo».  Per Ghermandi è arrivato, dunque, il tempo di cantare, cosa che poi fa da sempre nei suoi percorsi di didattica e di scrittura creativa, ma che con “Atse Tewodros Project”, prende il canone, per così dire, dell’ufficialità artistica. Atse Tewodros è Teodoro II, imperatore etiope modernizzatore, tra i primi a mettersi di messo di traverso rispetto ai tentativi di conquista da parte di una potenza europea. Ha combattuto e sconfitto gli inglesi in epoca vittoriana. Tuttavia, l’album non vuole solo rinverdire i fasti di questa pur rilevante e carismatica figura storica, perché, in realtà, Atse Tewodros «è il protagonista di una fiaba del vecchio narratore Abbaba Tesfaye che aveva riempito i sabati mattina della mia infanzia», spiega ancora Ghermandi a Boccitto. Licio Esposito è l’artista che ha realizzato l’immagine di copertina del disco, i cui brani sono firmati da Ghermandi e da Akililu Zewdie (compostiore e arrangiatore di fama internazionale, docente di teoria musicale e di clarino alla Yared School of Music, dell'Università di Addis Abeba). I testi sono di Ghermandi, Akililu Zewdie, Berhanu Gizaw e Inish Hailu. Musicalmente siamo dalle parti dell’ethio jazz, con “kiñit”, le scale tradizionali pentatoniche, che si combinano proficuamente con gli stilemi jazz. A tenere insieme questi canti ispirati alle espressioni di tradizione orale è la voce limpida di Ghermandi. In primo piano sono il flauto washint di Yohanes Afework, il violino monocorde masinqo Endris Hassan, la lira kirar (o krar) suonata da Fasika Hailu e le percussioni di Mesale Legese: parliamo di musicisti di statura internazionale, che suonano nella rinomata Ethio Color Band. 
Non meno aperti sotto il profilo delle musiche del mondo i tre eccellenti musicisti italiani del Reunion Platz Jazz Trio: Michele Giuliani (piano), Marcello Piarulli (basso) e Cesare Pastanella (batteria e percussioni), che con i proventi del crowdfunding (piattaforma Produzioni da basso) si sono recati in Etiopia, suonando e frequentando locali, matrimoni e vita culturale del Paese africano, dove il disco è stato registrato in sessioni dal vivo, e dove è stato realizzato il primo, significativo concerto all’Istituto Italiano di Cultura della capitale etiope nel febbraio 2013. Solitaria la voce di Gabriella apre con la breve “Dink Hona”, nella scala anchihoye, cantando liriche che parlano dell’essere umano e della difficoltà di farsi prossimi. Il testo della title-track, che inizia con una melodia tradizionale, ed è in scala bati minore, uscito dalla penna della cantante e dello studioso Berhanu Gizaw, riprende stilemi di canti patriottici: qui il connubio tra musicisti italiani ed etiopici diventa più serrato. Il flauto e il violino monocorde si prendono la scena negli otto minuti di “Be Kibir” (“Con Onore”), la calda vocalità cementa l’incontro tra moduli tradizionali della rinomata scala ambassel e le armonie occidentali. Il testo descrive la difficoltà del migrare, il fatto che quando si parla di migrazione la realtà non corrisponde mai al sogno. Cresce il ritmo in “Chè Below”, che significa “Vai cavallo”, è un shellela, un canto di guerra. Chiarisce Ghermandi che nei tempi passati ogni guerriero aveva un cavallo con un nome di battaglia. Nel lanciarsi all’attacco, si chiamava il nome del cavallo del proprio condottiero, un nome che inizia sempre con la parola “abba” (padre) seguita da un’altra parola collegata alle qualità del leader. 
Nel brano si nominano tutti i condottieri attraverso il nome del loro cavallo. L’atmosfera cambia, riempendosi di tenerezza con “Mimiye”, la sola canzone d'amore dell’album, dedicata a sua figlia Mahlet, che inizia con una sequenza di ninna nanne tradizionali nelle lingue oromo, wolaytta, tigrigna, silt'è. Segue un’intensa versione per sola voce e piano di “Atse Tewodros part 2”. Ritorna la band al completo in “Hagere Bete”, che è un seqota tradizionale della regione del wollo, nel quale sono mescolate due scale (ti tizita minor e ambassel). Con “Tew Belew”, in bati minore, si ripresentano i moduli di canti di guerra: qui il testo riprende espressioni degli Arbegnoch, i patrioti etiopici, intonavate contro l’esercito italiano. Infine, il gruppo propone una diversa versione di “Be Kibir”. Pur se ha già trovato espressioni lusinghieri da parte di attenti recensori in Italia e all’estero, il CD non ha ancora distribuzione. Sarà inserito sulle piattaforme digitali ma la speranza è che World Music Network possa pubblicarlo per intero. Nel frattempo trovate tutto sul sito www.atsetewodros.org. Noi speriamo di vedere prossimamente lo spettacolo dal vivo sui palchi italiani: sarebbe una scelta musicale e culturale di grande livello, alla quale promoter e organizzatori di festival world music, ma non solo, non dovrebbero rinunciare. 


Ciro De Rosa