Intervista con Francesco De Gregori

Pubblicato lo scorso novembre e già doppio disco di platino, “VivaVoce” è il nuovo album di Francesco De Gregori, il quale ha raccolto ventotto brani del suo songbook, rileggendoli con nuovi arrangiamenti, nati dal lavoro in studio con la sua band, capitanata dallo storico bassista e produttore Guido Guglielminetti. Abbiamo intervistato il cantautore romano, in una pausa del “Vivavoce Tour”, per approfondire insieme a lui le motivazioni alla base di questo nuovo capitolo della sua discografia, soffermandoci sulla genesi e le varie fasi realizzative, per spaziare poi alla serie di concerti che stanno raccogliendo grande successo in tutta Italia e culmineranno con una serata speciale all’Arena di Verona per celebrare i quarant’anni di “Rimmel”. Da ultimo, non poteva mancare un accenno al suo stretto rapporto con la musica tradizionale italiana, e a quello con Bob Dylan, con il quale si esibirà sullo stesso palco il prossimo 1 Luglio a Lucca. 

“Vivavoce” ha raccolto grandi consensi, conquistando il doppio disco di platino. Com’è nata l’idea di riproporre in studio alcuni brani del tuo repertorio, anche alla luce della tua concezione dei concerti come un continuo work in progress?
Sono partito proprio dalla differenza tra un disco dal vivo ed un disco in studio, perché questa idea che la canzone fosse continuamente rivisitabile e continuamente rinnovabile ce l’ho sempre avuta. La cura di un disco in studio, però, è diversa da quella di un live. Anche se si pubblicano dischi dal vivo, comunque rimane qualcosa di molto temporalizzato, relativa ad un giorno e ad una esecuzione. In “VivaVoce” ho voluto dare una forma ufficiale a questo cambiamento, laddove per ufficiale intendo che entrasse nella mia discografia in studio e che contemporaneamente prevedesse una maggior cura per l’aspetto sonoro. Chiaramente dal vivo si lasciano delle cose che non dico siano sbagliate musicalmente parlando, ma buttate giù in modo più arrembante, questo è il loro fascino, la loro bellezza. 
Un disco in studio ha un senso diverso anche dal punto di vista sonoro. Alla base di questo album ci sono, però, anche delle motivazioni collaterali. Una, in particolare, è che nel periodo in cui è stato registrato non volevo fare altri concerti, perché ne stavo facendo troppi, correndo il rischio di saturare il mercato. Allo stesso tempo non volevo smettere di suonare, e quindi piuttosto che stare a casa a non fare nulla, ho chiesto alla band di andare in studio per lavorare a queste canzoni. Era un’idea che avevo da tanto tempo, e avevamo un anno libero avanti senza concerti, per poterci divertirci a fare questi brani in studio. C’era anche il desiderio di riportare alle orecchie delle pubblico delle canzoni che non avevano avuto il successo che avrebbero meritato, ma che a me piacevano molto e che nelle serate ricevevano grandi appalusi come nel caso di “Panorama di Betlemme” o “Un Guanto”. Così, ho pensato di rimetterle su disco e vedere se rilanciandole potesse servire a qualcosa. Il motivo centrale è, insomma, quello di testimoniare con una ribattuta forte in studio la vitalità delle canzoni. All’inizio mi chiedevano cosa stessi facendo, e rispondevo semplicemente che stavo incidendo delle cover di me stesso. Un po’ faceva ridere, un po’ era sostanzialmente vera, perché quando si fa una cover di un brano di un altro, non cerchi mai di farla uguale in quanto non avrebbe senso. Ad esempio Vasco Rossi quando ha riletto “Generale”, giustamente l’ha fatta a modo suo, oppure I Ricchi e Poveri, anni fa, quando fecero una cover de “La Donna Cannone”, la riproposero secondo il loro approccio e con il loro suono pop. Il senso della cover è reinterpretare il brano come i Sex Pistols riproposero a loro modo “My Way”. Io ho riletto i miei brani con l’estraneità che può avere il suo autore dopo trenta o quarant’anni che l’ha scritta. Parlo di un estraneità buona, non cattiva. Se riprendo oggi “Alice” non mi viene di suonarla come l’ho suonata nel 1971, nel 1972.     

“VivaVoce” è stato anche un tentativo di raggiungere un pubblico diverso…
Certamente, ma non era nelle mie previsioni. Non avevo idea che il disco potesse avere questo successo. Pensavo che sarebbe andato bene, ma non più di tanto. Certo ai concerti, anche nei periodi in cui facevo meno biglietti, vedevo che c’era una percentuale di pubblico di gente molto giovane che variava a seconda dei posti in cui suonavo. Avevo la sensazione che ci fosse un pubblico nuovo a seguirmi, e che non era quello dei miei correligionari, di quelli legati alla figura del cantautore, o di quelli della mia generazione. 
Ho cercato di capire come mai ci fossero dei giovanissimi che non avevano nessun motivo particolare per conoscere De Gregori, perché la radio non passava le canzoni, di dischi non ne vendevo più come una volta, e mi chiedevo come facessero a sapere che esistessi. Così con il mio management ho insistito molto a fare un tour nei club di tutta Italia, e sebbene non ci credessero più di tanto in questo progetto, e per farmi un piacere, mi hanno accontentato. Poi in qualche modo si sono dovuti ricredere, perché veniva molta gente, anche se erano posti piccoli da ottocento, massimo mille persone. Facevamo sempre tutto esaurito come nel caso del The Place a Roma. Anche in quel caso c’erano molti giovani, perché avevo imposto un biglietto molto basso e questo aiuta molto. Certo, se un biglietto costa sessanta euro è difficile avere un pubblico di giovani, viceversa se costa venti la probabilità che possano farci un salto è più alta. Sotto sotto con “VivaVoce” avevo capito potesse essere interessante anche per i più giovani. Posso piacere o meno perché sono un cantautore e non un rapper o un rocker, ma era l’occasione giusta per far sentire che, nel bene e nel male, sono uno che fa musica oggi nella contemporaneità.

“VivaVoce” è una fotografia del tuo percorso artistico visto nella sua complessità. Un esempio è “La ragazza e la miniera” con Ambrogio Sparagna, che riprende il meraviglioso progetto “Vola Vola Vola”…
C’è una citazione forte di tutto quello che è stato il mio prelievo dalla musica popolare italiana. A parte “La ragazza e la miniera”, dove c’è voluto appositamente Ambrogio Sparagna per quell’arrangiamento, ma c’è anche “Stelutis Alpinis”, che è un altro brano di derivazione folk. Hai certamente ragione nel definirlo un disco complesso, perché emergono le tante derivazioni della mia carriera, da Bob Dylan a Caterina Bueno, dai canti friulani a certi innamoramenti para-jazzistici come nel caso di “Natale”.

Poi c’è la citazione di “Come è profondo il mare” di Lucio Dalla in “Santa Lucia”…
Quella citazione è qualcosa a cui tengo molto, e tutte le volte che eseguo “Santa Lucia” dal vivo aggiungo sempre quella frase finale. Era una delle mie canzoni che piacevano di più a Lucio Dalla, mentre del suo repertorio a me piaceva proprio “Come è profondo il mare”, che tra i brani che abbiamo eseguito nell’ultimo tour insieme, era quello che mi emozionava di più. Quando Lucio è morto, in tanti mi hanno perseguitato dicendo che dovevo andare al funerale, che avrei dovuto fare una dichiarazione, ma io non ho avuto voglia di espormi più di tanto in quel clima di celebrazione. Qualche mese dopo la morte di Lucio, mi trovavo a Recanati per Musicultura, dove dovevo suonare sette brani in acustico. Eravamo in tre o quattro, con me c’erano sicuramente il tastierista e il chitarrista del mio gruppo, e mi ero seduto al pianoforte per provare “Santa Lucia” che rientrava in quella dimensione più acustica, ed alla fine mi è venuto spontaneo attaccarci questa citazione di Lucio, così ho deciso di tenerlo.

Tra i brani più coinvolgenti di “VivaVoce” c’è la bella versione di “Il ‘56”….
Molti brani in “VivaVoce” sono nati semplicemente dal piacere di suonare insieme. Come dicevo, una delle esigenze che avevamo era quella di continuare a fare musica, senza fare serate, e così ci siamo presi la libertà di suonare con calma, senza pressioni e senza obblighi. L’arrangiamento de “Il 56” nasce proprio in questo contesto. Ricorda un po’ “Crocodrile rock” di Elton John, che è stato uno dei miei ascolti dell’adolescenza, e Antonello Venditti che era innamorato della sua musica e mi faceva ascoltare sempre le sue canzoni. Ricordo il 45 giri con “Crocodrile rock” un brano che rimandava a certe cose degl’anni Sessanta come “Speedy Gonzales” (canta un accenno della melodia) che i più giovani non ricorderanno, e che sul retro aveva  “Daniel”, un brano lento che a me piaceva molto. Abbiamo ripreso un po’ quell’approccio, fatto di coretti, chitarre, e devo dire che ci siamo divertiti moltissimo.

Guido Guglielminetti, “Il Capobanda”, ha realizzato una produzione eccellente…
“Il Capobanda” ci rimette in riga quando andiamo un po’ troppo fuori il sentiero.  Io lo chiamo “il maremmano” come il pastore maremmano perché ci fa da guardia. Guido Guglielminetti ha gusto, sensibilità e molto senso della misura. Ci conosciamo da molti anni, e ci capiamo con un’occhiata. A parte il ruolo di Guido che è fondamentale, importanti sono anche gli altri musicisti della band, tanto il nucleo storico, ovvero Paolo Giovenchi, e Lucio Bardi che è il musicista dall’anzianità maggiore avendo cominciato a suonare con me trent’anni fa, quanto gli ultimi arrivati che sono i fiati con cui sono in tour adesso. Sono tre ragazzi di Roma bravissimi. I musicisti che suonano con me non sono semplicemente un gruppo che accompagna un cantautore, ma siamo una band con uno che canta e scrive le canzoni. 

I fiati sono protagonisti del “VivaVoce Tour”...
All’inizio questa sezione di fiati l’ho usata in sala per l’ultimo disco per suonare “La ragazza del 95” e quindi in quell’occasione ho avuto modo di conoscerli meglio. Poi dopo abbiamo cominciato a suonare insieme anche altri brani, e ho capito che la cosa mi divertiva. Suonavo con loro i brani più ritmici, ma poi abbiamo pensato di inserirli anche in quelli più lenti, usando i fiati come fossero archi. Loro si sono entusiasmati a questa idea, e il loro ruolo nella scaletta è cresciuto man mano. Prima suonavamo insieme sei brani, poi otto, e adesso siamo quasi a quindici. In certi casi sono utili a sostituire gli archi, o il suo delle tastiere che non ho mai amato perché troppo artificiale, ma che ho dovuto usare in mancanza di altro. Adesso certi sfondi, certi tappeti sonori li facciamo con i fiati.

Il tour culminerà con il concerto all’Arena di Verona per il quarantennale di “Rimmel”, nel quale al tuo fianco ci saranno diversi ospiti…
E’ la prima volta che festeggio il compleanno di “Rimmel”. Certo avrei potuto festeggiare il trentennale, ma non mi è venuto in mente. In qualche modo ha stupito anche me il concepire una celebrazione per questo disco, però l’ho pensata come una festa di compleanno, dove arrivano un po’ tutti, non solo i correligionari come dicevo prima, i consanguinei, i parenti, i fratelli, le zie, i cugini, ma anche gli amici. Una festa vera incasinata, dove arrivano tutti, compreso qualche imbucato, ovvero quei musicisti che hanno un percorso, o una storia completamente diversa dalla mia, ma che mi stimano e che io stesso stimo, come Fedez, o Caparezza. La cosa mi diverte musicalmente perché verranno fuori dei suoni strani, nel pieno rispetto di “Rimmel” che non verrà stravolto, ma lo suoneranno anche persone che con questo disco c’entrano poco. Sarà forse strano vederli vicini a De Gregori, ma tra noi c’è un bel rapporto, loro mi conoscono e gli piace quello che faccio. 

Tra le novità di quest’anno c’è l’audio libro “America” di Franz Kafka per il quale hai prestato tu la voce…
L’idea dell’audiolibro mi incuriosì molto quando, due anni fa, mi chiesero di realizzare “Cuore di tenebra” di Conrad. Gli editori che li pubblicano sono molto coraggiosi, perché gli audiolibri non hanno un grande mercato, e non ti consentono di diventare ricco. Tuttavia ritengo siano molto utili dal punto di vista culturale, non solo  per coloro che hanno problemi di lettura perché non ci vedono più, come mio padre che da anziano si affidava agli audiolibri, ma ho scoperto che molta gente li ascolta mentre guida la macchina, o mentre mette un quadro in casa. Il più recente “America” di Franz Kafka, ho suggerito io di farlo, perché è un romanzo che mi era piaciuto molto quando lo lessi la prima volta da ragazzo, e poi l’ho riletto altre volte. E’ considerato un libro minore, forse quello meno kafkiano. Costava poco farlo e personalmente ci tenevo molto.

Dall’audiolibro passiamo a due recentissime pubblicazioni che ti riguardano, ovvero “Mi puoi leggere fino a tardi”, il volume biografico di Ernico Deregibus, e il libro fotografico “Guarda che non sono io”. Due progetti editoriali che, se vogliamo, si completano a vicenda…
Sono due bei libri. “Mi puoi leggere fino a tardi” di Deregibus è sicuramente un buon ritratto di quella che è stata la mia vita professionale, e in larga parte mi ci sono ritrovato a pieno. Alcune cose sono un po’ diverse, ma su un paio di punti marginali. Per altro l’ho anche chiamato al telefono per dirgli che se in futuro uscisse una terza edizione, dovrebbe correggerle, ma il libro è molto federe e fa uscire quello che sono io come ritratto umano, con i lati buoni e quelli cattivi. Deregibus è stato anche troppo buono, e un po’ mi fa venire diverso da come sono in realtà. Invece il libro di Arianti è fondamentalmente fotografico, e nasce dalla sua passione per la fotografia. Lui è il mio tastierista, ed è praticamente una vita che suona con me,  avendo mosso i primi passi nel gruppo quando aveva diciassette anni, infatti ancora lo chiamiamo il ragazzino. Lui aveva cominciato a farmi fotografie già dieci anni fa, quindi ad un certo punto mi ha chiesto: “Capo, vorrei fare un libro su di te, che ne pensi?”- Io ho risposto semplicemente: “Fallo, facciamolo”. E’ un libro nato in famiglia, e ho accettato perché lo ha fatto lui, se me lo avesse proposto un altro non avrei accettato. Mi sono affezionato al progetto, e sono contento perché è venuto molto bene, ed ha avuto un buon successo. 

Una delle tue grandi passioni come noto è Bob Dylan, ed anche in “VivaVoce” ne troviamo traccia. Suonerete sullo stesso palco a Lucca…
L’unica cosa sicura è che il 1 luglio ci sarà un concerto al Summer Festival di Lucca, dove la prima parte la farò io e la seconda Bob Dylan. Questo non vuol dire assolutamente che io e lui ci incontreremo. Può darsi che non ci sarà nemmeno l’occasione di vedersi, perché lui è molto riservato. Magari arriva all’ultimo momento, sale sul palco, suona e va via. 
Non è detto che lo veda nemmeno nei camerini. Del resto anch’io non farò nulla per sollecitare l’incontro, rispettando la sua riservatezza non mi va di rompergli le scatole. E’ fuori discussione che possa esserci un duetto sul palco, perché non ci sarà e probabilmente non ci potrà mai essere.  Questa è una cosa che bisogna chiarire subito, perché la gente si aspetta che due persone, mai incontratesi prima sul palco, suonino una canzone insieme. Anche per fare un duetto è necessario fare delle prove. 

So che hai in animo di realizzare un disco con le traduzioni di alcuni brani di Bob Dylan…
Ho cominciato a tradurre Bob Dylan quando feci “Desolation Row” nel 1970 della quale Fabrizio De Andrè si innamorò e la rifinì in qualche modo incidendola in “Canzoni”. Tra l’altro quella fu la prima volta che entrai in uno studio di registrazione perché Fabrizio volle chiamare me a suonare la chitarra e l’armonica. Poi in seguito ho tradotto “If You See Her Say Hallo”, e “I Shall Be Released”. A volte mi diverto all’idea di realizzare un disco di traduzioni di Bob Dylan, ma non è all’orizzonte.

Concludendo, ci puoi parlare del tuo rapporto con la musica popolare italiana?
E’ un amore che c’è sempre stato. Ho cominciato a suonare al Folkstudio e questo la dice tutta. Ho conosciuto di persona i più grandi interpreti della musica popolare italiana, e questo ha lasciato una traccia indelebile in me. In parte alcuni continuo a frequentarli come nel caso di Giovanna Marini, o Ambrogio Sparagna. Vivo anche in quel mondo…


(a cura di) Silvia Viglietti e Alessandro Arianti, Francesco De Gregori. Guarda che non sono io, SVpress 2014, pp. 235, Euro 28,00


Salvatore Esposito

Un ringraziamento particolare a Luigi "Grechi" De Gregori per la preziosa collaborazione