Luca Rossi - Pulcinella Love (Autoprodotto, 2015)

Luca Rossi è un artista che aggiunge al panorama musicale italiano una nuova visione - aggraziata e raffinata - delle tradizioni espressive campane. Nel suo primo album “Pulecenella Love” racchiude dodici tracce profonde e delicate, sebbene cucite insieme da uno stile energico, disegnato con il suo strumento prediletto, il tamburo a cornice, che Rossi suona attraverso tecniche ed esecuzioni differenti. Se si considera come opera prima, l’album è un ottimo lavoro. Da un lato perché riesce - attraverso l’alternanza di brani tradizionali e originali - a far traballare una tradizione spesso troppo cristallizzata, anche quando si affida o evoca una forma canzone tradizionale (per questo basta ascoltare “La candela”, brano in cui compare Teresa De Sio, caratterizzato da una melodia eterea, da voci sussurrate e dalla linea melodica lunga, estesa, stirata, di un violino struggente e ammaliante). Dall’altro lato perché la voce di Rossi è profonda, ricca di sfumature (“Sul’ a tte”), e il suono che ha costruito riflette non solo un’esperienza ricca e articolata (fatta di studio, di scrittura, di teatro, di collaborazioni con i grandi nomi della tradizione campana e non solo: da Enzo Avitabile, Orchestra Popolare Campana e Eugenio Bennato, fino ai Tambours du Mediterraneè), ma anche la capacità di selezionare gli elementi più forti della tradizione da cui trae la sua ispirazione. “Vatt e sona” è uno dei brani più rappresentativi di questa forma di produzione. Si tratta di una tammurriata molto tesa, nella quale - oltre all’intervento “radicante” di Marcello Colasurdo - Rossi riesce a definire il nuovo profilo di una musica piena di riflessi. Nel quadro della quale la tammurriata non evoca in modo esclusivo il mondo popolare, le scene affannate dei rituali contadini, dei drammi devozionali, ma si trasfigura in una forma elasticizzata, ispessita da una costruzione musicale ricca e contemporanea. La stessa voce/presenza di Colasurdo - che qui assume un evidente significato simbolico - si arricchisce, dentro un quadro sonoro così dinamico, e assume un significato nuovo. Un quadro definito, anche in corrispondenza della sospensione dell’andamento del brano in cui si inserisce lo storico cantante di Pomigliano d’Arco, dallo spettro sonoro del tamburo di Rossi, percosso in modo da produrre un beat variabile ma continuo. Il brano migliore è “La serenata”, nel quale Rossi si libera di tutto, strilla e bisbiglia, canta come se fosse per strada, riducendo tutto alla voce, alla sensazione, a un momento solo, a un suono necessariamente asfissiato dalla voce, dal dialogo. D’altronde - e questo si può comprendere man mano che si entra in confidenza con la visione di Rossi - la voce (e non solo il tamburo a cornice) in questo disco ha un ruolo centrale. Scorrendo tutte le tracce ci si rende conto che è lo strumento più variabile, al quale si chiede, prima degli altri (il violino, il pianoforte), di riflettere il carattere dinamico dell’album. Non sarà un caso se la title track “Pulecenella Love”, posta in chiusura, è un racconto raccontato. C’è una linea melodica delicata e reiterata al pianoforte (con poche variazioni), e un battito soffuso di tamburo che si protrae fino alla fine. Ma accompagnano. Sostengono la versione del Pulcinella di Rossi, la visione di una maschera nera irriducibilmente contraddittoria: "Troppa capa e poc’ cor e se mor, se mor senz’ ammore”. 


Daniele Cestellini