Domo Emigrantes – Kolymbetra (Autoprodotto, 2015)

“Kolymbetra” è il tiolo del secondo album dei Domo Emigrantes, formazione “world” senza fronzoli, che guarda, con buona competenza tecnica, alle espressioni sonore mediterranee. Mediterranee nel senso più ampio possibile. Cioè in quel senso che contiene non solo il riferimento ai suoni e agli strumenti di un bacino grande e dai contorni mutevoli, di un’area su cui convergono tradizioni musicali differenti. Ma che contiene anche tutte quelle immagini e immaginazioni che lo distinguono nelle retoriche di rappresentazione e di promozione musicale storicamente connesse alla world music. Un’area, un luogo e, quindi, un’idea complessa per definizione. Sulla quale, a mio modo di vedere, sul piano musicale si è investito troppo (se così si può dire), anche se in alcuni casi le soluzioni che si propongono sono interessanti e, in pochi casi, orientate da intuizioni inaspettate. I Domo Emigrantes rientrano in questi pochi casi. Soprattutto perché (e qui mi porto molto avanti con l’interpretazione del loro linguaggio), se escludiamo qualche riflessione con cui hanno introdotto il loro nuovo lavoro, hanno cercato di liberarsi del peso della “retorica del Mediterraneo”. Un peso che è lì sospeso e rischia sempre di cadere addosso a chi imbraccia un bouzouki, un liuto, un mandolino e li mette insieme per raccontare in dialetto la sua idea di mescolanza musicale, di contaminazione, di innovazione. Il loro punto di vista riesce a svincolarsi dall’olografia, dal “romanticismo del Mediterraneo”, attraverso un buon grado di alternanza di stili e, soprattutto, una strumentazione differenziata. Che include, oltre agli strumenti già citati, violino, fisarmonica, zampogna a paro, flauto a paro, saz, baglama, organetto. Strumenti che, allo stesso tempo in cui connettono il combo a uno scenario più “etnomusicale”, producono una musica più nuova, più “libera”, più “emancipata”. E, di riflesso, rendono la band più libera di sperimentare cose nuove: saltando da una zona a un’altra, da una timbrica a un’altra, da una voce a un’altra, da un tema a un altro. Allora, proviamo a entrare meglio in questo apparente paradosso: cos’è che “alleggerisce” di questo peso la produzione della band? Io dico che è la prospettiva, cioè il modo e la distanza da cui guarda le espressioni musicali a cui si ispira e che ripropone (l’album contiene dodici brani, di cui alcuni tradizionali sia nel testo che nella musica, altri solo “in parte” tradizionali, oltre a una piacevole versione di “Lu me paisi” di Tony Cucchiara). I Domo vivono in un contesto culturale differente da quello che ha prodotto le musiche che ripropongono. Molti di loro hanno origini “mediterranee” ma la musica che hanno assemblato rimanda fin da subito a un’idea, a una rappresentazione, a un’emozione. Si tratta di riproduzione – sebbene evidentemente partecipata, attraverso un processo di indagine, di studio, di analisi, di trasformazione – e quindi di sperimentazione. In questo spazio prendono forma i brani profondi ed equilibrati che compongono “Kolymbetra”. Brani nei quali si può riconoscere la passione per un repertorio e per i generi attraverso i quali questo si può esprimere (dalla “pizzica” alla “stridda”), e il linguaggio adatto alla loro divulgazione. 


Daniele Cestellini