Piers Faccini & Vincent Segal - Songs Of Time Lost (No Format, 2014)

"Songs Of Time Lost", il disco nato dall’incontro tra il cantautore e chitarrista italo-inglese Piers Faccini e il violoncellista francese Vincent Segal, ci colpisce soprattutto perché riesce ad accogliere, in un suono caldo, semplice e profondo, numerose sovrapposizioni. Sovrapposizioni di stili, di provenienze e di interpretazioni di un repertorio vario, che comprende alcuni classici della tradizione musicale napoletana (“Cicirinella”, “Dicitencello vuje”, “Villanella di cenerentola”, “Jesce sole”), brani ripescati nei canzonieri di artisti straordinari e da molti dimenticati (come “Quicksilver daydreams of Maria” del cantautore statunitense Townes Van Zandt) e brani di tradizioni musicali internazionali (come “The snows they melt the soonest”, tradizionale inglese che i Pentangle hanno inserito nel disco "Solomon’s Seal" del 1972). Si tratta di un disco in cui i due artisti - che hanno storie differenti e indipendenti, anche se il loro incontro sintetizza una musica in un certo senso sperimentale, i cui esiti lasciano aperte molte soluzioni sia sul piano timbrico che esecutivo - si confrontano con una musica pregna di melodia, “semplificata” e suonata con soli due strumenti, “ampliata” nella forma di un racconto coerente, di un resoconto intimo, che incede dentro un ritmo costante e un timbro acustico che si configura come il filo rosso di tutto il disco. I tredici brani, se da un lato presentano una sonorità immediatamente riconoscibile, un’atmosfera morbida e rarefatta che ci accarezza a ogni passo - con il violoncello che segna un’armonia sognante, si allontana mentre sorregge gli arpeggi della chitarra e ritorna spesso in alternanza alla voce - dall’altro lato ci introducono, con una maestria quasi tattile, in uno scorcio “slow-core” molto piacevole e trascinante. In un certo senso, in aggiunta agli elementi che abbiamo anticipato, l’andamento complessivo del disco - che si sviluppa sull’interazione dei pizzichi ritmici delle corde dei due strumenti - è il fattore più interessante. Un andamento che deforma, dentro una visione equilibrata che unisce tutta la scaletta, brani che mantengono un carattere e una matrice riconoscibili. Probabilmente la bravura di questi due musicisti - che si sono incontrati a Parigi e hanno registrato l’album dal vivo alle Cevenne, nella Francia centro-settentrionale - risiede proprio in questo. Nell’aver individuato, cioè, lo spazio necessario in cui inserire una lavorazione, una metodologia, che potesse caratterizzare un repertorio eterogeneo e, allo stesso tempo, lasciasse un respiro originario, determinante e rappresentativo dell’ispirazione che ha dato per prima la forma ai singoli brani. In questo quadro emergono tutte le influenze degli autori e le esperienze che li hanno portati a confrontarsi: Faccini - che vanta una ricca discografia come solista e un’esperienza come produttore e compositore di musiche per film - ha collaborato con avari artisti della scena internazionale, tra i quali Ibrahim Maalouf, il Canzoniere Grecanico Salentino, Nibs van der Spuy, Adama Yalomba. Vincent Segal - che ha all’attivo una ricca produzione discografica con il duo Bumcello, formato con Cyril Atef - può vantare collaborazioni con nomi importanti della scena musicale world, come Cesaria Evora e Ballake Sissoko (con quest’ultimo ha pubblicato Chambers Music, un disco del 2009, registrato a Bamako, che ha ricevuto consensi molto positivi dalla critica internazionale). I brani che dimostrano queste ampie convergenze e sovrapposizioni sono molti. “Make me a pallet on your floor”, però, è quello che riesce meglio a unire ottima melodia, andamento sicuro e ritmato, arrangiamento piacevole e cantabile. Il brano è un classico della tradizione folk-blues americana, divenuto famoso grazie a Mississippi John Hurt, che ne ha registrato una versione negli anni venti. Nell’interpretazione del duo è rimasta la linea di chitarra che richiama un fingerstyle blueseggiante (sorretto dal pizzico del violoncello), sovrapposto a una linea vocale quasi sussurrata. Ciò che rompe il flusso è il tema del violoncello, fluido, malinconico e stridente, che si propone come intermezzo musicale a metà del brano, per poi tornare più deciso e lineare in chiusura.


Daniele Cestellini