Leonard Cohen - Popular Problems (Columbia, 2014)

Voce, lentezza, solenne profondità. In queste parole è sintetizzabile “Popular Problems”, nuovo disco di Leonard Cohen, che giunge a due anni di distanza dall’ottimo “Old Ideas”. Il formato delle canzoni è stranamente sempre più vicino ad un’ idea di talkin’ blues dylaniano. Mettete da parte il fatto che il titolare della poltrona di produttore artistico sia Patrick Leonard, noto ai più per le produzioni stilish di Madonna, in queste nove canzoni quello che conta è la poesia, ed il messaggio racchiuso in esse. La voce quasi recitate di Cohen si muove attraverso le trame sonore con autorità, imprimendo ad ogni verso spessore e fascino, senza bisogno di movimenti melodici, che finirebbero solo di inficiarne il peso. E’ la voce di un uomo che racconta se stesso con poetica crudezza, e non sorprende che anche gli arrangiamenti finiscano per passare in secondo piano. Nelle canzoni di “Popula Problems” la musica è come la cornice in un quadro di Van Gogh, e ad ogni ascolto ci si immerge nella stessa introspezione esistenziale, che nasce dall’esercizio di ammirazione de “La Notte Stellata”. Si entra in un mondo in cui le cui regole sono dettate da un sacerdote laico che decide come e quando si gioca. Nessuno può intervenire, ma è Cohen a liberare tutti. Libera i poco convinti, e i troppo sensibili che si fanno influenzare dalle richieste del mercato, perdendo di vista l’unica missione vera: quella di essere umani. “Popular Problems” è un disco splendido, assolutamente fuori da ogni calcolo perché la bellezza non conosce quantificazioni. La bellezza è aver realizzato tredici album, tredici mondi che stanno in piedi come fortezze di sogni, come lievi e suadenti costruzioni fatte di soffi d’aria e cappelli, copertine che sembrano photoshoppate e dischi che vale la pena comprare. Questo è uno di quei disco da acquistare, e conservare gelosamente. “Almost like the blues”. Implacabile.


Antonio "Rigo" Righetti