Anansy Cissé - Mali Overdrive (Riverboat Records/ World Music Network, 2014)

"Mali Overdrive" è il titolo di un album innovativo, piacevolmente scarno nello spettro sonoro e strutturato in modo da reggere, in un equilibrio fascinoso, una rete strumentale semplice (corde e percussioni), alla quale si intreccia una chitarra elettrica morbida e fluente. L’autore è Anansy Cissé, un giovane chitarrista maliano, con il quale collabora Philippe Sanmiguel, che ne ha curato parte degli arrangiamenti, il missaggio e la produzione. Sembra addirittura che Sanmiguel - il quale attualmente, oltre a essere il suo manager, è il suo percussionista - abbia convinto Cissé a pubblicare in un unico album alcuni dei pezzi che aveva trovato in forma di bozza nel suo computer, poco dopo che avevano iniziato a lavorare insieme in uno studio di fortuna a Bamako. Cissé aveva lavorato ai brani fino a definirne i testi, le melodie e le linee di chitarra, ma aveva pensato di farli eseguire da altri musicisti. Come si può leggere nelle note di presentazione del disco, una volta “convinto” a raccogliere il suo materiale, il chitarrista originario di Diré, città del distretto di Tombouctou sulle rive del Niger, ha radunato un pugno di musicisti, con i quali ha definito il profilo “rough” di Mali Overdrive. Difatti, se in termini generali possiamo dire che l’album riproduce molte delle formule che chi è avvezzo alla musica dell’Africa Occidentale, e in particolare del Mali, ben conosce, dobbiamo anche sottolineare la componente innovativa che, nell’insieme, le dieci tracce di cui è composto rappresentano. In questo quadro, anche se emergono gli elementi più conosciuti e “internazionalizzati” - come, ad esempio, il contrappunto tra le percussioni e la chitarra solista (“Wamassiheme”), il ritmo ciclico e ipnotico, costruito su una timbrica “primitiva” e verosimilmente “desert” (Aïgouna”), lo sviluppo di melodie strumentali evanescenti, anche se reiterate attraverso uno schema che aggiunge elementi con il progredire del brano (“Baala”) - le idee e le soluzioni entro le quali sono raccordati rimandano a una metodologia “a ritroso”. Che cerca la sintesi nell’incastro degli strumenti tradizionali (basilari). Cioè a un’idea strutturalmente blues, nella quale si può riconoscere una tensione sperimentale verso il rumore, il pizzico delle corde e il “tonfo” delle mani sugli strumenti. Un’idea imbastita (a un livello, invece, sovrastrutturale) da un fraseggio filiforme di chitarra. Elettrica, distorta ma mai saturata, né nel timbro né nella melodia (“Fati Ka”). Una chitarra che a volte, addirittura, rimane in secondo piano a elaborare e sorreggere l’armonia del brano. Scorrendo il booklet del disco, si può notare la preminenza di una strumentazione tradizionale, grazie alla quale Cissé è riuscito ad assottigliare - senza, però, impoverirne la costruzione melodica e ritmica, così come gli elementi più evocativi delle espressioni tradizionali cui fa riferimento - la componente più “esotica” del revival chiamato “West African Desert Blues”. In questo processo, oltre che da Philippe Sanmiguel - il quale suona le percussioni e la “calabash”, una zucca essiccata di grandi dimensioni appartenente alla famiglia degli idiofoni, che viene percossa con il palmo della mano e le dita - Anansy è affiancato da strumentisti importanti nel panorama musicale maliano e, in generale, africano. Tra questi vi sono Djimé Sissoko e Oumar Koïta allo “ngoni” - il piccolo cordofono tradizionale strettamente legato alla tradizione griot dell’Africa occidentale -, Abdramane Touré al basso, Mahalmadane Traoré alla calabash, Oumar Konaté alla chitarra acustica e Zoumana Tereta al “soku”, un cordofono composto da una corda e suonato con un arco, originario della regione Wassoulou (nome che indica anche un genere musicale tradizionale) nel sud-est del Mali.


Daniele Cestellini