Neil Young & Crazy Horse, Collisioni Festival 2014, Barolo (Cn), 21 Luglio 2014

Dopo qualche giro di riff e di accompagnamento, eccola – arriva - puntuale, precisa, tagliente, una sferzata, come il fulmine di qualche minuto prima caduto sulle Langhe circostanti. E’ la nota “mordente”, l’inizio dell’ennesima cavalcata dei Crazy Horse (con Frank Sampedro alla chitarra ritmica e alla maglietta fuckin up e Ralph Molina alla batteria da sempre con berretto da baseball) , stavolta senza Talbot ma con il solidissimo quanto taciturno Rick Rosas al basso. Quella nota che per i teorici dello strumento è correttamente un abbellimento ma, per il Canadese, trasformato furiosamente in “stile”. Quella nota lancinante sulle battute iniziali di “Love and Only Love” che lascia presagire il muro sonoro che ci attenderà per le seguenti due ore. Dopo un quarto d’ora si passa al secondo brano e l’artista tira fuori dal cilindro “Standing In the Light Of Love”, un inedito del 2001 già suonato dal vivo in passato e che probabilmente faceva parte dell’album inedito “Toast” con i Crazy Horse, mai pubblicato; così come la seguente “Goin’Home”, unico scampolo ufficiale e pubblicato su “Are You Passionate?” del 2002. E’ una gioia per i fotografi questo inizio di show. Solo tre canzoni, recita la sicurezza, ma qui i brani vanno oltre la mezzora. Non siamo di fronte a canzoncine pop da due minuti e 59 secondi. Tutti scatenati a “rubare” l’anima dell’Indiano di Hollywood che con il suo Cavallo Pazzo corre assieme al Pellerossa raffigurato, gigante, come logo, sul fondale del palco a dominare il pubblico assiepato come non mai nell’angusta piazza senza vie di fuga. Ma il rock and roll è soprattutto questo e quello che suona Young è puro e non dà respiro. “Days That Used To Be” cita musicalmente passaggi dylaniani molto noti ma l’arrangiamento della coda con tanto di cori femminili, aggiunti per questo tour, fanno diventare un brano nato folk-rock in qualcosa di piu “popolare” ma che non guasta assolutamente. Anzi sorprende. 
Young saluta appena, non di molte parole e dopo qualche frase rivolta a “Woody”, l’Indiano di legno che lo accompagna dal lontano 1973 sui palchi di ogni città, attacca a sorpresa “Living with War” dall’omonimo album del 2006, invettiva e presa di coscienza sulle guerre in Iraq e in Medio Oriente. La drammatica e interminabile guerra tra Palestinesi e Israeliani , riaccesasi recentemente, diventa il filo rosso di una scaletta che a inizio tour aveva sapori diversi, soprattutto dopo la cancellazione del concerto a Tel Aviv, dove il suo personale catalogo permette al Canadese di orientare il tiro su quei brani di denuncia e di sofferenza come tanti altri scritti in occasioni diverse e purtroppo sempre tristemente validi. Ma c’è ancora tanto da bruciare ed è l’amore in “Love To Burn”: ipnotica, con i suoi andirivieni di ritmi e di rarefazioni sonore. Anche questa almeno quindici minuti come la sua gemella iniziale e guarda caso tratte dal medesimo album “Ragged Glory” del 1990. Ancora un’altra sorpresa :”Name Of Love” , ancora un canto di speranza musicalmente concessa di nuovo ai Crazy Horse, che nel controverso tour europeo del 1987 avevano provato ad eseguirla ma con scarsi risultati. Young ci riprova e stavolta , cruda e meno pop di quella pubblicata da CSNY sul loro “American Dream” del 1988, tocca il cuore di tutti i presenti. E’ il momento dell’omaggio ma è pur sempre un seguire il “filo” intrapreso, decisamente pacifista. Ecco “Blowin in The Wind” di Dylan, che da manuale è eseguita alla chitarra acustica e all’armonica. Cantiamo tutti con la speranza che arrivi il vento del cambiamento. “Heart Of Gold”, numero uno del Canadese segue le stesse sorti della celebra ballata dylaniana. Preghiamo per qualche altro numero acustico, magari al piano, posizionato di lato ma niente, rientra la band e si riparte con un altro brivido elettrico, “Barstool Blues”, nella tonalità originale, altissima, in alcuni punti stonata, lacerata proprio come quella di “Zuma”. Certe cose vanno cantate così. Solo così. Al diavolo l’esecuzione “pulitina”, viva gli errori. E’ tutto umano, niente fronzoli o orpelli, nessun effetto ottico, nessuna base pre-registrata. Neil è tutto anima e core, direbbero a Napoli (mi chiedo perché non ha mai suonato al Sud, il nostro pubblico, da quelle parti, lo meriterebbe davvero un artista che non si risparmia mai e che non strizza mai l’occhio alla cose facili da antologia). 
La divertente “Psychedelic Pill” tratta dall’omonimo album del 2012 preannuncia il momento più alto della serata e uno dei canti più belli della scrittura di Young che con la sua chitarra accordata in double dropped D, attacca quella anti-imperialista “Cortez The Killer” che i brividi di tutti presenti ricorderanno per anni, bissando così l’emozione del concerto vissuta l’anno scorso a Roma . E’ un brano dove tutta la poesia e la drammaticità contenute nelle note suonate e non ci fanno fluttuare nel tempo e nella storia. Dove il racconto del sacrificio di esseri umani in nome di un Dio e l’invasione di un popolo fanno pensare a qualcosa scritto qualche giorno fa. E’ la potenza dell’artista che tra i silenzi della ritmica e le voci aggiunte delle due coriste di colore (Dorene Carter and YaDonna West ) lascia il segno su di noi. Anche se avesse suonato solo questo brano saremmo stati contenti ugualmente. E’ talmente “grande” questa canzone che puo’ essere serenamente assurta a “classica” nel senso più bello della parola per le evidenti purezza ed essenzialità. Un inno della chitarra e alla chitarra, ma soprattutto una storia vera , quella degli esseri umani, ancora oggi, legati a pre-concetti e a paure e alle impossibilità e alle necessità di fuggire dal passato e alla incapacità di fare una rivoluzione nuova di pensiero dell’uomo e per l’uomo.
“Rockin in the Free World” diventa così consequenziale, per chiudere il discorso iniziato un’ora e mezza prima. La piazza è scatenata, la band si diverte piu volte a riprendere il ritornello e alla fine dell’ennesimo feedback sparisce dietro le quinte. Riappaiono tutti dopo qualche minuto e Young con una Fender Broadcaster (si, quella che usava durante il Tonight’s The Night tour del 1973) attacca un brano inedito, “Who's Gonna Stand Up And Save The Earth?” dove chiede a tutti chi salverà la Terra e la risposta non può essere che “me e te”. L’ambiente e l’ecologia da sempre (s)oggetti di attenzione del cantautore sono qui di nuovo cantati e urlati, in una veste sonora un po’ inusuale che ricorda alcuni tentativi già presenti su dischi minori (vedi “Fork in the Road”) ma che dal vivo, magicamente col pubblico (ed è questo alla fine il vero intento) funziona. Le magliette nere “Protect” per le donne e “Earth” per gli uomini vengono gratuitamente distribuite all’inizio e per tutta la durata dell’esibizione. Proteggiamo il mondo in cui viviamo ma soprattutto proteggiamo l’amore e le cose in cui crediamo. Continuiamo a proteggere l’artista e la passione perché facendo così salviamo quella sensibilità che puo’ consentirci di guardare gli altri dritti negli occhi. Grazie Neil per ricordarci ogni volta di essere cittadini del mondo. Peace on Earth!!! 


Stefano Frollano
Foto per gentile concessione di Francesco Lucarelli - Tutti i diritti riservati