BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

giovedì 31 luglio 2014

Numero 162 del 31 Luglio 2014

Apriamo il numero di fine luglio di Blogfoolk con un reportage dal Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, che diventa occasione per rileggere anche i dieci anni della manifestazione, e con la recensione del concerto di Herbie Hancock e Wayne Shorter, a Roma. Si prosegue con la rubrica Cantieri Sonori, dedicata a Pietro Paolo e Ignazio Piredda, costruttori di trumbas, raccontati da Paolo Mercurio. Spazio al nostro viaggio in Italia con la reunion degli Agricantus: “Turnari” è il disco che segna il ritorno dello storico gruppo siciliano. Per l’occasione abbiamo intervistato Mario Crispi. Si prosegue facendo tappa nel Lazio, per parlare del “Live dell’Orchestra Bottoni, la spumeggiante orchestra di organetti. Invece, dalla scena nu-folk gallese, vi presentiamo l’indie-folk-trip-hop molto cool dei 9Bach, che è il nostro Consigliato Blogfoolk. La lettura della settimana è “A Sud. Il Racconto Del Lungo Silenzio”, un libro con CD, edito da Squilibri, curato da Giovanni Rinaldi, che nel 1978 registrò uno spettacolo con le parole e le musiche di Matteo Salvatore e la voce di Riccardo Cucciolla, il quale recita poesie e testi di Rocco Scotellaro, Tommaso Fiore ed Ernesto de Martino. Completano il numero un ampio spazio dedicato alla canzone d’autore italiana, con la seconda parte dello speciale Storie di Cantautori, e l’immancabile Taglio Basso di Rigo, che questa settimana non è tenero con Tom Petty & The Heartbreakers. Il nostro ultimo pensiero va al grande Giorgio Gaslini che ci ha lascito qualche giorno fa, l'Italia e la scena jazz mondiale sentiranno la mancanza del suo piano.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


I LUOGHI DELLA MUSICA
CANTIERI SONORI
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, Loano (SV), 20-25 luglio 2014

La mostra con gli scatti di Silvio Massolo e Martin Cervelli
In occasione del decennale, è tempo di riavvolgere la pellicola del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana. Nato come festival di musica popolare da un’idea dell’associazione culturale Compagnia dei Curiosi, sostenuto da un’amministrazione locale che nel discorso delle “radici italiane” traduceva nella pratica la sua politica culturale e identitaria, avvalsosi della consulenza artistica di operatori mediatici a cavallo tra rock, folk e canzone d’autore, il festival della marina del savonese è diventato, anche con il contributo di giornalisti specializzati in world music e tradizioni musicali, una vetrina delle migliori produzioni discografiche – votate, com’è noto, da una autorevole giuria di giornalisti e musicologi – ascrivibili alla riproposta della musica tradizionale italiana dell’anno precedente. Ma non solo, perché il festival loanese è anche luogo di riflessione sul folk e sulle tradizioni musicali, sulla canzone dialettale come sulla documentazione dei materiali etnomusicali; è scenario per showcase, divulgazione etnomusicale e presentazioni di novità discografiche e di pubblicazioni editoriali. Non da ultimo, è fabbrica di produzioni originali: qui ricordiamo il lavoro sul Luigi Tenco “popolare”, di cui è stato realizzato anche il CD “Sulla strada con Tenco”, quello sul repertorio folk di Mimmo Modugno, che ha preceduto le tante celebrazioni-tributi dedicati al cantante di Polignano a Mare. E ancora, il documentario-intervista su Giovanna Marini, in occasione del Premio alla carriera attribuito proprio alla musicista romana. 
Unavantaluna
Quasi tutto il meglio della musica tradizionale italiana è passato a Loano in questi dieci anni. A testimonianza di ciò la bella mostra di pannelli con gli scatti di Silvio Massolo e Martin Cervelli, che in questi giorni si snoda lungo il carruggio principale della cittadina, come a sfogliare le pagine degli highlights e degli artisti di punta di questi dieci anni, che fanno già storia. Insomma, il piccolo, resistente festival non sarà diventato un “brand”, nondimeno oggi è un punto fermo nel circuito della musica italiana di qualità, nonostante accusi una certa difficoltà ad estendere la sua portata e il suo appeal al resto del territorio savonese. Ad ogni modo, i dati parlano chiaro: la rassegna ha “formato” un pubblico (in prevalenza villeggianti adulti, perfino un po’ agée) che segue con passione, gusto, diligenza e perfino entusiasmo le più svariate proposte musicali e divulgative; frequentatori che – lo si è visto quest’anno – non hanno neppure bisogno del nome di grido nella serata conclusiva, sfatando così la paura degli organizzatori del salto nell’ignoto mediatico. C’è un pubblico che prende parte alla manifestazione confidando pienamente nella qualità della proposta artistica. 
Stage di ballettu siciliano con Unavantaluna
Certo, qui come altrove, il festival deve fare i conti con enti locali in difficoltà nel sostenere economicamente la rassegna con le stesse modalità del passato, con sponsor non facili da trovare, con chi pensa che fare musica significhi distribuire un tappeto di tribute band nelle vie principali a fare da juke-box a gente che ciondola per le vie con il bisogno di una colonna sonora in cui riconoscersi mentre addenta kebab e farinate. Una volta per tutte, va detto che il Premio di Loano è un festival culturale, prezioso tra l’altro per tutto il movimento folk in Italia, e non un effimero evento estivo: di questa consistenza nazionale (anche quest’anno la manifestazione ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica) dovranno tenere conto amministratori e patrocinatori, nel dare maggior forza ad una rassegna che ha un ancora un notevole potenziale di richiamo per un pubblico che consuma cultura. Ma ora proviamo a raccontare la decima edizione, che è stata aperta dallo stage di ballettu siciliano, curato da Margherita Badalà, e culminato il 21 luglio con una serata di balli, animata dalla musica live di Unavantaluna in versione quartetto da danza. 
Silvio Peron
Nella stessa serata il trio Senhal (Silvio Peron, Garbriele Ferraro, Gianrenzo Dutto) si è proposto nel suo repertorio di curente e balet occitani. Lo stesso Peron nel pomeriggio aveva proposto, in compagnia di chi scrive, un percorso multimediale nei personaggi del suo magnifico “Eschandihà de vita”, uno dei migliori lavori dello scorso anno per la capacità di Peron di scrivere testi e canzoni servendosi delle strutture della musica tradizionale occitana, coniugando creatività ed appartenenza; nel disco c’è un forte senso del luogo, della memoria, della necessità di narrare piccole grandi storie. Nel secondo incontro pomeridiano si è viaggiato lungo la Penisola da Sud a Nord, identificando alcune delle testimoni e mediatrici della tradizione orale, che hanno attraversato le stagioni del folk revival contribuendo all’affermarsi del canto popolare, divenendone perfino emblemi. Donne che hanno testimoniato le trasformazioni dell’Italia da società contadina e pastorale a paese industrializzato: da Rosa Balistreri a Maria Carta, da Concetta Barra a Caterina Bueno, da Giovanna Daffini a Teresa Viarengo ed altre ancora. Donne che racchiudono in sé memoria e storia del canto popolare, ma che sono anche esempi di dinamicità culturale. Voci “altre” riconosciute come centrali nella trasmissione della cultura popolare e nella sopravvivenza del canto popolare stesso: personalità fondamentali nella storia della ricerca etnomusicologica italiana o esse stesse protagoniste di una stagione di ricerca e di scoperte. Cantanti che hanno dialogato con la cultura cosiddetta alta, sui palcoscenici e nei teatri, nella televisione e nel cinema. La voce duttile di Eleonora Bordonaro, già con l’Orchestra Popolare Italiana e con la Parco della Musica Jazz Orchestra, accompagnata dalla chitarra di Paolo Fontana, musicista di ottima levatura, e dalle annotazioni del sottoscritto, hanno consentito di dare un ringraziamento collettivo alle testimoni della tradizione e della cultura popolare italiana, ma anche a quelle ancora attive, che forniscono insegnamenti alle nuove leve del folk. 

Herbie Hancock & Wayne Shorter, Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, 26 Luglio 2014

Il sodalizio artistico che unisce Herbie Hancock e Wayne Shorter ha radici lontane nel tempo e vanno rintracciate nel lontano 1962, quando Miles Davis volle il pianista nel suo gruppo, al quale ben presto si aggiunse poi Wayne Shorter che con il suo originale approccio al sax aveva impressionato già con il quintetto di Horace Silver e i Jazz Messengers di Art Blakey. Nacque così il leggendario quintetto di Miles Davis, nel quale Shorter ebbe un ruolo determinante sia come compositore che come arrangiatore. Le strade di Hacock e Shorter poi si separarono per ritrovarsi negli anni in diversi progetti come il gruppo VSOP insieme a Ron Carter e Tony Williams negli anni settanta, il Tribute to Miles dopo la morte del trombettista e quel gioiello di minimalismo jazz che è l’album in duo “1+1” del 1997. A distanza di quasi vent’anni da quel disco, Herbie Hancock e Wayne Shorter si sono ritrovati di recente sul palco per un tour in duo, che li ha condotti alla partecipazione ad Umbria Jazz, ed approda alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per suggellarne una delle stagioni più intense dal punto di vista qualitativo. 
A fronte delle attese del pubblico per un concerto, infarcito da standard e classici dei rispettivi repertori, il duo ha proposto qualcosa di completamente diverso, ovvero una serie di lunghe improvvisazioni in cui il jazz è la base di partenza per una ricerca sperimentale senza confini, che arriva a toccare la musica ambient e l’elettronica. Comincia così un viaggio sonoro di grande intensità che parte proprio dalle radici di “1+1” ampliandone gli orizzonti, verso un puro lirismo sonoro, che affascina gli ascoltatori più attenti, e forse delude chi borbotta già dal primo brano, e vinto dalla “troppa difficoltà” abbandona tristemente la platea. Se Hancock al piano regala magie con tessiture melodiche ricercate e raffinatissime, Shorter al sax compie il lavoro di cesellatura, inserendosi qua e là, e ritagliandosi qualche assolo pregevole, che vale il prezzo del biglietto. Durante il concerto i due musicisti si scambiano cenni di intesa, ma lasciano parlare la musica, è questo il linguaggio del loro dialogo sonoro. 
L’ex-Weather Report seduto sul suo sgabello e Hancock che si destreggia tra pianoforte a coda e tastiera, impostando ritmo e melodia, offrono al pubblico la possibilità rara di vederli nel pieno del loro processo creativo, con buona pace di chi si limita ad etichettare questo concerto come freddo sperimentalismo sonoro, e carente di ispirazione. Al contrario sul palco, la fucina sembra sempre caldissima, con Wayne Shorter che addomestica il suo sax imbizzarrito, e Hancock che lo fiancheggia assecondandolo nei momenti in cui è lui a tirare le fila. Il fascino cresce man mano che i due strumentisti proseguono nella loro esplorazione sonora, senza preoccuparsi troppo di quanti abbandonano il campo vinti dalla noia. Insomma, per quanti hanno avuto la pazienza e il coraggio di mettersi in ascolto vero, senza attendersi temi riconoscibili, quello dell’Auditorium è stato un concerto superbo, in cui si è avuto modo di apprezzare tutta la grandezza di Hacock e Shorter, ma soprattutto si è toccato con mano la loro leggendaria capacità di parlarci attraverso la musica. Un evento unico, con l’unica pecca di una parte del pubblico un po’ presenzialista e cialtrona che non ha ripagato in modo degno queste due leggende del jazz. 


Salvatore Esposito

Scacciapensieri in Sardegna, Pietro Paolo e Ignazio Piredda costruttori di trumbas

Pietro Paolo e Ignazio Piredda
Alcuni mesi or sono ho trattato dello scacciapensieri come strumento musicale interculturale a diffusione internazionale (Si veda Scacciapensieri, musica strumentale tra culture e discipline). Un manufatto sonoro che, di volta in volta, richiede di approfondire la conoscenza di ogni artigiano che lo realizza. In Sardegna, Pietro Paolo e Ignazio Piredda sono i costruttori più apprezzati di trumba (denominazione dello scacciapensieri a Dorgali), continuatori di una tradizione familiare tramandata da alcune generazioni. Come fabbri, conoscono bene le caratteristiche che deve possedere la trumba per garantire i migliori risultati in termini di resa sonora. Entrambi i fratelli Piredda sono suonatori e ballerini che negli anni hanno preso parte a distinti Gruppi folk locali. Inoltre, Pietro Paolo suona anche la fisarmonica e le launeddas con il Trio Etnos, del quale fanno parte Cesare Carta e Gian Giacomo Rosu. Ignazio Piredda, invece, si diletta come “cantadore” e chitarrista secondo lo stile logudorese. I due costruttori sono gioviali ma decisamente seri in ambito professionale. Nel loro laboratorio nei giorni di costruzione delle trumbas oltre al tipico odore dei carboni ardenti è possibile ascoltare un continuo sottofondo ritmico di martelli battenti sull’incudine alternati a strofinii di lime e seghetti utilizzati per rifinire telai e linguette. Durante una pausa di lavoro, di fronte a un buon bicchiere di vino, Pietro Paolo e Ignazio Piredda con entusiasmo mi ricordano la loro storia familiare, premettendo che Dorgali (un paese in provincia di Núoro, situato al confine con la Barbagia, la Baronia e l’Ogliastra) è rinomato nell’Isola per la lavorazione dei metalli e dell’oro in particolare. 
Lavorazione del telaio
I loro predecessori iniziarono a essere attivi nei primi decenni del Novecento, specializzandosi nella realizzazione di coltelli, di manufatti in ferro, e, a tempo perso, di strumentini musicali che venivano regalati o venduti durante le feste popolari. In passato, la produzione di trumbas era solo locale. Capostipite familiare è Pietro Piredda, il quale giovinetto inizia a lavorare a bottega imparando il mestiere da un fabbro di Galtellì, sposandone in seguito la figlia. In seguito apre un proprio laboratorio a Dorgali. Suo principale allievo diviene il figlio Antonio, uomo d’ingegno, il quale allarga la produzione specializzandosi nella lavorazione di oggetti artistici al cesello. Dagli anni Sessanta del secolo scorso, diventa allievo di Antonio il figlio Pietro Paolo. In quegli anni aumenta notevolmente la richiesta di trumbas, grazie anche al numero crescente di turisti, che permette nell’Isola l’espansione del settore della pelletteria e, in generale, dell’artigianato. Nei primi anni Settanta, Pietro Paolo riceve la chiamata a militare, pertanto il fratello Ignazio (più giovane di sette anni) prende il suo posto, iniziando ad aiutare professionalmente il padre nelle attività laboratoriali. Antonio Piredda muore prematuramente nel 1978. Da allora i due fratelli portano avanti la produzione di famiglia, tuttavia, già a partire dalla fine degli anni Settanta il grosso della produzione di trumbas sfugge alla lavorazione dei piccoli artigiani, per essere affidato a medie industrie (spesso straniere) che riforniscono, ancora oggi, l’Isola e la Penisola. Dopo essersi sposato, Pietro Paolo Piredda trasferisce a Orosei il proprio laboratorio, continuando la tradizione familiare in forme artisticamente più evolute e formando il fratello Ignazio come orafo. 
La forgiatura
Pietro Paolo è un eclettico creativo, essendo oltre che suonatore anche apprezzato professore presso la Scuola d’Arte nuorese, pittore, scultore e abile orefice. Ignazio ha seguito le orme del fratello. Negli anni Ottanta è divenuto professore presso la stessa istituzione scolastica, docente di “Forgiatura e tiratura dei metalli”. Per anni, ha lavorato con Pietro Paolo, poi ha aperto un proprio laboratorio a Cala Gonone (vicino a Dorgali), perfezionandosi nella lavorazione dei gioielli tipici del costume sardo. I fratelli Piredda ricordano con allegria gli anni della formazione trascorsi in gioventù a bottega, nella quale campeggiava uno smisurato mantice azionato a mano (aveva la funzione di tenere vivo il carbone). Oggi al suo posto si usa una forgia di contenute dimensioni. Il resto delle attrezzature erano strumenti professionali costruiti a mano. Oggetti pensati per durare. Come il banco da lavoro del nonno, passato loro in eredità e che ancora gelosamente custodiscono e usano. Pietro Paolo rammenta che da ragazzino al lavoro preferiva il gioco. Ogni tanto si allontanava dal laboratorio. Il nonno per un po’ lo lasciava divertire, poi, quando aveva bisogno, lo richiamava con segnali sonori, scanditi con tre “nervosi” colpi di martello sull’incudine. Ignazio ricorda il nonno come persona allegra che solo a tempo perso costruiva trumbas, poiché era specialista nella realizzazione di coltelli o di altri oggetti da lavoro in metallo. Da bambino, aveva il compito esclusivo di rifinire le linguette, per il resto osservava il babbo e il fratello lavorare: «Solo quando Pietro Paolo è partito a militare, ho iniziato alla grande. Era un periodo in cui richiedevano anche centinaia di strumentini per volta, che si dovevano consegnare per tempo, per essere venduti sulle bancarelle. Quanti ne ho costruiti sotto la guida di mio padre Antonio! Grazie a lui ho avuto la possibilità di imparare bene e in fretta. Tuttavia le capacità e le giuste conoscenze non bastano, bisogna sempre lavorare con scrupolo e serietà per costruire dei buoni strumenti da usare professionalmente». Alle osservazioni di Ignazio, Pietro Paolo aggiunge che «… inizialmente ciò che è più difficile apprendere è la manualità con le pinze. A vedere lavorare un fabbro esperto sembra tutto facile, ma nei fatti quando le prime volte si tiene fermo con la pinza un pezzo di metallo e s’inizia a battere con il martello sull’incudine, spesso l’oggetto vola via. 
La molatura
Serve mano ferma ed è necessario esercizio. In particolare nelle trumbas non è per niente facile realizzare a colpi di martello le “punte” quadrangolari quando il ferro è rovente. Anche in questo caso serve manualità che si acquisisce poco per volta, di preferenza sotto la guida di un fabbro esperto. Poi ci sono i “segreti” del mestiere che permettono di realizzare strumenti professionali che suonano veramente. Insomma, non “giocattoli”. Una scuola di bottega dovrebbe servire anche a questo, a lavorare con qualità. I suonatori sentono la differenza tra alcuni strumenti musicali da bancarella e i nostri, e penso sia per questo motivo che diversi si rivolgono a noi. Sono fiero del nostro lavoro anche quando dall’estero giungono suonatori popolari per farsi costruire trumbas da noi». Seppur in sintesi, di seguito ritengo utile riportare le principali fasi della lavorazione seguendo la procedura usata dai Piredda, premettendo che secondo necessità gli strumenti vengono da loro realizzati in base a specifiche tonalità. La prima parte a essere lavorata è “su telarzu” (il telaio), in ferro dolce omogeneo forgiato a caldo. Inizialmente vengono sagomati i rebbi (le punte) dello strumento con la tipica forma allungata piramidale a base quadrata. Pronti i rebbi si realizza la cosiddetta “zirada de su telarzu” (girata del telaio), alla quale sarà data la caratteristica forma tondeggiante, utilizzando un corno dell’incudine. In seguito, con il seghetto e la lima, è ricavato nel telaio uno scavo denominato “su canale” (il canale), nel quale s’inserisce la linguetta, fatta di acciaio temprato ad arte. Tale linguetta è di solito ricavata da idonei materiali ritagliati a mano in sottili striscioline. La linguetta viene poi inserita nel “canale” e con un martello fissata in modo definitivo.

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Agricantus – Turnari (Compagnia Nuove Indye, 2014)

Raccontare la storia degli Agricantus vuol dire raccontare anche un pezzo importante della world music in Italia, il loro percorso artistico, cominciato a Palermo nel 1979, è stato caratterizzato da una continua tensione verso la ricerca di sonorità che mescolassero la tradizione siciliana e più in generale quelle del Mediterraneo con il rock e l’elettronica, il tutto condito da una particolare cura nella scelta e nell’utilizzo degli strumenti tradizionali. Il loro percorso artistico si era però improvvisamente arrestato dopo la pubblicazione di “Habibi” nel 2005, a distanza di quattordici anni due dei membri fondatori del gruppo, Mario Crispi e Mario Rivera hanno deciso di riprendere il discorso interrotto, e grazie al produttore Paolo Dossena, hanno ridato linfa vitale al progetto, con l’ingresso nel gruppo della talentuosa vocalist e musicista Federica Zammarchi, e con il supporto di Giuseppe Grassi e Giovanni Lo Cascio. Dopo diversi concerti insieme, è nata l’idea di realizzare un disco, e così ha preso vita “Turnari”, la pubblicazione di questo come back album, è stata l’occasione per intervistare Mario Crispi, con il quale abbiamo ripercorso le tappe della reunion, ed approfondito la genesi e i temi del disco. 

Com'è nata l'idea della reunion con gli Agricantus? 
Questa idea è nata dal fatto che il gruppo originario si è smembrato nel 2008, e a me personalmente non piaceva affatto che potesse andare a finire in questo modo. Ad un certo punto mi sono rincontrato con il nostro produttore storico, Paolo Dossena, che ci ha seguito e prodotto per molto tempo, e ragionando sull'ipotesi di riprendere l'attività con Agricantus è nato un progetto di ricoinvolgimento di un po' tutti noi e di quanti avevano in passato svolto un ruolo creativo importante, sia interno al gruppo, sia esterno o molto affine, per storia e contenuti. Così mi sono risentito con Mario Rivera ed insieme a lui abbiamo provato a coinvolgere inizialmente anche Tonj Acquaviva e Rosie Wiederkehr, che però non hanno voluto aderire. Al contrario hanno accettato di buon grado sia Aldo De Scalzi che Pivio, importanti autori di alcuni nostri successi come “Amatevi”, “Com'u Ventu”, “Istanbul Uyurken”, o anche Giuseppe Panzeca, per molti anni nostro mandolinista ufficiale, intervenuto poi solo a livello discografico. Paolo Dossena ci ha poi proposto Federica Zammarchi come nuova vocalist, termine riduttivo perché lei è una musicista a 360°. L'abbiamo conosciuta, abbiamo iniziato ad avvicinarci musicalmente, e ne è nato un ensemble importante, allargato poi a Giovanni Lo Cascio alla batteria, che, oltre ad essere un amico, è anche un musicista a noi affine, con cui avevamo lavorato sia io che Mario Rivera, e Giuseppe Grassi, pugliese, nonchè egregio virtuoso di mandola e mandoloncello. Inoltre, l'amicizia con Nello Mastroeni, autore e musicista dei Kunzertu, ci ha permesso anche un suo coinvolgimento nella produzione discografica con alcuni input autoriali, realizzatisi con “stu jardinu si tu”. E questo in onore ad un periodo che aveva visto nascere contemporaneamente ed in maniera analoga le due band siciliane etno-rock rivelatesi poi le più famose, la nostra ed appunto i Kunzertu, in due aree geografiche della stessa isola: noi a Palermo e loro a Messina. 

Questa nuova line-up degli Agricantus, si configura come una sorta di ensemble aperto, un laboratorio in cui sperimentate varie collaborazioni… 
Già l'anno scorso, prima che uscisse il disco, abbiamo fatto dei concerti in Sicilia e in Calabria, dove abbiamo coinvolto anche Massimo Laguardia, che fa parte del gruppo dei fondatori degli Agricantus avendo suonato con noi fino al 1987, quando prendemmo strade differenti. Io e lui avevamo già suonato insieme nel mio progetto Arenaria, però in questa occasione, parlandone con Mario, ci è sembrato giusto che si riprendesse anche con lui. Allo stesso modo è accaduto con Enzo Rao che, pur non avendo fatto mai parte del gruppo, era una nostra vecchia conoscenza, prima, al tempo dei Rakali, e poi con Shamal, e con cui avevamo condiviso esperienze importanti nell'ambito della musica fatta in Sicilia negli anni '80. Entrambi sono stati coinvolti inizialmente nel repertorio dal vivo e poi in studio in alcune sessioni di registrazioni. Periodicamente suoniamo insieme quando facciamo concerti in cui possiamo avere anche la loro disponibilità, come accadrà in agosto quando suoneremo in Sicilia. 

Federica Zammarchi è un po' il valore aggiunto di questo progetto di reunion degli Agricantus… 
Innanzitutto Federica ha una sua storia che la vede partire dal rock, toccare il jazz e diventare poi insegnante di voce, arrangiamento e composizione. È un artista a tutto campo, e quando abbiamo iniziato a collaborare insieme, lei si è subito sintonizzata sulla direzione del nostro progetto. Il disco “Turnari” vede la sua presenza non solo come cantante ed interprete, ma anche come compositrice, avendo scritto un brano, che speriamo tutti sia il primo di una lunga serie. Il fatto di iniziare a suonare insieme a noi, in un contesto completamente nuovo per lei, ha richiesto un certo periodo di tempo per studiare insieme a lei il modo in cui comporre, come e cosa cantare, cosa e come proporre idee e spunti. E lei, oltre ad avere le qualità da grande interprete e cantante, ha anche un grande talento musicale. Tutti elementi che all'interno di una band come la nostra arricchiscono il progetto, perché ti consentono di perseguire arrangiamenti particolari, interventi musicali che possono far prendere ai brani altre direzioni, anche inusuali. 

Quali sono i temi del disco? 
“Turnari” è una riflessione sulla ciclicità del tempo, ovvero i tempi segnati dalle stagioni, dai cicli del sole e della luna, che si ripetono da sempre e sopravvivono comunque alle nostre vite. Ogni volta che ritorna l'estate o l'inverno e sembra tutto uguale, in realtà tutto è diverso. Questi ritorni hanno componenti simili a quelle precedenti, però ci sono in più le esperienze, la vita che si è vissuta. Questo ritorno ciclico va concepito quindi come una rinascita continua. Quando ci siamo posti il problema su cosa volevamo comunicare con questa “reunion”, e abbiamo cercato di trovare un leit motiv per i testi, la cosa che emergeva era il voler raccontare questo nostro riprendere il viaggio, l'importanza di ritrovarsi e di suonare insieme, di avere un atteggiamento positivo verso la vita. Ad esempio brani come “'Nzemmula”o “Manu su manu” affrontano questo semplice concetto: sebbene da soli si possa intraprendere un percorso che ci fa credere di essere liberi e padroni di noi stessi, qualora tale percorso si riveli accidentato, la nostra scelta ci costringerà, nel bene e nel male, a cavarcela da soli, mentre invece, se le avversità le si affrontano insieme, queste ultime potranno essere superate in maniera molto più leggera. Altri brani invece sono un po' più classici, parlano del sentimento verso la persona amata, come nel caso della title track dove l'amore verso una persona è così sublime al punto che, se si tratta di rinascere, ci si augura di reincontrarla nuovamente. O ancora temi a carattere sociale come “Cantu Errami” dedicato a chi affronta la morte per attraversare deserti di sabbia e di mare, nell'anelito di vivere una vita migliore per se e per i suoi cari. A queste migliaia di disperati va la nostra ammirazione per il coraggio e la determinazione e, al tempo stesso, esortiamo i nostri compaesani occidentali a non divenire giudici di questi uomini accogliendoli invece solidarmente. Ricordiamoci infatti che non riusciamo minimaente ad immaginare le condizioni subumane e di terrore da cui loro partono. 

Da siciliani che ormai vivono lontano dalla loro terra, “Turnari” è anche la metafora del desiderio di tornarci… 
Io dalla Sicilia non mi sono mai staccato. Ho vissuto per un lungo periodo a Roma, e negli ultimi tempi mi divido tra la capitale e la Sicilia. Mario Rivera, partito tanti anni fa da Palermo, ci torna spesso per gli affetti familiari o per lavoro. In qualche maniera il nostro lavoro artistico è strettamente collegato alle stratificazioni che sono presenti nella nostra cultura da cui proveniamo, ma anche dall'incontro tra le varie culture e quella siciliana. E preferiamo parlare sempre di “incontro” e non di “scontro” tra culture. 

Come si sono svolte le sessions? 
Abbiamo fatto varie sessioni di prove lo scorso anno, durante le quali abbiamo ripreso alcuni brani tratti dal nostro repertorio storico, anche per trovare le coordinate con i nuovi musicisti. Successivamente abbiamo cominciato a scrivere i brani nuovi, testi e musiche, e con Mario li abbiamo arrangiati e completati nella forma. Questo ci ha consentito di elaborare il repertorio da proporre. Poi ovviamente in fase di produzione discografica abbiamo messo a punto i vari dettagli, e là sono intervenuti Federica con i synth, coloriture e soluzioni di arrangiamento, Giovanni Lo Cascio con tutto il suo drumming e la sua grande conoscenza di percussioni del mondo. Quello che abbiamo realizzato è suonato praticamente al 90%. Anche Giuseppe Grassi ha dato un suo contributo importante con la sua mandola e il mandoloncello. Il ricoinvolgimento di Pivio e Aldo De Scalzi, con cui ci lega un grande intesa artistca, ha avuto pure una sua gestazione, nel senso che il brano che loro ci hanno proposto, aveva originariamente un testo in turco ed un arrangiamento diverso dalla nostra versione. Nell'arco di un anno infatti il brano ha avuto una serie di modifiche che l'hanno portato poi alla versione Agricantus, quella pubblicata sul disco. 

Quali sono le differenze sostanziali tra questo nuovo disco e i precedenti con la vecchia line-up? 
Le persone sono importanti. Ci sono due persone con cui non lavoriamo più e che davano un diverso imprinting sia dal punto di vista vocale, sia da quello dei suoni, e delle modalità musicali. Con questa nuova line-up diciamo che la costruzione del sound è dettata dai musicisti che suonano, nel senso che le basi, da noi utilizzate per costruire un sound che richiederebbe un ensemble troppo vasto, servono semplicemente da contorno, poi tutto il resto viene creato da noi musicisti. E questa è una dimensione importante, che stiamo cercando di affinare sempre di più, perché, se è vero che suoniamo da tanti anni, non si finisce mai di imparare anche da se stessi e le potenzialità espressive si moltiplicano.

Dopo la fine dell'esperienza con la vecchia line-up, avete intrapreso altri progetti, quanto vi hanno arricchito nell'ottica di questa nuova esperienza? 
Dal 2002 fino a qualche anno fa, ho personalmente fatto molti viaggi: in Nord Africa, Medio Oriente, Asia, Kenya, Stati Uniti. Alcuni di questi viaggi sono stati fondamentali dal punto di vista musicale. Ad esempio, il viaggio in Iran nel 2005, e quello nel 2006, in Pakistan, mi hanno aperto un mondo sulla “concezione della musica”, e soprattutto il rapporto tra e con chi la fa. In Iran ho incontrato i cantori che giornalmente, per passione, si ritrovano sotto al Pol'e Kajou, Ponte Kajou, a Isfahan. Suonando con loro, mi sono reso conto che il condividere musica insieme, a prescindere dall'etnia e in un contesto completamente svincolato dalle normali regole di mercato e dello spettacolo, ovvero di chi si deve esibire di fronte a chi deve ascoltare, mi ha fornito una concezione diversa del fare musica. La stessa cosa mi è capitata in Pakistan dove sono andato a suonare in un festival, al tempo in cui ancora non erano esplosi i problemi recenti. Incontrare circa cinquecento artisti che venivano da tutte le parti del mondo e lavorare con alcuni di loro in maniera estemporanea è stato molto importante e formativo. Esperienze analoghe le ha vissute Mario Rivera che ha girato gran parte dei paesi del Mediterraneo, insieme ad altri musicisti, insieme alla Piccola Banda Ikona, di cui fa parte e dove anche lui ha maturato una serie di rapporti con le“musiche altre”. Giovanni Lo Cascio ha maturato invece una grande esperienza con il suo progetto degli Slum Drummers (già Juakali drummers) in Kenya a Nairobi, dove fa spesso full immersion nella cultura africana e dove ha sviluppato una sua didattica musicale per il recupero dei ragazzi provenienti dagli slums. Il discorso del viaggio è quindi per noi fondamentale, perché lo concepiamo sia a livello mentale, sia, di fatto, nella realtà. 

Come si concretizza tutto ciò nei vostri brani?
Questo emerge un po' in tutti i brani, almeno per quello che mi riguarda. Le influenze che io immetto nelle mie composizioni sono frutto di tutta la sedimentazione delle varie esperienze che ho fatto. Se, ad esempio, devo inserire un ney persiano in un brano, lo suono io e lo suono alla mia maniera, come un siciliano che percepisce l'essenza dello strumento, e quindi con una propria interpretazione. A mio parere, il mondo dei campionamenti si è un pò esaurito, pur continuando a vivere in un certo tipo di musica, come quella techno o elettronica. Dal punto di vista concettuale, quando vennero fuori artisti come Art Of Noise, che facevano un grande uso del campionamento, questo risultava un innovazione dato che si stavano iniziando ad usare nuove macchine e strumenti che consentivano ciò. Oggi è una cosa normale, non rappresenta più una innovazione, anzi la tecnica è ormai consolidata al punto che ogni telefono cellulare può consentire la registrazione e la riproduzione di qualsiasi suono. Noi preferiamo utilizzare strumenti e sonorità che abbiamo raccolto, ma come strumenti reali, che suonano melodie, che interpretano atmosfere. Se devo suonare un duduk armeno, che ha una scala musicale ben precisa, non è che posso suonare agevolmente qualsiasi genere: devo invece pensare che utilizzando le strutture musicali di base fornite dalle culture dove è stato concepito quello strumento, lavoro più facilmente. Quindi il duduk suona meglio su un bordone o su una tessitura armonica non troppo articolata o lontana dalla sua tonalità, oppure devo sapere perfettamente che l'argul egiziano può suonare in una o al massimo due tonalità, e quindi quel brano che voglio comporre deve avere quell'una o quelle due tonalità. L'utilizzo di questi strumenti, mi consente perciò di elaborare composizioni che sicuramente avranno influenze da quelle culture, ma, al tempo stesso, non posso dire di fare “musica egiziana”, musica “armena” o “musica indiana”. Suono questi strumenti ma per la musica che faccio direttamente nei miei progetti musicali o in quelli in cui sono coinvolto. Anche per le melodie, le atmosfere e le tessiture ritmiche avviene la stessa cosa. Tutte le nostre conoscenze apprese durante i nostri viaggi e l'incontro con le culture mediterranee, mediorientali e africane, sovrapposte all'ascolto delle musiche contemporanee occidentali, fanno scaturire la miscela che ha costituito da sempre il filo rosso della musica degli Agricantus. D’altronde la Sicilia è al centro del Mediterraneo. 

Qual è il punto di contatto con la tradizione siciliana in "Turnari"? 
La tradizione siciliana in questo disco è entrata in modo naturale. Ci sono venuti in aiuto gli studi e delle ricerche fatte sul campo, che anni fa feci per conto del Folk Studio e dell'Università di Palermo, e che mi hanno permesso di entrare in contatto con “informatori” e tradizioni orali ben precise. Esse, oltre ad avermi affascinato, sono diventate immediatamente dei veri e propri riferimenti stilistici e compositivi come ad esempio “il canto alla carrettiera” diffuso a Bagheria ed in provincia di Palermo, e che continua ad essere per me un faro dal punto di vista dell'ispirazione. È un faro perché, nell'ambito di tanta musica di tradizione orale ascoltata, quella modalità di canto ha una marcia in più, in quanto affonda nei tempi più remoti della musica di Sicilia. Esempio musicale che, a mio parere, va studiato in maniera seria e approfondita. È per questo che, quando posso, frequento molto volentieri i “carrettieri”, partecipo alle loro riunioni conviviali, li ascolto. Ed anche la modalità di composizione di alcuni brani e di alcuni testi è tutta basata su alcune tecniche ben precise, come ad esempio l'uso dell'endecasillabo. Il recuperare questa forma metrica è stata un operazione importante, perché significa cogliere le tecniche della tradizione orale e farle proprie, così molti testi di “Turnari” sono scritti in endecasillabo, con rima baciata o alternata. Alla fine anche questa struttura metrica diviene il punto di contatto con la tradizione orale. Questo ci ha consentito di elaborare brani che suonano popolari da un certo punto di vista, ma poi vengono arricchiti da tutta una serie di sonorità provenienti dal mondo contemporaneo, da culture analoghe o anche molto diverse. Questa miscela è per noi la nostra linfa, perché non vogliamo abbandonare l'arcaico, ne rinunciare alle possibilità espressive del mondo in cui viviamo. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato nella registrazione di questo disco? 
In realtà non ci sono state difficoltà particolari. Semplicemente abbiamo voluto prenderci il tempo necessario per fare questa operazione, perché ovviamente ricostruire un percorso e ridargli in qualche maniera quella dimensione che avevamo anni fa, è stato un lavoro interiore, un lavoro di riflessione, che inizialmente era necessario che io facessi insieme Mario: sia per rimodularci nel rapporto personale, e sia per elaborare un percorso da condividere con tutte le altre persone, tanto con quelli con cui avevamo già lavorato, quanto con chi sarebbe stata la prima volta con cui collaborare. In realtà questo non è stata una difficoltà ma un rapporto sereno con il tempo. Questo ci ha consentito di ponderare ogni cosa che volevamo inserire in questo disco e nel nostro lavoro in generale. 

C'è un pò di delusione nel non essere riusciti a ricostituire la line-up originale degli Agricantus? 
Ci sono delle componenti umane che dispiacciono quando delle storie si interrompono. Al tempo stesso però bisogna prendere atto che, a volte, una eccessiva diversità dei punti di vista crea l'impossibilità oggettiva a riprendere un lavoro insieme. Per quello che mi riguarda, e lo stesso vale anche per Mario Rivera, l'idea di riprendere Agricantus era quella di“ri-coinvolgerci” a vicenda, il più possibile, e tutti, indipendentemente dalle storie e dalle vicissitudini che ci avevano anche separato. Non essendo pertanto questa una operazione verticistica, volevamo ritrovare quella scintilla iniziale che, ben presente quando eravamo adolescenti, ci ha consentito di arrivare fino a questo punto. Qual era questa scintilla? Quella di sentirsi un gruppo, un collettivo, come dire: una somma di energie. Quindi non un gruppo con un qualcuno che “dall'alto” calava questo o quel pensiero, questa o quella proposta, questo o quel testo, senza condivisione o limitando al massimo l'interazione tra i protagonisti. Avendo vissuto, nostro malgrado, per troppo tempo questa dimensione ed in maniera progressiva, avremmo auspicato che le persone con cui avevano condiviso una parte importante degli ultimi anni condividessero naturalmente con noi questi presupposti, facendo così tornare questa scintilla, rimettendosi in gioco, con gioia ed entusiasmo. Questo non è avvenuto, e allora via con la “rinascita” con chi ci sta. 

Concludendo, come saranno i concerti della reunion di Agricantus? 
Tengo a precisare che “reunion” è stato il progetto artistico con cui abbiamo voluto sancire la ripresa di attività della band che è e continua ad essere appunto Agricantus. Il nostro pubblico deve quindi aspettarsi certamente un aggancio naturale alla nostra storia: il nostro lavoro passato non poteva essere certamente buttato a mare perché il nucleo di musicisti sarebbe risultato diverso da quello originario. Abbiamo ripreso quindi da dove ci eravamo lasciati con il nostro pubblico. Con una energia rinnovata, tesa a rinnovare anche le emozioni con antiche e nuove atmosfere, nuovi e storici musicisti, nuove e consolidate melodie. Nella scaletta abbiamo inserito perciò pietre miliari del nostro repertorio storico, affiancandole a nuovi brani, nuove cose da dire, nuove sonorità, nuove interpretazioni. E la cosa più importante è che, divertendoci, tutto ciò è stato fatto con tutti noi stessi, senza artifici o mediazioni, con estrema dedizione e consapevolezza, e, soprattutto, con l'impegno che tutto ciò arrivi direttamente alla testa, al cuore e alla pancia di chi ci segue. 


Agricantus – Turnari (Compagnia Nuove Indye, 2014) 
Anticipato dal grande successo riscosso durante l’esibizione al Concerto del Primo Maggio 2014, “Turnari” è il disco che segna il ritorno degli Agricantus, un atteso come back album, che non solo riannoda i fili con il passato del gruppo recuperando lo spirito e la ricerca sonora che aveva animato i loro primi album, ma soprattutto rappresenta un importante base per il futuro, contendo i semi per un percorso del tutto nuovo, e certamente diverso dal punto di vista della ricerca sonora rispetto agli ultimi dischi con Tonj Acquaviva e Rosie Wiederkehr. Forza motrice di questa nuova fase del gruppo siciliano sono Mario Crispi (duduk, ney, basuri, maui xaphoon, didjeridoo, ciaramella, zummara, arghul, marranzanu, synth e voci) e Mario Rivera (basso, programmazione e voce), già fondatori del gruppo, a cui si è unita la talentuosa Federica Zammarchi (voce, synth, piano, programmazione), nonché Giuseppe Grassi (mandola, mandoloncello, e mandolino), e Giovanni Lo Cascio (batteria, qrqeb, riq, darbuka e cajon). Se rispetto al passato gli ingredienti sono rimasti gli stessi ovvero la contaminazione tra suoni e suggestioni differenti, questo nuovo album recupera innanzitutto l’uso esclusivo della lingua siciliana, ed in particolare dell’endecasillabo e della rima strofica, e affonda le sue radici nella tradizione orale e nella poesia siciliana. Non casuale, inoltre, è stata anche la scelta di tornare ad una musica più suonata, riducendo al minimo l’apporto dei campionamenti, ed in questo senso fondamentale è stata la scelta di allargare l’organico con l’aggiunta di alcuni ospiti come Aldo De Scalzi (chitarra, synth), Massimo Laguardia (tamburi a cornice), Giuseppe Panzeca (mandolino e guimbri), Pivio (synth) e Enzo Rao (violino elettrico). Composto da undici brani inediti, “Turnari”, come suggerisce già la copertina ispirata ai calendari perpetui che fino al secolo scorso scandivano le stagioni e i cicli della terra, è un concept album sulla ciclicità del tempo, intesa non solo come eterno ritorno ma soprattutto come rinascita continua. Una rinascita che per gli Agricantus è soprattutto musicale, infatti l’ascolto è sin da subito coinvolgente con la trascinante “Qanat”, un sofisticato brano ethno rock in cui spiccano i fiati di Crispi e l’eccellente struttura ritmica costruita da Giovanni Lo Cascio. Si prosegue con la splendida “Nsunnai”, impreziosita da una magistrale interpretazione di Federica Zammarchi, che dimostra di essere perfettamente a suo agio in questa nuova avventura. Se il proto-rap “Cantu Errami” vibra di tensione poetica, unita ad una costruzione sonora ambient, la title-track è uno dei vertici del disco insieme a “Manu Su Manu” con quest’ultima che ci riporta alle atmosfere di “Tuareg” del 1996. Il disco non manca di riservare altre soprese come la suggestiva ballata d’amore “Stu Jardinu Si Tu”, o l’invito al ballo di “Nzemmula” o ancora l’evocativa “Locu” firmata da Federica Zammarchi, ma è sul finale che trovano posto un altro paio di ottimi brani come “Omini”, già ascoltata nel progetto Uommene, e la conclusiva “Sentimentu”. Insomma “Turnari” è un disco di grande pregio, che non deluderà tanto i fan storici degli Agricantus, quanto soprattutto coloro che si avvicineranno per la prima volta alle loro suggestioni sonore. 


Salvatore Esposito

Orchestra Bottoni – Live (Autoproduzione, 2014)

Il nome è nuovo, spassoso e diretto (è una trovata di quel geniaccio di Daniele Sepe), lo spirito è quello che, quando si chiamavano ancora Piccola Orchestra La Viola, aveva animato dischi come “The Journey”, inciso in partenariato artistico con il jazzista statunitense Dan Moretti, e prima ancora “Omaggio a New Orleans. Liri Blues 2006”, complici Dr. Sunflower, alias Mario Insenga dei Blue Stuff, lo storico combo blues napoletano. A testimonianza del nuovo corso della band laziale, dopo la separazione artistica da Alessandro Parente, è questo piacevolissimo “Live”, realizzato dall’ensemble di strumenti pneumatici, nel senso che gli organetti sono strumenti che respirano. La direzione musicale è di Alessandro D’Alessandro all’organetto solista, la voce calda e robusta, dotata di forte presenza scenica è di Antonella Costanzo, Gianfranco Onairda, Matteo Mattoni, Silvia, Elisa, Giuseppe Di Bello e Francesca Villani suonano gli altri organetti d’orchestra, alle prese con l’organetto basso è Giacomo Nardone, Mario Mazzenga è al basso elettrico e contrabbasso, Raffaele Di Fenza è alla batteria percussiva. L’Orchestra Bottoni interseca tradizione popolare e composizioni d’autore, filtrando quanto di significativo gira intorno nell’ambito del folk e della world music, ma non solo con una cifra stilistica che assorbe variegate venature. Parliamo di melodie e armonizzazioni create dagli organetti con il sostegno di un organetto basso, che assume soprattutto il ruolo di una sezione orchestrale in una banda di ottoni o di archi, con il contributo ritmico di basso e percussioni. Si avverte che alle spalle c’è un accurato lavoro di scrittura, indispensabile per riarticolare il suono di strumenti dalla limitata estensione. “Live” è stato registrato quasi per intero in presa diretta a Firenze, al Teatro del Sale. Nel segno della versatilità il gruppo si rapporta con autori molti diversi l’uno dall’altro. Troviamo Riccardo Tesi, nella cui “Trioolè” si affaccia “Gimme Some Lovin’”, c’è quell’altro faro dell’arte dei mantici che è Marc Perrone (“De Dame e d’homme” e “Che Bella La Vita”); c’è l’afflato latino-mediterraneo di Lino Cannavacciuolo che si alimenta di jazz e funky (“Viaggio”). Ancora, la ripresa dei magnifici fratelli Mancuso (“Nesci Maria”), il dixieland in confluenza con gli umori della valle del frusinate (“Liri Shuffle”), l’immancabile nobile tradizione garganica (“Tarantella del Gargano”), "Tribute" di Dan Moretti, che firma anche l’irresistibile afro-beat (“AfroRoma”). Per finire, quel classico irrinunciabile che è “Good Night Irene”. Un’istantanea di una band già al lavoro per dare forma a nuovo materiale destinato al prossimo disco, che attendiamo speranzosi. 


Ciro De Rosa

9Bach – Tincian (Real World, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Il timbro cristallino di Lisa Jên Brown (voce, harmonium, piano) che canta nella sua lingua madre, il gallese, e la chitarra di Martin Hoyland sono l’essenza dei 9Bach. Nel 2009 era uscito il loro album eponimo, collisione tra melodie tradizionali e trip-hop, pubblicato dalla storica etichetta cimrica Sain. La loro seconda prova, “Tincian”, esce nientemeno che per la Real World (che al di là della crisi del settore discografico resta un brand della world music). Sinuosità morbide e minimali, linee melodiche essenziali di chitarra ed arpa (Esyllt Glyn Jones), tocchi di harmonium, deliziose armonie vocali (con il contributo di Mirain Haf Roberts), ritmica essenziale portata da Ali Byworth (batteria e percussioni) e dal basso languido e dilatato di Dan Swain, innesti indovinati di dub ed elettronica. Questa volta nove delle dieci composizioni del CD nascono dalla penna della cantante, originaria di Garlan, nel Galles settentrionale; fa eccezione il tradizionale “Pa Le?” (“Quale luogo?”), probabilmente, un outtake del primo disco. La stampa britannica, che si cimenta nel gioco spesso abusato dei paragoni, ha parlato di Portishead versione folk: diciamo che l’analogia qui ci può stare. Parliamo di una delle novità musicali più eclatanti dell’ultimo anno, per alcuni critici addirittura una pietra miliare della musica gallese, che ha messo d’accordo la media mainstream e gli autorevoli magazine specializzati in trad & world music, “fRoots” e “Songlines”. C’è un forte senso del luogo – anche se parte del materiale è stato concepito e scritto in Australia – a cominciare dal titolo dell’album, che assume significati leggermente differenti nelle diverse regioni del Galles (“risuonare”, “squillare”, “tintinnare”, comunque il riferimento è al suono prodotto da qualcosa di metallico).
Lisa ha tradotto in canzoni storie reali, nate da viaggi ed esperienze personali, e ha musicato poesie di autori gallesi della sua area di provenienza. Il disco si apre con “Lliwiau” (“Colori”), ispirata alle sensazioni che solo la maternità può dare. Ci immergiamo nel paesaggio gallese con “Llwynog”, la storia di una volpe, scaltra e rapida nell’evitare lo sparo del cacciatore, altrettanto veloce nello sfuggire al suo cane. Ancora senso dell’appartenenza in “Pebyll”, mentre la magnifica ballad folktronica “Wedi Torri” mette a fuoco la riflessione che scaturisce dall’osservare la pesante condizione psicologica in cui versa una persona che si ama. Un altro dei brani di punta del disco è “Plentyn” (“Figlio”) – con effetti che, inevitabilmente, riportano alla mente le sperimentazioni di Laurie Anderson, ed interventi vocali di componenti della Black Arm Band Company – in cui si racconta una pagina tragica e ancora scottante della storia della supremazia bianca in Australia: è la cosiddetta “generazione rubata”, vale a dire quei bambini nativi, forzatamente strappati alle famiglie tra metà Ottocento e anni Settanta del secolo scorso da parte dei governi federali e dei missionari. “Ffarwel” (“Addio”), che incarna appieno l’hiraeth, la saudade gallese, proviene da una raccolta di canzoni locali. È la storia dell’addio di un cavatore di pietre: fascino supremo con la solenne sequenza in cui sono protagoniste le ugole del coro Penrhyn Male Voice Choir! Le note iterative di un piano conducono le atmosfere evocative di “Llwybrau” (“Sentieri”), basata su “Hen Barc”, una poesia sulla solitudine scritta da William Griffiths. Ancora il tema della maternità ritorna in “Babi’r Eirlys”, dove Lisa Jên e la vocalist australiana Lou Bennett si esibiscono in uno splendido duetto a cappella. Si cambia lingua nella conclusiva “Asteri Mou” (“La mia stella”), brano per voce, chitarra ed arpa. Lisa canta in greco, lingua che conosce per le sue ascendenze elleniche. Tradinnovazione cimrica da scoprire! 


Ciro De Rosa

(a cura di Giovanni Rinaldi) Riccardo Cucciolla, Matteo Salvatore, A Sud. Il Racconto Del Lungo Silenzio, Squilibri 2014, pp.71 Euro 15,00, Libro con Cd

E’ il 14 gennaio del 1978 e a Bari nella Biblioteca Provinciale “De Gemmis”, un evento speciale conclude la mostra “Puglia Ex Voto” curata da Emanuela Angiuli, che aveva richiamato un folto numero studiosi, scolaresche e ricercatori, in quanto raccoglieva preziosi documenti della tradizione popolare dell’Italia Meridionale. Quella serata conclusiva vide protagonisti l’attore Riccardo Cucciolla impegnato in un reading di alcuni brani tratti dalle opere di Ernesto De Martino, Rocco Scotellaro e Tommaso Fiore, il tutto impreziosito da una colonna sonora speciale, la chitarra e le melodie di Matteo Salvatore, il quale intercalava le letture con storie, commenti a caldo, e alcuni tra le sue canzoni più belle. Mentre si alternavano parole e canti, venivano proiettate le fotografie del giornalista Paolo Longo, da sempre attento alle tradizioni popolari della Puglia, e che in quella occasione divennero splendida scenografia per il reading di Riccardo Cucciolla e Matteo Salvatore. Quella serata unica ed irripetibile fu registrata su un Uher 4400 da un giovane ricercatore, Giovanni Rinaldi, all’epoca impegnato con Paola Sobrero nel progetto “Archivio della cultura di base” presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, ed oggi grazie al lavoro di digitalizzazione promosso dall’Archivio Sonoro di Puglia, che ha reso fruibile presso la Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti di Bari l’intero fondo delle registrazioni di Rinaldi, questo straordinario documento trova la sua più ampia diffusione accompagnata dal libro “A Sud. Il Racconto Del Lungo Silenzio”, edito da SquiLibri, e nel quale sono raccolti tutti i testi della serata, debitamente commentati, ed arricchiti da una selezione delle foto di Paolo Longo, proiettate quella sera. Sebbene la sola registrazione non ricrei la magia di quella sera, con Matteo Salvatore che aveva recuperato lo smalto con cui si esibiva nei salotti romani e torinesi, e coronava il sogno di suonare in una biblioteca, l’ascolto ci restituisce il confronto e l’incontro tra il punto di vista della ricerca meridionalistica, e la prospettiva di chi era parte di quel mondo popolare oggetto di studio. La voce di Cucciolla è lo strumento attraverso il quale De Martino incontra Matteo Salvatore, il quale non si risparmia nello snocciolare storie, ricordi e canzoni, partendo dalla forte senso religioso popolare, passando per il lavoro nei campi, e per concludere con un paio di classici del suo repertorio. L’ascolto ci regala così perle rare come la dolce ninna nanna “La Leggenda di San Nicola”, i canti devozionali “Maria Santissima Incoronata”, “San Lazzaro” e “San Luca”, pittoreschi spaccati della realtà di paese come “Il Venditore Ambulante”, l’ammiccante “Il Pescivendolo”, e “Arrecunète, ma anche le ben note “Lu Bene Mio” e “Il Forestiero”. Il cantato di Matteo Salvatore è trascinante, ispirato, e la qualità della registrazione, fa trasparire chiaramente come lui stesso si senta parte di quella grande narrazione popolare che stava andando in scena grazie alle parole di Cucciolla. Insomma, “A Sud. Il Racconto Del Lungo Silenzio” non è solo un documento prezioso, ma è l’occasione per ascoltare una delle performance più intense ed ispirate di Matteo Salvatore. Onore al merito, dunque, al curatore Giovanni Rinaldi, che ebbe la lungimiranza di registrare quello straordinario reading, ma anche all’editore, SquiLibri, che conferma di essere una realtà unica in Italia per quello che riguarda la ricerca etnomusicologica. 


Salvatore Esposito

Storie Di Cantautori: Giorgio Barbarotta, Leo Pari, Leo Folgori, Renato Franchi & Orchestrina del Suonatore Jones, Giacomo Lariccia, gaLoni, Fabio Gualerzi, Valerio Billeri, Giuliano Vozella

Giorgio Barbarotta - Un Fedele Ritratto (GB Produzioni, 2014) 
“Un Fedele Ritratto” è il quinto album solista di Giorgio Barbarotta, cantautore classe ’72 di Treviso, con alle spalle una lunga carriera artistica, iniziata nel 1995 con i Quarto Profilo. Questi ultimi sono un gruppo ancora attivo, la cui musica è stata caratterizzata, fin dagli esordi, da uno stile secco, compatto e strutturalmente rock. Barbarotta, che ha intrapreso la carriera solista nel 2003 (da lì in poi partecipando a vari progetti musicali - come Duemila papaveri rossi, il disco del 2008, composto da brani di De Andrè interpretati da musicisti indipendenti, a sostegno di A/Rivista anarchica - lavorando come produttore e pubblicando libri di poesie e racconti), ha sviluppato le sue produzioni personali attraverso un cantautorato diretto e informale, posato su un tappeto musicale ben lavorato e organizzato - nella prospettiva definita con la sua ex band - sull’interazione degli strumenti principe della tradizione rock: batteria (affidata a Nicola “Accio” Ghedin, già con gli Estra), basso (Stefano Andreatta) e chitarra (Giulio Moro). Queste convergenze caratterizzano anche “Un Fedele Ritratto”, sebbene siano arricchite dalla visione di un artista che riesce ad ampliare i riferimenti della sua ispirazione. Che riesce ad articolare e coordinare suggestioni differenti, passando - senza minare l’equilibrio che sorregge la successione dei dodici brani che compongono il disco - dentro soluzioni armoniche, arrangiamenti, atmosfere che richiamano anche alcuni echi di blues e jazz intimistico. Sopra queste strutture si allungano, come teli trasparenti e cangianti, i testi di Barbarotta, che intrecciano un racconto personale, definito da una narrazione molto ritmata e diretta: “La stanchezza è una bambina dai modi gentili e i denti a punta/ e la striscia bianca sull’asfalto è un po' serpente e un po' gazzella/ mi impalla”. Una narrazione che nella sua linearità è capace di restituire gli elementi (come matrici) che definiscono lo scenario entro cui si muove il cantautore di Treviso. Una riflessione notturna, spesso solitaria e descrittiva (“la desolazione nei cartelli o nelle insegne in autogrill”). Un incedere pensieroso e intimo (“Mentre l’attesa di una nuova fonte di illusione si allontana/ profuma di rivalsa l’aria che ci sveglia”). 

Daniele Cestellini 

Leo Pari – Sirena (Gas Vintage Records, 2013) 
Cantautore trentacinquenne romano, Leo Pari è noto sia per la sua collaborazione con Beppe Grillo (a lui ha dedicato “Ho Un Grillo Per La Testa”, usata come sigla finale degli spettacoli del 2006, e “V-Day” inno della manifestazione omonima), sia per la sua etichetta la Gas Vintage Records, che ha prodotto l’esordio dei Discoverland, alias Roberto Angelini e Pier Cortese. Ad appena un anno di distanza da “Resina”, che apriva una ideale trilogia, arriva il secondo volume “Sirena”, quarto album in carriera, nel quale sono confluite dieci canoni nuove di impostazione folk-rock, nelle quali si intrecciano storie d’amore, spaccati introspettivi, racconti autobiografici, senza tralasciare qualche accenno alla realtà che ci circonda. Se dal punto di vista stilistico i riferimenti spaziano da Ivan Graziani a Max Gazzè fino a toccare Antonello Venditti, l’ascolto rivela un sound molto curato tra echi vintage, pop e canzone d’autore, nel quale spicca l’uso di mellotron, sintetizzatori ma anche lap steel e pedal steel, suonate da Roberto Angelini. Aperto dal pop d’autore della battistiana “Piccolo Sogno”, il disco ci regala subito una bella sorpresa “Cara Maria”, un brano che farebbe la felicità di Antonello Venditti, se ancora riuscisse a scrivere brani come quelli degli anni d’oro. Non mancano altri brani di ottima fattura come la ballata “L’Uomo Di Niente”, l’intensa “C.U.O.R.E.”, e il folk-rock di “Sapessi Innamorarti Di Me”, e l’eccellente rock – ballad “Assholo”, che dimostrano come Leo Pari, pescando a piene mani nella migliore tradizione italiana, riesca a trarne ispirazioni importanti, snocciolando canzoni di ottima fattura, che nulla hanno da invidiare agli artisti che scalano le classifiche nella nostra nazione. 

Salvatore Esposito 

Leo Folgori – Vieni Via (Beta Produzioni - Folgori, 2014) 
Leo Folgori è un cantautore evidentemente legato a doppio filo alla tradizione musicale italiana e americana. Una doppia “vocazione” che emerge dal suo stile che, sebbene richiami i numi della poetica musicale internazionale (si sentono i “nostri” migliori, da De Gregori a De Andrè, e quelli a cui loro stessi, in alcuni casi, si sono ispirati, da Dylan a Young), si caratterizza in modo molto personale e originale. Attraverso soprattutto un interessante “classicismo” melodico e, allo stesso tempo, la ricerca di una “secchezza” anti-retorica degli arrangiamenti. L’originalità esce spesso in piccoli angoli di testo, che illuminano il racconto di scene quotidiane, “diffuse”, condivise, ma anche intime, infilzate e sollevate dalla visione un po' strabica e amara di questo artista di Roviano (in provincia di Roma). In alcuni casi Folgori si lascia trasportare da un mare di parole, che richiamano la geniale irriverenza di un Rino Gaetano contemporaneo, citando nello stesso multiforme racconto Nietzsche, brigatisti e “reggomani” (“Autobahn - Omaggio a P. V. Tondelli). In generale, nello scorrere delle dodici canzoni che compongono Vieni via, osserviamo lo scorrere di interazioni ravvisabili a ogni angolo di strada, restituite dentro una combinazione di immagini variamente sfocate e a tratti abbaglianti. Immagini e storie che al realismo mescolano una capacità interpretativa non comune. E generano una sorta di commento rauco, attento ai dettagli e allo stesso tempo impulsivo. Le costruzioni musicali aderiscono perfettamente alle narrazioni testuali: variano spesso e - se si esclude l’effetto western de “Il ballo del serpente” e qualche ritorno più elettrico qua e là, come in “Notturno cittadino” - si possono ricondurre a una vocazione acustica e, come dicevo sopra, “tradizionalmente" melodica. La strumentazione, d’altronde, si presta a questa suggestione e amplifica - creando un solco comodo dove si adagia la voce profonda e sussurrante di Folgori - le potenzialità della migliore tradizione cantautorale internazionale: chitarra, ukulele, banjo, contrabbasso, fisarmonica, pianoforte, fiati (basso tuba, trombone, sax baritono, tromba, clarinetto, flauto traverso). 

Daniele Cestellini 

Renato Franchi & Orchestrina del Suonatore Jones – Le Stagioni Di Anna (Latlantide, 2014) 
Prosegue febbrile ed appassionata l’attività discografica di Renato Franchi e della sua Orchestrina del Suonatore Jones, andando di pari passo ai loro apprezzatissimi concerti, e a distanza di poco più di un anno da “Filastrocche Scritte Per Strada”, li ritroviamo alle prese con “Le Stagioni Di Anna”, album nato dopo un viaggio/concerto nei campi di concentramento tedeschi di Auschwitz e Birkenau del Gennaio 2011, e dedicato al coraggio e al sorriso di Laura Prati e Adriana Cavalieri. Il disco raccoglie tredici brani tra originali e riletture, che nel loro insieme compongono un vero e proprio concept album sulla grande tragedia della Shoà. Ad impreziosire il tutto è la presenza di alcuni ospiti d’eccezione come il jazzista Max De Aloe, il batterista Gianfranco D’Adda, Alberto Bertoli, la tromba di Fabio Beltramini, nonché lo scrittore e giornalista Claudio Ravasi e la ricercatrice storica Nicoletta Bigatti. Ad aprire il disco è l’intensa title-track, a cui seguono, quasi fosse un antologia della canzone d’autore italiana le belle versioni di “Auschwitz” di Frnacesco Guccini, la struggente “Sei Minuti All’Alba” di Enzo Jannacci, “Varsavia” di Pierangelo Bertoli cantata con il figlio Alberto, “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco, fino a toccare il folk-rock dei Gang con “La Pianura Dei Sette Fratelli”, e la splendida “Se Questo E’ Un Uomo” di Massimo Bubola. Completano il disco “Il Disertore” di Boris Vian, “Futuro Bella Sposa” di Max Manfredi”, l’immarcescibile “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” di Gianni Morandi, e una intensa versione di “Cercando Un Altro Egitto” di Francesco De Gregori. “Le Stagioni Di Anna” è la dimostrazione dell’amore sconfinato che Renato Franchi nutre per la canzone d’autore militante, ma è anche una preziosa occasione per rileggere un pezzo importante della nostra storia attraverso alcuni dei brani più belli dedicati al momento più drammatico della Seconda Guerra Mondiale. 

Salvatore Esposito 

Giacomo Lariccia – Sempre Avanti (Autoprodotto, 2014) 
La storia di Giacomo Lariccia è una di quelle che meritano di essere raccontate, non solo perché alla base c’è una grande passione per la musica e la canzone d’autore, ma anche per il fascino intrinseco che racchiude il suo percorso artistico. Partito da Roma, la sua città Natale, dopo un viaggio in autostop, chitarra in spalla, per le strade di mezza Europa, giunge a Bruxelles, e lì scatta la scintilla che lo fa innamorare di questa città, dove arriva a diplomarsi in chitarra jazz, e a pubblicare il suo primo disco. Il passo verso la canzone d’autore è poi brevissimo e già nel 2011 pubblica il suo secondo album, “Colpo Di Sole”, questa volta di impronta prettamente cantautorale, e che gli apre la strada per le finali del Premio Tenco e Premio De Andrè. A tre anni di distanza, arriva il suo secondo album “Sempre Avanti”, disco nato grazia ad una campagna di crowfunding e che raccoglie tredici brani nuovi di zecca, in cui si intrecciano temi di impegno e denuncia sociale, con le storie degli emigranti italiani in Belgio e il loro duro lavoro in miniera. Proprio ai minatori italiani in Belgio, è dedicato il cuore del disco con quattro splendidi brani, ovvero “Dallo Zolfo Al Carbone” in cui canta dei siciliani che sfuggivano alla miseria della loro terra, l’intermezzo “La Miniera” che apre “Sessanta Sacchi Di Carbone”, nel cui testo viene evocato il cartello esposto nei locali pubblici belgi con scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”, e la poetica “Sotto Terra”. Alla sua città di adozione è dedicata poi “Bruxelles”, quasi a raccontarci l’altra faccia, quella accogliente, del Belgio. Uno dei vertici del disco arriva con l’ironica e pungente “La Fine Del Mondo” in cui spaziando attraverso i sette peccati capitali fa capolino anche l’ex premier Berlusconi e le sue cadute di stile, tuttavia pregevoli sono anche “Piuttosto” che mette alla berlina il tipico uso improprio milanese di questo avverbio, la trascinante “Il Primo Capello Bianco” e il mambo conclusivo “Mambo Della Gonna Di Marylin Monroe”. Insomma, in questo secondo album Giacomo Lariccia ci dimostra di aver raggiunto la sua piena maturità artistica e siamo certi che nel prossimo futuro si saprà ritagliare un posto di rilievo nella canzone d’autore italiana. 

Salvatore Esposito 

gaLoni - Troppo Bassi Per I Podi (29Records/MArteLabel/Goodfellas, 2014) 
Fattosi conoscere con il suo disco di debutto “Greenwich”, Emanuele Galoni meglio noto semplicemente come gaLoni, è un cantautore della provincia di Latina, con una solida formazione artistica fatta di tanta gavetta, e dotato della particolare dote di sapere coniugare e contrapporre il realismo e un po’ di sana follia e surrealismo. Il suo nuovo album “Troppo Bassi Per I Podi”, nasce dalla collaborazione con il produttore e polistrumentista Emanuele Colandrea (batteria, strumenti a corda, armonica, cori, tastiere, glockenspiel) e raccoglie undici brani, incisi con la partecipazione di Valerio Manelfi (basso acustico), Lorenzo Mancini (contrabbasso), Carmine Pagano (trombone&tuba), Simone Nanni (tromba), Andrea Ruggiero (violino) e Erika (coretti). Si tratta di canzoni, composte negli ultimi due anni, che riprendono il discorso cominciato con il disco di debutto, ma con una prospettiva diversa, infatti i protagonisti non tentano di spostare il meridiano zero, ma camminano sui tetti, dove guardano il mondo da una posizione instabile, raccontando “storie precarie, mercati americani e geografie di una generazione”. L’ascolto rivela un songwriting in cui si intrecciano, confondono e si contrappongono realismo e surrealismo, il tutto condito da una sana dose di follia. A spiccare in modo particolare sono senza dubbio “Carta Da Parati”, che celebra le bellezze nascoste di Roma, la riflessione sulla relatività del viaggio de “I Navigatori”, e la splendida “Primavere Arabe”. “Troppo Bassi Per I Podi” è dunque una buona tappa intermedia per gaLoni, dimostrando chiaramente come abbia tutte le carte in regola per il prossimo salto verso la maturità artistica. 

Salvatore Esposito 

Fabio Gualerzi – Fabio Gualerzi (Autoprodotto, 2014) 
Innamorato del roots rock americano, ma anche del cantautorato texano di Ryan Bingham, Fabio Gualerzi, dopo diversi anni di attività con gli Statale 9, debutta come solista con il disco omonimo, nel quale ha raccolto dieci brani autografi, scritti in italiano, ed impreziositi da sonorità country-rock in cui si mescolano i suoni del Lone Star State e quelli del southern rock. Si tratta di un lavoro che nasce dopo diversi anni in cui il cantautore emiliano ha macinato chilometri e concerti, aprendo spettacoli per artisti americani come Michael McDermott, Rod Picott, Amanda Shires e Two Cows Garage, e che riflette le sue passioni, le sue esperienze, ma soprattutto ci svela tutta la sua solidità musicale, nell’aver saputo raccogliere la sfida di unire la lingua italiana al roots rock. Registrato e mixato al Dude Studio di Stefano Riccò, il disco è stato inciso con un folto gruppo di strumentisti, composto da: Luca Cerioli, Francesco Predieri, Stefano Arduini (Chitarre Elettriche), Andrea Signorelli (basso), Simone Pezzi (batteria), Marco Sforza (piano Rhodes e organo Hammond), Mattia De Medici (violino), Marcello Ghirri (banjo), Eugenio Poppi (pedal steel guitar), e Silvia Borelli (voce), i quali hanno contribuito in maniera determinante alla solidità del sound. L’ascolto rivela un pungo di canzoni in cui Gualerzi racconta a cuore aperto, ed in modo semplice e diretto, le sue esperienze di vita tra speranze e delusioni, mettendosi a nudo con sincerità. A spiccare durante l’ascolto sono senza dubbio la ballad midtempo “La Stanza #43”, ma anche la ballata “Credi Nel Destino”, due facce della stessa medaglia, che ci mostrano tutta la versatilità del cantautore emiliano, che non manca di sorprenderci con brani come la notturna “Notte”, o il country-rock “Noi” in cui spicca il bell’intreccio tra banjo e chitarre. Vertice del disco sono la melodica “La Voce Di Questo Demone” e la conclusiva “Il Suo Tempo”, nelle quali è possibile cogliere la prospettiva futura del songwriting di Gualerzi, che con questo disco ha piazzato la pietra angolare di una carriera che si preannuncia assolutamente interessante. 

Salvatore Esposito 

Valerio Billeri - Acque Alte (JRB Roma, 2013) 
Cantautore romano, innamorato della roots music, e con alle spalle una ormai ventennale attività artistica, Valerio Billeri ha all’attivo numerose collaborazioni e ben tre dischi tra cui spicca “Vintage Radio” del 2012, realizzato per raccogliere fondi per la ricerca scientifica alla lotta per la lesione al midollo spinale, e caratterizzato dalla presenza di alcuni ospiti d’eccezione come Paolo Bonfanti, Massimiliano LaRocca, Antonio Zirilli i Balstwaves e Willie Nile. Nel novembre dello scorso anno, Billeri ha dato alle stampe il suo quarto album “Acque Alte”, che raccoglie otto brani incisi con la partecipazione di Duccio Grizzi (mix percussioni e effetti), Gianni Ferretti (organo, piano, e tastiere), Alessandro Cefalì (contrabbasso e basso), Damiano Minucci (chitarra elettrica), e Plinio Napoleoni (chitarra elettrica). Destreggiandosi tra chitarra acustica e slide, Billeri ci racconta le sue storie intessute di trame roots, country e blues, nelle quali si spazia dalla poetica “La Passione Secondo Pier Paolo Pasolini”, che apre il disco, alla riscrittura in italiano del traditional settecentesco “Black Jack Davie” fino a toccare la dilaniana “Acque Alte”. Tra i brani più intensi del disco meritano certamente di essere citate la ballata narrativa “Solferino” in cui Billeri racconta la storia di un disertore, l’intensa “Oscuro Il Tuo Disegno”, e quei due gioiellini folkie che sono “Tempesta” e “Pequod”. Chiude il disco la bella versione de “La Canzone del Deserto” di Luigi Magni e Angelo Branduardi, che suggella un lavoro senza dubbio interessante, nel quale sono raccolte un po’ tutte le passioni di Valerio Billeri, la canzone d’autore italiana come la roots music, e per non farsi mancare nulla anche una buona dose di country e blues. 

Salvatore Esposito 

Giuliano Vozella – Ordinary Miles (Workin’ Label, 2014) 
“Ordinary Miles” è il secondo album solista di Giuliano Vozzella, e che giunge a due anni di distanza da “Notes Through The Years”. Si tratta di un lavoro che prosegue il percorso di ricerca sonora del precedente, spaziando dal folk al blues passando per il jazz, il tutto condito da una cifra stilistica molto personale, che non lesina ammiccamenti verso melodie dagli echi pop. Un songwriting acustico e melodico, ma allo stesso tempo qualitativamente alto, che si estrinseca in brani come la trascinante “The Maze”, che apre il disco e subito ci regala uno splendido assolo di clarinetto, mescolando Sting, Kings Of Convenience. La melodica e radiofriendley “Daily Routine”, ci conduce prima al trascinante rock acustico di “This Green Garden” e poi alla dolcissima ninna nana “Lullaby For You”, in cui il gusto melodico tipico del cantautorato inglese incontra la ballata americana, il tutto impreziosito dal pianoforte che contrappunta le trame acustiche. Se la title track è un altro esempio di grande originalità compositiva, la seguente “Juliet Is Here” è uno strumentale in cui Vozella ci svela in tutto il suo fascino il suo personale stile chitarristico. Il disco regala altri momenti di godimento come nel caso della più movimentata “Dear Home” e della conclusiva “More To Say”, ma il vero vertice arriva con la splendida “The Art Of Travelling”, in cui spicca un eccellente assolo di chitarra elettrica. “Ordinary Miles” è, dunque, un esempio di cantautorato pop illuminato, nel quale gusto melodico, ricerca musica e pregevole tecnica chitarristica convivono in modo eccellente. 

Salvatore Esposito

Tom Petty & The Heartbreakers - Hypnotic Eye (Reprise Records, 2014)

Voglio chiarire sin da subito che, da tempo immemore, sono un grande e grosso fan di Tom Petty e degli Heartbreakers, amo i loro grandi dischi in vinile dal suono straordinario, rock ma non solo, dominato dalle chitarre e cento suoni di Mike Campbell, e dalle tastiere semplicemente perfette di Benmont Tench. Adoro il songwriting di Tom, il suo phrasing vocale, l’atmosfera dei suoi pezzi, quella sua cattiveria e idiosincrasia unica. Ho avuto modo di passare diverse ore con Tom Petty, un pomeriggio che è nella mia memoria, il giorno prima che Tom e suoi Heartbreakers suonassero con Bob Dylan a Modena. Detto questo, sono felice di godermi “Hypnotic Eye”, quattordicesimo disco del biondo Tom. Ma… cazzo! Mi manca Stan Lynch. Senza di lui, non sono più gli Heartbreakers che ho tanto amato. Quello che sentite in “Hypnotic Eye” non è il drumming giusto per Tom Petty, e in questo cambiamento di rotta, se c’è qualcosa che si è rotto nel suo fare musica è proprio il batterista. Per carità, Steve Ferrone è uno strumentista di levatura internazionale, ha un curriculum pazzesco, ed è dotato di una precisione estrema, anche troppa per i miei gusti, ma lui non è il batterista giusto per pompare cattiveria e groove dentro le canzoni di Tom, canzoni che si meritano il lavoro di bacchette e di pazzia di uno come Stan Lynch, una testa calda sicuramente, ma anche un musicista estremamente sincero e di cuore. Ora tutto funziona alla perfezione, gli stacchi sono metronomici, ogni minima imperfezione è livellata, le chitarre macinano suoni come fossero cartoline da un passato che implementa il jingle jangle byrdsiano con lo stomp a la John Lee Hooker su su, fino alle vibrazioni jazzate, avanti e indietro come un pendolo lisergico e perchè no, anche ipnotico come un occhio. Ma è il drive, la scelta dei suoni della batteria, che non mi permette di abbandonarmi e dirvi che è un capolavoro. Inoltre, se Tom decide di accreditare il disco a lui e agli Heartbreakers, i suoni contano molto, se non moltissimo. In ogni caso, un bel ritorno...


Antonio "Rigo" Righetti