BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

mercoledì 30 aprile 2014

Numero 149 del 30 Aprile 2014

I riti primaverili di maggio sono tra le pratiche più importanti nella cultura popolare contadina in Europa. Rifacendoci a queste espressioni augurali, ancora diffuse in molte parti d’Italia, seppure risignificate con i mutamenti socio-culturali prodottisi negli ultimi cinquantanni, apriamo Blogfoolk numero 149 con l’intervista a Marco Baccarelli dei Suonidumbra, curata da Daniele Cestellini, nella quale andiamo alla scoperta della festa del Cantamaggio ternano. Ancora nel segno della cultura tradizionale e della pratica strumentale, eccoci ad un’altra puntata speciale di Cantieri Sonori, curata da Paolo Mercurio, che è dedicata a Valter Biella, maestro di baghèt, liutaio, ricercatore e formidabile promotore culturale della bergamasca. Nel segno della musica dal vivo, ci spostiamo in Friuli per parlarvi del concerto-progetto dell’ensemble di Armando Corsi “Se stasera siamo qui”, dedicato al Luigi Tenco musicista, che diventerà presto un CD-Book edito dall’etichetta Nota Records. Il Consigliato Blogfoolk va agli scozzesi Breabach con il loro “Ùrlar”, mentre il nostro viaggio in Italia prosegue con il progetto speciale contro il femminicidio “Uommene” realizzato da CNI, protagoniste Pietra Montecorvino, Roberta Albanesi, Roberta Alloisio,  Federica Zammarchi e Agricantus. Immancabile è poi lo spazio alle letture, con la presentazione del nuovo numero de “La Piva Dal Carner”. Sul versante della canzone d’autore incontriamo Massimiliano Larocca, che ci presenta il suo nuovo album inciso con i Sacri Cuori. Completano il numero la chitarra jazz di Fabio Mariani (“On my Hands”) e il consueto taglio basso di Rigo, che si occupa di Ben Watt. E ben venga Maggio!

Ciro De Rosa

Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Canta E Ricanta Maggio. Intervista a Marco Baccarelli Sul Cantamaggio Ternano.

Il “Maggio” è un rito propiziatorio che, nella forma tradizionale, viene cantato nella notte del trenta aprile. Uno degli aspetti che ancora oggi ne caratterizza lo svolgimento è la forma itinerante, che tradizionalmente era associata alla questua che i cantori effettuavano tra i casolari delle campagne. In Umbria, sebbene abbia subito delle variazioni sia strutturali che contenutistiche che possono essere ricondotte a due macro-aree geografiche, è ancora praticato e molto vitale. Nell’area sud-occidentale il gruppo dei cantori è molto numeroso e canta in coro una serie di strofe in endecasillabo per lo più tradizionali, non memorizzate e generalmente trascritte su dei fogli (a Ficulle, ad esempio, il gruppo arriva a coincidere con tutto il paese, che si esibisce in una festa collettiva molto suggestiva). Nell’area nord-orientale, invece, la struttura del rituale della stessa performance è più tradizionale. Difatti i maggiaioli si muovono in piccoli gruppi e cantano, in modo alterno, una serie di endecasillabi generalmente memorizzati ma non scritti. Da questo quadro, schematicamente delineato, rimane escluso il Cantamaggio ternano, un evento più formalizzato, che quest’anno festeggia il 118° anniversario e si caratterizza principalmente per due elementi. Il primo è il fatto che si svolge nella città di Terni, in un contesto, cioè, sostanzialmente differente da quello tradizionale. Il secondo, evidentemente legato al primo, è la presenza dei carri del Maggio, vale a dire di strutture mobili che sfilano per la città. Entrambi questi elementi sono inquadrati in uno svolgimento musicale che, negli anni, si è caratterizzato in una forma che potemmo definire (come si vedrà nell’intervista in calce) “leggera” e che, tra alterne vicende, ha mantenuto un suo valore peculiare. Come ci dice, infatti, Marco Baccarelli dei Sonidumbra - un gruppo impegnato da diversi anni in un progetto di riproposta del patrimonio musicale umbro di tradizione orale - le canzoni vengono appositamente composte per l’evento del Cantamaggio. 
Cantamaggio ternano 1952 tratta dal sito www.cantamaggio.com
Queste, sebbene attraverso delle modalità di esecuzione che sono molto variate negli anni (dalle orchestre che si esibivano sui carri, alle basi registrate, dai concorsi di inediti del Maggio fino alla rielaborazione dei brani più tradizionalizzati da parte di band della scena cittadina contemporanea), rivelano la percezione che in città si ha di questo evento e, fatto ancora più importante, indicano lo sviluppo di un rituale tradizionale (decontestualizzato e tradizionalizzato attraverso un processo di adattamento alle esigenze del nuovo contesto) e, allo stesso tempo, contemporaneo. Dall’intervista emergono tutte le articolazioni di un progetto volto senza dubbio a mantenere una tradizione ma, allo stesso tempo, proteso verso la ricerca di un’interpretazione degli elementi che ne permettono la sopravvivenza e, soprattutto, la condivisione nel contesto di una città industriale come Terni. Le parole di Baccarelli hanno il merito di indagare le contraddizioni maturate nel flusso storico entro il quale si è sviluppato il Cantamaggio urbano di Terni e, proprio per questo, riescono a evidenziare gli elementi più complessi e sviluppabili in uno scenario che si definisce nella sovrapposizione di rito ed evento. Come si può, infatti, leggere nella documentazione di promozione dell’evento, “cantare e suonare dal vivo è uno degli obiettivi primari del progetto di rinnovamento della tradizionale festa della primavera ternana. 
Cantamaggio ternano 1962 tratta dal sito www.cantamaggio.com
Per questo motivo una delle novità dell’edizione 2014 è la reintroduzione di una formazione orchestrale per uno spettacolo di musica dal vivo che supporti anche i gruppi maggiaioli costruttori di carri che non hanno gruppi musicali a seguito. La formazione diretta e coordinata da Riccardo Ciaramellari (musicista ternano con una grandissima esperienza nella musica leggera in campo nazionale) è un vero e proprio ‘servizio’ offerto non solo ai cantanti dei gruppi maggiaioli che di solito si avvalgono di basi musicali registrate per le loro esibizioni, ma anche a tutti quei cantanti solisti che si iscrivono e partecipano al concorso canoro”. La programmazione di quest’anno (parte dell’evento si sta svolgendo proprio in questi giorni), prevede tre momenti. Il primo è il Premio “G. Capiato” (28 aprile), ovvero il concorso delle canzoni inedite, rivolto a “tutti coloro che intendono partecipare con una canzone inedita utilizzando qualunque formazione, con la novità dell’obbligo di usare qualunque strumentazione dal vivo”. Il secondo è il Ricantamaggio (29 aprile): “concorso-spettacolo aperto alle formazioni di ogni genere musicale che suonano dal vivo, senza basi musicali, rielaborazioni di autori storici del Cantamaggio”. Il terzo momento della programmazione prevede l’evento “I cori de Maggio” (7 maggio), organizzato in collaborazione con l’Arcum (Associazione Regionale Cori Umbri): “rassegna dedicata alle corali cittadine e del territorio che si esibiscono con brani del repertorio tradizionale e/o composizioni inedite, o rielaborazioni sui temi delle canzoni del Cantamaggio”.

Suonidumbra
Sondumbra è una realtà importante nello scenario delle musiche popolari umbre. Quali sono i progetti a cui state lavorando? 
Uno dei progetti più importanti è “Umbria Tradizioni in cammino”, che è costituito da una programmazione e una serie di eventi che mette insieme tutti i soggetti che ruotano intorno al folk, quindi dagli informatori, ai gruppi folk, ai gruppi di riproposta, fino addirittura al Dipartimento Uomo e Territorio dell’Università degli Studi di Perugia, o al Centro di documentazione antropologica della Valnerina (Cedrav). Insomma tutti i soggetti che, in qualche modo, lavorano su strade, su percorsi, su livelli e ambienti diversi. È quindi un progetto per dire “lavoriamo insieme”, alla pari: ognuno ha da dire qualcosa, quindi stabilito un tema ognuno lo sviluppa nei suoi modi. Con questo principio è nato il progetto, che si pone a metà strada tra lo spettacolo e l’approfondimento e mette in primo piano le persone, facendo loro vivere la tradizione. Una tradizione non, dal punto di vista accademico, raccontata soltanto da dietro la cattedra, ma soprattutto proposta attraverso l’esperienza. Questo è stato proprio l’inizio. Tra le varie tappe di questo percorso e di questo progetto ci sono le tradizioni del Maggio a Preci (piccolo Comune della Valnerina in provincia di Perugia, n.d.r.), le Passioni, il Natale e il Ricantamaggio. Il Ricantamagio ternano è una tappa del progetto nella quale noi abbiamo fatto un intervento sulla tradizione. Questo è importante, le tradizioni vanno da sole, quindi vanno mantenute e non vanno indirizzate. 
Cantamaggio Ternano, 1949 tratta da www.cantamaggio.com
È quello che facciamo sempre, ad esempio a Preci - nel quadro della valorizzazione delle tradizioni del Maggio - il Piantamaggio non lo tocchiamo, anzi lo affianchiamo con altre cose, non cerchiamo mai di stravolgere. Non va mai fatto. Per quanto riguarda il Cantamaggio ternano abbiamo invece dato delle indicazioni. Si tratta di una festa urbana, del risultato di una trasformazione del rituale tradizionale del cantare il Maggio che veniva seguito nelle campagne. La trasformazione del rituale da rurale a urbano ha prodotto questa nuova festa, che si inserisce nel contesto urbano attraverso canzoni nuove, quindi non più stornelli. Il passaggio è avvenuto attraverso delle tappe che dagli stornelli hanno portato alle maggiolate, quindi storie proprio allargate, fino alle canzoni. Queste comitive andavano con le “frasche” o con gli “alberi” a cantare il Maggio in qualche casolare, si spostavano con i somari, poi con le auto, con i camioncini, fino ad arrivare ai trattori e infine ai carri. Perché? Perché la città era quella e quindi tutto ha assunto un altro aspetto: canzoni più moderne, costruite con altre formule e non con l’endecasillabo tradizionale degli stornelli. La città richiedeva proprio una rappresentazione di un altro tipo. C’erano anche delle contese tra i primi organizzatori del Cantamaggio di fine Ottocento. Qualcuno voleva la tradizione, cioè non voleva che questa si trasformasse nonostante il contesto urbano, qualcun’altro invece propendeva per il cambiamento. Ci sono stati proprio dei litigi. Nasce il Cantamaggio anche perché la città era industriale, venivano molte persone da fuori e quindi c’era anche l’esigenza di mantenere la tradizione del dialetto, come per sottolineare una differenziazione con gli “stranieri”. E poi c’era la necessità di idealizzare una città che si stava trasformano e stava diventando peggiore. 
Carro del Cantamaggio ternano, 1948 tratta dal sito www.cantamaggio.com
Il borghetto o la periferia che somigliava alla campagna in realtà non c’erano in città, quindi le prime canzoni parlano di questa città idealizzata, era una situazione quasi scontata in questa nuova realtà. E pian piano si è trasformata ed è arrivata ai carri. Ogni rione, ogni borgata, faceva il proprio carro e aveva il proprio cantante. Quindi possiamo dire che si è sviluppata in due rami principali. Il canto del Maggio dentro la città si è strutturato come il mezzo che portava la persona che andava a cantare. Quindi oggi il Cantamaggio non è più rappresentato come il cantore che canta il Maggio, ma più che altro come il carro. Quindi se oggi si chiedesse alle persone da cosa derivi questa tradizione, si farebbe probabilmente più riferimento ai carri di Viareggio che non al Maggio tradizionale. Quindi c’è stata una perdita del valore principale. Ma questo vale un po' per quasi tutti, cioè anche quelli che mantengono e ripropongono il rituale nelle forme più tradizionali spesso non ne conoscono il valore e le origini. Però nella situazione attuale della città, il discorso delle canzoni si era un po' disgregato. I carri sono molto importanti perché avevano rappresentato una città metalmeccanica, quindi con molte energie, con molte professionalità. I carri venivano preparati anche da queste persone che uscivano dal lavoro. Questo è il motivo per cui ci sono questi carri grandi ed elaborati. Dall’altra parte, però, le canzoni hanno perso la loro importanza, perché si cantava sopra il carro e alla fine, negli ultimi anni, con l’elettronica, la musica registrata e riprodotta, hanno assunto un ruolo di secondo piano. Anche per i maggiaioli il Cantamaggio è il carro: questo è quello che si percepisce, ad esempio, dalle riunioni dell’ente organizzatore. C’è comunque il concorso delle canzoni che viene organizzato separatamente. C’è una giuria, per ogni carro c’è una canzone ed è andato avanti in questo modo. Ci sono stati anche concerti e le orchestre, ma poi con gli anni e anche con la crisi economica tutto si è ridimensionato fino ad arrivare alle basi registrate. 

Suonidumbra
I brani vengono composti appositamente per l’occasione? 
Sì, vengono composti pero l’occasione. I temi sono tantissimi, dalla natura che si rinnova fino ai problemi della città, alle macchiette cittadine, a fatti di denuncia di alcune situazioni che riguardano la città. Quindi nel corso di questi anni si sono sviluppati molti temi e c’è stata molta musica. Il carattere di questa, in particolare, dipendeva dai compositori. Ad esempio Fancelli, un importante fisarmonicista che scriveva nell’immediato dopoguerra, era influenzato dalla musica americana e ha scritto alcuni brani di Maggio jazzato. Ci sono altri personaggi come Porta, oppure Fedrighi, ancora vivente, che ha talmente assorbito le influenze della musica classica e operistica che, le sue composizioni erano quasi arie d’opera. Ognuno ha scritto un po' nei suoi modi, però fondamentalmente si era sviluppato un genere quasi di canzonetta urbana, come beguine o musica anni cinquanta, che si è un po' tramandata. Poi, con l’elettronica, con le basi e con le tastiere, ognuno ha arrangiato in maniera autonoma. Però, la cosa fondamentale è che i musicisti stavano fuori. Non che questi non lo fossero, ma solamente una parte di quelli ternani partecipava al Cantamaggio. Generalmente quelli facenti parte dell’ambiente del liscio, che ha le sue caratteristiche e la sua profondità. Però, diciamo, si è creata una frattura tra i vari generi della musica e il Cantamaggio, Questo era diventato di nicchia e chi faceva i carri doveva trovare qualcuno che cantasse e che scrivesse e arrangiasse il pezzo. Per questo era una cosa fatta a tavolino, i gruppi non ci sono più, c’è un testo da musicare, si confeziona questo prodotto, si dà all’ente per il concorso, la sera dei carri c’è qualcuno che lo canta. Ovviamente le basi sono funzionali alle esigenze della manifestazione, perché quella sera assistono a migliaia alla sfilata ed è chiaro che cantare sopra un carro con una base è molto meglio che cantare con l’orchestrina. Quindi era logico che si andasse verso questa direzione. Per questo si è persa l’importanza della musica e il carro è divenuto l’elemento centrale, il mezzo con cui le persone andavano in corteo a cantare il Maggio. Contrariamente ai primi carri, dove si vedono gruppi che suonavano sopra il carro, con orchestre di strumenti e percussioni, ad esempio, pian piano le persone a cantare sono diminuite e il carro è divenuto l’oggetto della festa.

In che modo conciliate le attività di Sonidumbra con quella del Cantamaggio ternano? 
DJ Rikieffe
La festa del Cantamaggio, che si svolge in una città grande come Terni, ha perso importanza e smalto, a differenza delle molte feste (come i Ceri di Gubbio, ad esempio) in cui la città che partecipa si propone da protagonista. Il Cantamaggio a Terni era organizzato soprattutto dai maggiaioli e non c’erano tante persone che partecipavano come protagonisti. Inoltre c’è la questione dei musicisti, che sono chiamati per cantare, ovviamente pagati, da chi fa i carri. La nostra idea è stata quella di rilanciare la festa mettendo al centro, come protagonisti, i musicisti. Dare alla festa il valore di un bene demo-etno-antropologico, e dare la possibilità a tutti di considerarla non come una manifestazione in qualche modo scaduta. Allora diamo la possibilità a tutti di diventare protagonisti e soprattutto di diventarlo con le loro musiche. Siamo in un contesto urbano, in una città moderna, quindi la domanda è “chi oggi deve cantare il Maggio?” e “quali sono le musiche che offre la città?”. Allora abbiamo deciso di togliere le limitazioni ai generi e anche al dialetto. Quest’ultimo era stato molto caldeggiato nei vari regolamenti, ma dopo 118 anni di Cantamaggio cantare in dialetto allontanava anche dal senso della realtà di oggi. Allora la nostra soluzione è stata quella di aprire a tutti attraverso due modalità. La prima è quella di cantare gli inediti composti per il Maggio - che rimangono l’essenza della manifestazione. La seconda è il Ricantamaggio. Cioè, come strategia ma anche come omaggio alla tradizione, abbiamo chiesto alle persone di reinterpretare le vecchie canzoni attraverso i propri stili, i propri modi di interpretazione. Questa seconda opzione, da un a parte aiuta ad esempio i gruppi che non scrivono pezzi propri, come ad esempio le cover band. Dall’altra parte abbiamo aperto a reinterpretazioni sia testuali che musicali, in modo da far “giocare” con la tradizione e allo stesso tempo rendendole omaggio. Questo è un aspetto importante, che permette di mantenere la tradizione attraverso un processo di innovazione e di contatto con gli elementi che la caratterizzano.  Questo approccio ha avuto molto successo anche nelle scuole di musiche, alle quali, soprattutto all’inizio, ci siamo rivolti per sperimentare questa operazione. Abbiamo organizzato, in una delle scuole di musica più grandi della città, che è fornita anche di sale prove dove si incontrano i gruppi, un “Maggio contest”. 
Music Box
Ha aderito un numero sempre crescente di gruppi e si sono confrontate persone e formazioni apparentemente distanti dal tema. Ad esempio il primo anno ha aderito anche un gruppo punk. Anche i membri dell’ente Cantamaggio si sono resi conto che questa operazione permetteva alla gente di avvicinarsi all’evento e ai significati di questo. Non era tanto un trasformare, ma un nuovo corso in cui si amplia il numero dei protagonisti del Maggio. Si tratta di un progetto articolato che stiamo portando avanti a tappe. Quest’anno, oltre l’apporto delle band che hanno partecipato (rock, trad., pop, blues, dj), abbiamo pensato di far esibire i cori separatamente. Quindi, prima della sfilata c’è l’esibizione in teatro dei musicisti che propongono gli inediti dedicati al Maggio, il Ricantamaggio - cioè la rielaborazione dei brani tradizionali - e infine i canti dei cori. Il prossimo anno apriremo probabilmente anche alle bande. Quindi si potrebbe dire, a ragion veduta, che i musicisti diventano così i veri protagonisti. Io dico sempre “siete i cavalieri delle feste medievali, oppure i portatori dei Ceri”. Mancava probabilmente questo riconoscimento. Il prossimo anno, inoltre, amplieremo il programma anche alle scuole. Abbiamo pensato con il Cedrav di fare un ciclo di lezioni-concerto, in modo da far comprendere ai ragazzi questo percorso, questo lungo cammino che ha fatto il Maggio, dall’albero, dal canto ai carri, per far riflettere su come anche le canzoni si sono trasformate, per autorizzare i musicisti e le persone che fanno musica a dire “posso partecipare”. In questo contesto di festa urbana rifunzionalizzata, tutti possono sentirsi protagonisti di fare il Maggio. Quindi per concludere, nell’idea che il rituale nasce come propiziazione, come augurio, anche nel contesto urbano si deve cogliere questo senso di rinnovamento: le persone possono scrivere e reinterpretare il proprio Maggio. Un ultimo aspetto a cui vale la pena accennare è la “notte bianca”, questo contenitore moderno che richiama proprio la notte del Maggio, che tradizionalmente si canta tutta la notte. Questo contenitore permette ai musicisti di esibirsi tutta la notte nelle piazze, in modo proprio da renderli protagonisti di questo processo di riappropriazione. 

Daniele Cestellini

Valter Biella: Maestro di Baghèt, Liutaio, Suonatore e Attivo Promotore Etnomusicale della Cultura del Bergamasco

Dopo aver trattato della Festa dei Serpari di Cocullo e delle zampogne laziali e molisane, concentriamo l’attenzione su Bergamo – patria di Gaetano Donizetti e dei Direttori Gianandrea Gavazzeni e Mino Bordignon – città nella quale, da oltre trent’anni, opera un autentico maestro della musica popolare, Valter Biella, a cui va il merito di aver salvato e fatto rinascere il baghèt, un tipo di cornamusa diffusa (in varie forme) anche in altre aree della Lombardia e dell’Emilia. Il maestro, nei decenni, si è distinto come ricercatore etnomusicale, liutaio, suonatore e divulgatore presso Scuole e pubbliche Istituzioni. Poco più che ventenne, Biella ha iniziato ad appassionarsi alle tradizioni popolari operando in un Gruppo di ricerca coordinato da Ivo Lizzola (oggi stimato docente di Pedagogia Generale e Sociale nonché Preside della Facoltà di Scienze della Formazione della Università degli Studi di Bergamo). Tra 1980 e il 1984, Biella figura tra i fondatori dell’ “A.R.P.A.“ (Associazione Ricerche sulla Musica Popolare con Mezzi Audiovisivi), di cui diventerà anche Presidente. Le sue ricerche sono state dapprima concentrate ad ampio raggio sulla Valle Brembana. Da un punto di vista musicale, ha studiato le scuole campanare diffuse in tutto il bergamasco. Numerosi paesi di quest’area vantano una propria “schola”, contraddistinta da uno specifico repertorio che Biella ha documentato, nel corso degli anni, in modo certosino, registrando oltre mille differenti esecuzioni, regolarmente depositate presso L’Archivio della Cultura di Base del Sistema Bibliotecario di Bergamo. Tale è la mole e l’importanza dei documenti raccolti che l’Archivio sonoro è stato catalogato nella pubblicazione di Veronique Ginouvès “Repertoire des collections d’archives sonores du patrimoine oral dans l’Europe du Sud” (Marsiglia, 1997), patrocinata dalla Comunità Europea. La raccolta degli studi etnomusicali di Valter Biella, dal 2012, è stata inoltre inserita nel “Censimento delle Raccolte e degli Archivi audiovisivi”, curata da Juanita Schiavini Trezzi per l’Università di Bergamo (Dipartimento di Lettere, Arti e Multimedialità). Prima di Biella, studi pionieristici etnoantropologici e musicali su “Bergamo e il suo territorio” erano stati condotti da Roberto Leydi e da un team di studiosi (Glauco Sanga, Italo Sordi, Vittorio Volpi, Bonaventura Foppolo, Tito Saffiotti, Sandra Mantovani, Bruno Pianta, etc.), i cui esiti confluirono in una nota pubblicazione sponsorizzata dalla Regione Lombardia (Milano, 1977). 
Sul finire degli anni Settanta, lo stesso Leydi aveva promosso un’estesa ricerca sulle “Zampogne in Europa” (Como 1979), osservando che della “zampogna”, nella provincia di Bergamo, si sapeva ben poco, nonostante fosse stata in uso fino alla Prima Guerra Mondiale. La maggior parte degli studi più significativi legati alla riscoperta e alla rinascita del baghèt sono dovuti a Valter Biella, a partire dai primi anni Ottanta. Stimolato proprio dalle ricerche interdisciplinari condotte da Roberto Leydi e da Febo Guizzi, si attivò e a Casnigo, tramite amici campanari, ebbe modo di ritrovare strumenti autentici e di conoscere l’ultimo dei suonatori, Giacomo Ruggeri, detto “Fagòt”, deceduto nel 1990. Dice Biella che nelle ricerche etnorganologiche più che la teoria serve inizialmente la “practica”, poiché trattando degli strumenti musicali popolari bisogna capire “il linguaggio delle mani che lavorano, linguaggio difficilmente comprensibile per chi non lo usa quotidianamente”. Con “Fagòt”, Biella ha condotto sei anni di ricerche, facendosi raccontare tutto sul baghèt, come si costruiva, come si suonava in ambito rituale e festivo. Biella, però, non si è accontentato di raccogliere meticolosamente le informazioni da colui che considera un suo maestro. Su indicazioni di Giacomo Ruggeri ha applicato il “sapere delle mani”, imparando a costruire ogni parte del baghèt. Da allora, è considerato il più autorevole costruttore di questo tipo di zampogna bergamasca ed è apprezzato a livello internazionale. La conoscenza di “Fagòt” coincise, grosso modo, con la temporanea iscrizione al DAMS di Bologna, dove Leydi, venuto a conoscenza delle sue ricerche, concesse a Biella di curare per i “Preprint” dell’Università un testo monografico, pubblicato nel 1985, con il titolo “Ricerche sulla piva nel bergamasco”. L’anno prima, nei “Quaderni di Ricerca” dell’ A.R.P.A., aveva invece pubblicato il saggio “Baghèt o piva delle Alpi”. Da allora, la ricerca per Biella non si è mai interrotta e l’opera più recente – “Pia o Baghèt. La cornamusa in terra di Bergamo” – è stata direttamente sponsorizzata dal Comune di Casnigo e dall’Associazione Culturale “Il Baghèt” (presieduta da Luciano Carminati), che opera con intenti culturali e promozionali del territorio. 
Negli anni, Biella ha costruito centinaia di strumenti, segno che a seguito delle sue ricerche qualcosa si è mosso e che numerosi appassionati hanno iniziato a suonare per non far perdere una tradizione secolare. Secondo le ricerche documentali e iconografiche, il baghèt era in uso sin dal medioevo, ma come noto l’utriculus era già in uso in età classica, come testimoniato da Marziale e da Svetonio. Le informazioni raccolte da Biella sul baghèt hanno progressivamente iniziato a diffondersi, pertanto non deve stupire se diversi ricercatori e appassionati di cornamuse hanno commissionato lo strumento musicale anche per collezioni private o per Musei esteri (Cile, Inghilterra, Spagna …). Dopo tanti anni di pratica, Biella ha ormai acquisito capacità tecniche invidiabili che, a favore dei suonatori, lo hanno portato nel tempo a perfezionare lo strumento da un punto di vista organologico (scelta e lavorazione dei materiali). Certo non è questo l’ambito per poter approfondire i particolari costruttivi (Biella ha scritto saggi assai dettagliati), ma ciò che colpisce negli strumenti realizzati dal ricercatore-liutaio di Bergamo è la cura per le rifiniture e per la lavorazione dei legni, come lo “chanter” melodico, localmente denominato “diana” o “pia”, mentre i bordoni (minore e maggiore) sono detti “prim o segond orghen”. “Baga” è invece detta la sacca, da cui deriva la denominazione generale dello strumento: baghèt. Probabilmente il suonatore più noto a livello internazionale di zampogna, o meglio di gaita, è l’asturiano Hevia, che ha dichiarato di avere grande stima, sotto il profilo tecnico e della ricerca, di Valter Biella. 
I due, peraltro, hanno tenuto comuni conferenze, a Carobbio (nel luglio del 2006) e a Gandino (nel dicembre del 2009), delle quali si è ampiamente occupata anche la stampa con articoli di giornale. A Valter Biella sono stati dedicati numerosi servizi televisivi e in particolare ritengo utile menzionare il documentario curato da Elsa Albonico per la Radio-Televisione Svizzera, dove opera Pietro Bianchi (fondatore dello storico gruppo folk Lyonesse). Inoltre ha collaborato per la realizzazione di diverse rassegne culturali organizzate da Ettore Castagna, docente di “Comunità Locali e Cultura Ecomuseale”, presso l’ Università degli Studi di Bergamo. Come suonatore, Biella ha partecipato a importanti rassegne europee di musica folk (Francia, Austria, Belgio …) e italiane (Acquafondata, Amatrice, Reggio Emilia, Milano …). Il repertorio da lui eseguito è decisamente vario e, nel corso degli anni, quello prettamente tradizionale si è arricchito con melodie “bandistiche”, ma in qualche modo ricollegabili alla tradizione locale. Per chi avesse desiderio di veder suonare Biella dal vivo, consiglio di ricercare gli spezzoni filmici su “You Tube” , tra cui alcune significative lezioni-concerto. Uno dei punti di forza del ricercatore bergamasco è la capacità di saper operare a più livelli in termini di divulgazione culturale. Ad esempio, presso le Scuole primarie ha più volte collaborato istituendo laboratori manuali, orientati all’acquisizione di nozioni riferite all’ambiente naturale e al suo impiego in termini musicali. Particolarmente significative sono le ricerche dedicate alla realizzazione di quelli che lui è solito definire “strumenti effimeri”, perché utilizzabili solo per un breve periodo di tempo. Per esempio, tra aprile e i primi di maggio, sono realizzabili alcuni strumenti “a corteccia”, ricavati intagliando i rami secondari o di scarto di alberi come il castagno. I bambini si divertono un mondo a costruirli. “A volte”, racconta Biella, “gli strumenti neppure riescono a emettere un suono, ma gli allievi sono comunque entusiasti perché hanno realizzato qualcosa di musicalmente significativo che ha richiesto l’impiego attivo e creativo della manualità a contatto con la natura”. 
Per chi volesse approfondire questo aspetto della didattica proposta da Biella, suggerisco la lettura del saggio “Legno, corteccia e canna” (in “Quaderni della Cultura di Base” , n. 13, Bergamo, 1989). Come riferito in precedenza, l’attività di ricerca musicale di Valter Biella è iniziata con lo studio dei repertori tradizionali campanari. Vi è da dire che questi suonatori erano (e sono tuttora) abituati a esercitarsi su particolari strumenti detti le “campanine”, sorta di xilofoni con lamine di vetro facilmente trasportabili da un luogo all’altro. Questi strumenti vengono costruiti da Biella a favore di ricercatori, appassionati e campanari. Ciò che colpisce della sua produzione è la flessibilità, dovuta in parte alla personalizzazione della cassa di supporto, in parte all’intonazione delle liste di vetro, che possono far riferimento al sistema “temperato” o a quello “naturale”. Per la costruzione e per uso didattico, Biella ha autoprodotto (gennaio 2013) un “Manuale sull’uso delle campanine, con un repertorio tratto da musiche tradizionali per campane” nel quale, su pentagramma, sono riportate musiche di conosciuti campanari quali Pietro Invernizzi (di Chignolo), Bernardo Pezzoli e Tarciso Beltrami (di Leffe), Pietro Migliorini (di Bergamo), Giulio Donadoni (di Grumello de’ Zanchi), Giuseppe Perani (di Casnigo), Giuseppe Signori (di Albino), Lorenzo Anesa (di Gandino), Carlo Ferrari (di Osio Sotto), Mario Pegurri (di Desenzano al Serio). Un altro importante filone di ricerca etnomusicale è riferito agli aerofoni popolari delle Orobie e, in particolare, della Val Imagna. Opera di riferimento è “Sivlì e sivlòcc. Flauti e zufoli in terra di Bergamo”, a cura di Valter Biella, con un esteso contributo etnomusicologico di Febo Guizzi e l’introduzione di Maria Teresa Sibella (Presidente dell’Ecomuseo Valle Imagna). Come regista, Valter Biella ha girato il documentario “Sivlì e sivlòcc. I flauti del Fortuno” (2008), per conto del “Centro Studi Valle Imagna”, coordinato da Antonio Carminati. 
Biella è appassionato di studi di fisica acustica. È ammirevole sentirlo parlare in termini di “cent” sulle annose questioni dei “battimenti” sonori, facendo riferimento alle intonazioni nella musica monofonica e in quella polifonica. Per le spiegazioni tecnico-acustiche, oltre all’uso delle “campanine”, è solito utilizzare il monocordo (quello pitagorico) che si è autoprodotto e che, sempre più spesso, viene richiesto dai ricercatori. “Talvolta chi studia nelle accademie e nei conservatori ha poca dimestichezza con la fisica del suono”, spiega Biella, ed è per questa ragione che, ogni tanto, viene invitato presso queste istituzioni per tenere lezioni, nelle quali la teoria fisica viene spiegata in modo pratico. I musicisti pare siano interessati a questo approccio metodologico, almeno questa è stata la sua impressione, confermata anche da una recente lezione tenuta a Darfo con studenti del Conservatorio di Brescia. Naturalmente, a fronte di un quadro così organico da un punto di vista della ricerca e divulgazione etnomusicale, nella produzione di Biella non potevano mancare le incisioni discografiche, tra le quali ritengo significativo indicare quelle edite da “Meridiana” negli anni Novanta: “L’allegrezza, la tradizione delle campane a festa nella provincia di Bergamo”; “Piamontesi mandim a casa, il canto tradizionale a Dossena” in collaborazione con Francesco Zani (al disco è abbinata l’omonima ricerca etnomusicale); “Le Campanine”. Registrazioni con suoi strumenti sono riportate nel disco di produzione francese edito da “Musique du Monde”, Italie: Instruments de la Musique Populaire” (con testi di Claude Monnet). Stranamente nella discografia ufficiale non sono presenti le musiche per baghèt tradizionali, ma c’è da augurare che presto autorevoli produttori nazionali o esteri si facciano avanti per colmare questa lacuna. Altrettanto significativa, a mio avviso, potrebbe essere una produzione culturale sponsorizzata dalla Regione o da qualche Dipartimento musicologico universitario. In questo contesto, mi concedo alcune riflessioni conclusive personali che spero possano sensibilizzare gli Amministratori pubblici. Seppur dalle poche righe dell’articolo, il lettore avrà potuto comprendere come Valter Biella abbia operato “a testa bassa” per tre decenni, con amore e rigore scientifico, a favore della cultura della propria terra. In Italia non sono molti i ricercatori che possano vantare operazioni musicali così significative come quelle della riscoperta del baghèt, della valorizzazione delle scuole campanare o della promozione dei flauti popolari della Valle Imagna (i cosiddetti “sivlì”). 
Tenendo conto della globalità del suo operato, Biella risulta un maestro (mi sembra etimologicamente il titolo più idoneo) che opera a tutto tondo (ricerca, costruzione e liuteria, esecuzione musicale, promozione didattica e culturale). Sebbene sia assai riservato e di carattere schivo (forse fin troppo), il suo nome è già impresso nella storia etnomusicale della Lombardia, ma stupisce come le Istituzioni pubbliche non siano ancora riuscite a promuoverlo e a inglobarlo stabilmente presso qualche significativo Ente, per permettergli di diffondere in modo autorevole e a tutto campo gli esiti teorici e pratici delle proprie ricerche musicali. Ricerche e attività pratiche che sicuramente potrebbero andare a tutto beneficio delle giovani generazioni e della valorizzazione storico-culturale di tutta la provincia di Bergamo (e più in generale della Regione). Scrivendo di Biella e ripercorrendo in sintesi la sua articolata produzione artistica e scientifica, ho trovato spontaneo pensare a suonatori popolari sardi come Luigi Lai e Totore Chessa i quali, avendo dato lustro musicale alla propria Isola, sono riusciti nel tempo a ottenere riconoscimenti ufficiali a livello regionale e incarichi stabili presso accademie musicali (Cagliari e Nuoro). Inoltre, da alcuni anni, corsi di etnomusicologia sono stati avviati presso i Conservatori sardi. Francamente mi domando perché lo stesso non potrebbe accadere in Lombardia o in una città come Bergamo, ricche culturalmente e finanziariamente. La produzione etnomusicale di Biella è assai importante per Bergamo e Provincia, per le quali mi sento di suggerire l’istituzione di un Museo interamente dedicato al baghèt e alla musica popolare. Un Museo situato nella suggestiva Città Alta, ma concepito modernamente, interattivo e multimediale, capace di collaborare interdisciplinarmente con le Istituzioni (Scuole, Accademie , Università, Centri culturali, Biblioteche), con gli Enti locali e i Centri di studio e di promozione del territorio, compresi quelli turistici sempre più impegnati a promuovere la conoscenza del bergamasco tramite la partecipazione a fiere, workshop e manifestazioni turistiche in Italia e all’estero. Un Museo capace di promuovere e far interagire le attività musicali delle valli bergamasche, dando integrato risalto all’intero patrimonio musicale locale, rendendolo un bene dell’umanità, magari istituendo un “Festival Internazionale del “Baghèt”, quale momento di confronto tra le differenti culture musicali. A proposito di riconoscimenti internazionali, in conclusione, reputo importante evidenziare che, nel febbraio del 2014, sull’autorevole “Galpin Society Journal” , è uscito il saggio “ A Comparative Study of Northern Apennine Bigpipes and Shawms”, scritto da Riccardo Gandolfi, Valter Biella e Claudio Gnoli: tutti i disegni, i grafici e i le schede organologiche sono stati meticolosamente curati da Biella. Per chi desiderasse approfondire la conoscenza degli argomenti trattati nell’articolo suggerisco di consultare il sito www.baghèt.it


Paolo Mercurio

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Se Stasera Siamo Qui. Armando Corsi Suona Tenco, Bottenicco di Moimacco (UD), 24 Aprile 2014

Non si può essere generici parlando, anzi, suonando le canzoni di Luigi Tenco. E non lo è affatto questa nuova creazione dalla profonda passionalità, proposta dal chitarrista e compositore genovese Armando Corsi. “Non è un nuovo, ennesimo tributo a Luigi”, dice il musicista, presentando, nella sala auditorium della storica Villa de Claricini-Dornpacher a Moimacco, il primo dei tre concerti friulani del suo nuovo progetto, cui sono seguite le date di Staranzano (25/4) e Osoppo (26/4). Il tutto sotto l’egida e il coordinamento del Folk Club di Buttrio, autentica istituzione culturale nella provincia udinese, con all’attivo una fitta storia di rassegne musicali e concerti, che in ventiquattro anni hanno portato in Friuli il meglio delle musiche del mondo. I tre concerti di “Se stasera siamo qui” sono stati registrati, perché diventeranno presto un CD-book edito dall’etichetta discografica Nota di Valter Colle – garanzia di qualità! – mentre la dimensione concertistica del progetto potrebbe perfino assumere una fisionomia più prossima al teatro-canzone. Con candore ed emozione Corsi lo definisce “un progetto molto ambizioso”, ma anche – a ragion veduta – “rischioso e coraggioso”, vista la pletora di opere di rivisitazione del repertorio dell’artista di Cassine, declinato in tutte le salse sonore: ma qui non è il Tenco maudit e tragico che va in scena. Rimarcando di non volere “esprimere un Tenco morto ma un Tenco vivo, e aggiungendo: “Luigi è qui con noi stasera”, Corsi riconosce che queste sono canzoni straordinariamente nobili e vitali. Da fan di Tenco sin da quando aveva tredici anni, Corsi privilegia il Tenco compositore e musicista, andando ad esplorare il significato musicale di quelle canzoni memorabili, illuminato dalla “genialità con cui scriveva Luigi, nella sua semplicità, ma da grande musicista e grande strumentista”, rimarca ancora. 
Negli oltre quarant’anni di carriera, Corsi ha messo a disposizione della migliore canzone d’autore italiana le sue corde; lo ricordiamo anche accanto a Paco de Lucia in un duetto indimenticabile, ma soprattutto titolare di una corposa discografia, di cui ci piace citare “Giua+Corsi” (2012), “Alma” (2010), “Duende” (2005), “Il viandante immaginario” (1999). Non nuovo ad interpretazioni tenchiane, già nel 2011 aveva curato gli arrangiamenti del disco “Baccini canta Tenco”, per questo lavoro il compositore genovese ha scelto e radunato intorno a sé un gruppo di eccellenti musicisti: la sua concittadina Giada Carozzino (voce), l’alessandrino Luca Giugno (chitarra e voce nella stupenda “Quello che conta”), il brasiliano Edu Hebling (contrabasso, basso, chitarra a sette corde), i friulani Bruno Cesselli (pianoforte) e UT Gandhi (percussioni), con la partecipazione di Sandro Amicone (voce). Corsi ha costruito gli arrangiamenti armonici con Giugno, poi le scelte sono state condivise con il resto degli musicisti. Pagine di classici si susseguono a brani meno noti, negli eleganti ricami del maestro ligure e dei suoi compagni di prim’ordine. La bussola sonora si orienta verso il mondo sudamericano, soprattutto con Jobim nel cuore, traspaiono richiami classici, ma anche al John Williams autore di colonne sonore – mi rivelerà Corsi nel corso di un successivo colloquio telefonico – né mancano le seduzioni della melodia napoletana. 
Il suono della band si innerva di jazz: ma non è jazz, visto che il pianismo nitido ed espressivo di Cesselli non è mai presunzione solista, né prende mai il sopravvento, ma la bontà tecnica e la raffinatezza del tocco sono messe al servizio della cantabilità e della melodia. Il quintetto strumentale conserva elegante sobrietà, restituendo la profondità delle composizioni tenchiane. La chitarra riprende il canto e le tonalità di Luigi: “La chitarra è la punta dell’albero, la voce della chitarra parla…”, osserva ancora Corsi. Ascoltiamo “Quando”, “Ragazzo mio”, “Cara maestra”, “Il mio regno”, nell’intensa interpretazione di Sandro Amicone, “Giornali femminili, “Angela”, “La mia geisha” (ad Osoppo eseguita con doppia voce da Giada Carozzino e dallo stesso Armando), “Ho capito che ti amo”, “Mi sono innamorato di te”. Poi ancora “Quello che conta”, “Un giorno dopo l’altro” e “Ballata della moda”. Stralci di lettere alla madre, appunti e poesie di Tenco (messi a disposizione dalla famiglia che ha pienamente appoggiato il lavoro) sono recitati fuori campo da Carozzino, mentre anche i ricordi personali di Armando contribuiscono all’originale narrazione, diventando fonti di ispirazione per l’inserimento di tre note composizioni dello stesso chitarrista, quali la splendida “Andantino”, coprotagonista la chitarra a sette corde di Hebling, “Tarantella”, che si fonde con suggestioni di un’esperienza napoletana di Luigi, ed infine “Impressioni”, brano con cui Corsi ha voluto davvero omaggiare la figura dell’artista scomparso. Nei bis è la Genova popolesca che viene omaggiata dal grande chitarrista iniziato alla musica nelle osterie della città della lanterna.

Ciro De Rosa

Breabach - Ùrlar (Breabach Records, 2013)

In Scozia il desiderio di folk innovazione si manifesta anche attraverso la musica di band come i Breabach, alfieri di un vigoroso e dinamico sound acustico, che trova conferma nel loro nuovo lavoro. Il set strumentale d’apertura “The Poetic Milkman” è il loro formidabile biglietto da visita. Eccoci al cospetto di una potente combinazione di cornamuse, violino, whistle, sostenuti dal robusto contrabbasso di James Lindsay: che attacco gente! “Ùrlar”, titolo del lavoro dei glaswegian, prodotto da Kris Drever dei Lau, è il tema principale del piobaireachd, la più alta espressione musicale nel repertorio della cornamusa scozzese delle Highlands, dal carattere quasi iniziatico. Che la “ceòl more” per bagpipe sia in cima ai pensieri del quintetto (schierano due cornamuse nella line-up, imbracciate da Calum McCrimmon e da James Duncan Mckenzie) è ribadito nel titolo del tradizionale “I am proud to play a pipe”. Ma non dovete pensare di essere di fronte a una pipe band, le atmosfere cambiano con “Hi Ho Ro Tha Mi Duilich” è una canto gaelico di emigrazione ottocentesco per la splendida voce di Megan Henderson (canto, violino, step-dance).
Lo strumentale che segue è dotato di una notevole potenza evocativa, con violino e flauto in primo piano a rievocare la tragica sorte del villaggio di Forvies, una comunità di pescatori che nel quindicesimo secolo si vide costretta a lasciare le proprie dimore, devastate dalla sabbia nel corso di una terribile quanto lunga bufera. La versatilità della band è accentuata dal fatto che allinea ben tre cantanti. Cosicché, nella delicata ballata operaia, intitolata “The Orangedale Whistle”, dalle venature country, McCrimmon assume la veste di lead vocalist, per raccontare dei manovali impegnati nella costruzione della linea ferroviaria nel Canada occidentale, a partire dalla sua storia familiare del suo bisnonno emigrato. “The Bowmore Fair”, altra combinazione strumentale (due tradizionali e una composizione del grande piper Mike Katz della Battlefield Band) e l’irresistibile set “Monday at Riccardo’s (due danze firmate Henderson e McCrimmon che sono un omaggio ad un ristornate italiano di Glasgow che al lunedì diventa sede di infuocate session)
provano l’estro, la vivacità, la versatilità, ma anche la compattezza del suono d’insieme della band, che si attesta tra i migliori live act britannici. La cristallina voce di Megan intona il tradizionale gaelico “Bha Mise Raoir Air An Àirigh”, arricchito dalle belle armonizzazioni del flauto di McKenzie. Il chitarrista ed autore Ewan Robertson è la terza voce principale, impegnata nell’appassionata ballata politica “The Seven Men of Knoydart”, su testo di Hamish Henderson, coniugata con un inserto strumentale dal profumo bretone, uscito dalla penna di McCrimmon. Lo spettacolare set finale d’autore, “The Old Hill”, è ancora all’insegna del fitto interplay e della potenza delle pipes. Eccellenze caledoni!


Ciro De Rosa

Artisti Vari – Uommene 25_11_2013 (Compagnia Nuove Indye, 2013)

Il dramma della violenza fisica e psicologica sulle donne, i tanti casi di femminicidio sono temi che tristemente incontriamo ogni giorno sulle pagine dei giornali come in televisione, allo stesso modo anche le statistiche raccontano di un susseguirsi angoscioso di dati sempre più allarmanti, e ciò negli ultimi tempi ha riacceso i riflettori su un dramma sociale, le cui radici sono lontane nel tempo ed hanno come denominatore comune: la violenza, l’ignoranza, l’arroganza e la sopraffazione. A questo dramma di così grande rilievo sociale si è ispirato l’autore e compositore Gino Magurno, per la scrittura di “Uommene”, brano di grande intensità e dal testo particolarmente vibrante, che ha suscitato subito l’interesse della straordinaria cantante napoletana Pietra Montercorvino, e grazie all’etichetta discografica Compagnia Nuove Indye, da sempre attenta alla musica come stimolo non solo culturale ma anche sociale, è nata l’idea di realizzare un progetto di più ampio respiro che coinvolgesse anche altre voci della scena world italiana, impegnate nell’interpretare il brano nel proprio dialetto, per estendersi poi anche alla realizzazione di un cortometraggio. Ben presto il progetto ha preso forma grazie anche al sostegno e alla collaborazione di Amnesty International Italia, Blob, e Legambiente, ed il 25 novembre 2013 è stato presentato ufficialmente in occasione della “Giornata Internazionale Per L’Eliminazione Della Violenza Contro Le Donne” indetta dall’ONU, con uno spettacolo presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, impreziosito non solo dalla musica ma anche dalla lettura delle poesie dell’indimenticata Alda Merini. Recentemente la CNI ha dato anche alle stampe il disco omonimo che contiene sei versioni differenti del brano “Uommene”, ovvero quella strumentale che apre il disco, la versione originale in napoletano cantata da Pietra Montecorvino, e le interpretazioni in romano di Roberta Albanesi, in siciliano di Federica Zammarchi con gli Agricantus, ed in genovese di Roberta Alloisio, nonché il mix del brano utilizzato come soundtrack per accompagnare le immagini del cortometraggio realizzato da Blob per la regia di Fabio Masi. Ascoltare i brani di seguito nelle diverse versioni, assume per l’ascoltatore un significato particolare, in quanto si entra in contatto diretto con il dolore delle donne, con il loro grido di rabbia, che è sempre lo stesso anche se a cambiare è il dialetto, stesse parole, stessi gesti, stessa sofferenza, quella sofferenza emerge anche dalle immagini del cortometraggio il cui commento sonoro è affidato all’alternarsi suggestivo delle voci delle quattro interpreti. Difficile dire quale delle versioni sia la più intensa, la più partecipata o la più sofferta, ognuna delle quattro interpreti, infatti, ha dato il meglio nell’interpretare “Uommene”, brano del quale auspichiamo una diffusione capillare, tanto per la sua qualità artistica, tanto per la profondità del tema trattato e per le modalità in cui Magurno è riuscito a tradurlo in musica. Il progetto “Uommene” continuerà nel corso di tutto il 2014 con altri eventi e la partecipazioni di altre artiste, e siamo certi che avrà tutta la risonanza quale campagna di sensibilizzazione sociale e culturale. 


Salvatore Esposito

La Piva Dal Carner, N.5 Aprile 2014, II Serie

Puntuale all’inizio di ogni nuova stagione arriva anche il nuovo numero de "La Piva Dal Carner", storico foglio rudimentale di comunicazione a 361 diretto da Bruno Grulli, che giunge alla quinta pubblicazione della seconda serie, proseguendo con fiera decisione la sua attività divulgativa sulla musica popolare in Italia. Come sempre tanti sono i saggi e gli spunti di riflessione ospitati, ed in particolare ci piace segnalare l’articolo di apertura, firmato da Gian Paolo Borghi, che nell’offrirci una retrospettiva biografica su Giovanna Daffini, riflette sulla sua importante eredità artistica raccolta da Sandra Boninelli. Antonio Canovi, nella ricorrenza del 25 aprile ci propone una interessante ricerca sui canti partigiani nella provincia di Reggio Emilia, esaltando i motivi per i quali sarebbe importantissimo tornare a studiarli e a cantarli. Di grande interesse è anche il contributo di Antonio Fanelli, che racconta da dentro la seconda vita dell’Istituto Ernesto de Martino, diretto Stefano Arrighetti, riassumendo in breve le tante attività di ricerca e promozione culturale messe in cantiere e realizzate negli ultimi anni. Ampio spazio è poi dedicato alla Piva con i contributi di Marco Bellini che arricchisce l’anagrafe provvisoria pubblicata nel primo numero del 2013 con una recentissima scoperta di una famiglia di suonatori di piva di Borgotaro (Pr), Bruno Grulli che ci porta nell’area posta tra il crinale Appenninico, le Alpi Apuane ed il mare per una personale ricognizione, e Nicholas Marturini e Luca Lodi che si cimentano in un volo sulle “Pivarsane” (pive reggiane) che penetravano nella Bassa Mantovana. Immancabile è poi l’aggiornamento dell’archivio con la ricerca di Marco Bellini e la rilettura del libro di Marco Porcella del 1998 ”Con arte e con inganno.....”, così come da non perdere è la sezione contribuiti in cui Giovanni Gilli ripercorre, in un toccante racconto, la storia del Nuovo Canzoniere Cavriaghese negli anni della contestazione; Giacomo Rozzi ci regala una fotostoria molto suggestiva in cui scopriamo la festa di San Giovanni nella sua Rimagna (Pr); da ultimo Placida Staro ci porta alla scoperta del Ballo della Piva. Di particolare interesse sono anche gli interventi di Fabio Tricomi che ci introduce nel mondo della vecchia discografia a 78 giri in tema di zampogne, e di Marco Vecchi che rende omaggio al grande Pete Seeger, scomparso di recente. Completana il numero la sezione Avvistamenti in cui spicca una libera e gustosa divagazione di Giancorrado Barozzi su un vaso conservato nel museo della ceramica di Faenza e raffigurante un asino che suona una cornamusa. Un’altra cosa su cui riflettere. Insomma un altro numero de “La Piva Dal Carner” da gustare fino in fondo, in attesa del numero estivo in uscita a Luglio.


Salvatore Esposito

Massimiliano Larocca - Qualcuno Stanotte

Cantautore fiorentino dalla grande passione per la roots music, Massimiliano Larocca, sin dal suo disco di debutto “Il Ritorno Delle Passioni”, datato 2005, si è segnalato come una delle più interessanti sorprese della canzone d’autore italiana, per la sua peculiare capacità di coniugare la lezione dei grandi storyteller americani con la migliore tradizione italiana. Nel giro di pochi anni, Larocca e alcuni suoi colleghi hanno dato vita ad una vera e propria scena musicale, che sin dai primissimi passi definimmo Italian Roots Songwriter, culminata con la nascita di Pomodori Music prima e in seguito con pubblicazione del progetto Barnetti Brothers con la complicità di Andrea Parodi, Jono Manson e Massimo Bubola. Quel disco, definibile anche come il manifesto artistico di quel filone cantautorale, paradossalmente ne rappresentò anche l’ultimo atto in quanto da allora molte cose sono cambiate, ed in particolare Massimiliano Larocca, pur non rinnegando quanto fatto fino a quel momento, ha intrapreso una strada diversa cercando una dimensione nuova per le sue canzoni. Ha preso così vita “Qualucuno Stanotte”, il suo terzo disco, che lo vede affiancato dagli straordinari Sacri Cuori di Antonio Gramentieri. Nell’intervista che segue il cantautore fiorentino, ci racconta la genesi di questo suo nuovo album, approfondendone insieme a noi i temi e le ispirazioni.

Il tuo nuovo album “Qualcuno Stanotte” arriva a sei anni di distanza dal tuo secondo disco “La Breve Estate”, nel mezzo però non sei stato fermo, ma anzi hai dato vita a progetti importanti come “Barnetti Bros.” con Massimo Bubola, Jono Manson e Andrea Parodi, e “The Dreamers” con Riccardo Tesi ed Erriquez. Ci puoi parlare di questi progetti paralleli? 
Sono stati due progetti importanti e formativi. Soprattutto perché hanno segnato una cesura per me, un "prima" e un "dopo", e sono stati preludio a questo nuovo progetto, a questa nuova avventura con i Sacri Cuori. Tanto l’esperienza con i Barnetti quanto quella di The Dreamers mi hanno fatto comprendere come il fare musica, il fare dischi non potrà più prescindere dal concepirli in maniera progettuale, con un percorso e una storia ben precisi ogni volta. Prendendomi tutto il tempo necessario tra un'opera e l'altra, come è stato nel caso di questi sei anni anni intercorsi dalla pubblicazione de “La Breve Estate”. Barnetti è stata una grande avventura, un film di Peckinpah che è diventato un disco, e ha chiuso quella che io considero la "fase uno" della mia carriera. "The dreamers", invece è un importante progetto con ragazzi diversamente abili, che per primo ha un po’ cambiato le mie categorie musicali e non solo.

Com’è nato invece il tuo nuovo album “Qualcuno Stanotte” che suggella anche la tua collaborazione con i Sacri Cuori? 
La premessa è che con Antonio Gramentieri ci conoscevamo da quasi dieci anni. Ma i rispettivi percorsi erano, all'epoca, molto lontani per poter pensare ad un incontro; anche perché ognuno aveva da mettere a fuoco le proprie cose. Dopo i Barnetti ero arrivato al capolinea di un certo percorso, tanto nella scrittura quanto nelle soluzioni musicali, ed aspettavo un'illuminazione, un'idea, una progettualità che mi ridesse la spinta pur continuando a scrivere e a fare concerti. L'idea di lavorare con Sacri Cuori si è affacciata lentamente, ed a un certo punto mi è sembrato quasi naturale proporre loro questa collaborazione perchè li stavo seguendo da tempo, stavo sviscerando certi dischi e certi suoni e soprattutto l'idea di musica non solo come insieme di melodie, suoni e versi ma anche come ambiente. Questa cosa per me era una categoria totalmente nuova, mentre per Gramentieri era una chiave ricorrente di lavoro. Inoltre ciò che mi affascinava di più dei Sacri Cuori era la loro identità di organismo musicale poliforme, dove si lavora su un certo suono, su certe dinamiche a prescindere da chi siano i primattori. Era incuriosito dall'incontro, dal confronto con loro e sapevo che per me sarebbe stato un approccio totalmente nuovo al fare dischi, come una reazione chimica incontrollata.

Dall’idea iniziale è arrivato poi il momento di passare all’azione. Come si sono svolte le sessions? 
Le registrazioni si sono svolte nella maniera più spontanea, e rapida possibile, e questo è un fatto del tutto nuovo per me. Ho portato ad Antonio le canzoni e abbiamo iniziato semplicemente a suonarle, poco dopo eravamo già in pista per registrare. Ho visto le canzoni prendere forma da sole, non nascere pian piano a pezzetti come spesso accade nella maggioranza delle produzioni di casa nostra. Il processo è stato talmente rapido e spontaneo che nell'ultimo giorno in studio ci siamo trovati con Gramentieri a scrivere insieme una piccola ballata acustica di due minuti, che è il brano che conclude il disco. Un episodio che ancora di più mi fa dire che questo disco è "accaduto", semplicemente. E che proprio per questo suona, e suonerà molto a lungo credo, sempre fresco e pulsante alle mie orecchie. Ha un margine in entrata e in uscita, qualcosa di istantaneo e se vogliamo anche incompiuto che lo rende vivo. Credo che se in Sacri Cuori, e in Gramentieri sopra tutti, c'è una magia sia proprio questo: creare questa zona intermedia, questo margine di non detto, dove la musica può ancora accadere tutta.

La prima differenza che risalta, rispetto a “La Breve Estate”, è il sound più chitarristico, e le atmosfere noir. Come mai questa scelta stilistica? 
Questo è un altro taglio voluto col passato, con un linguaggio che conoscevo e che ritengo di aver già usato a sufficienza. Il mio primo album era folk puro, "La Breve Estate" invece si poneva giusto a cavallo col rock, mentre con "Chupadero!" abbiamo celebrato il nostro amore per i suoni del border e non solo. Queste nuove canzoni, e soprattutto le mie voglie mi spingevano verso suoni più torbidi, cinematici, di ambiente appunto. In questo senso i Sacri Cuori sono degli specialisti, nel creare certe profondità, nel dilatare e punteggiare i chiari e gli scuri in musica. Avevo in mano storie e canzoni che avevano bisogno di queste zone d'ombra anche perché in buona parte ambientati in città vere o presunte e con storie, anche personali, molto forti.

Altra sostanziale differenza, è l’aver messo un po’ da parte le atmosfere roots a favore di un profilo più vicino alla canzone d’autore... 
L'ibrido che viene fuori da questo disco credo sia qualcosa di unico a suo modo, visto che la risultante sonora e stilistica credo poggi il piede un po’ in ogni ambito: nella canzone d'autore certo, nella roots music, ma anche in qualche inclinazione indie, e basterebbe l'utilizzo di certi sintetizzatori oggi usati con cognizioni di causa variabili a giustificare la mia affermazione. Non vorrei categorizzare troppo questo disco: si sono incontrati un autore e una band, ognuno con le proprie specifiche, e questo credo già faccia categoria a parte. Riguardo alla roots music: è una realtà, quella del cosiddetto roots rock italiano, che a me iniziava ad apparire un po’ costretta in cliché e stereotipi, condannata in ogni caso ad essere succursale degli americani. Con Barnetti il tentativo era di dare una spallata, mischiando le carte e i linguaggi, cantando in italiano e cercando antropologicamente un incontro credibile tra Italia e border USA. Direi che con “Chupadero” si è fatto il massimo, per quanto mi riguarda, attraversando il roots americano senza essere provinciali e mantenendo fede alla propria identità. Era insomma tempo di voltare pagina.

Quali sono le ispirazioni principali alla base dei vari brani? 
Cercando una definizione esaustiva e un minimo comune denominatore per le canzoni del disco, le definirei molto semplicemente canzoni di amore e di salvezza, che attingono tanto dal piano mio personale quanto dall'osservazione della realtà e dei tempi che viviamo. Sono storie di solitudini, personaggi in cerca di un riparo, di un appiglio, di una qualsiasi forma di amore che salvi le loro vite se non per sempre, almeno per qualche ora. Con uno scenario urbano di fondo che diventa esso stesso personaggio, uno sfondo magmatico e misterioso che avvolge le varie storie narrate. E' un disco che ha, come sempre accade nei miei album, una "letteratura" di genere come riferimento, in questo caso posso citare i film noir americani degli anni Quaranta e Cinquanta, l'hard-boiled, ma anche il neorealismo italiano, le periferie narrate da Pier Paolo Pasolini e la grande provincia di Pier Vittorio Tondelli. A questo si aggiungono anche i miei racconti del quartiere in cui sono cresciuto e qualche confessione sentimentale, cosa assolutamente inedita per me finora. In fondo, a me piace definire la musica con cui sono cresciuto rock "romantico", e certe cose riaffiorano sempre.

Uno dei brani più intensi del disco è l’iniziale “Angelina”. Ci puoi parlare di questo brano? 
“Angelina” è uno dei tanti personaggi femminili di questo disco. Quella che considero la mia vera maturità artistica è quella di aver capito che nelle canzoni le donne sono un soggetto assai più interessante e mutevole di cui parlare. Angelina non esiste, è un personaggio letterario: nella prima scena è la classica femme fatale che pensa di potere non cedere ai sentimenti mai, ma poi è proprio l'amore a farla capitolare. In questo è estremamente umana e attuale. Il tutto espresso con un rock'n'roll che a un riff alla Clash unisce dei fiati r'n'b.

“Scarpe Di Lavoro” evoca invece il Dylan di "Everything Is Broken" da Oh Mercy, disco emblematico della produzione dilaniano prodotto da Daniel Lanois, mago di certe atmosfere noir … 
Qui diventa un blues psicotico, indifferente, dove la motricità statica del brano vuole restituire la meccanicità della vita lavorativa. Che fa da contrasto al messaggio, al grido del protagonista, che è una rivendicazione di autonomia e di identità che solo il Lavoro può darti. In tempi in cui, da venti anni a questa parte, c'è stato un attacco frontale dei poteri forti alle conquiste e ai diritti fondamentali legati al mondo del lavoro.

Chi sono i “Magnifici Perdenti”? Come nasce questo brano? 
Aldilà del richiamo a certa letteratura rock, i magnifici perdenti sono l'umanità precaria di oggi: precaria nella vita, nel lavoro e soprattutto in amore, specialmente nel mondo giovanile. E' quindi una sorta di canzone generazionale, però atipica, perché priva di parole roboanti e proclami ma piuttosto con un filo di disillusione e realismo. Certo la lunga coda strumentale alla fine forse suggerisce che l'uscita, da qualche parte, c'è.

Cosa ti ha ispirato invece il magnifico spooken word “Strade Perdute”? 
Le ispirazioni vengono da vissuto e dall’immaginazione insime. Un amore lungo una vita o una sola, breve estate. E poi un treno, da lasciar passare o da prendere, con tutte le conseguenze sulla vita di due, o più, persone. Due immagini, ed è già un film.

Un piccolo raggio di sole nel disco è “Piccolo Eden”… 
In realtà ha un tono più leggero solo perché tratta di un preciso periodo della vita, l'adolescenza. Dove però gli urti e le "sconfitte" fanno più rumore che mai, e ti risuonano dentro per sempre. E' una traduzione/adattamento di una canzone minore dei Gaslight Anthem, band che ha recuperato una certa forma di innocenza del rock. Abbiamo preso l'originale e l'abbiamo piegato in una chiave più cantautoriale e legata al nostro immaginario. L'adolescenza è un momento affascinante: ci si sente in grado di fare grandi promesse senza sentirsi mai, nemmeno per un secondo, dei gran bugiardi.

"Città degli Angeli” si caratterizza per una scrittura dal taglio cinematografico. Cosa ti ha ispirato questo brano? 
Il sottotitolo di questa canzone è significativo: "una visione metropolitana di Firenze". Volevo scrivere una canzone sulla mia città, ma l'unico modo per farlo era trasfigurarla, renderla quello che non sarà mai: una grande metropoli cosmopolita. A questo ho aggiunto i ricordi e i personaggi del quartiere in cui sono cresciuto, Rifredi, alla periferia nord della città, negli anni Ottanta in cui l'eroina era una grande piaga sociale giovanile, specialmente in zone come quella in cui vivevo. Crescevo vedendo questi ragazzi bucarsi davanti a casa mia, accovacciati tra due macchine parcheggiate. Immagini che rivedevo a letto, di notte, quando chiudevo gli occhi, e che mi impedivano di dormire. Per scacciare la paura mi dicevo che quei ragazzi erano angeli, angeli che dormivano di giorno e uscivano solo a notte fonda in cerca della luce.

Concludendo quali sono i tuoi progetti futuri? 
Concerti, ovviamente, ma oltre a tutto ciò che è strettamente connesso al disco nuovo, direi proseguire questo percorso di progettualità in musica: aspetterò fino alla prossima "illuminazione" prima di rimettermi al lavoro su un disco nuovo. Un paio di idee ce l'ho già in verità, me le sto portando dietro da anni e forse sono mature per venire fuori: due opere dedicate rispettivamente a Dino Campana e a Giordano Bruno.



Massimiliano Larocca - Qualcuno Stanotte (Brutture Moderne/Audioglobe, 2014) 
Quando un cantautore o un gruppo giungono alla pubblicazione del terzo disco lo stilema classico delle recensioni discografiche vuole che si rifletta sul raggiungimento o meno della maturità artistica. E’ una sorta di passaggio obbligato e ciò implica il fiorire di definizioni generiche, che lasciano davvero il tempo che trovano, come “disco della maturità” e che molto spesso stanno davvero strette agli artisti in questione. In questo senso il caso di Massimiliano Larocca è emblematico, infatti già il suo disco di debutto “Il Ritorno Delle Passioni” era un lavoro di un cantautore artisticamente maturo, così il parlare del suo terzo album “Qualcuno Stanotte” come disco della maturità ci sembra assolutamente riduttivo. L’album in questione, infatti, rappresenta un cambio di passo importante nella vicenda artistica del cantautore fiorentino, che proprio grazie alla sua maturità e alla consapevolezza di aver chiuso una parentesi con il progetto Barnetti Brothers, è riuscito a mettersi alle spalle quel linguaggio roots-rock made in USA che aveva permeato il disco precedente “La Breve Estate”, mirando alla valorizzazione dell’aspetto più poetico del suo songwriting. Determinante è stato anche il contributo dei Sacri Cuori di Antonio Gramentieri, che con il loro soul rock urbano dai tratti noir hanno costruito un ambientazione sonora di grande suggestione per i brani del cantautore fiorentino, esaltandone lo stroytelling e le sfumature cinematografiche. Atmosfere desolate, desertiche, boogie serrati, riverberi, echi lontani, sono così gli ingredienti di un disco appassionante, che ad un ascolto attento esplode in tutta la sua ricchezza letteraria ed immaginifica tra storie quotidiane d’amore e redenzione, ricordi della sua Firenze e spaccati introspettivi. A spiccare in modo particolare sono brani come il ritratto femminile della trascinante “Angelina”, impreziosita dal finale con protagonisti assoluti i fiati dei Sacri Cuori, la torrida ed attualissima “Scarpe Di Lavoro”, e l’intensa “Magnifici Perdenti”, che ci conducono ai due vertici del disco ovvero il talkin’ blues “Strade Perdute” caratterizzata da una superba prova interpretativa di Larocca, e la splendida ballad “La Città Degli Angeli”. Di pregevole fattura sono anche quel gioiellino che è “Piccolo Eden”, riscrittura in italiano di “Blue Jeans & White T-Shirt” dei Gaslight Anthem, e la conclusiva “Dopo Il Diluvio”, che sugella un disco tutto da ascoltare dall’inizio alla fine, lasciandosi affascinare dalla scrittura di Massimiliano Larocca incorniciata magistralmente dal sound dei Sacri Cuori.


Salvatore Esposito

Fabio Mariani Group – On My Hands (Videoradio, 2014)

Chitarrista e sessionman tra i più apprezzati in Italia, Fabio Mariani è noto soprattutto per la sua attività didattica portata avanti negli anni tanto con stage, seminari e masterclass, quanto anche con la pubblicazione di testi diventi fondamentali per quanti desiderano approcciare la chitarra jazz, ovvero “Trattato di Chitarra Jazz” del 1984 e il più recente “Trattato Di Chitarra Contemporanea”, editi entrambi dalla Carisch. Parallelamente all’insegnamento e all’attività concertistica, Mariani ha coltivato anche una interessante discografia come solista dando alle stampe sei album a partire dal debutto “Digital Connection” del 1987. Il suo lavoro più recente “On My Hands”, pubblicato dalla sempre attivissima Videoradio, raccoglie nove brani, incisi con il suo gruppo composto da Fabio Palese (sax), Mirko Matera (piano), Vincenzo Maurogiovanni (basso) e Gaetano Fasano (batteria). Si tratta di un album che mette in risalto non solo la magistrale tecnica chitarristica di Mariani, ma soprattutto le sue pregevoli composizioni in cui si apprezza il riuscito connubio tra le atmosfere e le sonorità mediterranee con le strutture e le progressioni armoniche tipiche del jazz. Guidati dalla chitarra di Mariani e dai suoi assoli, si compie un vero e proprio viaggio sonoro che prende le mosse dall’elegante tessitura melodica di “Cross Travel” in cui si sviluppa un dialogo intenso tra chitarra e sax. Si prende il largo con il blues notturno della title-track impreziosita da un magistrale assolo di Mariani, a cui segue prima alla fusion della funkeggiante “Easy Fun” e poi l’evocativa “Estasi”. “Emocao” e le sue frizzanti sonorità latin jazz ci portano in Sud America, ma subito dopo irrompe il funk di “So Easy” della quale si apprezza l’intenso interplay tra il pianoforte di Matera, la chitarra di Mariani e il sax di Palese. Se il vertice del disco è la deliziosa “Come Back Home”, brano dall’atmosfera riflessiva in cui la chitarra arpeggiata di Mariani dialoga in modo sublime con il sax di Palese, il brano successivo “Unlocked” è l’esempio lampante di come la scrittura di Mariani possa riservare sorprese continue, infatti oltre ad una sorprendente costruzione melodica, di questo brano piace l’intricata ed originale costruzione ritmica. Chiude il disco lo shuffle “Social Blues”, brano nato su facebook, e che vede il gruppo allargarsi fino a diventare una superband con le chitarre di Luca Rocchi, Sergio Basile, Danilo Violetta e Maurizio Loffredo, che si alternano nelle parti solistiche. Insomma “On My Hands” è un disco di puro godimento, che non mancherà di regalare belle soddisfazioni a quanti vi dedicheranno la loro attenzione. 


Salvatore Esposito

Ben Watt – Hendra (Caroline International, 2014)

Comprai a suo tempo “Eden”, il disco di debutto di Everything But The Girl, e ne ho goduto a lungo. Certo, non sempre mi hanno entusiasmato gli album del duo formato da Ben Watt e Tracey Thorn, ma gli ho sempre riconosciuto la capacità di evocazione sottile, ed il trattare il pop nel modo giusto. A trent’anni di distanza e con alle spalle l’esperienza con Everything But The Girl, giunge ora “Hendra”, il secondo disco solista di Ben Watt, un album splendido fatto di canzoni senza tempo, elegante e dolente allo stesso tempo, e soprattutto caratterizzato dalla perfetta combinazione tra attitudine e gusto british e l’immaginario americano che il cantautore inglese non ha mai celato (si vedano le varie cover scelte nel passato tra Bruce Springsteen e Bob Dylan o quella versione deliziosa di “Love Is Strange”). Il disco è confezionato con il gusto del tutto preciso e musicale, chitarre leggere ed elettriche fornite da un David Gilmour assolutamente in palla, ritmiche vicine ai mondi dei Fleetwood Mac e un cantato ineccepibile con parole che si adagiano su tappeti spesso tastieristici, mentre sotto si muove la linea melodica con tutti i colori che deve avere. Ascoltando questo disco si comprende come nasca nasce da una necessità interiore, e questo lo si avverte senza scomodare colui che l’ha teorizzata (parlo della necessità interiore...) come unico motore della comunicazione. Ho visto l’altro giorno “I Fratelli Karamazov”, meraviglioso film di Petr Zelenka del 2008 tratto dal romanzo omonimo di Dostoevskij, ero reduce da una visione desolante dell’ultimo “Capitan America” insieme a mio figlio, e in quella multisala bazar di Modena, e quello spreco di capacità e mezzi mi ha intristito. Il film di Zelenka al contrario è un insieme di domande enormi sul senso della vita, il dolore, la comicità, il sesso, la paura. Certo chi interpretava i vari personaggi dell’opera dello scrittore russo ha recitato a lungo in teatro, ma questo non vuol dire nulla il film di Zelenka resta un capolavoro, mentre “Capitan America” è solo roba da popcorn, che però avrebbe potuto essere realizzato molto meglio considerando i mezzi a disposizione. Questa breve digressione, per sottolineare come resti la necessità filosofica di tracciare dei limiti, segnalare delle differenze, perché è solo segnalando le differenze che possiamo ricostruire un mondo che è crollato. La differenza è che il disco di Ben Watt è splendido, e si muove lungo coordinate di un songwriting di facile ascolto, ma di grande qualità. Io resto sempre in attesa che arrivi un disco italiano con le stesse caratteristiche e da persone di lungo corso come Ben. Grande disco...


Antonio "Rigo" Righetti

giovedì 24 aprile 2014

Numero 148 del 24 Aprile 2014

Entriamo nel cuore della festa  di San Domenico Abate a Cocullo, in Abruzzo, con un articolo di Paolo Mercurio, che in parallelo ricorda l'opera dello storico delle religioni  Alfonso Maria di Nola. Si prosegue verso sud, nel Cilento, dove incontriamo Gianluca Zammarelli, polistrumentista, autore e ricercatore non accademico, che ė cilentano d'origine. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo nuovo disco "Canti Sepolti" Restiamo poi in Campania per raccontarvi "Cuo-rap" il nuovo disco dei Sague Mostro. Breve, poi, è il passo verso la Basilicata, dove incontriamo i Lucania di "055". Spazio poi alla world music con "Feeling And Passion" del grande Vladimir Denissenkov,  alla cumbia psichedelica di "Sendero Mistico" dei Sonido Gallo Negro, e alla balkan music di "Vodka, Polka & Vina" degli italiani Babbutzi Orkestar. Completano il numero la recensione della ristampa di "The Days After The Silence" di Enrico Pieranunzi e il consueto Taglio Basso di Rigo dedicato ai The War On Drugs.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


MEMORIA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)