BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 31 luglio 2013

Numero 111 del 31 Luglio 2013

L’estate del folk trova la redazione di Blogfoolk in “servizio permanente effettivo”, con la flyin' squad e gli inviati esterni presenti nei principali festival italiani. Un bollente numero del webmagazine chiude il mese di luglio, tirando la volata alle emissioni di blogfoolk di un agosto, mese che nonostante la crisi si annuncia pieno di rassegne, festival e concerti per tutti gusti e di tutte le taglie. È il caso di Paleariza nella Calabria grecanica, di cui si parla con il direttore artistico Ettore Castagna, musicista di lungo corso ed antropologo, con cui è naturale finire per disquisire di tante altre cose, ben oltre la natura di uno dei festival di musica tradizionale più importati del Sud Italia. Collocato tra didattica, funzione terapeutica della musica ed antropologia, presentiamo la parte finale del denso saggio di Michele Santoro: “Gioco sonoro e gesto musicale: motivazioni e condotte tra antropologia, pedagogia e musicoterapia". Di ritorno da Loano, uno dei luoghi della musica italiana, Ciro De Rosa ci racconta le giornate del Festival Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana. Da sempre attenti anche al mondo accademico e alla divulgazione, Valentina Onnis ha seguito per noi da Cagliari la conferenza di Marco Lutzu: “Boghe sèria, boghe ‘e ballu. Alcune considerazioni sul ritmo nel canto a tenore”. Immancabili le recensioni discografiche, il consigliato Blogfoolk della settimana è "Emigrant" di Nadia Fabrizio. Di blues, si parla con i due nuovi dischi di Fabrizio Poggi, ovvero l'antologia “Spirit Of Mercy” e “Juba Dance”, inciso con Guy Davis. Per la rubrica suoni Jazz, abbiamo ascoltato per voi "Parole Inutili" di Lillo Quaratino, mentre per le Letture, ci occupiamo del volume di Fabrizio Ghio "Le Comunità Ebraiche Nel Salento: Una Scomparsa Silenziosa". L’ultima portata di luglio è il consueto Taglio Basso di Rigo, dedicato questa volta a The Lee Thompson Ska Orchestra, progetto tutto da scoprire. Che la musica vi sia propizia!

I PERSONAGGI DEL FOLK
IDEE
I LUOGHI DELLA MUSICA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
SUONI JAZZ
LETTURE
TAGLIO BASSO

Intervista con Ettore Castagna

Ettore Castagna, antropologo dell’Università di Bergamo, storico protagonista in musica con la seminale formazione calabrese Re Niliu, tra i non numerosi ensemble del revival italiano che hanno saputo attraversare efficacemente la fase acustica e l’elettrificazione, la riproposta di temi tradizionali e la nuova composizione, combinando stilemi e scale del canto tradizionale a testi ed armonizzazioni contemporanee ma senza ”nobilitarsi” ricorrendo alla struttura cantautorale. Tra compenetrazione di suoni del mondo agro-pastorale della Calabria meridionale e propria espressività musicale i Re Niliu, pur con cambi di organico, producono tre dischi: dallo splendido acustico esordio di “Non suli e no’ luna” (1984), a “Caravi” (1988), album che precorre certe tendenze estetiche world, fino a “Pucambù” (1994), in cui zampogna, lira, doppio flauto, organetto e strumentario elettrico e digitale si mescolano senza smarrirsi in stereotipate forme etno-pop. Esauritasi con gli immancabili diverbi l’esperienza con Re Niliu, più recentemente Castagna è stato l’ideatore dei gruppi Nistanimera ed Antiche Ferrovie Calabro-Lucane, solo per citare due delle sue innumerevoli ed acclamate esperienze artistiche. Da studioso e musicista si è occupato di lira calabrese – in un tragitto che lo ha portato da “discipulu” a prosecutore dell’insegnamento dei maestri della tradizione – e di danza nella Calabria greca, nello specifico del sonu a ballu, che ha indagato in tutta la sua complessità di fenomeno musicale e coreutico della cultura popolare calabrese. Altro suo interesse che viene da lontano il rapporto tra ‘ndrine e mondo tradizionale calabrese. Da sempre, al di là di una breve interruzione, dirige il festival Paleariza (www.paleariza.it), una delle manifestazioni più importanti del sud Italia, seppure priva di maestri concertatori e battage mediatico, notevole strumento di promozione del territorio della Calabria grecanica. Paleariza, giunto all’edizione numero sedici, è un festival itinerante che prevede – è stato tra i primi, poi largamente imitato da altre manifestazioni – oltre ai concerti e ai laboratori di strumenti, la realizzazione di escursioni guidate in Aspromonte e di incontri e dibattiti sulle tematiche dello sviluppo delle aree interne dell’area grecanica. Il polistrumentista calabro-bergamasco(?), diretto nel conversare, mai asserragliato dietro la retorica dei paroloni roboanti, sempre incline ad infilare pungenti ed ironiche osservazioni dettate dalle sue esperienze di campo e di musicista on the road, ci presenta Paleariza 2013. Ma da buoni gourmet, l’occasione è propizia per mettere sul piatto questioni perfino ardue, come tradizione e radici, parlare di “tarantelle” e lire calabresi, ma anche di un ritorno, e questa sì che è un’anteprima, dei Re Niliu. 

Dal 2 al 24 Agosto 2013, ritorno a Paleariza… 
Mancavo alla direzione da praticamente tre anni dopo averlo diretto dal 1997 al 2009. Il tema di fondo è “Erkete o kerò ja’ pasa prama”, che significa “Viene un tempo per ogni cosa”. Le cose si trasformano, anche le realtà che ci appaiono più statiche trovano la strada del rinnovamento. Il Sud conosce un’immobilità apparente, paga le sue responsabilità, ma vive anche i suoi momenti di entusiasmo, di speranza. È una lunga marcia verso una società civile meridionale che porti con sé coscienza civica e trasformazione, diversità, umanità ma anche un modo rinnovato di essere rigorosi, fedeli alla parola data. Mescolata al sogno la memoria storica dà buoni frutti. L'edizione di quest'anno è improntata all’elevata qualità dei contenuti artistici, una proposta che vuole essere sempre più originale. Proporre concerti in data unica per la Calabria è un grosso sforzo anche economico oltre che progettuale ed organizzativo. Inoltre, l'attenzione alla musica tradizionale del territorio grecanico e calabrese conferma il festival come marchio d'area e come momento di leggibilità di un intero territorio. 

Quanto è difficile da calabrese che vive a Bergamo organizzare un festival in quella che è/era, più o meno, casa propria? 
 In effetti, l’area grecanica non è esattamente casa mia. È come un napoletano che si occupa del Cilento. Di sicuro negli anni è un territorio che un po’ mi ha adottato e che io ho amato incondizionatamente, fra gioie e dolori. La frequento dal 1980, l’Aspromonte Greco è un vecchio amore che risale ai tempi del liceo. Ero un ragazzino quando conobbi il grande Rohlfs che mi impressionò molto. Il suo sapere era immenso, era un tedesco che raccontava la mia storia, quella della mia terra. I greci di Calabria divennero una traccia a cui tornare sempre in tanti anni di ricerca e di testimonianza sulla musica, sulla cultura, sul senso e la necessità del fare e del pensare la ricerca in Calabria. Lo struggente abbandono dell'Aspromonte greco, i paesi fantasma, gli ultimi testimoni di una lingua antica mi hanno segnato. La grecità è una pista che ho seguito molto, mi ha insegnato a credere nella cultura e non nella nazione. Katzanzakis diceva che la patria è nella lingua. Pensa quanta nobiltà di pensiero in confronto a un mondo che in nome dei confini del denaro, della razza o dell’identità alza muri, uccide e perseguita. È vero che vivere a Bergamo significa stare lontani, ma da una parte è un vantaggio. La lontananza affina lo sguardo. La lontananza fa parte integrante di ogni buona riflessione antropologica. Infine, è una lontananza da luoghi che conosco veramente molto bene. Insomma è una dinamica agrodolce. 

Com’è finanziato il festival? 
Si tratta essenzialmente di fondi comunitari e della Regione Calabria. La novità di quest’anno è la messa in moto di un’operazione di crowdfunding; si può effettuare una donazione per sostenere il festival Paleariza sul sito nella sezione "Sostieni Paleariza" per coloro che vogliono sostenere, con il loro contributo, la realizzazione del Festival. 

Che tipo di pubblico frequenta Paleariza? 
Assolutamente trasversale. Questo è uno dei pregi di Paleariza. Abbiamo dai ventenni agli over 70. Il festival è stato sempre così, è nato con questa peculiarità, e speriamo la mantenga. Inoltre, intorno c'è una comunità reale e virtuale che abbiamo chiamato Paleariza Chorìo Virtual, il villaggio virtuale di Paleariza. Chi ci segue non solo può finanziare il festival, ma discutere con la direzione di scelte artistiche, scrivere opinioni e racconti sul sito del festival, partecipare il resto dell'anno alla reazione dell'evento. Le tarantelle al chilo le lasciamo fare agli altri, noi facciamo musica classica iraniana nel villaggio abbandonato per 30 persone come i Trans Global per molte di più… 

Quali i luoghi coinvolti? 
Sono i borghi di Bova, Palizzi, Staiti, Condofuri, San Lorenzo, Pentedattilo e Roghudi. 

Cosa offre il festival quest’anno? Novità rispetto al passato? 
 Ho cercato di ripristinare l'internazionalità del discorso, l'alto livello del confronto culturale; ho dovuto faticare per differenziare il discorso da quello degli altri festival calabresi che sono un po’ fatti con lo stampino. Sul modulo diciamo “salciccia insapore e inutilmente piccante e tarantella obbligatoria”. Ho sempre cercato di non lavorare con la logica del concerto di punta o di quello più importante. Paleariza è un'occasione di visibilità e confronto per le esperienze più diverse. Molti musicisti mi dicono che noi invitiamo gruppi che difficilmente circolano in Italia. Per cui per quanto mi riguarda i Trans Global Underground, che chiudono il 24 agosto il festival, sono altrettanto importanti del nostro Mimmo Morello, uno dei migliori suonatori di zampogna della Calabria, che calca lo stesso palco pochi giorni prima. Invito il pubblico a visitare il nostro sito www.paleariza.it, e a decidere qual è il concerto di punta per ognuno. 

Vabbè, ma fuori i nomi! 
Alla rinfusa: Saba Anglana, Margarida Guerreiro, Valentina Ferraiuolo e Trillanima, Massimo Ferrante, Zampognorchestra, Ciccio Nucera, Jedbalak, un organico calabro-marocchino che ruota sulla musica gnawa, Mimmo Epifani, Orchestra Bottoni, Turban Project, un trio sulla via dei "popoli col turbante": tre musicisti e tre continenti fra India, Francia e Marocco. La Dolcezza del Mandorlo, che è un’operetta folk su zampogna e zampognari. Come accennavo prima, Trans Global Underground e Fanfara Tirana, Grecìa ce Calavrìa, dove la musica dei Greci di Calabria incontra quella di un’intera regione, Gaspare Balsamo, Loccisano Trio e Ebritiki Zygia, un organico tracio di musica tradizionale suonata con gli strumenti più antichi. 

Il festival porta nel proprio nome il riferimento alle “radici”. Tuttavia, questa metafora arboricola, come l’ha definita Maurizio Bettini, che è connessa con l’idea di identità e spesso di tradizione, altra parola abusata, per quanto potente non dovrebbe essere una buona volta buttata a mare perché inadatta a definire l’essenza dell’uomo che quella del cambiamento, del movimento. Alla verticalità delle radici, Bettini suggerisce la metafora orizzontale del fiume… 
Un nome è un nome, un’etichetta è un’etichetta. Tutto è vuoto, tutto è pieno. Dipende dal significato che si attribuisce. Lo ritengo un discorso inutile. Discutiamo invece sul senso e sul contenuto col quale vogliamo riempire le nostre azioni. I regimi dell'Est sovietico si definivano democrazie popolari e poi di democratico non avevano nulla. Parliamo pure di fiumi e di radici ma simboli e metafore non bastano. Dopo aver predicato bene bisogna razzolare altrettanto bene. Cosa ci metto dentro al simbolo? Il problema è che la gente si sceglie dei simboli che poi contengono solo vuoto pneumatico. Insomma, sul tema delle radici ti dirò che provo fastidio a parlarne. Troppa retorica caricata sopra, troppe speculazioni, troppo business, troppa ipocrisia. Le radici non si dichiarano, si praticano. La cultura non si fa per annunci ma si testimonia vivendola. Inutile che io annunci una innovativa musica con radici meridionali e poi proponga un blues rifritto con testi in dialetto o della musica leggera, del reggae già stra-ascoltato ma coi testi in dialetto. Io credo che serva coraggio e studio e tante volte manca sia l'uno che l'altro. Perdere tempo non piace. Fare i deficienti sui palchi con le luci, i fumi e tarantelle siliconate di musica leggera è veloce, poco faticoso e fa guadagnare. 

“Tradizione”, altra parola ricorrente nl linguaggio corrente di media e musicisti, quasi sempre assunta acriticamente, ma è una nozione che è stata sottoposta ad una decostruzione dagli studiosi… 
La parola tradizione andrebbe cancellata. È diventata una parola valigia che vuol dire troppe cose. I supermercati sono pieni di ricette tradizionali, salumi tradizionali, antichi sapori, antichi saperi, libri di fiabe tradizionali inventate. A che serve questa cosa? Dove ci porta? Cento gli antropologi se ne sono accorti da tempo e il dibattito nel mondo scientifico è anche ferocemente critico. Fuori da questo mondo non se ne sa nulla ed è una frattura grave fra gli studiosi che non riescono a comunicare una criticità all'esterno e un mondo che non pare poter fare a meno dell’etichetta “tradizionale” per catalogare alcuni fenomeni e alcuni prodotti 

C’è un boom di interesse verso la lira in Calabria. Cosa succede? È diventata un’icona identitaria come il tamburello in Salento? Tu sei stato il primo ad occuparsene da musicista ed antropologo. 
Succede un po’ di tutto. La prima cosa è che a livello diffuso se ne sa poco o nulla e quindi ognuno è libero di inventare come e quel che gli pare. Un’altra idea diffusa è che sia uno strumento “facile” e quindi di rapido apprendimento. La terza cosa è che non è semplice come il tamburello e non è complicata (apparentemente) come la zampogna. Infine è più “inusuale” dell'organetto. Genera curiosità. Ciò ha generato un vero business. Esiste una quantità incredibile di scuole e scuolette di lira gestite da maestri completamente improvvisati. Che dire? Fra qualche anno il polverone si abbasserà e vedremo quello che rimane. Speriamo che i danni culturali non siano troppi. Nel frattempo qualcuno che cerca di suonarla davvero per fortuna in Calabria c'è. Pochi ma buoni, diciamo. 

Con Sergio Di Giorgio sul finire degli anni Novanta, creaste la Mediateca Regionale della Calabria, quando la questione del patrimonio immateriale era sconosciuta in Italia. Che è n’è stata di quella esperienza… 
Purtroppo è morta giovane. Oltre i progetti e le buone intenzioni non ci furono le energie economiche e le disponibilità giuste del mondo politico calabrese. Peccato... Resta un bagaglio di esperienza demandato ai posteri. Fu un’esperienza importante, determinante nella mia formazione. 

Come studioso ha analizzato la rappresentazione e l’autorappresentazione della ‘ntrangheta nel lavoro “Sangue e onore in digitale”. In tal senso, ti sei occupato anche del capitale culturale offerto da quella che nel linguaggio mediatica è chiamata “tarantella”. 
 È giusto mettere le virgolette. “Tarantella” in Calabria vuol dire troppe cose. Vuol dire qualcosa ballata dai gruppi folcloristici, vuol dire la definizione affibbiata dalla borghesia culturale al vecchio sonu a ballu contadino, vuol dire folle danzanti alla ricerca di improbabili tradizioni ai festival estivi, vuol dire anche ritualità mafiosa. Sono tutti significati vicini e conviventi. Quasi sempre nelle piazze si intrecciano, si sovrappongono, si confondono in un agglomerato indigesto e inestricabile. È un discorso lunghissimo. Gli ho praticamente dedicato un paio di libri (“U sonu”, “Sangue e onore in digitale”, ndr) ma non bastano. 

Sei intervenuto online su La Piva dal Carner con una riflessione piena di verità e di paradossi sulle riproposte dei patrimoni etnici. Poi nel contesto dei social network ti sei scagliato contro i gruppi che suonano con un’estetica pop ma che si dichiarano gruppi che fanno musica etnica. Ci spieghi il tuo pensiero? 
Più che da un punto di vista scientifico vorrei parlare da un punto di vista umano. Un mistico ortodosso dell’Athos diceva: “Colui che insegna qualcosa a cui non è pervenuto è un ipocrita”. Non mi piace l'idea di invitare qualcuno a mangiare pollo arrosto e poi offrirgli le lasagne dicendo “assaggia come è buono questo pollo”. I musicisti hanno bisogno del timbro “tradizionale” per vendere. Nessuno ha il coraggio di dire questa è tutta roba mia. Oppure questa l'ho tutta copiata qui. Allora si dice che è tradizionale. Oppure si dice che è etnica (che vorrà dire? Buh!) se no, non vende. In realtà, come accennavo prima, la schiacciante maggioranza dei gruppi suona pop con spruzzatine etniche e pretende di rappresentare un mondo pastorale e contadino che non ha mai conosciuto, che non può conoscere perché è scomparso. Se gli proponi qualcosa che assomiglia musicalmente a quel mondo lo schifano, ti dicono che non tira, che non funziona, che non gli interessa. Tutto questo fumo, questa inconsapevolezza culturale lo trovo un fenomeno triste. Nel frattempo proliferano le voci da musica leggera, le melodie pop ripetitive e piatte e le piazze saltano a ritmo. Siccome fa successo allora va bene. 

Inverno 2013, so che hai intenzione di riformare i Re Niliu, con alcuni componenti della formazione originale. Quel è il senso dell’operazione? Un’affacciata nel passato? O un ritorno al futuro? 
 La mia idea è quella di non fare la cover band di noi stessi. Vorrei ricostruire un modo di suonare, di comporre e di interpretare ma su un repertorio del tutto nuovo o quasi. Il progressivo smantellamento dell’esperienza del Re Niliu nel corso della seconda metà degli anni '90 ha lasciato indietro una quantità di magnifiche incompiute che meriterebbero attenzione. Gli animatori del progetto siamo io e Mimmo Mellace. Ma pure Salvatore Megna ed Enzo Tropepe credo ci saranno. Danilo Gatto e Sergio Di Giorgio sembrano meno interessati. Insomma... se son rose fioriranno. In realtà, mi è difficile parlare del gruppo sia al passato che al futuro. Si è trattato di un’esperienza complessa che ha segnato artisticamente la mia vita. Credo che un grosso peccato sia stato lasciare inediti i due album (uno elettrico e l'altro acustico) che stavamo preparando negli anni ‘90. Era materiale di un certo livello e piuttosto anticipatore come era nello stile del gruppo. Sono materiali destinati purtroppo a restare inediti per vari motivi. Purtroppo Re Niliu non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato. Questo mi sento di dire con un briciolo di immodestia da un lato, ma di sicuro con rimpianto. 

Avete in programma solo concerti o anche un’uscita discografica? 
Francamente non lo so. Credo che l'uscita discografica sia un po’ indispensabile come momento di concretizzazione di un discorso ma lo decideremo quest'inverno. 

Altri progetti musicali in vista per Ettore Castagna? 
Ho una tale quantità di richieste di collaborazione che mi sento una star. Fino ad ora le sto tenendo a bada tutte per mancanza di tempo. Come progetti miei ho dei sogni realizzabili. Un primo progetto potrebbe essere un CD in solo a cui penso da anni. Ma, come è ovvio, su di questo per scaramanzia debbo tacere. 

Ciro De Rosa

Gioco Sonoro E Gesto Musicale: Motivazioni E Condotte Tra Antropologia, Pedagogia e Musicoterapia

Saggio originariamente pubblicato con il titolo "Il gioco con i suoni: morfologia del gesto musicale in una prospettiva socio-educativa" di Michele Santoro, in Alessandro PONTREMOLI, "Teoria e tecniche del teatro educativo e sociale", Torino, UTET Libreria, 2005, pp. 226-246.

Il Gesto Strumentale Nel Processo Di Sviluppo Del Gioco Sonoro. Analisi Di Un'Esperienza 
La testimonianza che presentiamo consiste in una selezione di materiale documentario tratto da un protocollo di osservazione realizzato in ambito educativo-terapeutico. É, in questo caso, il gesto strumentale a salire sul palcoscenico degli eventi, gesto agito, giocato intensamente sul piano dell’immaginazione fantastica da un giovane disabile. 

Il lupo…e il pianoforte 1 
Fernando, così chiameremo il nostro “musicista”, adolescente con diagnosi di tetraparesi spastica, “vive” su di una sedia a rotelle, a parte il momento del riposo e le varie attività di riabilitazione (fisioterapia, psicomotricità, esercizi col deambulatore) a cui partecipa; molto limitata è quindi la sua possibilità di esplorazione spontanea dello spazio circostante. La sua postura, condizionata da una accentuata ipertonicità, esibisce uno stato di continua tensione del corpo, il cui sviluppo ponderale è invece normale. La rigidezza del fisico è del resto confermata e ribadita anche da una costante apprensione psicologica. Questa insistente condizione ansiogena si manifesta con una copiosa sudorazione delle mani oltre che con una atipica forma di ossessività verbale. Fernando si rivolge infatti ai suoi interlocutori attraverso frasi stereotipate che itera, rielabora e ricompone, a suo uso e consumo, come un puzzle. Molte di queste frasi sono pronunciate da Fernando in terza persona ma, in fondo, riguardano lui stesso: “Alza la testa!”, “Che forza, Fernando” sono esempi di questa prolissità verbale, rappresentando, probabilmente, raccomandazioni indirizzate al ragazzo da parte di adulti significativi. Sono parole che girano nella testa di Fernando, il quale, mediante queste ultime, spesso imbastisce una sorta di recita: ogni frase è infatti cadenzata ed intonata in modo accentuato, declamata con versatilità (tono imperativo, conciliante, supplichevole, ecc.), indice comunque di notevole potenzialità espressiva da parte del giovane. A livello di percezione visiva, Fernando distingue solo oggetti tridimensionali, mentre la micromotricità, infine, risulta particolarmente compromessa e limitata (non riesce, ad esempio, a prendere e trattenere nelle mani un battente o una maracas). 

Estratto dal terzo incontro con Fernando (legenda: F. = Fernando; M. = l’educatore musicale): 
”...F. è seduto al centro della stanza. Le braccia appoggiate largamente sui braccioli della sedia bianca, la schiena in po’ arcuata in avanti, le spalle chiuse; la testa tende ad inclinarsi verso il basso. Le mani trasudano e M. gliele asciuga. “Come stai?”, è il solito ritornello cui F. sembra far ricorso tutte le volte che è angosciato o ha paura. F. continua: “Sei un testone!”, “Ti annoi?”, “Sei un poltrone!”. “Che cosa fa un poltrone?”, gli chiede M. ”Un poltrone sta sotto il divano e legge il giornale mentre io sono in cucina”, replica F. Nel dire ciò il suo tono di voce è più deciso, addirittura un po’ risentito. M. aiuta F. lentamente ad alzarsi dalla sedia, occupando immediatamente il suo posto. F. ora è seduto su M., che fa da poltrona. Ride, è a suo agio. M. gli chiede se è d’accordo a camminare un po’. F. acconsente. M. gli si colloca dietro, sostenendolo all’altezza delle ascelle. Insieme percorrono un pezzo di stanza. Tornato a sedere F. propone un altro classico: “Diciamo le capitali?”. Comincia a parlare con tono forte ed autoritario, fa associazioni sconnesse, passa da un abbozzo di discorso a un altro, ride, si diverte. Per tutta risposta, M. da una borsa di plastica tira fuori dei palloncini, ne gonfia uno e poi chiede a F. di sceglierne uno. F., alla fine, ne sceglie un palloncino blu. M. chiede a F. se lo vuole gonfiare. F. non rifiuta l’invito, però l’impresa si rivela ardua e M. lo gonfia per lui. F. e M. giocano con i palloncini, poi M., improvvisamente, prende in braccio F. e lo solleva verso alto ripetutamente, come se stesse lanciando un pallone. F. ride di gusto, è leggero, sembra soddisfatto. Il clima è molto sereno. Ora F. e M. sono di fronte al pianoforte. M. posiziona F. in piedi sul lato delle note gravi (dietro di lui, comunque, c’è una sedia pronto ad accoglierlo). F. si aggrappa come può, è fortemente instabile tanto che perde quasi da subito l’equilibrio: le palme di entrambe le mani cadono con forza sulla tastiera, producendo due cluster pieni. F. è come immobilizzato, lo sguardo fisso sui tasti per alcuni lunghi secondi. Poi, improvvisamente, come rapito, con voce robusta, esclama: “Il lupo...”. M., nel frattempo, aziona il pedale di risonanza. F. ripete, questa volta intenzionalmente, il gesto, prima con una mano, poi con l’altra, poi ancora con le due insieme.
La vibrazione delle corde perdura per lungo tempo. F., in modo intermittente, itera la sua esclamazione; il suo è un dialogo autonomo ed esclusivo, come se nella stanza non vi fosse nessun altro. F. sperimenta il volume del suono graduando l’energia del gesto. Anche M. cerca di alternare l’uso del pedale. Ne risulta una varietà di sfumature sonore, ora più avvolgenti ora più nette nei contorni. Poi, con delicatezza, F. suona solo un tasto, dicendo sottovoce:” E’ andato via!”. Sono trascorsi, circa tre minuti dall’inizio del gioco. F. è ora accasciato sulla sedia così come all’inizio dell’incontro. ”Che ora è?”, chiede, e nella voce si risente una punta di smarrimento...”. La seconda parte di questa osservazione presenta sinteticamente, più e meglio di ogni altro discorso teorico, un po’ tutti i temi sui quali si è sviluppata la nostra indagine. La performance di Fernando rappresenta un piccolo esempio di “arte totale”. Con uno scarno canovaccio - “il lupo che appare e che poi va via” (ma non conosciamo quali altre sensazioni percorrono la mente di Fernando) -, egli mette in scena una pièce minimalista nella quale appare evidente, ed in un certo senso obbligato, l’apporto sinergico di più discipline artistiche. L’episodio, dal momento che si innesca, del tutto casualmente, il “gioco con i suoni”, è pervaso da un alto grado di astrazione dalla realtà circostante. Fernando è totalmente immerso nella rete di un gioco che si regge su di uno straordinario potere seduttivo. A Fernando sembra schiudersi l’accesso ad una facoltà illusionistica: far apparire il lupo (o forse trasformarsi egli stesso in lupo) così come provocarne il dissolvimento; ed ancora, il “terrore” e la “levità”, le loro essenze intendiamo, che si reificano attraverso la magia simbolico-evocativa del gesto musicale. Concreta, tangibile è invece la rivelazione, nella condizione di deminutio in cui vive Fernando, di una abilità reale e coinvolgente, esercitata coscientemente ed in modo intenzionale. Per una esistenza provata, segnata nel fisico, comprendere che il proprio corpo è ancora sede di potenzialità insospettate, scoprirsi Fernando capace di dosare, veicolare energia è forse un segno, l’opportunità di un riscatto. Quest’ultima riflessione ci porta a considerare in tutta la sua efficacia il versante pedagogico e terapeutico della musica. L’atto di produrre musica è così diffuso nel fare dell’uomo, talmente connaturato - si pensi, riferendoci alla nostra cultura, a quante volte canticchiamo o tamburelliamo ritmicamente con le dita, in realtà senza esserne consapevoli - da non essere spesso riconosciuto e definito nella sua valenza appunto musicale. Il senso comune spinge ad identificare la musica prima di tutto con una tecnica, e per giunta complessa.
Purtroppo, assolutamente secondario e quindi scarsamente considerato è il concetto di musicalità, elemento vitale costitutivo presente comunque in ogni individuo, ingrediente essenziale della storia personale di ciascuno. Per questo motivo si utilizza più compiutamente la definizione di identità sonora o musicale, ovvero di quel complesso di esperienze assolutamente uniche, interagenti a vario titolo e misura con l’universo sonoro di cui la biografia di ognuno è impregnata 2. Ogni individuo, anche chi sfortunatamente è affetto da una disabilità, seguendo questa impostazione, è quindi anche un contenitore di suoni, in conseguenza di un complesso lavorio svolto in itinere dalla nostra psiche, intenta ad imprimere nella memoria uditiva le tracce sonore emotivo-affettive significative della esperienza individuale, veicolate attraverso le numerose attività musicali ed eventi sonori che hanno segnato la nostra esistenza. Ma la nostra “storia sonora” non potrebbe considerarsi in sé compiuta, se dimenticassimo che in essa confluiscono anche i materiali sonori indotti dall’ambiente e dal contesto di vita, immagazzinati e fatti propri inconsapevolmente dalla nostra mente. La musicalità è “l’essere musicale”; essa esprime e riflette dunque questo complesso mondo sonoro intimo, modellato dalle scelte, dai bisogni, dai gusti custoditi in ogni soggettività, potenzialmente pronto a manifestarsi solo che il contenitore possa schiudersi. In questo contesto concettuale sarebbe importante moltiplicare i luoghi e le occasioni per esprimere le diverse musicalità; ciò significherebbe creare un’area permanente di cultura trasversale con l’incontro e l’arricchimento reciproco di realtà diverse, basate sulla collaborazione e sul concetto di “scambio” (di esperienze, di abilità, di competenze). Le accezioni del verbo “integrare”, sono, a questo proposito, illuminanti: completare, completarsi a vicenda, riunire. L’integrazione del soggetto disabile rientra pienamente in quest’ottica, non di “aiuto”, ma di “scambio”. Non esiste disabile impedito alla produzione di musica: ognuno è sicuramente “portatore” di una propria storia e cultura, ovviamente anche musicale, che si interrela con il sistema culturale in cui vive, ivi compreso il sistema musicale. Ma, e ciò ci sembra di capitale importanza, scambiando le esperienze si intravedono anche le identità, ci riconosciamo umani e basta, senza bisogno di ulteriori specificazioni. In questa, per alcuni scomoda verità, scorgiamo la funzione creativa e unificante della musica, un’arte, come ha scritto André Schaeffner, “...così necessariamente mischiata alle nostre azioni, che si realizza a dispetto di tutto, e con una fantasia o con una temerarietà di mezzi materiali che ci confonde...” 3

Quasi Una Conclusione. 
Con lo stesso effetto di propagazione a cerchi concentrici che un “sasso lanciato in uno stagno” suscita, le parole gioco e suono hanno provocato, nel corso di questa riflessione, una serie di connessioni concettuali tendenti ad allargare l’ambito di ricerca. E’ perciò necessario, in sede di ipotesi conclusive, tentare una operazione di sintesi. Nel nostro studio si è cercato di evidenziare quanto sia coinvolgente l’impatto tra l’essere umano ed il mondo dei suoni. L’incontro tra questi due microcosmi non può che produrre una struttura animata, un organismo vivente che ha nel principio del movimento il suo presupposto tipico e determinante. D’altra parte, se l’origine della musica è da ricercarsi nel corpo umano, parimenti anche la danza denota la stessa radice. Una sorgente comune che si estende anche al teatro, poiché il suolo della danza, lo spazio coreutico, sta alla base egualmente del fatto teatrale. Ma il gioco, in particolare quello infantile, è anche, ineccepibilmente, teatro allo stato puro. Il cerchio si chiude, sostanziando l’intreccio tra queste espressioni artistiche ed imponendo anche uno studio approfondito, una formazione comune e parallela degli educatori che operano con le arti in ambito socio-educativo. Di movimento si nutre quindi il “gioco con i suoni”, il cui meccanismo d’avvio e sviluppo attraversa con una linea di continuità il mondo del gioco infantile, taluni aspetti del gioco musicale degli adulti ma anche il gioco musicale del soggetto disabile. Il gioco con i suoni, una volta messo in moto, cattura in maniera completa l’attenzione della persona orientandola sul suono e sulle sue componenti. Si configura così una sorta di primato del gioco, il quale sembra disporre totalmente di chi al gioco, appunto, partecipa. Questo incontro avviene in uno spazio creativo, un ambiente che ri-suona poiché l’essenza umana è in primis stratificazione sonora, uno spazio che offre a volte occasioni di apprendimento, spesso di socializzazione, senza dubbio di comunicazione. E’ in questo spazio, in cui decisivi saranno la sensibilità e l’abilità di intervento dell’educatore musicale, che individuiamo l’origine di ogni attività terapeutico-musicale.

Note
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1 La breve esperienza che presentiamo proviene dall’archivio di lavoro di chi scrive. 
2 A questo proposito, cfr.: DEMETRIO, Duccio, Il metodo biografico. Ricostruire l’identità musicale a partire da sé, «Progetto uomo-musica», 1994, 5, pp. 43-47; inoltre: FERRARI, Franca, Ripartire dall’identità musicale, in Pedagogia della musica: un panorama, a cura di Mario Piatti, Bologna, Clueb 1994, pp. 131-145. 
3 SCHAEFFNER, André, Origine degli strumenti musicali, introduzione all’edizione italiana di Diego Carpitella, Palermo, Sellerio 1978, p. 23 (ediz. orig.: Origine des instruments de musique, Paris-Den Haag, Mouton & Co and Maison des Sciences de l’Homme 1936).

Premio Nazionale Città di Loano Per La Musica Tradizionale Italiana, 22 – 26 Luglio 2013, Loano (SV)

Dal Rio Grande al Tavoliere, passando per la valle dell’Ofanto, dall’invito al ballo da sponsali con la Banda della Posta – “musica a bassa definizione”, come l’ha definita Giovanni Vacca – alle raffinate imbrigliature mediterranee di Radicanto e Raiz. Sconfinamenti spazio-temporali anche nella Galata immaginata, dove il canto polifonico genovese sposa i ritmi dispari di Orchestra Bailam & Compagnia di Trallalero. Dalla Sicilia terragna di Alfio Antico e di Mario Incudine, che non perde la memoria civica e musicale e combatte per la dignità, al canto ritrovato di Alberto Cesa fino al repertorio più fulgido del liscio proposto con classe dal gruppo Secondo a Nessuno. Dai balli e suoni della Sardegna a quelli di un organetto di barberia, dagli innumerevoli percorsi nella cultura popolare offerti dalla rivista Il Cantastorie all’incessabile attività di ricerca e catalogazione del Circolo Gianni Bosio. 
Succede a Loano, Ponente ligure, dove si è svolta la nona edizione del Premio Nazionale per la Musica Tradizionale Italiana, organizzato dall’Associazione Compagnia dei Curiosi, con il sostegno delle istituzioni locali e, sotto la direzione artistica di John Vignola, voce ben nota del giornalismo musicale di Radio 2. Un piccolo festival ma, va detto una volta per tutte, un punto fermo della stagione estiva folk italiana; negli anni è cresciuto qualitativamente, pur dovendo fare i conti con budget oscillanti, presentando una programmazione attenta anche all’affabilità (il pubblico è composto in larga parte da villeggianti, molti ageé, ma ormai fidelizzati ai suoni della tradizione, proprio grazie al Premio). Anzi, questa edizione ha portato sul palco della cittadina rivierasca solo due dei dischi votati dalla Giuria in tarda primavera (il primo e il sesto classificato), ma è vero che tra i primi otto classificati, alcuni artisti sono stati ospiti recenti (Avitabile) o hanno suonato più volte a Loano (Tesi). 
Lasciate da parte proposte davvero superlative del nu-trad, come quella dei sardi Elva Lutza e del Canzoniere Grecanico Salentino, e la canzone a morbide tinte folk di Elsa Martìn, solo per parlare di dischi che si sono imposti nelle votazioni. A Loano si ritorna sempre con piacere (non soltanto perché il sottoscritto è coinvolto in qualità di consulente della manifestazione e impegnato in alcuni degli aperitivi musicali pomeridiani, si perdoni l’autocitazione) per l’informalità e la dimensione familiare dell’evento, per la graziosa location naturale, ma soprattutto per lo spessore dei concerti, quasi mai deludenti in nove anni, e non da ultimo, per le delizie del palato. Quest’anno la rassegna ha avuto come tema inclusivo le “comunità resistenti”, in realtà in senso assi ampio: linguistiche, culturali, artistiche, di strumenti di ricerca. Comunità comunque aperte, mai arroccate o neganti l’apertura verso l’alterità. 
A Loano, tradizione è movimento, è dialogo e tensione costanti tra esperienza del passato e contemporaneità. Il festival è stato aperto dall’incontro pomeridiano con gli Alberkant, attraverso la loro musica si rinnova il ricordo e l’attualità di un musicista fuori dagli schemi, cantore dell’Italia dei margini, come è stato il piemontese Alberto Cesa, a lungo protagonista con il gruppo Cantovivo. Dialoghi tra i repertori contadini della Liguria rivisitati nella pratica elettro-acustica (voci, chitarre, violino, baso, contrabbasso, batteria, cornamuse, flauti, percussioni) e polifonie e strumentario corsi nel concerto condiviso di Uribà e i Dopu Cena, proposta ambiziosa, che vuole indagare analogie e scambi tra dialetto ligure e lingua corsa della zona occidentale dell’isola, ma connubio dall’amalgama non sempre fluida, che forse necessita di maggiori tempi di sedimentazione. 
Di forte suggestione e di altrettanto ponderosa presenza scenica, come sempre, invece, la rotta sonora individuata da Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero, in un itinerario lungo il Mediterraneo orientale, tra Genova e Istanbul (“Galata” è il loro vibrante album pubblicato da Felmay). Corde, fiati e pelli dipingono scenari sonori, intrecciando le tre voci della squadra. Tra fumerie, taverne e caffè, incontro tra scale modali mediorientali melopea del Trallalero. Un viaggio immaginifico, velato da una certa dose di malinconia: “amàn, amàn” è il lamento che ritorna, e che ritroviamo anche nell’ itinerario meticcio proposto il 23 luglio da Radicanto e Raiz in “Casa”. Senza fisarmonica i baresi perdono nell’elaborazione delle loro trame melodiche ed armoniche. In ogni modo, spiccano la vocalità superlativa di Fabrizio Piepoli, resa più suggestiva dalle procedure elettroniche, e le tessiture delle corde, mentre l’etno-crooner napoletano Raiz, ugola dalla grana scura e ruvida: 
sospeso tra la vocalità di Bruni e quella neomelodica, riprende il suo repertorio, ormai diventato classico napoletano, ma propone anche brani di tradizione ebraica sefardita e yemenita (dal repertorio dell’indimenticata Hofra Haza). Come per l’Orchestra Bailam, il loro è un percorso fascinoso attraverso la rete immaginaria e narrativa del mare nostrum, in cui le distanze si annullano e le voci, i volti, gli echi dei popoli che lo abitano si confondono. Nella stessa serata, in precedenza, è stato consegnato il premio alla carriera ad Alfio Antico, figura di percussionista punto di riferimento per tanti, prossimo ad uscire con un nuovo disco, che – ci ha detto il musicista di Lentini – lo riporterà agli umori di “Anima ‘ngignusa”. In scena Alfio, accompagnato alla chitarra dal figlio, dà prova della sua dirompente carica emozionale nel fare musica, istintività e teatralità vincenti, poesia del canto e del battito empatico delle pelli. Standing ovation la sera successiva (24 luglio) sul lungomare di Orto Maccagli per Mario Incudine, disco dell’anno il suo “Italia talìa”, votato dalla giuria del Premio, diventata ancora più autorevole quest’anno con l’ingresso di nomi del mondo accademico dell’etnomusicologia. 
Incudine unisce una forte presenza scenica, da cuntastorie, a sonorità che puntano sul gusto contemporaneo (il merito va anche a Pippo Kaballà, che ha dato più di una mano nel suo disco vincente), mantiene alto il tasso ritmico, si muove volentieri lungo l’asse pop e rock, conservando, peraltro, stilemi e moduli della tradizione siciliana o rinnovando il confronto con idiomi musicali sud-mediterranei. Sguardo sulla Sicilia e sull’Italia tutta, denuncia potente di malaffare e soprusi del presente e memoria mai indomita, perfino commovente del passato (la tragedia dei minatori di Marcinelle), graffia, ma conosce anche l’arte della seduzione del pubblico. Con lui, musicisti giovani ma già molto dotati tecnicamente, a cominciare da Antonio Vasta (fisarmonica, zampogna), cui spetta il compito di convogliare sequenze di estetica trad. A Loano successo anche per Paolo Jannacci e Osvaldo Ardenghi, nell’incontro pomeridiano che ha richiamato tanto pubblico, testimonianza dell’affetto riservato al padre Enzo, da poco scomparso. 
Di musica sarda e di produzioni editoriali si è parlato con Marco Lutzu, uno dei curatori dell’Enciclopedia della Musica Sarda, con il contributo musicale di Gilberto Cominu (fisarmonica) e Bruno Loi (launeddas). Altrettanto significativo l’appuntamento coordinato dal direttore artistico del Premio Tenco, Enrico de Angelis, altro collaboratore e mente pensante del festival loanese, denominato “Quellodelcantastorie”, con Giorgio Vezzani, creatore e direttore della storica rivista Il Cantastorie, impreziosito dalle performance di Giampaolo e Agnese Pesce e del raccontastorie Gianni Gili. Da qualche anno il programma del festival prevede uno stage di danza che confluisce nella serata musicale di Piazza Rocca: giovedì 25 luglio spazio alle danze sarde, soprattutto dell’oristanese, coordinate dal maestro Lucio Atzoi di Villaurbana. 
Stagisti all’opera in piazza, insieme ad altri appassionati, sulle musiche del duo Loi-Cominu, e spazio anche al liscio con il repertorio storico di Secondo Casadei, riformulato magnificamente dal quartetto di Claudio Carboni (sax) e Maurizio Geri (chitarra), due componenti di Banditaliana, affiancati dagli ottimi Michele Marini (clarinetto) e Daniele Donadelli (fisarmonica). Avrebbe potuto essere addirittura la base di un vero e proprio convegno sugli archivi di storia orale, l’incontro con Enrico Grammaroli ed Omerita Ranalli condotto da John Vignola, con la partecipazione del giornalista ed operatore culturale Massimo Pirotta. I due responsabili del Circolo Gianni Bosio hanno ricevuto nel corso della serata conclusiva il Premio alla Realtà Culturale 2013 perché, recita la motivazione ella direzione artistica del Premio: “Il Bosio ha mantenuto salda, per più di quarant’anni, la sua vocazione per la memoria e per l’appartenenza. 
Una vocazione che si è incarnata in una rivista, I Giorni Cantati, una scuola di musica, una serie di eventi in cui il ricordo è stato spesso il centro dell’azione. Un’azione fatta di ricerche ininterrotte, sul campo, illuminate da un senso di appartenenza, quella al mondo del lavoro, che pure in mezzo a molte difficoltà non è mai venuta meno. Oggi il Circolo è ancora quello che era nel 1972, anche se in un modo diverso: un punto di riferimento importantissimo per lo studio e la divulgazione della cultura popolare, ‘la più grande raccolta di materiali musicali e storici di Roma e del Lazio’, un luogo di grande e tenace resistenza culturale.” Da un paio di anni, il Premio ha rinunciato alla produzione musicale inedita (ci auguriamo che il decennale, il prossimo anno, con un budget degno di un festival di tale portata, si possa ritornare ad un’idea esclusiva concepita proprio per la rassegna ligure). 
Nondimeno, la serata di venerdì 26, che ha visto protagonisti all’Arena del Principe i “personaggi da saloon” – come lo stesso Vinicio Capossela ha definito gli anziani componenti della cosiddetta Banda della Posta di Calitri, paese di origine della mamma, dei quali ha appena prodotto il CD “Primo ballo” – è stato il finale più caldo (in senso climatico e musicale) delle nove edizioni del Premio. Vuoi per il carisma dell’autore di “Ovunque proteggi”, vuoi per la simpatia e tenerezza espresse dai musicisti irpini, a metà strada tra un occhiuto richiamo a Buena Vista, solo un po’ più kitsch, e un intrattenimento musicale di un ricevimento da qualche parte nel Mezzogiorno d’Italia. Proprio di una festa si è trattato, con un repertorio veritiero ed improbabile, forse in passato perfino odiato o rimosso da molti rock aficionados di paese: dal foxtrot ad “Apache”, da “Espana Cani” al tango, dalla mazurka alla polca, da “Rosamunda” al paso doble, infilandoci perfino i Barritas di Benito Urgu. 
Calzano a pennello anche due hit dei cantori dell’emigrazione italiana, quali Rocco Granata (“Manuela”) e Salvatore Adamo (“La Notte”, celebrata versione nostrana dell’originale francese). Sul palco violino, due mandolini, chitarre, organo Farfisa, basso e batteria: un’orchestrina semiprofessionale un tempo pronta ad entrare in scena per i momenti centrali della vita comunità: i matrimoni; scevra da virtuosismi e personalismi, perfettamente funzionale al divertimento degli astanti. In mezzo a tanti brani dei tempi che furono, i cavalli di battaglia caposseliani, riletti a tempo di ballo: “Con una rosa” diventa un beguine, “Che coss’è l’amor” e “Pryntil” procedono a passo di foxtrot, “Pena de l'alma” ha sapore mariachi, “Maraja” salta a ritmo di unza-unza, ma c’è spazio anche per il rituale propiziatorio di “Ovunque proteggi”. Tra torridi innesti tex-mex che evocano Flaco Jimenez si passa agli omaggi al talking-folk-blues apricenese (“Rapatatumpa”, “I maccheroni”, “Lu bene mio”) dell’immenso poeta dei morti di fame che è stato Matteo Salvatore (premiato a Loano nella prima edizione, poco prima della sua scomparsa) nonché alla tradizione calitrana delle ingiuriate. 
Certo fa pensare che queste musiche dirette, suonate senza fronzoli, con il catalizzatore Vinicio, potranno perfino ritornare di moda, mentre progetti di elevata qualità e intelligenza musicale, come la ricerca sul liscio portata avanti anni fa da Riccardo Tesi o il disco “Secondo a Nessuno” prodotto da ClaudioCarboni (pubblicato dall’etichetta Tacadancer), hanno avuto un rilievo di nicchia. Ad ogni modo, è stato un viaggio dal folk al popular, all’insegna di musiche migranti, danze e canzoni molto in voga negli “sposalizi”, concepite nella prima metà del Novecento e arrivate nel paese dell’Irpinia d‘Oriente, per dirla con Franco Arminio, prima con la radio, poi con i dischi. Eseguite da Matalena, Tottacreta, il Cinese, Parrucca, Papp’lon, Bubù, questi i nomi di battaglia di alcuni dei componenti della band – musici solenni e veraci, “umili ma onesti” – con alle spalle migliaia di ore di… matrimoni. 
Una buona fetta di pubblico ha ballato sin dalle prime note, ha cantato e sudato, seguito i comandi del ballo di Matalena; tutti hanno applaudito il gran cerimoniere della serata nel suo cappellaccio nero: cantante, chitarrista, affabulatore, agitatore, ballerino con una scopa, ma anche danzatore in coppia con la partner vocalist, all’occorrenza matador che sventola la sua giacca immacolata. Capossela, nella madida atmosfera festiva che si respira sul palco e giù in platea, completa di luminarie e di sparo di coriandoli finali, ha il tempo di annunziare anche il Calitri Sponz Fest, una tre giorni musicale di fine agosto dedicata proprio al mondo dello sposalizio. Vinicio è capace di reinventare la canzone d’autore, gli va riconosciuto il merito di oltrepassare la routine dell’esibizione standardizzata, benché la sua teatralità possa anche non trovare unanimi consensi, e così pure la sua recente bulimia produttiva artistica (dischi, libri, documentari), lo ponga a rischio di sovraesposizione. Ad ogni modo, Capossela ha acceso la notte di Loano: un successo che premia la dedizione, l’entusiasmo e la resistenza culturale degli organizzatori. 


Ciro De Rosa

“Boghe Sèria, Boghe ‘e Ballu”. Alcune Considerazioni Sul Ritmo Nel Canto A Tenore”, Cagliari, Casa dello Studente, 15 Luglio 2013

Esistono dei modi di far musica nell’ambito delle musiche di tradizione orale che sembra non smettano mai di sorprenderci. Musiche in cui pare che la regola sia l’assenza da essa, per poi ritrovare invece, dopo un’attenta analisi, delle finissime strategie rivoluzionarie per le nostre orecchie. È necessario entrare e immergersi in questo mondo sonoro per poter capire i sistemi spesso complessi che si cela dietro questo universo ancora, a quanto pare, da scoprire sino in fondo. È questa la riflessione che tanti partecipanti hanno portato a casa al rientro dalla conferenza “Boghe sèria, boghe ‘e ballu. Alcune considerazioni sul ritmo nel canto a tenore”, tenutasi a Cagliari il 15 Luglio, che ha coinvolto Marco Lutzu, etnomusicologo, docente del Conservatorio cagliaritano “G. P. da Palestrina”, delle cui attività di studio blogfoolk si è già occupato, a cominciare dall’Enciclopedia della Musica Sarda, di cui è stato il responsabile scientifico. La conferenza rientra in un ciclo di seminari annuali organizzati dal Maestro Luigi Oliva e dal coro dell’Associazione culturale Terra Mea (www.associazioneterramea.it), mirati all’approfondimento teorico del canto polifonico sardo. Infatti il tema, il ritmo nel canto a tenore, canto polifonico a quattro voci di tradizione orale, è stato trattato analiticamente e indagato sotto numerosi aspetti. 
Considerato l’argomento alquanto tecnico e specifico, degne di nota sono state l’attenzione e l’accuratezza rivolte ad un pubblico non assiduo a uno studio musicale teorico, propenso, piuttosto, ad una conoscenza immediata mediata dall’esperienza pratica. Acquisiti alcuni concetti preliminari, come quelli di poliritmia o polimetria, fondamentali per una completa comprensione dell’organizzazione del tempo nel repertorio del canto a tenore, Lutzu si è servito di un buon numero di esempi sonori per ripercorrere e sottolineare le peculiarità ritmiche proprie del genere. Infatti, il repertorio è composto da due sezioni principali, ovvero una parte iniziale, s’istèrrida, caratterizzata dall’alternanza tra il solista (sa oghe) e il coro e una seconda sezione, sa zirada, contraddistinta invece dalla loro sovrapposizione. La particolarità di questo repertorio, nonché della combinazione tra le due sezioni, è che la prima sezione è a ritmo libero, mentre la seconda è a tempo determinato. Questa peculiarità ritmica si ritrova in tutte le numerose varianti del genere. 
Ciò comporta una particolare capacità di gestione del tempo sia da parte del solista, che segnala il cambiamento durante il canto tramite delle variazioni ritmiche, e sia da parte del coro che ha la capacità di sincronizzarsi simultaneamente all’apparire della pulsazione di riferimento sino a quel momento assente. Ampio spazio è stato dato, inoltre, al tema del trattamento ritmico del testo nei balli da parte del solista, nonché all’uso delle principali scansioni metriche, in particolar modo l’ottonario. L’ottonario infatti, dal punto di vista testuale, è uno dei componimento maggiormente impiegato e di gran lunga il più costante, tramite l’uso di formule ritmiche ricorrenti. Un ulteriore approfondimento è stato riservato al tema della polimetria che contraddistingue ancora una volta le due diverse sezioni del repertorio con due diverse configurazione ritmiche. In questo modo si realizzano dei particolari incastri tra le due griglie metriche che, dando vita a particolari accentuazioni, permettono sia al solista che al coro di eseguire il canto nel loro metro ma allo stesso tempo di mettere in risalto il giro metrico dell’altra parte. Non sono mancate le delucidazioni anche sui casi particolari, come il componimento in metro settenario o le forme asimmetriche. 

Valentina Onnis

Nadia Fabrizio A Cjante Giorgio Ferigo – Emigrant (Nota, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Non sono una cantante lirica, spiega la protagonista. Sono un’attrice. Io e Katia mia sorella, abbiamo scoperto a diciotto anni le canzoni di Povolâr Ensemble, scritte da Giorgio Ferigo. Abbiamo riconosciuto la sua rabbia, il suo profondo amore per la terra e per la sua lingua. Il suo modo aspro e particolare di raccontarci la sua gente e le sue montagne. Da questo incontro, tra noi, figlie di migranti e la sua musica, è nato lo spettacolo”, così scrive Nadia Fabrizio nella presentazione dello spettacolo “Emigrant”, rappresentato presso il Théatre National De Bordeaux en Aquitanie e nel quale, insieme alla sorella Katia ha voluto riproporre alcuni brani di Giorgio Ferigo (Comeglians, 1949 – Tolmezzo 2007), cantautore dal vissuto poliedrico, ma anche medico, saggista ed antropologo, che a partire dagli anni settanta insieme al Povolâr Ensemble, con le sue cjanconetas, ha scritto alcune delle pagine più belle e profonde della musica friulana, proponendo un sorprendente intreccio tra tradizione popolare, pop, rock e jazz. La forza innovativa delle canzoni di Ferigo, nella cultura friulana, è paragonabile a quella dell’opera di Pier Paolo Pasolini in ambito letterario, e questo non solo per l’utilizzo della lingua furlana, ma per il suo modo non convenzionale di raccontare le storie della sua terra, quella Carnia Fidelis, quella piccola patria, in cui si intrecciano sentimenti forti, passioni, storie vere, e gente comune. Figlie e nipoti di emigranti friulani in Svizzera, e francese d’adozione, Nadia e Katia Fabrizio, in alcune canzoni di Ferigo hanno ritrovato la storia delle loro famiglia, la sofferenza e la nostalgia patita lontano da casa, il duro lavoro, ed in parallelo sono riuscite a coglierne la portata universale, che si riflette nelle loro esistenze, le cui radici non sono fisse al suolo, ma “errano come rizomi in spazi sempre meno delimitati”. Le due sorelle Fabrizio hanno così fatto proprie quelle storie cantate, quelle brevi narrazioni in musica, che contestualizzate nel loro spettacolo hanno assunto tratti intimi e allo stesso tempo universali, aprendo non semplicemente una porta sul passato, e sul dramma dell’emigrazione, ma piuttosto componendo un viaggio attraverso il cuore di una comunità, quella carnica, la sua cultura e la sua lingua. Lo spettacolo, grazie alla lungimiranza della sempre attivissima etichetta friulana nota, è diventato oggi un disco, “Emigrant” che attraverso dodici brani, cristallizza in modo eccellente la suggestione e la potenza poetica del palco. Protagoniste sono ovviamente Nadia Fabrizio (recitazione e canto), e Katia Fabrizio Cuénon (canto), accompagnate da due talentuosi musicisti francesi ovvero Philippe Vranckx (chitarra) e Christophe Jodet (contrabbasso) che risultano determinanti nella costruzione degli arrangiamenti dando nuova vita alle composizioni di Ferigo, esaltando la loro connaturata caratteristica di andare oltre i confini di stili e generi musicali. Tra stazioni, treni, valige, vite vissute in terra straniera, le storie private si fanno collettive attraverso canti di nostalgia, dolore, rabbia e malinconia, la storia di un emigrante diventa così il viaggio di ognuno di noi, un viaggio da compiere dentro noi stessi, per ricercare un legame con la terra che calpestiamo, anche se si ha l’amara certezza di non dimenticare il luogo, i volti, e il tempo da cui si è partiti. Durante l’ascolto non si può non restare incantati dalla struggente bellezza di brani come “Il Timp” o la commovente “… E La Cjasa A E’ Cidina” in cui emerge la tristezza di una famiglia in cui il padre è lontano, o ancora i pendolari che ritornano il sabato di “Sabida Di Sera” fino a toccare “Da Chest Pais Forest” nella quale Ferigo ha catturato in modo superbo il sentimento di lontananza dalla propria terra, che si prova in un paese straniero. Il disco non tralascia anche tre brani da quella che può essere definita la Spoon River carnica, ovvero “Un Incendiari”, “Un Suicida”, e “Un Emigrant”, brani ispirati dalle vecchie lapidi del cimitero di San Giorgio di Comeglians e qui riproposte in versioni dense di trasporto e carica evocativa. Sugella un eccellente disco la commovente “Una Mari”, una ninna nanna di grande dolcezza nella quale spicca l’eccellente interpretazione vocale di Nadia Fabrizio. 

Salvatore Esposito

Guy Davis feat. Fabrizio Poggi – Juba Dance (Dixie Frog, 2013)/ Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Spirit Of Mercy, A Collection (Ultra Sounds Records/I.R.D., 2013)

Bluesman di razza e tra gli armonicisti più apprezzati in Europa come negli States, Fabrizio Poggi vanta un percorso artistico di grande prestigio che lo ha portato negli anni a collezionare una lunga serie di collaborazioni eccellenti, e a mettere in fila una discografia di grande pregio. In particolare negli ultimi anni la sua carriera ha toccato il suo vertice con la pubblicazione di due grandi album come “Mercy” e “Spirit & Freedom”, ma sapevamo benissimo che non si sarebbe seduto sugli allori a godersi il successo, piuttosto avrebbe rilanciato. Infatti in breve tempo sono arrivati lo splendido “Live In Texas” e quel gioiello che è il disco strumentale “Harpway 61” in cui protagonista assoluta è la sua armonica, e da ultimo quest’anno è arrivato “Juba Dance”, album del vecchio amico Guy Davis, del quale Fabrizio Poggi ha curato la produzione e che ha impreziosito con la sua armonica, ormai vero e proprio marchio di fabbrica. Si tratta di un disco di puro country blues acustico, che raccoglie tredici brani tra originali e rielaborazioni, caratterizzati dal dialogo tra le due armoniche che si sviluppa sulle trame acustiche della chitarra e del banjo. Durante l’ascolto brillano brani come “My Eyes Keep Me in Trouble” in cui spicca l’ottima prova vocale di Guy Davis, “Some Cold Rainy Day” in cui è Guy Davis duetta con Lea Gilmore, ma soprattutto la superba versione di “See That My Grave Is Kept Clean” in cui all’armonica di Fabrizio Poggi si affiancano le voci dei leggendari Blind Boys Of Alabama. Il disco riserva però anche altre soprese come lo slow blues “Black Coffee” in cui apprezziamo l’eccellente vibrato all’armonica di Fabrizio Poggi, il folk blues di “Did You See My Baby” eseguita dal solo Guy Davis e conclusiva “Statesboro Blues”, dal repertorio di Blind Willie McTell, qui riletta per soli voce e chitarra. Illuminati interpreti e conservatori del roots blues acustico, Guy Davis e Fabrizio Poggi con “Juba Dance” hanno firmato un disco che è già un classico del genere, e siamo certi che la scia di successo che ne ha salutato l’arrivo nei negozi non si esaurirà in breve tempo. 
Per chi invece si è perso i due precedenti dischi di Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, ovvero i già citati “Mercy” e “Spirit Of Freedom”, purtroppo entrambi già finiti fuori catalogo e diventati delle piccole rarità, di recente, è stata pubblicata l’eccellente raccolta “Spirit Of Mercy”, che raccoglie quattordici brani tratti da i due album in questione. Sebbene ci sentiamo di consigliare assolutamente l’ascolto singolo dei due lavori di Fabrizio Poggi, questa antologia ci sembra assolutamente rappresentativa per chi intende avvicinarsi all’opera del bluesman pavese. Difficile, infatti, non restare incantati di fronte a brani come “Mercy” in cui spicca la presenza di Garth Hudson, o “I’m On My Way” in cui sono ospiti i Blind Boys Of Alabama e Charlie Musselwhite, o ancora le due versioni alternative di “The Soul Of Man” e “Jesus On The Mainline” in cui fa capolino l’accordion di Flaco Jimenez. Insomma tanto “Juba Dance” quanto “Spirit of Mercy” sono due must have tanto per coloro che già conoscono i dischi di Fabrizio Poggi, quanto per coloro che vi si avvicineranno per la prima volta. 


Salvatore Esposito

Lillo Quaratino – Parole Inutili (AlfaMusic, 2013)

Apprezzato contrabbassista jazz di grande spessore tecnico e con alle spalle un intenso percorso musicale, che lo ha visto collaborare con Folk Magic Band, Massimo Urbani, Steve Grossman, e Chet Baker, Lillo Quaratino, a distanza di cinque anni da “Fado Meridiano” torna con un nuovo album, “Parole Inutili” che raccoglie nove brani incisi con la partecipazione di alcuni eccellenti musicisti quali: Roberto Taufic (chitarra acustica ed arrangiamenti), Eduardo Taufic (piano), Giancarlo Maurino (sax tenore e soprano), Gabriele Mirabassi (clarinetto), Nicola Stilo (flauto) Roberto “Red” Rossi (batteria e percussioni). Si tratta di un disco elegante, ma allo stesso tempo sentito, i cui brani ruotano intorno al titolo provocatorio che sembra rimandare al contrario al peso e alla riflessività che nasconde ogni parole, e su cui Quaratino sembra voler indagare cogliendone il suono, il peso, il pathos, alla luce anche di quella sofferenza patita sulla sua stessa pelle durante la malattia che lo ha tenuto lontano dalle scena per diversi anni. Quasi avesse cercato di racchiudere la propria esistenza in questo disco, Quaratino attraverso queste nuove composizioni, ci schiude le porte del suo percorso interiore fatto di luci ed ombre, di spaccati solari e momenti crepuscolari. Sonorità eleganti avvolgono così brani dalla scrittura artigianale che mira a valorizzare la tecnica come l’improvvisazione, la melodia come le singole voci strumentali, come dimostra il superbo interplay tra il clarinetto di Mirabassi, il sax di Maurino e il flauto di Stilo in “Doodle”, “Saltapicchio” e “Turn Over”. Impasti timbrici e continui scambi nella linea melodica caratterizzano lo “straight jazz” in salsa latinoamericana della title track, o la più sofferta “Rosa Funebre”. A spiccare però in modo particolare è la superba ballad “La sognatrice di Ostenda”, una storia d’amore vissuta tra realtà ed immaginazione, le cui sonorità sembrano evocare ora lo stile ECM, ora echi mediterranei. Chiude il disco “Pugni In Tasca”, unico brano cantato del disco in cui spicca la voce di Marta Raviglia, che ci conduce in un atmosfera particolarissima in cui spaccati free si alternano alla recitazione, e a momenti più sperimentali. Insomma “Parole Inutili” è un disco dall’ascolto coinvolgente, che rapisce sin da subito l’ascoltatore, conducendolo man mano nel cuore dell’ispirazione di Lillo Quaratino. 


Salvatore Esposito

Fabrizio Ghio, Comunità Ebraiche Nel Salento, Una Scomparsa Silenziosa. La Presenza Ebraica In Provincia di Lecce e La Sua Eredità", Edizioni Esperidi 2013, pp. 120

Il Salento per la sua posizione geografica è stato da sempre crocevia e luogo di fervente interscambio, in particolare, a partire dal XI secolo, è stato un centro importante di diramazione ed irradiazione della cultura ebraica da Oriente ad Occidente e non è un caso che ad Otranto, sia sorta una delle scuole più importanti nella quale si copiavano manoscritti di opere bibliche e di esegesi. Laddove i primi documenti siano da riferirsi alle testimonianze epigrafiche di età imperiale, è ricchissima la presenza di importanti testi copiati nel periodo aragonese da scribi di origine balcanica e salentina, così come numerosissime sono le tracce culturali che sono rimaste, a documentare l’importanza delle radici ebraiche per lo sviluppo e la formazione dell’identità culturale salentina. A questo aspetto così importante della dimensione culturale salentina è dedicato il volume “Comunità Ebraiche Nel Salento, Una Scomparsa Silenziosa”, curato dall’architetto specializzato in archeologia classica, Fabrizio Ghio, il quale attraverso una ricerca approfondita sulle testimonianze presenti nell’urbanistica e nella toponomastica dei centri abitati, e sulla base di dati epigrafici, artistici, letterari e d’archivio, ci propone una dettagliata ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato la presenza della comunità ebraica nel Salento leccese, fino al bando del 1541 allorquando furono costretti o a conversioni forzate o alla fuga verso l’isola di Corfù. Introdotto da un intervento di Silvia Godelli, Assessore al Mediterraneo, Cultura e Turismo della Regione Puglia, e caratterizzato da contributi di Anna Caputo, presidente ARCI Lecce, Giovanni Giangiacomo, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Lecce, Fabrizio Lelli dell’Università del Salento e Maria Rosaria Tamblè dell’Archivio di Stato di Lecce, il libro nella prima parte è dedicato all’identificazione dei principali luoghi in cui era presenta la comunità ebraica, e all’inquadramento storico della presenza giudaica in Italia Mediterranea. Di grande interesse è l’analisi delle varie comunità e dei luoghi da esse occupati, con particolare riferimento alle figure dei personaggi di spicco che le hanno caratterizzate. In conclusione grande attenzione è stata riservata al clima di damnatio memoriae in cui si consumò l’esodo ebraico del XVI secolo, il tutto inquadrato in modo molto rigoroso non solo all’interno di una dettagliata analisi di un disegno politico e simbolico ben definito, ma anche degli aspetti ideologici della cacciata, che hanno determinato, verosimilmente, la labilità delle tracce riferibili alla presenza ebraica medievale nel territorio salentino. A completare il volume c’è un ricchissimo apparato iconografico in cui sono raccolte le tracce, le testimonianze epigrafiche, i documenti d’archivio, le produzioni artistiche, che hanno caratterizzato l’influenza ebraica nella cultura del Salento, arrivando a toccare anche gli influssi nella lingua, nella cultura e nella cucina locale. 

Salvatore Esposito

The Lee Thompson Ska Orchestra - The Benevolence Of Sister Mary Ignatius (Axe Attack Limited, 2013)

“The Benevolence Of Sister Mary Ignatius” è prima di tutto un tributo alla scatenata suora che ha gestito la Alpha School per ragazzi negli anni sessanta, una scuola che ha offerto educazione e ispirazione per diverse generazioni di musicisti ska provenienti dalla Giamaica. Il tributo è ordito dal saxofonista dei Madness Lee Thompson e dal suo sodale Mark Bedfoird, riunitisi in uno studio di Hackney con l’idea di divertirsi, registrare per amore della grande musica jamaicana dei sixties e fare qualche data. C’è stato un momento negli ani 80 ove le chitarre in levare e i vestiti anni 60, completi con giacca e cravatta sono diventati endemici. Tutti hanno ballato al suono dei Madness e dei Bad Company, dei Selecters e tanti altri. Travolgente nella sua semplicità, questo ispirato disco dalla bellissima copertina, presenta una scelta di brani (troverete una cover di “Midnight Rider” che da sola vale il disco!) che offre all’ascoltatore un sound davvero unico e meraviglioso, solare e ballabile. Si capisce alla perfezione la voglia di ricreare le atmosfere catturate su nastro dentro lo Studio 1 in Jamaica, sessions che hanno dato origine al delizioso sound ska. Sono ritmi pastosi, grassi di bassi precisi ma non invadenti, batterie suonate da paura e bellissimi arrangiamenti di fiati. Chiaro che il discorso di produzione è affidato a un esperto come Prince Fatty e il coinvolgimento di Dave Robinson della Stiff Records aggiunge valore all’operazione. Un disco di grande caratura che secondo me farà ripartire l’interesse per questa grande musica!


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 24 luglio 2013

Numero 110 del 24 Luglio 2013

Il nuovo numero di Blogfoolk si apre all’insegna dell’ultimo ululato dei Luf, Mat e Famat,  del quale ci racconta Dario Canossi nella nostra intervista, in cui abbiamo approfondito temi ed ispirazioni di questo nuovo lavoro. Spazio poi alla seconda parte del saggio  Gioco Sonoro E Gesto Musicale:  Motivazioni E Condotte Tra Antropologia, Pedagogia e Musicoterapia, curato da Michele Santoro. Gualtiero Bertelli ci offre un altro interessante articolo sulla Riproposta del Canto Popolare ed in particolare sullo Specifico Stilistico. Per la rubrica World Music recensiamo Banjara, il nuovo album di Almoraima, a cui va il Consigliato Blogfoolk, mentre per lo spazio dedicato alle Letture proponiamo l’interessante saggio Kajda - Musiche E Riti Femminili Tra I Rom Del Kosovo dell’etnomusicologo Nico Staiti, edito da SquiLibri. Le sonorità world ritornano prepontenti nella recensione del concerto che Orchestra di Piazza Vittorio ha tenuto lo scorso 19 luglio a Roma, mentre per la rubrica Suoni Jazz proponiamo Eight Fingers di Andrea Bandel Ensemble. Completano il numero la rubrica Contemporanea dedicata ad Ancient Roads di Gianfranco Grilli e il consueto ed immancabile Taglio Basso di Rigo.

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I Luf – Mat E Famat

I Luf non hanno bisogno di presentazioni, per loro parlano oltre dieci anni di intensa attività artistica spesa spesso sul palco e una ormai ricca discografia, in cui spiccano alcuni dischi entrati di diritto tra gli album di riferimento del folk-rock in Italia, è il caso dell’esordio Ocio Ai Luf, ma anche di lavori più maturi come Paradis Del Diaol e Flel. In occasione della pubblicazione del loro nuovo disco in studio abbiamo intervistato Dario Canossi, leader e frontman del collettivo camuno, che ci ha raccontato la genesi di questo nuovo album, ed insieme a lui abbiamo approfondito i temi e le ispirazioni dei brani principali. 

Come Nasce Mat e Famat? 
Nasce dalla voglia, arrivati ad una certa età, di fare un po’ il riassunto delle puntante precedenti, e dall’idea di parlare un po’ della pazzia (mat) e della fame di cose nuove (famat). Quindi pur essendo arrivato ad una veneranda età guardi avanti piuttosto che guardare indietro, è un po’ un analisi di questo. Rispetto agli altri dischi, che nascevano più velocemente questo è stato l’album su cui ho lavorato di più. 

Il titolo Mat e Famat può essere interpretato anche come pazzi ed incazzati? 
Più che un incazzatura quello che emerge dal disco è la voglia di trovare una via d’uscita. Nel disco sono presenti diverse canzoni sulla vita e sulla morte, e da un lato sicuramente c’è l’incazzatura, ma comunque è una incazzatura costruttiva che ti porta a trovare delle soluzioni perché anche nei momenti peggiori c’è una via d’uscita. Questa è un po’ la filosofia che da sempre ci ha caratterizzato da “Vivi La Vita Ballando” che è il nostro motto, ad affrontare la vita non facendo sconti ma non dando nulla per scontato. 

Insomma i Luf militanti di qualche anno fa hanno lasciato il posto ad una visione più riflessiva… 
No.. No… I Luf restano militanti ed incazzati. Sempre e comunque, ma positivi e propositivi nel senso che la nostra non è un incazzatura a vuoto, ma è alla ricerca di soluzioni. 

Da Ocio Ai Luf all’ultimo disco, passando per Flel, cosa è cambiato dal punto di vista sonoro in questi anni? 
Dal punto di vista della scrittura dei vari brani è probabile che io sia cambiato, come cambia l’aria, l’ascolto. Cerco di stare sempre sintonizzato sulle novità e in questo mi sento fortunato, perché insegno in una scuola di ragazzi di quindici, sedici anni che in continuazione ti portano la novità. Dal punto di vista sonoro cambiano i timbri, perché essendo un collettivo musicale aperto spesso a cambiare sono gli stessi musicisti, che si avvicendano ai vari strumenti. In questi anni abbiamo cambiato tre violinisti, abbiamo alternato due tre fisarmonicisti, i fiati sono cambiati un paio di volte, per cui penso che il suono di un disco, al di là della mia scrittura delle varie canzoni, a farlo siano i vari musicisti che lavorano con me. Essendo un collettivo musicale gli arrangiamenti li costruiamo insieme e non c’è un direttore artistico che ci dice: “lì deve suonare il mandolino, lì deve suonare il banjo, poi là suonerà la fisarmonica”. Noi ci ritroviamo in sala prove, come ragazzini, cominciamo a suonare e poi chi è più bastardo vince e passa la sua idea. Da noi funziona un po’ così. 

Più in particolare rispetto a Flel anche i temi sono un po’ cambiati, come dimostrano a esempio "Ballata per Vic" e "Camionisti"... 
Onestamente non saprei dirti se c’è una scelta filosofica dietro i vari brani, e finirei per raccontarti un sacco di palle come fanno molti. Ma non è così. Per me scrivere canzoni è una cosa molto istintiva. Scrivo quello che mi viene. E’ venuta fuori “Camionisti” ed è stata così. “Ballata per Vic” ho cominciato a scriverla il giorno del suo funerale, perché io abito molto vicino a dove è stato sepolto, ma non riuscivo a finirla. E’ stata ferma un anno e poi mi è venuta l’idea di chiamare sua mamma, e di chiederle se volesse scrivere la canzone con me, e lei mi ha detto di si. E così è ricominciata questa avventura. Per i pezzi in dialetto sono salito su al paesello in montagna e mio zio, il nostro vate di ottantacinque anni, mi ha raccontato la storia di un uomo che pur di non scappare dai fascisti si è fatto seppellire nel letame e si è fatto portare via con un carro, e da lì è nata la storia di “Babos Barbel Barbù”. Sono cose che arrivano quasi da sole, non c’è una scelta a priori sui testi, mentre per i suoni cerco di dare un indirizzo in qualche modo. In questo caso volevo più cajun e così ho detto ai ragazzi che avrei voluto aggiungere un po’ di questi suoni, ma poi è venuto fuori il cajun dei Luf che non c’entra niente con la tradizione americana. 

Tra i brani mi ha colpito molto "Lungo La Linea del Don" in cui si racconta degli Alpini dell’ARMIR, che fanno un po’ parte del patrimonio culturale di tutto il nord Italia. 
Quella dell’Alpino in ogni paese di montagna è considerata un po’ una figura mitica. Pensa che il complimento più grande che si è soliti fare ad un bambino piccolo, per dirgli che è forte e sta diventando grande, gli si dice: “sei un Alpino!”. Queste figure, per me che sono pacifista da sempre, sono staccate dal valore militare, ma appartengono ai ricordi, ricordi di persone che hanno fatto questa esperienza. In particolare il Don e la spedizione italiana in Russia sono legate ad una storia di una grande sconfitta, una storia di morte, ma che nella canzone diventa una racconto di vita, nel quale si passa dagli Alpini del Don, a mio figlio che mi deve insegnare a nuotare. Anche qui, insomma dalla morte si passa alla vita, che come detto è un po’ la filosofia del disco. Da un percorso di morte che è quello degli Alpini che cercano di tornare a casa, alla fine si arriva al ricordo di mio padre che mi appare in sogno e poi a mio figlio. E’ un passaggio dal passato al futuro, un percorso generazionale, nonno, padre e figlio, ma in una visione positiva. 

In "Giuda Della Neve" si tocca poi il tema della Resistenza, ed in particolare l’eccidio dei nazifascisti di Pontechianale… 
Sono quelle cose stranissime che succedono nella vita. Io ho un amico fraterno ad Alba, il quale quando andavo a trovarlo mi diceva sempre che c’era un professore del figlio che aveva scritto un libro interessantissimo, ma anche molto divertente che si chiama “Promossi o Sbocciati” ed è un libro sulle figure degli alunni. Una cosa dal morire dal ridere, perché fa tutti i ritratti dall’alunno con la mamma bella, il secchione, il leccaculo, tutta una serie di personaggi davvero divertentissimi. Alla fine mi regalò questo libro ed io mandai a questo professore i nostri dischi. Dopodiché non ci siamo mai visti, ma ci siamo scambiati un po’ di e.mail e ad un certo punto gli chiesi se gli piacesse scrivere qualcosa per il prossimo disco. Lui però invece di mandarmi una cosa divertente, mi inviò questo racconto che gli aveva narrato suo padre. Si tratta di una storia realmente accaduta di un traditore che vendeva i partigiani ai fascisti. Quando fu scoperto, i partigiani lo portarono in montagna ed un giorno lì dove era tenuto prigioniero si recò la madre di uno di questi ragazzi che erano stati fucilati. I partigiani lo lasciarono entrare nella baita dove c’era la donna, che aveva con se una pistola. Lei non gli fece nulla, e dopo un po’, quando sono entrarono nella baita i partigiani la trovarono con un rosario in mano. Quando la donna se ne andò, il traditore prese la pistola e si uccise. La donna non si girò nemmeno e proseguì il suo cammino. Quando lo seppellirono trovarono nelle sue scarpe le foto dei ragazzi uccisi. Questa storia mi ha molto colpito e così è nata questa canzone, ma per mantenere vivo il ricordo. 

Nel disco ritorna Springsteen con la vostra riscrittura di "American Land" che diventa "La Al De Legn"… 
Non è la prima volta che riprendiamo un brano di Springsteen, lo avevamo già fatto con “Turna Mia Ndrè” e ci ha portato fortuna. Avevamo dedicato quel brano al comandante Cappelini, un partigiano che è stato preso al mio paese e poi fucilato a Brescia e che è considerato una delle figure mitiche della Resistenza in Val Camonica. Quella canzone ci valse la tessera onoraria dell’ANPI e la cosa che mi ha colpito è che quindici giorni fa, al funerale di uno dei partigiani che erano insieme a lui i suoi figli hanno voluto che venisse suonata questa canzone “Turna Mia Ndrè”. Quella era la frase che il comandante Cappellini diceva a Camara che era il partigiano che è morto: “Non tornate indietro, scappate voi che a me ci penso io”. Questa canzone è diventa un po’ un patrimonio della Val Camonega, gira un po’ nelle scuole, la cantano i ragazzi. Sull’onda di questo successo mi sono detto, facciamo “American Land”, che a me piace tantissimo. L’anno scorso l’abbiamo sempre usata come inizio e chiusura dei concerti, in versione strumentale non cantata. Poi ho scritto il testo e anche lì è venuta fuori una storia di emigrazione, un po’ alla Luf. 

Al disco hanno collaborato i Vad Vuc, Daniele Ronda e Vincenzo Zitello. Come sono nate queste collaborazioni?
Come sempre nulla di forzato. Sono degli amici, i Vad Vuc sono fan dei Luf da sempre e mi avevano chiesto di cantare nel loro ultimo disco un brano, che si intitola “Paternoster” come una nostra vecchia canzone. Mi è sembrato così naturale chiedergli di farci un po’ di bordello, quello giusto, con i loro fiato e poi a Cerno di cantare con noi un brano. Allo stesso modo anche con Ronda è nato tutto da un ottimo rapporto di amicizia. Con lui stiamo facendo alcune cose. E ti dico in anteprima che c’è in piedi un progetto importante sul folk, che vedrà sullo stesso palco i Luf, Daniele Ronda e i Vad Vuc. E’ una roba che stiamo mettendo in piedi da poco, e ci siamo visti proprio ieri sera, perché l’idea è quella di fare delle cose insieme. 

Qual è il rapporto dei Luf con la tradizione musicale della Val Camonica? 
Il discorso è che le radici musicali nostre sono quelle delle ballate, dei cantastorie, ma nella nostra valle non c’è una tradizione musicale molto forte. Nelle valli però ha resistito la tradizione del baghèt, che è la cornamusa bergamasca, che è diffusa anche nella zona bresciana. Questo strumento è d’obbligo nel nostro sound. Noi non abbiamo mai voluto fare una canzone popolare di restauro, andando a riprendere e nemmeno tradizionalista. Penso che la tradizione popolare in quanto tale debba evolversi. Penso di essere tra virgolette un musicista popolare, perché è in quello che mi identifico, ovvero in un cantastorie. Un musicista popolare che però fa musica oggi, adesso e la fa ascoltando Springsteen, i Mumford & Son’s, mentre vent’anni fa chi faceva lo stesso lavoro ascoltava i Beatles o cinquant’anni fa ascoltava altre cose. La musica popolare, secondo me, non deve essere chiusa in una turris eburnea e non deve essere musicata. I puristi della musica popolare a me fanno molta paura, perché non vogliono più dire niente, continuando a ripetere gli stessi stilemi continuamente. Invece la musica popolare, così come hanno dimostrato Springsteen e Pete Seeger in America, deve evolversi, deve essere calata nella realtà in cui si vive. 

Concludendo, mi piacerebbe tornare sul progetto I Luf Cantano Guccini, cantautore al quale tu da sempre ti ispiri e che è un po’ il tuo nume tutelare… 
(ride) Io faccio di tutto per staccarmi da questo modello, ma non ci riesco. Quando nasci e cresci bevendo latte e Guccini alla fine poi ti trovi lì ad assomigliare a lui dal punto di vista vocale, ma se la mamma mi ha fatto così. C’è poco da fare. Da un lato questo progetto era un po’ un atto dovuto, dall’altro c’è sempre la voglia di divertirsi. Volevo far finta di avere ancora vent’anni e cantare ancora le canzoni dell’epoca, quelle che cantavo con gli amici, a scuola, quando si andava in spiaggia. Avevo in debito di riconoscenza rispetto a Francesco Guccini, perché è cantando e suonare le sue canzoni che ho imparato a fare musica. Così mi sono detto facciamo questa cosa! Ho fatto molta fatica a spiegare ai Lupi questo progetto, nel senso che loro non lo sentivano molto, perché essendo più giovani erano un po’ lontani da Guccini, però poi un po’ per obbedienza, un po’ per fede in quello che abbiamo sempre fatto e non abbiamo mai sbagliato, mi sono venuti dietro. Questa cosa ci ha dato parecchie soddisfazioni, come al Premio Tenco, abbiamo fatto un concerto al Teatro Dal Verme, che è uno dei teatri più importanti di Milano e lo abbiamo riempito. Quello che è mancato è stato però proprio il live perché non abbiamo avuto grandi richieste, mentre il disco è andato molto bene ed ha girato tanto. 



Ocio Ai Luf, Quattro Salti Nella Discografia dei Lupi
Per ripercorrere dall’inizio la vicenda artistica della band della Val Camonica è bene iniziare da Quasi Luf, disco uscito nel 2004, ma registrato nel 1999 con il titolo Fin Qui Tutto Bene dalla Charlie Hill Musik Kompany, ovvero la band di Dario Canossi fotografata qualche attimo prima della mutazione genetica in salsa folk-rock che avrebbe dato vita ai Luf. Si tratta di un disco rock a tutti gli effetti, con qualche spunto che fa presagire la svolta stilistica verso il folk., come dimostrano l’iniziale “Vita”, una rock ballad dal testo vibrante ed intenso, la sentita “Marta” e la travolgente “Sparati”. Non manca anche una piccola chicca ovvero “Di Che Segno Sei, brano composto da Dario Canossi insieme a Davide Bernasconi (a.k.a Davide Van De Sfroos). Al 2002 risale invece il disco di debutto dei Luf, ovvero Ocio Ai Luf, che raccoglie dodici brani in dialetto camuno incisi con alcuni ospiti d’eccezione come Vincenzo Zitello, che ha impreziosito con la sua arpa celtica la splendida “Nina Nana”, su testo di Angelo Canossi, Lorenzo Monguzzi dei Mercanti Di Liquore, che compare ai cori in “Per Un Pezzo Di Pane” e il Coro Brianza di Missaglia. Il disco raccoglie alcuni brani diventati ormai piccoli classici del repertorio dei Lupi ovvero “Vento” dedicata ad Ernesto Che Guevara, “Ocio A La Nona, Ocio A La Strea” in cui brilla il violino di Agapiemage Persico, ma anche perle come la toccante “Per Un Pezzo di Pane”, la border song “Ramon”, la danza popolare “Caro’l Me Tone” e quel gioiellino che è “Piccola Donna”. 
Tre anni più tardi i Luf tornano con Bala E Fà Balà, un disco work in progress, che però trasuda passione ed amore come dimostra la collaborazione con Marino Severini dei Gang in “O Pescator Che Peschi”, le militanti “Cuore A Sinistra Portafoglio A Destra” e “Pater Noster Poc Incioster” ma soprattutto “So Nahit 'n Valcamonega”, la loro divertentissima riscrittura di Sweet Home Alabama dei Lynard Skynard. Nel 2007 arriva poi il loro terzo disco, Paradis Del Diaol, altro punto focale della loro discografia che li fotografa in piena crescita alle prese con dodici brani di pregevole fattura che spaziano dal folk-rock dell’iniziale “Cünta e Canta” al country di “Donna Di Fiori” fino a toccare la tradizione irish con la title-track, una riscrittura del traditional “Raggle Taggle Gypsy”. Il disco non mostra alcun punto debole ma anzi riserva una serie di belle sorprese come “Turna Mia 'ndrè", dedicata al comandante partigiano Giacomo Cappellini ed ispirata alle Seeger Session di Bruce Springsteen, il duetto con Massimo Priviero in “Pensieri di Tritolo, la bella resa di “Comandante” dei Gang e quella che è diventata la canzone manifesto dei Lupi ovvero “Vivi La Vita Ballando”. Il 2010 è invece l’anno di Flel, il disco della maturità dei Luf, lavoro di pregevole fattura e dal sound affascinante nel quale spiccano l’apertura in chiave world della tambureggiante “Africa”, i duetti con Davide Van De Sfroos nella title track e in “Tira La Barba Al Frà, ma anche perle dimenticate come “Regina Delle Sei” , l'ironica "Littel Monchi", e la struggente “Dal Nido”. 
Due anni più tardi arriva una piccola sorpresa nella discografia dei Luf, ovvero I Luf Cantano Guccini, nel quale attraverso undici brani Canossi e compagni rendono omaggio al cantautore di Pavana. Durante l’ascolto brillano le belle versioni in chiave country-rock di “Bolonga” e “Canzone Per Un’Amica, le intense “Dio E’ Morto” e “Incontro” ma soprattutto la conclusiva “L’Avvelenata” proposta in un crescendo di grande impatto che sfocia in una giga irlandese, in cui spicca l’eccellente interpretazione vocale di Dario Canossi. Al di là dei dischi in studio la discografia dei Luf in questi anni si è arricchita anche di diversi progetti speciali come Aris Del Paradis e Giù in collaborazione con Flavio Oreglio, ed i preziosi Fiore Del Sambuco e Luna Di Rame e D’Ottone, ormai considerate delle vere e proprie rarità dai fans. Per quanti conoscessero poco la vicenda artistica dei Lupi, appare significativo inoltre citare tanto il cofanetto antologico Peace & Luf “25 anni e 25 canzoni”, accompagnato da uno splendido libro e nel quale sono contenute diverse rarità dell’epoca della Charlie Hill Music Company e prima ancora come Charlie Hill & The Common Sound, ma soprattutto una bella selezione dei loro brani principali, quanto il best of con inediti So Nahit 'n Valcamonega. Da ultimo, ma non meno importante è il live cd + dvd Live & Luf, che documenta uno dei concerti del tour del 2010 e in cui spicca la partecipazione di Davide Van De Sfroos. 



I Luf - Mat e Famat (Autoprodotto/Self, 2013) 
A tre anni di distanza da Flel i Luf tornano con Mat e Famat, disco composto da quattordici brani nuovi di zecca, che nel loro insieme rappresentano quanto di meglio fatto sin ora dal collettivo della Val Camonica. Si tratta di canzoni ispirate, sentite, intense, frutto di una scrittura meditata, ma allo stesso tempo di un cantautorato artigianale che guarda tanto alla tradizione popolare dell’Arco Alpino, quanto alla canzone d’autore. Fieri difensori della loro libertà, e ben lungi da qualsiasi compromesso Dario Canossi e i suoi Lupi in questi anni sono cresciuti sempre di più, lasciando per strada quei brani più scanzonati e forse meno incisivi del loro repertorio e puntando sempre di più su una scrittura matura e ricca di contenuti. Se infatti Flel a buon diritto può essere definito il loro album della piena maturità, Mat e Famat è la conferma di quanto di buono fatto in questi anni, e senza dubbio rappresenterà un riferimento importante nella loro discografia. Ciò che più colpisce sin da subito è come i Luf pur rinunciando ad una politica commerciale in senso stretto, siano riusciti a mettere insieme una bella raccolta di canzoni, dal sound coinvolgente e allo stesso tempo ricca di storie ora passate ora presenti, che ruotano intorno ai temi della vita e dalla morte. L’ascoltatore poco accorto è probabile che dopo il primo ascolto si lanci nell’azzardo di dire che i Luf sono meno incazzati e militanti rispetto al passato, ma a ben guardare la loro carica non è scemata per nulla, ma piuttosto le loro riflessioni si sono fatte costruttive e mirano ad infondere al loro pubblico una speranza rinnovata nel futuro. Durante l’ascolto a brillare sono senza dubbio la travolgente “Quando La Notte Piange” in cui spiccano i fiati dei Vad Vuc, la sofferta e commovente “Ballata per Vic” dedicata a Vittorio Arrigoni, e la riflessiva “Lungo La Linea Del Don”, tuttavia di grande intensità sono anche “Barbos Barbel Barbun” e “Giuda Della Neve”, due brani che in modo differente raccontano due spaccati differenti della Resistenza. Di ottima fattura sono anche il duetto con Daniele Ronda in “Trebisonda”, la stradaiola “Camionisti” scritta da Dario Canossi con Fabio Biale e “La Al De Legn”, originale riscrittura di American Land di Bruce Springsteen, che suggella un disco pregevole e tutto da ascoltare. 


Salvatore Esposito