Premio Nazionale Città di Loano Per La Musica Tradizionale Italiana, 22 – 26 Luglio 2013, Loano (SV)

Dal Rio Grande al Tavoliere, passando per la valle dell’Ofanto, dall’invito al ballo da sponsali con la Banda della Posta – “musica a bassa definizione”, come l’ha definita Giovanni Vacca – alle raffinate imbrigliature mediterranee di Radicanto e Raiz. Sconfinamenti spazio-temporali anche nella Galata immaginata, dove il canto polifonico genovese sposa i ritmi dispari di Orchestra Bailam & Compagnia di Trallalero. Dalla Sicilia terragna di Alfio Antico e di Mario Incudine, che non perde la memoria civica e musicale e combatte per la dignità, al canto ritrovato di Alberto Cesa fino al repertorio più fulgido del liscio proposto con classe dal gruppo Secondo a Nessuno. Dai balli e suoni della Sardegna a quelli di un organetto di barberia, dagli innumerevoli percorsi nella cultura popolare offerti dalla rivista Il Cantastorie all’incessabile attività di ricerca e catalogazione del Circolo Gianni Bosio. 
Succede a Loano, Ponente ligure, dove si è svolta la nona edizione del Premio Nazionale per la Musica Tradizionale Italiana, organizzato dall’Associazione Compagnia dei Curiosi, con il sostegno delle istituzioni locali e, sotto la direzione artistica di John Vignola, voce ben nota del giornalismo musicale di Radio 2. Un piccolo festival ma, va detto una volta per tutte, un punto fermo della stagione estiva folk italiana; negli anni è cresciuto qualitativamente, pur dovendo fare i conti con budget oscillanti, presentando una programmazione attenta anche all’affabilità (il pubblico è composto in larga parte da villeggianti, molti ageé, ma ormai fidelizzati ai suoni della tradizione, proprio grazie al Premio). Anzi, questa edizione ha portato sul palco della cittadina rivierasca solo due dei dischi votati dalla Giuria in tarda primavera (il primo e il sesto classificato), ma è vero che tra i primi otto classificati, alcuni artisti sono stati ospiti recenti (Avitabile) o hanno suonato più volte a Loano (Tesi). 
Lasciate da parte proposte davvero superlative del nu-trad, come quella dei sardi Elva Lutza e del Canzoniere Grecanico Salentino, e la canzone a morbide tinte folk di Elsa Martìn, solo per parlare di dischi che si sono imposti nelle votazioni. A Loano si ritorna sempre con piacere (non soltanto perché il sottoscritto è coinvolto in qualità di consulente della manifestazione e impegnato in alcuni degli aperitivi musicali pomeridiani, si perdoni l’autocitazione) per l’informalità e la dimensione familiare dell’evento, per la graziosa location naturale, ma soprattutto per lo spessore dei concerti, quasi mai deludenti in nove anni, e non da ultimo, per le delizie del palato. Quest’anno la rassegna ha avuto come tema inclusivo le “comunità resistenti”, in realtà in senso assi ampio: linguistiche, culturali, artistiche, di strumenti di ricerca. Comunità comunque aperte, mai arroccate o neganti l’apertura verso l’alterità. 
A Loano, tradizione è movimento, è dialogo e tensione costanti tra esperienza del passato e contemporaneità. Il festival è stato aperto dall’incontro pomeridiano con gli Alberkant, attraverso la loro musica si rinnova il ricordo e l’attualità di un musicista fuori dagli schemi, cantore dell’Italia dei margini, come è stato il piemontese Alberto Cesa, a lungo protagonista con il gruppo Cantovivo. Dialoghi tra i repertori contadini della Liguria rivisitati nella pratica elettro-acustica (voci, chitarre, violino, baso, contrabbasso, batteria, cornamuse, flauti, percussioni) e polifonie e strumentario corsi nel concerto condiviso di Uribà e i Dopu Cena, proposta ambiziosa, che vuole indagare analogie e scambi tra dialetto ligure e lingua corsa della zona occidentale dell’isola, ma connubio dall’amalgama non sempre fluida, che forse necessita di maggiori tempi di sedimentazione. 
Di forte suggestione e di altrettanto ponderosa presenza scenica, come sempre, invece, la rotta sonora individuata da Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero, in un itinerario lungo il Mediterraneo orientale, tra Genova e Istanbul (“Galata” è il loro vibrante album pubblicato da Felmay). Corde, fiati e pelli dipingono scenari sonori, intrecciando le tre voci della squadra. Tra fumerie, taverne e caffè, incontro tra scale modali mediorientali melopea del Trallalero. Un viaggio immaginifico, velato da una certa dose di malinconia: “amàn, amàn” è il lamento che ritorna, e che ritroviamo anche nell’ itinerario meticcio proposto il 23 luglio da Radicanto e Raiz in “Casa”. Senza fisarmonica i baresi perdono nell’elaborazione delle loro trame melodiche ed armoniche. In ogni modo, spiccano la vocalità superlativa di Fabrizio Piepoli, resa più suggestiva dalle procedure elettroniche, e le tessiture delle corde, mentre l’etno-crooner napoletano Raiz, ugola dalla grana scura e ruvida: 
sospeso tra la vocalità di Bruni e quella neomelodica, riprende il suo repertorio, ormai diventato classico napoletano, ma propone anche brani di tradizione ebraica sefardita e yemenita (dal repertorio dell’indimenticata Hofra Haza). Come per l’Orchestra Bailam, il loro è un percorso fascinoso attraverso la rete immaginaria e narrativa del mare nostrum, in cui le distanze si annullano e le voci, i volti, gli echi dei popoli che lo abitano si confondono. Nella stessa serata, in precedenza, è stato consegnato il premio alla carriera ad Alfio Antico, figura di percussionista punto di riferimento per tanti, prossimo ad uscire con un nuovo disco, che – ci ha detto il musicista di Lentini – lo riporterà agli umori di “Anima ‘ngignusa”. In scena Alfio, accompagnato alla chitarra dal figlio, dà prova della sua dirompente carica emozionale nel fare musica, istintività e teatralità vincenti, poesia del canto e del battito empatico delle pelli. Standing ovation la sera successiva (24 luglio) sul lungomare di Orto Maccagli per Mario Incudine, disco dell’anno il suo “Italia talìa”, votato dalla giuria del Premio, diventata ancora più autorevole quest’anno con l’ingresso di nomi del mondo accademico dell’etnomusicologia. 
Incudine unisce una forte presenza scenica, da cuntastorie, a sonorità che puntano sul gusto contemporaneo (il merito va anche a Pippo Kaballà, che ha dato più di una mano nel suo disco vincente), mantiene alto il tasso ritmico, si muove volentieri lungo l’asse pop e rock, conservando, peraltro, stilemi e moduli della tradizione siciliana o rinnovando il confronto con idiomi musicali sud-mediterranei. Sguardo sulla Sicilia e sull’Italia tutta, denuncia potente di malaffare e soprusi del presente e memoria mai indomita, perfino commovente del passato (la tragedia dei minatori di Marcinelle), graffia, ma conosce anche l’arte della seduzione del pubblico. Con lui, musicisti giovani ma già molto dotati tecnicamente, a cominciare da Antonio Vasta (fisarmonica, zampogna), cui spetta il compito di convogliare sequenze di estetica trad. A Loano successo anche per Paolo Jannacci e Osvaldo Ardenghi, nell’incontro pomeridiano che ha richiamato tanto pubblico, testimonianza dell’affetto riservato al padre Enzo, da poco scomparso. 
Di musica sarda e di produzioni editoriali si è parlato con Marco Lutzu, uno dei curatori dell’Enciclopedia della Musica Sarda, con il contributo musicale di Gilberto Cominu (fisarmonica) e Bruno Loi (launeddas). Altrettanto significativo l’appuntamento coordinato dal direttore artistico del Premio Tenco, Enrico de Angelis, altro collaboratore e mente pensante del festival loanese, denominato “Quellodelcantastorie”, con Giorgio Vezzani, creatore e direttore della storica rivista Il Cantastorie, impreziosito dalle performance di Giampaolo e Agnese Pesce e del raccontastorie Gianni Gili. Da qualche anno il programma del festival prevede uno stage di danza che confluisce nella serata musicale di Piazza Rocca: giovedì 25 luglio spazio alle danze sarde, soprattutto dell’oristanese, coordinate dal maestro Lucio Atzoi di Villaurbana. 
Stagisti all’opera in piazza, insieme ad altri appassionati, sulle musiche del duo Loi-Cominu, e spazio anche al liscio con il repertorio storico di Secondo Casadei, riformulato magnificamente dal quartetto di Claudio Carboni (sax) e Maurizio Geri (chitarra), due componenti di Banditaliana, affiancati dagli ottimi Michele Marini (clarinetto) e Daniele Donadelli (fisarmonica). Avrebbe potuto essere addirittura la base di un vero e proprio convegno sugli archivi di storia orale, l’incontro con Enrico Grammaroli ed Omerita Ranalli condotto da John Vignola, con la partecipazione del giornalista ed operatore culturale Massimo Pirotta. I due responsabili del Circolo Gianni Bosio hanno ricevuto nel corso della serata conclusiva il Premio alla Realtà Culturale 2013 perché, recita la motivazione ella direzione artistica del Premio: “Il Bosio ha mantenuto salda, per più di quarant’anni, la sua vocazione per la memoria e per l’appartenenza. 
Una vocazione che si è incarnata in una rivista, I Giorni Cantati, una scuola di musica, una serie di eventi in cui il ricordo è stato spesso il centro dell’azione. Un’azione fatta di ricerche ininterrotte, sul campo, illuminate da un senso di appartenenza, quella al mondo del lavoro, che pure in mezzo a molte difficoltà non è mai venuta meno. Oggi il Circolo è ancora quello che era nel 1972, anche se in un modo diverso: un punto di riferimento importantissimo per lo studio e la divulgazione della cultura popolare, ‘la più grande raccolta di materiali musicali e storici di Roma e del Lazio’, un luogo di grande e tenace resistenza culturale.” Da un paio di anni, il Premio ha rinunciato alla produzione musicale inedita (ci auguriamo che il decennale, il prossimo anno, con un budget degno di un festival di tale portata, si possa ritornare ad un’idea esclusiva concepita proprio per la rassegna ligure). 
Nondimeno, la serata di venerdì 26, che ha visto protagonisti all’Arena del Principe i “personaggi da saloon” – come lo stesso Vinicio Capossela ha definito gli anziani componenti della cosiddetta Banda della Posta di Calitri, paese di origine della mamma, dei quali ha appena prodotto il CD “Primo ballo” – è stato il finale più caldo (in senso climatico e musicale) delle nove edizioni del Premio. Vuoi per il carisma dell’autore di “Ovunque proteggi”, vuoi per la simpatia e tenerezza espresse dai musicisti irpini, a metà strada tra un occhiuto richiamo a Buena Vista, solo un po’ più kitsch, e un intrattenimento musicale di un ricevimento da qualche parte nel Mezzogiorno d’Italia. Proprio di una festa si è trattato, con un repertorio veritiero ed improbabile, forse in passato perfino odiato o rimosso da molti rock aficionados di paese: dal foxtrot ad “Apache”, da “Espana Cani” al tango, dalla mazurka alla polca, da “Rosamunda” al paso doble, infilandoci perfino i Barritas di Benito Urgu. 
Calzano a pennello anche due hit dei cantori dell’emigrazione italiana, quali Rocco Granata (“Manuela”) e Salvatore Adamo (“La Notte”, celebrata versione nostrana dell’originale francese). Sul palco violino, due mandolini, chitarre, organo Farfisa, basso e batteria: un’orchestrina semiprofessionale un tempo pronta ad entrare in scena per i momenti centrali della vita comunità: i matrimoni; scevra da virtuosismi e personalismi, perfettamente funzionale al divertimento degli astanti. In mezzo a tanti brani dei tempi che furono, i cavalli di battaglia caposseliani, riletti a tempo di ballo: “Con una rosa” diventa un beguine, “Che coss’è l’amor” e “Pryntil” procedono a passo di foxtrot, “Pena de l'alma” ha sapore mariachi, “Maraja” salta a ritmo di unza-unza, ma c’è spazio anche per il rituale propiziatorio di “Ovunque proteggi”. Tra torridi innesti tex-mex che evocano Flaco Jimenez si passa agli omaggi al talking-folk-blues apricenese (“Rapatatumpa”, “I maccheroni”, “Lu bene mio”) dell’immenso poeta dei morti di fame che è stato Matteo Salvatore (premiato a Loano nella prima edizione, poco prima della sua scomparsa) nonché alla tradizione calitrana delle ingiuriate. 
Certo fa pensare che queste musiche dirette, suonate senza fronzoli, con il catalizzatore Vinicio, potranno perfino ritornare di moda, mentre progetti di elevata qualità e intelligenza musicale, come la ricerca sul liscio portata avanti anni fa da Riccardo Tesi o il disco “Secondo a Nessuno” prodotto da ClaudioCarboni (pubblicato dall’etichetta Tacadancer), hanno avuto un rilievo di nicchia. Ad ogni modo, è stato un viaggio dal folk al popular, all’insegna di musiche migranti, danze e canzoni molto in voga negli “sposalizi”, concepite nella prima metà del Novecento e arrivate nel paese dell’Irpinia d‘Oriente, per dirla con Franco Arminio, prima con la radio, poi con i dischi. Eseguite da Matalena, Tottacreta, il Cinese, Parrucca, Papp’lon, Bubù, questi i nomi di battaglia di alcuni dei componenti della band – musici solenni e veraci, “umili ma onesti” – con alle spalle migliaia di ore di… matrimoni. 
Una buona fetta di pubblico ha ballato sin dalle prime note, ha cantato e sudato, seguito i comandi del ballo di Matalena; tutti hanno applaudito il gran cerimoniere della serata nel suo cappellaccio nero: cantante, chitarrista, affabulatore, agitatore, ballerino con una scopa, ma anche danzatore in coppia con la partner vocalist, all’occorrenza matador che sventola la sua giacca immacolata. Capossela, nella madida atmosfera festiva che si respira sul palco e giù in platea, completa di luminarie e di sparo di coriandoli finali, ha il tempo di annunziare anche il Calitri Sponz Fest, una tre giorni musicale di fine agosto dedicata proprio al mondo dello sposalizio. Vinicio è capace di reinventare la canzone d’autore, gli va riconosciuto il merito di oltrepassare la routine dell’esibizione standardizzata, benché la sua teatralità possa anche non trovare unanimi consensi, e così pure la sua recente bulimia produttiva artistica (dischi, libri, documentari), lo ponga a rischio di sovraesposizione. Ad ogni modo, Capossela ha acceso la notte di Loano: un successo che premia la dedizione, l’entusiasmo e la resistenza culturale degli organizzatori. 


Ciro De Rosa