I Canti Rituali di Questua Della Tradizione Orale Marchigiana

Cantamaggio
“’Na ‘olta c’era l’allegria...” 
 (Annunziata Nicolini Barchiesi, Monsano 2, Gennaio 1983) 
 “Famo conto che io sto giù pe’ ‘l campo: 
 a mme se non me vedi me senti, perché chi canta prega”. 
(Armando Felici, Apiro, 22 Novembre, 1981) 

I canti di questua che ho raccolto nella mia più che quarantennale ricerca sul campo nel territorio marchigiano (con particolare riguardo alla zona dell’anconetano) “sono eventi rituali strettamente connessi con lo svolgimento calendariale dell’anno agricolo” 1  legati al ciclo della natura che nasce, muore e risorge. Nelle Marche, per il ciclo delle feste del solstizio d’inverno, troviamo: per il Capodanno-Epifania, il canto della “Pasquella” ed il sedici gennaio il “Sant’Antonio”. Per quelle primaverili: il diciassette marzo, la “Passione di San Giuseppe”, l’ultimo giorno di marzo, lo “Scacciamarzo”, nelle due settimane precedenti la Settimana Santa, rispettivamente, il canto de “Alle anime sante del Purgatorio” e la “Passione di Cristo”. Infine per quelle estive del mese di agosto: “Alle anime sante” (riguardante la sola zona di Fabriano). La Chiesa si è inserita nella tradizione, riuscendo a divulgare e rendere popolare, tra i riti pagani e pre-cristiani di fertilità già esistenti, il messaggio cristiano, con un fenomeno di sincretismo (riuscito, in alcuni casi, in modo perfetto). Si veda a questo proposito una strofa presente in tutte le versioni marchigiane della “Pasquella”: 

Giù nel fiume di Giordano 
dove l’acqua diventa vino 
pe ‘ llavare Gesù Bambino 
pe’ llavare la faccia bella 
e giunti siamo a’la Pasquella 2

versione popolare di un tropario della liturgia bizantina, nel quale il sei gennaio coincidono le celebrazioni del Natale, dell’Epifania e delle nozze di Cana 3. I canti rituali di questua sono intonati da gruppi di cantori che percorrono le strade dei paesi e soprattutto delle campagne, casa per casa, accompagnati da vari strumenti musicali: organetto, cembalo, “timpani” (triangolo), fisarmonica, violini, “violone”, castagnette, “segone”, “sgràciola”. I testi dei canti di questua, contengono sempre l’invito al padrone od alla padrona di casa (“vergaro” o “vergara”) ad offrire doni per i cantori ed i suonatori: inviti che diventano espliciti e perentori nell’immancabile “saltarello” che solitamente nelle Marche chiude ogni canto di questua e che dà la possibilità al cantore di rafforzare le sue richieste: 

O vergaretta se avede ‘scoltado 
portadece ggiù ll’oa ch’emo cantado 
O ccapoccetta se avede ccapido 
portadece de bbè’ ch’emo finido 4 

benedicendo l’eventuale graditissima “generosità”: 

Unà gallina chi l’ha data di core 
primo maggio vi possa fiorire 5 

o nel caso contrario, maledicendo la tirchieria dei padroni di casa. Un esempio per tutti: 

E da tantò cantare poi non ci hai dato niente 
guarda che bbella gente che Cristo fa campà’ 6

Pasquella
La famiglia contadina, del resto, accetta ben volentieri l’esecuzione del canto di questua, perché nel mondo popolare, donare significa propiziarsi, per magia simpatica, salute e soprattutto buon raccolto. Così i questuanti vengono ricompensati con elargizione di uova, formaggi, pollame, prodotti del maiale (simbolo tra l’altro di lussuria e di fecondità), vino ed attualmente quasi esclusivamente con piccole somme di denaro. L’esecuzione di questi brani popolari, segue un rituale immutato nei secoli. Un membro del gruppo chiede cantando al padrone di casa, il permesso di esecuzione: 

All’improvviso arriva i cantarini 
prendè’ llicenza se ssi po’ cantare 
se non si po’ cantà’ daccì licenza 
se ne anderemo a’la santà pazienza
se non si po’ cantà’ licenza dacci 
se ne anderemo da’le nostre parti 7

I canti di questua della tradizione orale marchigiana vengono di solito eseguiti da gruppi di questuanti, nella classica formazione di tre elementi: organetto, cembalo, triangolo e voci maschili. Unica eccezione nel fabrianese, dove il gruppo può raggiungere un numero di otto/dieci elementi, tra “canterini” (da tre a cinque), due o tre violini, un “violone”, un organetto o fisarmonica, mentre è assente come strumento accompagnatore il cembalo (del resto popolarissimo ed onnipresente in tutti gli altri gruppi marchigiani). La consuetudine del canto di questua della “Pasquella” nell’anconetano, era in via di inesorabile estinzione. Attualmente, grazie alla Rassegna Nazionale della Pasquella di Montecarotto ed al lavoro continuo e costante di Gastone Pietrucci e de La Macina sul territorio, assistiamo da alcuni anni, ad una nuova “rinascenza” del fenomeno ed al crescere e proliferare inevitabile, di iniziative, più o meno spontanee, per lo più imitative, più o meno valide, ma comunque attestante un certo interesse o perlomeno curiosità per il fenomeno. 
Se il tema, l’argomento delle “Pasquelle”, è comune anche in zone fra loro molto distanti nel territorio marchigiano, non lo è il motivo musicale, notevolmente diverso da zona a zona. Le stanze seguono un ordine preciso di canto: prima quelle di argomento religioso e poi quelle varie di richiesta dei doni, per poi concludere con il saltarello finale rafforzativo di richiesta e di commiato. 
Cantamaggio
Il “Sant’Antonio”, come tutti i canti di questua, viene eseguito la vigilia delle festa di sant’Antonio (sedici gennaio). Letteralmente scomparso su tutto il territorio marchigiano, sopravvive ancora in alcune zone del basso Piceno e dell’Abruzzo. L’unica versione della mia collezione, l’ho registrata nel 1985, durante la funzione, da un gruppo di questuanti, in Acquaviva Picena (Ap). 
La “Passione di San Giuseppe”, presente esclusivamente nel Piceno, viene eseguito la vigilia della festa del santo (diciassette marzo). Come quasi tutti i canti di questua, anche questo è in via di estinzione. Le uniche versioni da me registrate, le ho raccolte, in forma memorizzata a Carassai, Montegiorgio e Montefiore dell’Aso (tutti comuni della provincia di Ascoli Piceno). 
Lo “Scacciamarzo” è un antichissimo canto rituale di questua infantile. Nell’anconetano e nel piceno se ne è persa letteralmente la traccia e la memoria, anche se ho potuto raccogliere dei frammenti con degli informatori di Santa Maria Nuova (An), di Polverigi (An) e di Offida (Ap). Nel 1979 a Corridonia, nel maceratese, dove l’ho raccolto, il rito del “caccià marzu”, stando al racconto dell’anziano informatore (Nazzareno Pesallaccia, 1909-1996, detto “Mengré”, contadino) veniva effettuato sino ai primi anni del secolo scorso, da gruppi di bambini, l’ultimo giorno di marzo, con accompagnamento assordante di barattoli, campanacci e della “sgràciola” (rudimentale “raganella” dal suono simile allo strumento usato nella liturgia quaresimale in sostituzione delle campane “legate”) costruita con delle semplici canne. Cortei di bambini percorrevano le vie del paese, bussando di porta in porta, portando ad ognuno il canto augurale dello “Scaciamarzo”, per ricevere in cambio doni, ma soprattutto “l’ovo pe’ la ciambella” (tipico dolce marchigiano a base di uova, farina e zucchero). Se il dono però non veniva o tardava a venire, i bambini intonavano verso i malcapitati padroni di casa, una sequela di maledizioni: 

e se nun ce dade niente 
che vve pija ‘n’accidente 
tanti chioi’ su’ ppe’ la porta 
tanti cegoli 8  lla la groppa 9
tante bollette 10 sotto le scarpe 
tanti cegoli llà le chiappe 
tanti chioi 11 su’ ppe’ llu muru 
tanti cegoli lla llu culu 12

Cantamaggio
in perfetta sintonia, del resto, con le maledizioni negli immancabili saltarelli finali rafforzativi di richiesta dei canti di questua dei grandi. Il canto ha un’origine magico-pagana ed una inequivocabile funzione esorcizzante: quella di scacciare il “male” (l’inverno) e salutare e propiziare il “bene” (la nuova stagione, il sole, la primavera risorgente). Il testo di questo raro e prezioso documento, mi è stato tramandato in una versione assai complicata e contaminata con la più nota e diffusa “Pasquella” dell’Epifania dei grandi. 
Grande diffusione nell’Italia centrale ha avuto il canto della “Passione di Cristo” (“Passiò”, come è semplicemente chiamata e conosciuta nell’anconetano. Per il tono devozionale della narrazione, le “Passioni” (di eccezionale valore storico e contemporanee alle Sacre Rappresentazioni del XII secolo) sono sicuramente opera della Chiesa o di qualcuno vicino all’ufficialità cattolica. Infatti la Chiesa è riuscita ad inserirsi nella cultura orale dei riti pagani di fertilità preesistenti, rendendo popolare la passione di Cristo (anche se il cantore ormai lo ritrasmette meccanicamente, senza rendersene conto). Classico per questo caso l’esempio di un passaggio del canto: 

E lle sette gelsomino 
la turba llo menò 13

gelsomino per Getzemani, assolutamente incomprensibile, difficile da ripetere e naturalmente storpiato dal cantore. “Ciò che si evidenzia […] è il carattere non mai trascendente della religiosità tradizionale, ma anzi umano, domestico, quotidiano e la coincidenza fra i modi religiosi e quelli laici. Non esiste, cioè, una linea di demarcazione fra modo religioso e modo non religioso, ma tutto confluisce in un’unità espressiva ed esistenziale […] Ciò che a prima vista colpisce è il carattere per nulla mistico o convenzionalmente religioso delle melodie che a questo canto s’applicano […] E’ questo, però, il carattere di gran parte dei canti di questua, qualunque sia il loro argomento e la loro occasione […]” 14.
Infatti l’animo popolare, anche in questo canto di mestizia, non si lascia sfuggire l’occasione di inserirvi (fenomeno esclusivamente marchigiano) il saltarello finale di richiesta in una esplosione quasi “pagana” e liberatori di gioia e di speranza. Gli esecutori di questo canto popolare seguono ancora l’antico rituale. Lo cantano esclusivamente nei giorni della settimana precedente a quella di Pasqua; nelle case colpite da lutto recente, dopo regolare richiesta dei cantori, ottenutone il permesso dal capofamiglia, lo eseguono senza il saltarello finale di richiesta doni. Due sono le principali versioni della “Passione” nelle Marche: la prima detta volgarmente “Le ventiquattr’ore”, fa parte di quel filone generalmente pubblicato con il titolo di “Orologio della Passione”, perché il testo ripercorre in ventiquattro stanze, ora per ora, il processo, la crocefissione, il martirio e la resurrezione di Cristo. La seconda, detta “Le quarantott’ore”, perché il testo (di ben quarantuno stanze) quasi raddoppia le ventiquattro della prima. 
Entrambe le due versioni sono popolarissime ed ancora in funzione in tutto l’anconetano ed in qualche sporadico caso anche nel maceratese e nel Piceno, mentre è letteralmente scomparso nel pesarese. Oltre a queste due versioni nelle Marche ne esistono altre, appartenenti al gruppo di Passioni che il Toschi (14) ha riunito nel gruppo “Passione Italia Centrale I”, presenti non solo nelle Marche, ma anche nel resto dell’Italia centrale e centro-meridionale. L’esempio di questa Passione, che io ho pubblicato con il titolo di “Passione di Montefiore dell’Aso”, ha avuto una sua funzione proprio in questo piccolo comune dell’ascolano, sino alla fine degli sessanta del secolo scorso; veniva portato casa per casa il mercoledì sera e per tutto il giorno del giovedì santo, da due cantori, accompagnati dal suonatore di organetto, ricompensati dalla gente con l’offerta di uova (di solito tre, uno a testa per gli esecutori). Il canto poi è stato ripreso verso la metà degli anni ottanta (proprio per l’occasione della Rassegna della Passione di Polverigi), questa volta non più da uomini, bensì dalle donne, e riportato, anche se timidamente ed in modo discontinuo, in alcune zone del comune di Montefiore dell’Aso. 
L’altro canto di questua del periodo pasquale “Alle anime sante del Purgatorio” deve essere cantato due domeniche precedenti a quelle della Pasqua. Per la tradizione popolare, dalla domenica delle Palme, non è permesso cantare, perché da quel giorno si entra nella Settimana Santa, praticamente nei giorni del “lutto”. L’argomento di questo canto, è quello di ricordare ai vivi i loro congiunti defunti, di invitarli a pregare e a meditare sulla fragilità e sul destino comune a tutti i mortali. Soprattutto per la gente di campagna, l’esecuzione di questo brano (come del resto quello della “Passione”) ha l’effetto, l’importanza ed il valore di una Messa a suffragio dei morti. Quindi la sua esecuzione è particolarmente gradita, richiesta e “ripagata” con la solita offerta di uova, vino e denaro. Pur essendo stato molto popolare, nell’anconetano, nel maceratese e nel piceno, questo canto è ormai quasi definitivamente scomparso, anche se ancora è facile registrarlo in forma memorizzata da molti informatori. Nel fabrianese, invece, lo stesso canto delle “Anime sante” viene eseguito alla fine di agosto, dopo la trebbiatura. Ai cantori, oltre naturalmente abbondanti libagioni, ogni famiglia contadina offre in media un quintale di grano. Il ricavato viene poi donato tutto al parroco (che in questo caso è l’ “organizzatore” delle squadre dei “maggianti”, che forma un comitato di “controllo” per tutto il grano ricavato e che a suo modo “istituzionalizza” l’avvenimento, ripagando i cantori ed i suonatori, con un pranzo di ringraziamento a fine “raccolta”. Le frazioni di Fabriano, dove questa tradizione (almeno fino agli anni novanta) è continuata, sono state quelle di Moscano, Nebbiano e per ultimo solo nella frazione di Santa Maria. 
Il “Cantamaggio” celebra l’avvento della primavera, della nuova stagione agricola ed affonda le sue radici nei riti pagani di fertilità, di augurio e di benessere per la comunità ed i singoli. Viene cantato da gruppi di cantori (“maggianti”) la notte del trenta aprile ed il giorno del primo maggio. La pratica di “portare l’ augurio di maggio” con l’esecuzione di questo canto specifico, è in definitivo declino in tutte le Marche, ad eccezione del fabrianese, dove è ricomparsa spontaneamente verso la fine degli anni settanta. Infatti la prima registrazione del “Cantamaggio” di Fabriano, l’ho fatta nel 1977, nella frazione di Collegiglioni, dove ho ripreso uno dei pochi canti della mia Raccolta, mentre veniva eseguito nella ricorrenza canonica. Questo splendido gruppo di “maggianti”, era partito a “cantar maggio” il pomeriggio del trenta aprile, cantando ininterrottamente (anche durante la notte) per le campagne di Fabriano, fino a mezzogiorno del primo maggio, momento nel quale l’ho registrato. Particolare affascinante delle “squadre” di Fabriano e di Collamato, era il modo di suonare gli strumenti ad arco (tra l’altro costruiti per la maggior parte, dall’ultimo liutaio popolare di Fabriano, Ireneo Alberti, 1923-2005, contadino, idraulico e liutaio per passione) completamente differente dall’impostazione classica. Prima di suonare, le corde dell’archetto dei violini e del “violone”(basso a tre corde, portato in spalla dal suonatore) vengono sfregate nella pomice (come solitamente fa il suonatore di cembalo con il suo strumento per farlo “urlare”) tanto che l’accompagnamento ne viene stridulo, ma dolcissimo nello stesso tempo, evocatore (come del resto il loro incredibile arcaico modo di cantare) di suoni, di atmosfere, di climi arcaici ed orientaleggianti. A differenza degli altri gruppi marchigiani, quelli di Fabriano usano per tutti i canti di questua (sia per la “Pasquella”, che per le “Anime sante”, come per il “Cantamaggio”) lo stesso motivo musicale. Una preziosa e “strana isola” questa di Fabriano, che si distingue nettamente dal resto delle Marche. Sicuramente una delle scoperte più importanti di tutta la mia ricerca, insieme a quella fatta con le “filandare” di Jesi. 
Gastone Pietrucci ritratto da Emanuele Sforza
Ora tutti questi nostri antichi riti, come la quasi totalità della cultura orale marchigiana, vanno inesorabilmente scomparendo, a causa delle profonde trasformazioni della società ed in particolare della polverizzazione della civiltà contadina: ormai defunzionalizzati sopravvivono in larga parte solo in forma memorizzata, senza più alcun riscontro nella pratica attuale. Tutto questo sino al 1974, quando a Monsano (piccolo comune in provincia di Ancona) due informatori mi hanno fatto conoscere per la prima volta la “loro Passione”(ovvero la versione de “Le ventiquattr’ore”) rammaricandosi che ormai non la cantava più nessuno. Allora ho dato loro coraggio, convincendoli a ricantarla proprio a Monsano, dove il canto era praticamente scomparso da diversi anni. Così accompagnati da un suonatore di fisarmonica 16  e di cembalo 17  improvvisati, i cantori hanno riportato (timidamente e con molto scetticismo) la loro “Passione”, nella completa indifferenza della gente. L’esperimento viene ripetuto con ostinazione e sempre in sordina e dal solito gruppo, anche l’anno successivo: poi pian piano, con il passar degli anni, altri gruppi spontanei incominciano ad intervenire e a far grande la manifestazione e ad imporla letteralmente all’attenzione degli stessi monsanesi. Così da allora per tutto il giorno della domenica delle Palme (si è scelta questa data “proibita” per il canto popolare, volutamente, per dar modo ai gruppi di cantare la loro “Passione” nei loro paesi d’origine e nelle date stabilite dal rito) gruppi di autentici portatori della tradizione, provenienti da tutta la regione e da quelle limitrofe, ogni anno sempre più numerosi, entusiasti ed “agguerriti” confluivano a Monsano per la “Rassegna della Passione”. La formula della Rassegna, vede nell’arco dell’intera giornata i gruppi impegnati come una volta a riportare il canto rituale di questua, casa per casa, in tutte le contrade del paese. Nel pomeriggio esibizione in piazza, sul palco, di tutti i gruppi presenti alla Rassegna, di fronte ad un pubblico sempre più numeroso, esperto ed attento. Dopo undici anni la Rassegna si è trasferita definitivamente a Polverigi (altro comune dell’anconetano) trovando la sua giusta collocazione e riscuotendo un crescente, incredibile, grande successo di pubblico tanto da registrare nelle edizioni dei primi anni novanta, la presenza di ben sessanta gruppi spontanei, per un totale di circa trecento suonatori e cantori popolari. Sull’esempio della “Passione”, ho riproposto a Morro d’Alba (An) dal 1983 la “Festa del Cantamaggio”, a Montecarotto (An) dal 1985 la “Rassegna Nazionale della Pasquella” ed infine a Monsano dal 1988, per i bambini, l’“Incontro Regionale dello Scacciamarzo”, completando così nell’arco dell’anno, il totale recupero dei canti rituali di questua della cultura orale marchigiana, contribuendo tra l’altro, ad una nuova “rinascenza” ed alla completa rivitalizzazione e diffusione di queste nostre più valide e prestigiose tradizioni. Posso dire con estrema certezza, che grazie soprattutto a queste Rassegne, i pochi cantori e musicisti tradizionali di allora, demotivati e letteralmente allo sbando, hanno incominciato a riprendere coraggio, ad aver fiducia in sé stessi, a ritrovare quelle dignità e voglia “perdute” e a riprendere e ritrasmettere queste loro tradizioni delle quali ormai ci si “vergognava”. Altri suonatori e cantori, nel corso degli anni si sono aggiunti ai primi: diversi giovani si sono inseriti, sia come cantori che come esecutori (in special modo di organetto) ed ormai da diversi anni si sta registrando in diversi gruppi, la presenza a dir poco eccezionale di alcune donne. 
Nel 1974 praticamente tutto era finito, ed ora veramente avremmo potuto decretare il “de profundis”e piangere sulle “belle” tradizioni scomparse. Invece oggi posso affermare che almeno nell’anconetano, questa tradizione dei canti di questua non si è ancora perduta. Nonostante la totale, ottusa, “criminale” disattenzione dei media, qualcosa ancora resiste tenacemente, nonostante il feroce condizionamento ed appiattimento di questa nostra cosiddetta civiltà, senza più memoria, senza più identità, senza più storia, né futuro. 

Gastone Pietrucci

Tutte le foto sono del Maestro Mario Giacomelli

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1  R.LEYDI-S.MANTOVANI, Dizionario della Musica Popolare europea, Milano, 1970, p. 211
2  G. PIETRUCCI, Cultura Popolare Marchigiana, Canti e testi tradizionali raccolti in Vallesina, Jesi, 1985, pp.294-296-300-303-305, La Pasquella di Monsano, La Pasquella di Fabriano, La Pasquella di Apiro, La Pasquella di Jesi, La Pasquella di Filottrano.
3  Ricordiamo che le Marche furono governate da Bisanzio dal V al VI secolo circa, cioè dalla fine del regno di Teodorico all’inizio dello Stato Pontificio.                                                                                                                                
4  G.PIETRUCCI, citato, p. 338
5  G. PIETRUCCI, citato, p. 332
6  G. PIETRUCCI, citato, p. 317
7  G. PIETRUCCI, citato, p. 302
8  forunculi
9  dorso
10 chiodini
11 chiodi
12 G. PIETRUCCI, citato, n. 372, pp.308-309, Scacciamarzo
13 G. PIETRUCCI, citato, p. 315, Passione di Monsano
14 R.LEYDI (a cura), I balli, gli strumenti, i canti religiosi, Libretto allegato al disco A-VPA 8082, Italia 1, pp. 13 e 23.
15 Arduino Fiordelmondo (1931-2011, contadino, fornaio) e Settimio Barchiesi (1938-2008, contadino, muratore). 
16 Piergiorgio Parasecoli, n. 1942, tra l’altro, primo fisarmonicista del Gruppo “La Macina”.
17 Pasquale Ciattaglia, 1909-1985, contadino originario di Cingoli (Mc).