BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 26 luglio 2012

Franco Morone: La Poesia Tra Le Corde

Considerato uno dei maestri del finger style in Italia e a buon diritto come uno dei grandi della chitarra acustica a livello internazionale, Franco Morone nella sua lunga carriera ha pubblicato diversi album, molto apprezzati come Italian Fingerstyle e il più recente Songs We Love in coppia con Raffaella Luna, ed in parallelo ha coltivato la sua attività didattica e quella live. La pubblicazione di Back To My Best, disco che ripercorre alcune tappe importanti della sua carriera artistica, è l’occasione per ripercorrere insieme a lui la sua carriera, approfondire i suoi dischi più importanti e scoprire qualche trucco del mestiere… 

Partiamo da lontano, come nasce la tua passione per la chitarra acustica? 
All’inizio non è che avessi una grande passione per lo strumento forse perchè a pensarci bene avevamo proprio delle chitarracce, sicuramente c’era passione per la musica, quella si!. Ed è stata proprio un certo tipo di musica a far nascere in me la passione per la chitarra acustica che è arrivata in seguito.

Quali sono i tuoi principali riferimenti a livello stilistico? 
Quando sei giovane suoni di tutto, poi crescendo inizi a selezionare quello che ti piace veramente, le prime illuminazioni sono arrivate con il folk, le ballads, il blues....Molti chitarristi utilizzavano licks, scale, accordature aperte e sonorità che arrivavano dal blues. Ad un certo punto della mia adolescenza mi sono accorto di essere troppo grande per entrare in conservatorio ho capito quindi che la mia formazione sarebbe stata quella di un’autodidatta. Ad orecchio tiravo giù dai dischi quello che mi piaceva, in questo modo impari ad ascoltare in modo diverso, un vero e proprio corso di ear training. Da Jimmy Page a RyCooder, da Joni Michtell a Crosby, Still, Nash e Young, da John Fahey a Leo Kottke, intuivo che l’acustica era un piccolo mondo dove al suo interno confluivano diversi linguaggi che mi affascinavano. 

Come hai iniziato a suonare da solista? Quali sono state le difficoltà? 
Paradossalmente le difficoltà erano proprio quelle di suonare in una band, non tutti mettevano lo stesso impegno, magari c’era quello che trovava le date e gli altri si mettevano a rimorchio. Soprattutto dopo una certa età nei gruppi ci sono quelli che decidono di cambiare aria, trovare un lavoro “serio” e così via. Ma al di la di queste problematiche, quando ho scoperto le potenzialità di una tecnica come il fingerstyle mi sono appassionato subito a questo modo di suonare. Ho iniziato a suonare nelle osterie di Bologna, da li a poco avrebbe chiuso l’osteria della Dame, ma ne restavano molte altre. C’erano pochi chitarristi acustici quando ho iniziato e le passioni folk e blues di quegli anni erano forti, non ho avuto nessuna difficoltà ad iniziare come solista, anzi posso dire di essere stato incoraggiato in qualche caso.

Tra i tuoi dischi senza dubbio il più famoso è Italian Fingerstyle Guitar, ci puoi parlare di questo disco nel quale rileggi la tradizione musicale italiana? 
In Italia abbiamo un patrimonio vasto ed importante di musica tradizionale che può essere interpretato anche con una sola chitarra. Quindi portare questa musica nelle sale da concerto, valorizzarla e ridarle dignità al pari di altri generi. Questa la molla che ha fatto scattare il progetto di ItalianFingerstyleGuitar. Più suoni la chitarra a corde in metallo e più ti rendi conto che si tratta di uno strumento con una forte vocazione per la musica tradizionale. Dopo aver suonato per anni musica americana ho iniziato ad interessarmi al folk irlandese e celtico in generale. Proprio da questa ricerca ho capito che avrei potuto, con simili metodologie di arrangiamento, avvicinarmi alla tradizione italiana. Certo tra questi generi ci sono differenze di linguaggio e stile, scale e ritmi diversi, ma le chiavi di interpretazione restano simili. Ho ascoltato tanto materiale, ci sono pochissime melodie strumentali nel nostro repertorio tradizionale, come sai sono quasi tutti brani cantati. A volte è proprio una sfida far rendere canzoni a livello strumentale nei casi dove la musica nasce spesso come pretesto al canto. 

Altro disco che ho trovato molto interessante ed appassionante è senza dubbio Songs We Love con Raffaella Luna... 
Come chitarrista solista il lavoro con Raffaella mi ha dato la possibilità di arrangiare canzoni dove la chitarra ha un ruolo diverso da quello solistico. Le canzoni contenute in questo cd sono quelle alle quali in un certo modo ci sentiamo legati per motivi generazionali e affettivi. Continuiamo a presentare SongsWe Love in diverse rassegne e festival di musica acustica sempre con ottimi riscontri di pubblico, poi Raffaella diventa sempre più brava. Avendo una impostazione lirica con la voce può fare quello che vuole. 

I tuoi dischi spaziano dal blues alla musica celtica fino a toccare le tue composizioni. Come si è evoluto il tuo stile compositivo ed interpretativo in questi anni a partire dal tuo primo disco fino al più recente Miles Of Blues? 
Sono partito professionalmente con il blues - “Metodo di Chitarra Blues” “My Acoustic Blues Guitar” 1986 . Miles of Blues raccoglie una serie di brani che erano sparsi in raccolte, libri e video didattici. Ho sempre suonato blues anche quando sul tavolo c’erano progetti diversi. Forse è anche per questo che il mio stile come dici si è evoluto. Comunque con gli anni le note importanti restano, semmai con l’esperienza si tende a snellire e a togliere il superfluo. Magari si migliora l’aspetto interpretativo e della dinamica. Il blues oggi lo suono con una maggiore impronta jazzistica. Alla maniera degli standard in diverse tracce di questo cd ho inserito delle improvvisazioni. Ma ci sono anche quelle che io considero delle semplici blue songs, canzoni che magari hanno delle blue notes ma non sono dei blues in senso assoluto. Penso che il bello di Miles è che offra una visione allargata e meno stereotipata del genere. 

Ci puoi parlare della tua attività didattica? 
 Da molti anni organizzo a fine Luglio il seminario annuale in Trentino, è diventato a tutti gli effetti un appuntamento europeo con iscritti provenienti da diversi paesi. Durante l’anno poi ci sono altri appuntamenti didattici in concomitanza di concerti e festival. Nella mia residenza organizzo anche lezioni private e corsi di specializzazione che hanno una valenza più individuale. Siamo in contatto con appassionati che ci scrivono da diversi paesi del mondo, il nostro shop online è abbastanza attivo, oltre a libri e cd offriamo anche brani singoli in notazione musicale ed intavolatura. In questo modo siamo in contatto con molti chitarristi che ascoltano, apprezzano la tua musica e oltretutto la suonano, si creano subito rapporti di amicizia e stima reciproca, magie della musica! 

Tornando sul tuo stile chitarristico, che accordature che usi? 
Ne ho usate tante in passato, adesso a parte la standard quelle che uso di più sono la EADEAD e la DADGAD con alcune varianti. 

La tua musica mi ha sempre dato l'impressione di qualcosa in movimento, come se tu avessi la capacità di raccogliere le tue impressioni di viaggio attraverso la musica… 
Grazie per questa cosa che dici. Ho sempre cercato di legare degli stati d’animo assieme alla musica che suono. Mi sono sempre preoccupato meno dell’aspetto accademico formale o se vuoi matematico della musica. In maniera ludica ho cercato proprio di giocare con la chitarra e non di suonarla semplicemente. In questo modo è prima diventata una passione e poi quasi senza accorgermene il lavoro della mia vita e nella mia vita sono spesso in viaggio. 

Quanto è importante per te suonare dal vivo? 
Beh i concerti sono la verifica di fronte al pubblico, la conferma, l’accettazione o meno dei tuoi progetti che dal cassetto escono fuori e vengono offerti...ecco l’importante è offrirla la musica e non suonarsi addosso. 

Cosa conta di più nell'approccio alla chitarra la tecnica o il cuore? 
Per me è sempre contata sempre di più la seconda ovvio, ma senza la prima non vai da nessuna parte. Più studi più allarghi il tuo vocabolario quindi conosci più termini che ti consentono di esprimerti in maniera completa e nei dettagli. Come musicista non ho mai avuto l’obbiettivo di stupire il pubblico con la mia abilità, perché in questo senso la tecnica diventa un elemento predominante e c’è sempre il rischio di avvitarsi nell’autocompiacimento. 

Parlando delle tue chitarre, quali sono le tue preferite? 
In concerto uso Schenk ma in studio anche Taylor, Martin, Lowden, Morris, provo in continuazione chitarre diverse per ricevere stimoli da diverse sonorità. 

Quanto è stata importante nella tua formazione la world music? 
 A volte può essere una vera fonte di ispirazione. In fondo la world music è la musica tradizionale di paesi diversi, avente spesso forme diverse di contaminazione. Se come musicista hai una estrazione tradizionale/folk riesci probabilmente e dire qualcosa di interessante, se hai un percorso di studi classici forse meno. Bah poi dipende anche da dove studi, ho sentito musicisti di estrazione classica Norvegesi e Svedesi che suonano Jazz e musica etnica in maniera stupenda. 

Venendo al tuo più recente progetto Back to My Best, che è sia un libro che un cd, nel quale hai ripreso in mano alcune tue composizioni… com'è nata questa idea? 
Sentivo l’esigenza di tornare sui brani di mia composizione sia perchè dopo anni oggi li suono in modo diverso e sia perché la qualità delle mie prime registrazioni non era gran che. Adesso che ho uno studio in casa e riesco a gestire il tutto molto meglio. Anche i brani sul libro li ho riscritti e revisionati. Sicuramente un lavoro che andava fatto. Ho scelto quelli che mi sembravano più rappresentativi, ma non è escluso che ne riveda anche altri in futuro per una secondo ritorno al passato, visto che con la musica si può fare. 

Come si ci sente nell'autorileggersi dopo alcuni anni? 
Riprendendo la musica che hai composto anni fa ti ricolleghi a te stesso, quello che eri a confronto con cosa sei oggi, rivedi le motivazioni di allora. C’erano brani che non suonavo da anni e registrarli mi ha dato l’opportunità di riprenderli anche nella struttura. Anche se si tratta di un tuffo nel passato non è un’operazione nostalgica perché il tutto filtra attraverso le esperienze dei tuoi ultimi anni. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Con Raffaella in questo periodo stiamo selezionando del materiale per un nuovo cd di musica tradizionale Italiana, con gli arrangiamenti sono a buon punto ma è un progetto che mi impegnerà per diverso tempo. Dopo questo progetto è mia intenzione pubblicare un cd con nuove composizioni. Ho poi in cantiere diversi lavori editoriali e video didattici, ma a causa dei concerti i tempi di uscita per i libri diventano spesso lunghi. Quest’anno suono in California, poi Spagna, Croazia, Germania, ma non ci dispiacerebbe suonare più in Italia in prospettiva e viaggiare meno. Quindi magari ci si vede in giro, buona estate e buona musica! 



Franco Morone – Back To My Best 
Nella lunga carriera di Franco Morone mancava un disco che in qualche modo la sintetizzasse, e, per colmare questa mancanza, ha scelto non la via più semplice di una raccolta o un live ma piuttosto di reincidere quindici brani tratti da quattro dei suoi album più rappresentativi ovvero Stranalandia, Guitàrea, Melodies of Memories, e Running Home. Ciò che colpisce è che rispetto agli originali, queste nuove versioni sono state completamente riarrangiate, segno evidente che la sua arte e la sua tecnica sono un continuo work in progress. L’aver lasciato crescere brani come One More Danzamora, Campiglia, Picking the Joys of Life e Strangeland, dimostra chiaramente come i dischi per Morone non siano che istantanee che fotografano un momento preciso, ma la vita delle sue composizioni continua anche oltre, ovvero sul palco e durante i suoi seguitissimi workshop, in un processo continuo di crescita. L’essere un maestro, un virtuoso della chitarra non significa essere arrivato alla fine di una percorso ma piuttosto la maestria consente a Morone di continuare il suo processo di miglioramento tanto nella tecnica, sempre più raffinata, quanto nella creatività, assolutamente sorprendente in alcuni episodi. A differenza di molti suoi colleghi in virtuosismo, gli strumentali di Morone hanno il raro pregio di coinvolgere anche l’ascoltatore “profano”, il quale non potrà che restare incantato di fronte a piccole perle come Followers of Dulcamara o Breath of Old Forest, oltre ai brani già citati. Insomma riuscire a coinvolgere anche coloro che non hanno familiarità con la tecnica chitarrista del fingerstyle è cosa assolutamente sorprendente, e Franco Morone con Back To My Best ci è riuscito alla grande. 



Salvatore Esposito

VII Sommelo Ethno Music Festival, 27 giugno – 2 luglio 2012, Kuhmo, Finlandia

Lammasjarvi - foto Ciro De Rosa
Da sette anni Kuhmo, Finlandia orientale, a 600 km da Helsinki, già nota per un festival di musica da camera con un cartellone di forte respiro internazionale che si svolge a luglio sin dai primi anni Settanta del secolo scorso, si riempie di musica tradizionale per il Sommelo Ethno Music Festival (www.runolaulu.fi). Situata in un’area di straordinaria bellezza paesaggistica, cittadina di circa 9000 abitanti, Kuhmo possiede una fervente attività culturale. Dal 1985 la fondazione Juminkeko si dedica alla documentazione e conservazione della tradizione musicale orale locale, nello specifico allo studio della poema epico Kalevala e alla rivitalizzazione del canto dei runi, con lo sguardo rivolto ai villaggi rurali della Carelia orientale (Viena Karelia), soprattutto da quando nei primi anni ’90 è stato riaperto il confine con la Federazione Russia. Guidata da Markku e Sirpa Nieminen, la fondazione ha come sua ramificazione la Runolaulu Akatemia, organismo di studio e didattica, nel quale gioca un ruolo di primo piano l’etnomusicologo e cantore Pekka Huttu-Hiltunenu, da anni ricercatore degli ultimi anziani testimoni della tradizione del canto dei runi (Pekka Huttu-Hiltunen, Länsivienalainen runolaulu 1900-luvulla, Kuhmo, Sibelius Akatemia/Juminkeko, 2008.
Kuhmo Arts Centre
Il volume analizza gli sviluppi del canto runico nella Viena Karelia occidentale nel XX secolo. Il lavoro è disponibile solo in finlandese, ma contiene un esaustivo summary in lingua inglese). Dunque, siamo in Carelia, terra dove il medico e filologo Elias Lönnrot (1802-84) giunse a raccogliere canti dei “bardi” finnici. Nel fervore nazional-romantico della prima metà dell’Ottocento, Lönrrot intraprese undici lunghi viaggi di ricerca in Carelia, Lapponia e in area balto-finnica per raccogliere canti popolari. A piedi, in barca, a cavallo, sciando, l’irrefrenabile studioso andò alla ricerca dell’epos finnico. I runi furono raccolti in diversi luoghi, Lönnrot assunse come modello Omero per compilare il Kalevala (La prima edizione fu pubblicata nel 1835. Nel 1849 venne date alle stampe l’edizione di 22.795 versi, due volte più ampia della precedente. Successiva, è una terza edizione redatta per le scuole). Con riadattamenti non privi di arbitrarietà, diede forma ad un’opera dalla trama coerente, organizzata attorno a personaggi come il mago Vänämöinen. 
Helmi Rekina - Foto Ciro De Rosa
Il Kalevala divenne l’epica nazionale dei finni, contribuendo alla formazione dell’immaginario di un popolo (Sul rapporto tra Kalevala e musica in Finlandia, si veda J. Jaakkola e Aarne Toivonen (eds), Inspired by tradition, Kalevala poetry in Finland, Helsinki, FMIC, 2004. Di tenore accademico è T. K. Ramnarine, Ilmatar’s Inspiration. Nationalism, Globalization, and the Changing Soundscapes of Finnish Folk Music, University of Chicago Press, 2003). Anche l’altra famosa opera di Lönnrot, Kanteletar, è una raccolta che si deve ritenere ispirata al canto popolare. Lo studioso, tuttavia, aveva appreso i testi, non la musica.  Fu Axel August Borenius (1846-1931) a trascrivere le melodie di quello che in finlandese si chiama runolaulu. Il canto dei runi è un’espressione poetica popolare praticata da almeno due millenni dalle popolazioni ugro-finniche, dal profilo stilistico singolare. Si tratta di canti, astrofici che utilizzano una metrica conosciuta per l’appunto come metro kalevaliano, un tetrametro trocaico, che presenta numerose varianti; sono canti pieni degli elementi tipici della narrazione orale (allitterazioni, assonanze, formule, parallelismi).  Dal 28 giugno al 2 luglio, la settima edizione del Sommelo Ethno Music Festival, sotto la direzione artistica di Taito Hoffrén, musicista e creatore dell’etichetta discografica Aania, ha proposto un calendario fitto di concerti, seminari, stage, mostre e perfino uno stand gastronomico con tanto di workshop per imparare a preparare prodotti della panificazione. Naturalmente, in primo piano canto dei runi e musica per la cetra trapezoidale kantele, lo strumento nazionale che la leggenda vuole inventato dallo stesso Vänämöinen con una mascella di luccio. Quest’anno la manifestazione ha offerto un focus sulle cornamuse e sul canto narrativo. 
Arj Kastinene e i suoi allievi a Uhtua
- Foto Ciro de Rosa
Prezzi contenuti, pubblico intergenerazionale, con prevalenza della fascia di mezza età, compassato ma molto partecipe, tuttavia non sempre numeroso per tutti gli eventi proposti.  Né sono mancate attività e concerti specificamente rivolti ai bambini, aspetto significativo della lungimiranza degli organizzatori, ma anche di una politica culturale rivolta a tutti i segmenti d’età della comunità.  Nella lunga estate nordica gli spettacoli iniziano di buon mattino nella centrale piazza del mercato, dove non può mancare la statua di Lönnrot, per concludersi intorno alle 23.30, quando una luce magnifica illumina ancora il Lammasjärvi, lo specchio d’acqua sulle cui rive sorge la cittadina. Il Kuhmo Talo, il centro delle arti – fiore architettonico della città, dotato di due auditorium, una luminosa caffetteria, oltre che di aule, spazi per bimbi, centro stampa – e un tendone collocato in riva al lago hanno ospitato i principali concerti della rassegna. La Runolaulu Akatemia ha attivato con istituzioni e associazioni culturali della Bretagna un partenariato Leader, finanziato dall’Unione Europea, sulla comparazione delle forme di trasmissione del canto orale. Cosicché quest’anno Sommelo ha accolto dalla Bretagna tre suonatori di bombarda e biniou, la ricercatrice ed interprete di ballate Brigitte Kloareg e il prestigioso cantore Yann–Fañch Kemener, ugola d’oro del canto in lingua bretone, personaggio impegnato in molteplici attività artistiche, interprete di gwerz e kan ha diskan che ha appreso nel contesto tradizionale familiare, ed egli stesso ricercatore di canti e racconti popolari. 
Freija - Foto Juha Olkkonen- Sommelo 
Molto intenso il suo spettacolo per voce sola o accompagnato da una seconda linea vocale nelle canzoni a ballo. L’artista nativo della Cotes d’Armor si è anche cimentato con una traduzione in bretone di versi del Kalevala. Altra esibizione acclamata senz’altro quella di Susanne Rosenberg, interprete di arcaiche ballate, accademica ed esperta del kulning (i richiami pastorali del bestiame, in Svezia, espressione tradizionalmente eseguitade soprattutto dalle donne), che fonde con elementi di improvvisazione vocale, come nel suo più recente album Reboot (2010). Rosenberg ha pubblicato anche un volumetto, Kulning, disponibile anche in inglese. Si tratta di uno studio che è anche una guida partica all’esecuzione di questa originale forma vocale. Nella serata dedicata al canto narrativo, ha brillato anche il quartetto acustico finlandese Freija, con la front woman, cantante e pluristrumentista Maija Karhinen-Ilo (SydänJuurilla, Capo Records, 2011). 
Hivshu - Foto Ciro De Rosa
Ancora una volta si rende esplicita la forza propulsiva esercitata dal Dipartimento Folk dell’Accademia Sibelius di Helsinki, che forma musicisti ottimi per tecnica, creatività, ma anche capacità di tenere il palco, e che per di più concede loro lo studio di registrazione. Ricordiamo che la Finlandia, pur contando poco più di cinque milioni di abitanti, possiede una scena musicale neo-tradizionale davvero vivacissima, in grado di percorrere continuamente nuove vie di rilettura della tradizione orale. Insomma, in Finlandia non ci sono solo Värttinä, Maria Kalaniemi e Kimmo Pohjonen, artisti che hanno raggiunto, giustamente, la notorietà nel circuito della world music! Quasi tutti gli artisti finlandesi presenti a Sommelo provengono da corsi dell’Accademia Sibelius o tuttora lì insegnano. Tra gli esempi più rappresentativi della nuova generazione che ci piace qui ricordare, c’è la violinista e suonatrice della viola a chiavi, nyckelharpa, Emilia Lajunen (il suo album più recente è Turkoosi polkupyärä, 2011). Emilia ha già suonato anche in Italia, collaborando con il nostro organettista Filippo Gambetta. Ancora una testimonianza del fiorire di giovani artisti animati da entusiasmo, sposato a competenza strumentale, sono il duo KaMina (violino e fisarmonica) e il quartetto Kardemimmit (voci e kantele). Il canto dei runi si veste di una certa attitudine rock, pur conservando foggia acustica, nel set dei Suo (anche qui c’è la Lajunen). 
Danze a Uhtua- Foto Juha Olkkonen - Sommelo 
Il trio evoca i paesaggi sonori e poetici del Kalevala con un organico di percussioni sciamaniche, violino, flauti, nyckelharpa, kantele, chitarra acustica e la vocalist Veera Voima. Maan unia, puun unia (Texicalli 2011) è il loro recente CD. Il runolaulu è proposto nella sua forma più intima, non riadattata, da Pekka Huttu-Hiltunen, Taito Hoffrén e Maari Kallberg. Quest’ultima, folgorata dall’ascolto del kelkettely, una forma singolare di yoik (la più importante espressione vocale delle popolazioni Sami) presente nella Carelia russa, ascoltata al Taiga Festival di Helsinki nel 1995, si è specializzata in questo genere che interpreta con lo stile del ricalco. Joikuja karialasta (Aania 2008) è il suo disco interamente basato sugli yoik careliani. A tarda sera è la Sommelo Teltta, il tendone in riva al lago, ad accogliere performance raccolte e suggestive; il pubblico è accomodato su delle panche, con coperte a disposizione che aiutano a proteggersi dal freddo serale, accentuando il senso del comune sentire. 
Seesjarvi-ryhma- Foto Ciro De Rosa
Qui il musicista groenlandese Hivshu (protagonista anche di un seminario nell’auditorium) con i suoi tamburi a cornice ci ha condotti all’interno dell’universo simbolico Inuit. Di forte impatto timbrico anche il trio di improvvisazione su kantele (nella sua forma scavata, più arcaica, ricavata da un unico blocco di legno) dei fratelli Teppan in sodalizio con il cantautore Sami Kukka, quest’ultimo talvolta un po’ sopra le righe con la sua aria (finta?) ieratica. Terzo appuntamento quello con un reading poetico accompagnato dall’armonium di Eero Grundström (che conosciamo come componente del quartetto fantasmagorico di armonicisti Sväng). Anche la piccola chiesa luterana di Kuhmo è stata location della rassegna. Un concerto è stato dedicato agli inni di Lönnrot, interpretati da un inusitata combinazione di voci e strumenti: Taito Hoffrén, Minna Seilonen e Pekka Huttu-Hiltunen al canto, Eero Grundström (voce e armonium). Un secondo recital ha visto in scena il quintetto estone Triskele (voci, flauti, zither, liuto, percussioni), gruppo longevo, sulle scene dal 1997, propositore di inni popolari e canti tradizionali, resi con una veste strumentale influenzata soprattutto dalla musica antica. 
Susanen Rosenberg a Uhtua- Foto Juha Olkkonen-Sommelo  
I Triskele attingono ad una tradizione che predata l’introduzione degli organi, nella quale gli inni luterani erano esegui per sola voce con il ricorso a molti abbellimenti. Sovente melodie e liriche si fondevano con i canti denominati regilaul, la forma più arcaica di poesia musicale estone. Il vicino stato baltico è protagonista anche con le commistioni di cornamusa estone torupill, sax soprano, chitarra elettrica e percussioni, prodotte con recipienti pieni d’acqua, dei Ro:Toro. Esibizione di cornamuse della sterminata area russa con il costruttore e clarinettista Dmitri Demin, personaggio totalmente immerso nel mondo degli aerofoni a sacco. Anche il trio finlandese Päre mette al centro dell’attenzione le cornamuse, facendo risuonare la säkkipilli, antica cornamusa finlandese estinta. Dalla Svezia, il trio Nordic, che ricorda nell’approccio una band molto influente come i Väsen, riscuote ampi consensi con il suo intreccio di corde (nyckelharpa, mandolino, violoncello), mischiando danze svedesi, reggae, bluegrass ed Irish music (Hommage, Dimma, 2012). 
Susanne Rosenberg- Foto Juha Olkkonen-Sommelo 
Penalizzati, invece, da un po’ di problemi tecnici il cantante Kim André Rysstad e il chitarrista Trym Bjønnes, che attuano una rilettura di canti e melodie norvegesi con innesti pop e rumoristi. Il sabato ha riservato uno spazio per il festival anche al Club dell’hotel Kainuu, dove oltre alle già citate leggiadre fanciulle del quartetto Kardemimmit, abbiamo visto in scena l’irresistibile duo-orchestra Von & Af. Dietro abbigliamento e posa anni ’30, si nascondono i funambolici Eero Grundström e Taito Hoffrén. Dopo tre giorni di rassegna a Kuhmo, il festival Sommelo si sposta nella Viena Karelia nella Federazione russa. L’area di enorme bellezza paesaggistica è stata ribattezzata ufficialmente Kalevala. Prerogativa singolare di questo festival nordico è proprio la sua doppia collocazione, ancora da implementare, per portare più appassionati oltre confine – osserva Kaisa Ohtonen – produttrice esecutiva della manifestazione. Con ogni probabilità è la sfida dei prossimi anni per un festival dal potenziale culturale unico, che è stato segnalato dal periodico britannico Songlines come uno tra i 25 maggiori festival di world music. Nel villaggio di Uhtua, Lönnrot incontrò alcuni tra i migliori cantori. 
Tsuumi Group - Foto Ciro De Rosa
Tra le molteplici ragioni che hanno permesso la conservazione del canto runico in quest’area vanno annoverate sia l’isolamento sia la maggiore tolleranza praticata della chiesa ortodossa rispetto alla chiesa luterana nei confronti delle espressioni del mondo popolare. Brevi set musicali e una serata di quadriglie si svolgono sul piazzale del piccolo hotel in cui siamo alloggiati in prossimità del lago Keski-Kuittijärvi. Qui ascoltiamo ancora i Noid (in versione duo fisarmonica e voce con basi pre-registrate), band di Petrozavodsk, a metà strada tra folk e post-rock in lingua vepsiana (Kukirikku, 2010). Irresistibile ancora Eero Grundström al suo armonium: il rosso strumentista passa da melodie popolari rumene a una polska senza soluzione di continuità, dimostrando tutta la sua verve e versatilità che ne fanno uno dei musicisti più significativi del nuovo folk finnico. Prima della notte di luce, animata da musica, danze ed indomite zanzare – immancabili in riva ai laghi nordici – ci sono stati i concerti nella Casa della Cultura locale, edificio un po’ dimesso di chiara impronta architettonica sovietica. 
Yann fanch Kemener - Foto Juha Olkkonen - Sommelo 
Tra gli artisti Arja Kastinen, devota del kantele, che è stata impegnata per Sommelo in uno stage rivolyo a giovanissimi allievi. Nel suo album Vaskikantele 1833 (Aania 2008), l’artista combina tecniche esecutive tradizionali e contemporanee con l’improvvisazione, suonando la copia del kantele con corde in bronzo di Ontrei Malinen, uno dei “bardi” di Lönnrot. Riempiono la sala con polifonie e balli due cori folkloristici di lingua vepsiana, Seesjärvi e Vepsiän Kansankuoror, provenienti da territori meridionali della Carelia russa, specializzati in canti tradizionali, nuove composizioni in stile folk e canzoni a ballo accompagnate da fisarmonica e, talvolta, balalaika. Per l’ultimo giorno di concerti, il festival si trasferisce nel villaggio-museo di Haikola, situato su un’isoletta lacustre. Sotto la spinta modernizzatrice, gli insediamenti rurali vennero abbandonati. Dopo il crollo dell’URSS è stato intrapreso un programma di re-vitalizzazione di queste aree, considerate la culla della tradizione finnica (www.juminkeko.fi/viena/en), prima inaccessibili. 
Yann fanch Kemener - Foto Juha Olkkonen - Sommelo 
Dopo la visita ad un cimitero rurale tradizionale ortodosso, tra i meglio conservati, in cui è sepolto il romanziere careliano Ortjo Stepanov, nella Kulttuuritalo, la casa della cultura, si susseguono brevi concerti all’insegna dell’informalità. Molti artisti li abbiamo già ascoltati a Kuhmo, ma in questo luogo la loro musica acquista nuova risonanza. Com’è stato per tutta la durata del festival, Il Project TSIP del gruppo di improvvisazione Tsuumi (danza, voci, kantele, cornamusa) continua ad intervenire con estemporanee esibizioni che mischiano figure di danza contemporanee, tango, mimo, canto e musica. Arcaico e contemporaneo camminano in parallelo, si fondono nei timbri, negli strumenti, nelle scelte estetiche. Si aprono squarci di luce dopo la fitta pioggia che ha imperversato per tutta la mattinata, tempo per una savusauna, la sauna di fumo, cui segue il salutare e rituale tuffo nelle acque del lago: tutto concorre a creare un atmosfera fascinosa. Di ritorno a Uhtua, Pekka Huttu-Hiltunen conduce un ristretto gruppo di documentaristi bretoni, giornalisti e musicisti nella sede dell’associazione dedita alla promozione dell’insegnamento del finlandese ai bambini locali. Qui, abbiamo il privilegio di incontrare Helmi Rekina, ottantaquattrenne cantatrice, capace di passare senza soluzione di continuità dal canto dei runi allo yoik, da temi intonati nelle cerimonie nuziali a un raro frammento di lamento funebre. Ne ricaviamo sensazioni ed emozioni forti, possibili nell’avventura festivaliera di Sommelo.




Ciro De Rosa

Lautari - C’era cu c’era (Narciso Records)

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È passato un lustro da Arrè, CD che vedeva il longevo ensemble catanese, attivo sin dagli anni ’80, approfondire la collaborazione artistica con Carmen Consoli, iniziata già con Anima Antica e con la partecipazione all’album dell’autrice catanese Eva contro Eva, e proseguita negli anni con progetti comuni e tour. C’era cu c’era, album numero sette per i Lautari, riprende l’incipit formulare delle fiabe: un lavoro che racconta storie di oggi, non solo di Sicilia, con la struttura della favola. In copertina mani levate in processione sostengono la “vara” che trasporta la statua del santo o magari della santa (siamo a Catania, città devota a Sant’Agata); nel booklet begli scatti in bianco e nero con immagini di festa, luminarie, corpi che portano tatuato il segno della fede. Da sempre la vitalità del gruppo catanese consiste nelle tinte composite con cui realizza le sue canzoni, attingendo alle forme della tradizione siciliana ma re-inventandola, combinandola con altri suoni, con passo quieto e leggerezza che non è superficialità. Voci calde, equilibrio delle tessiture, bilanciamento delle timbriche e delle armonizzazioni che contornano il contenuto lirico in siciliano. Con C’era cu c’era, opera in cui non mancano gli ospiti, si assiste ad un arricchimento dello strumentario, in cui coabitano sezioni di strumenti colti e popolari; c’è perfino l’innesto della piva. Ma sono soprattutto lo spirito della musica, la costruzione di parti ben calibrate, i temi presentati, il perfetto dosaggio negli arrangiamenti a sancire la riuscita del lavoro. “Banda do Dimoniu” apre baldanzoso il disco con l’irrefrenabile tripudio di ottoni che incrociano una sezione d’archi. C’è la angoscia della guerra in “Bumma”, brano dal profilo ritmico corposo con un inciso di sapore Irish, assoli di marranzano, voci di bimbi che cantano una filastrocca e finale con l’entrata poderosa della piva. È tutta di cuore la reinterpretazione di “Notte chiara”, proveniente dal repertorio di Mimmo Modugno. Corrono chitarra elettrica e tromba colorate di Africa in "Tra u desertu e u mari", il racconto della quotidianità di sofferenza e di sogno di una vita degna di un migrante nordafricano. La passionalità amorosa di “Focu di raggia”, tango composto dai Lautari per Karmen with a happy end di Goran Bregovic, è affidata alla voce di Carmen Consoli. Poi, beffarda ed ironica arriva “Cavaleri”, denuncia delle furfanterie della classe dirigente italiota. Amore narrato con sfumature diverse nella dolce “La cifalota”, intrisa di Mediterraneo, dove si intrecciano flauto, corde di contrabbasso, mandolino, chitarra acustica e percussioni. Una vena di nostalgia percorre “C'era cu c'era”, mentre si parla ancora di amore nella magnifica “Scuru”. “Santa e picciridda” è una preghiera a Sant’Aituzza che mette insieme religiosità e passione civile. Chiude il disco la morbida “Musicanti”, congedo mutuato dal mondo del teatro popolare che prende la forma del ringraziamento al pubblico e dell’invito a seguire gli artisti per ascoltare ancora le loro storie e le loro musiche. 



Ciro De Rosa

‘u Papadia – Peronospera (Altipiani Records)

Noto per le sue collaborazioni con Teresa De Sio, Lucilla Galeazzi, Ambrogio Sparagna, Nando Citarella, e Uccio Aloisi, nonché per essere fondatore del gruppo elettro-world Ammaraciccappa, Umberto Papadia in arte ‘u Papadia è un percussionista e cantautore salentino, che propone una personale versione di quel folk urbano che in Bruno Petrachi aveva il suo caposcuola, a cui si mescolano influenze che spaziano dal combat-rock alla tradizione popolare fino a toccare la trance music. Il disco Peronospera, uscito nel 2009 e portato in tour con grande successo anche quest’anno è un lavoro denso di energia, che mescola antico e moderno, eclettismo e tradizione in una miscela esplosiva su cui si innestano testi profondi e mai banali. Ascoltare questo disco certamente non restituisce la carica dei suoi concerti, che ha fatto di lui uno degli artisti salentini più applauditi degli ultimi anni, tuttavia basta ascoltare brani come la trascinante Ca me tira ‘nfunnu o la mantrica title track per comprendere come il suo songwriting rappresenti qualcosa di davvero molto originale nella scena musicale del Tacco d’Italia. Il suo folk-rock rappresenta una ventata di aria nuova e questo anche per la sua capacità di mescolare ritmi e sonorità come nel caso della divagazione tex-mex di Eisha o del rap Vunci La Rota dove fanno capolino anche sonorità balkan. A tenere insieme i brani del disco ci sono i temi dell’immigrazione come quello dell’insofferenza verso la realtà dura di ogni giorno, ma ascoltandoli si percepisce chiaramente come dentro ogni parola ed ogni nota ci sia la sua vita, la sua esperienza, le sue riflessioni. Il suo approccio da artigiano della canzoni gli consente di esprimersi liberamente come nel caso delle divagazioni posse con De la capu nfatisce lu pisce e Cuccuvascia in cui si mescolano suoni elettronici e divagazioni world. A spiccare in modo particolare sono però Fiuru De Chiazza dove viene cantata la storia di una prostituta costretta a vendersi, la sinuosa milonga di Dimme L’Ura e l’etno-rap di Kaiba Cingali in cui ’u Papadia racconta degli emigranti salentini che andavano a lavorare in Germania. Peronospera è un disco senza dubbio coinvolgente e divertente, ma che ascoltandolo sino in fondo rivela un sostrato riflessivo molto profondo, che dimostrano con quale grande partecipazione ‘u Papadia approcci il songwriting.



Salvatore Esposito

Valter Monteleone – HillPark (CD&M - H-Demia Classic Recording)

Senese di origine ma da tempo ormai trapiantato in Puglia, Valter Monteleone è un musicista dalla lunga esperienza maturata come apprezzato turnista tra gli anni sessanta e settanta, successivamente ha intrapreso un percorso personale che lo ha visto lavorare sulle connessioni tra jazz e altri generi musicali che spaziano dalla musica sudamericana al rock. A distanza di molti anni dal suo debutto artistico, finalmente ha dato alle stampe il suo primo disco come solista, HillPark, nato dalla collaborazione con l’ingegnere del suono Luca “Scorny” Scornavacca. Si tratta di un lavoro molto personale, una sorta di diario di viaggio che raccoglie tutti quei luoghi e quelle memorie che lo hanno ispirato come la natia Toscana con i suggestivi colori della campagna senese, la Fortezza di Montalcino, la macchia mediterranea e le incantevoli spiagge ioniche della Puglia, o ancora il fascino del Castello Aragonese di Taranto, ma anche l’Inghilterra e il Brasile con la sua atmosfera inconfondibile e la sua musica. Da eccellente polistrumentista qual è, Monteleone ha voluto suonare ogni strumento nel disco e il risultato è senza dubbio eccellente, in quanto ciò gli ha consentito di dare forma e sostanza alla sua idea. Non ci sorprende, dunque, vederlo attraversare paesaggi sonori differenti, ma la vera particolarità di questo disco consiste essenzialmente nella sua capacità di creare un sound immaginifico, in cui è riuscito a convogliare emozioni, sensazioni, ed immagini. Partendo da una base jazz, ogni brano poi si muove attraverso sentieri diversi che vanno dalla languida bossa nova dell’iniziale Bossando, alla poesia cantautorale di Castle, fino a toccare la malinconica title track, tuttavia il meglio arriva con Gardens e Senliss 106, in cui traspare tutta la sensibilità artistica di Monteleone. Chiude il disco Jumpinjazz, brano pianistico che si sviluppa attraverso un crescendo solare e trascinante. Originale vedutista sonoro, Valter Monteleone con HillPark ha cercato di condensare tutto il suo vissuto, non solo musicale in un pugno di canzoni, la sua scommessa può senza dubbio dirsi vinta, e dunque non ci resta che consigliare questo disco ai nostri lettori. 


Salvatore Esposito

Mauro Gargano - Mo' Avast Band (Note sonanti/Egea)

Contrabbassista e compositore pugliese, Gargano è francese d'adozione musicale – lì collabora anche con Daniel Humair e Michel Legrand –, ma ora esordisce con il suo gruppo Mo' Avast band («ora basta» in barese), un quartetto pianoless, tranne per due brani nei quali si aggiunge Bruno Angelini, che supera intelligentemente i limiti del mainstream pur senza lacerare le strutture. L'ensemble interpreta con fluidità le buone idee compositive del leader e si impegna in due riletture di opposta matrice: “When God Put a Smile Upon Your Faces” dei Coldplay e “Turkish mambo” di Lennie Tristano. I due fiati, Francesco Bearzatti (tenore, clarinetto) e Stephane Mercier (alto), giocano all'unisono e a improvvisare sul tema del compagno, come nell'apertura e in “1903”, mentre rullante, tamburi e piatti di Fabrice Moreau ribollono sotto con una eccitante ritmica frammentata. Gli arrangiamenti mingusiani alternano ritmiche destrutturate a swingate carnose, cambi di tempo e improvvise accelerazioni a dinamiche calibrate con cura (“Orange”), dove Gargano assume il ruolo non facile di guida armonica assieme ai fiati, anche se è particolarmente interessante la sua capacità melodica, spesso dal lungo respiro. Bearzatti è invece sbrigliato: urla sguaiato con gli overtones, si muove sinuoso tra lirismi da luna piena con suono personale e profondo, timing superbo e linguaggio fauve, specie al tenore. Ascoltare a tal proposito “Respiro del passato” (al clarinetto) e “Bass 'A' Line” (tenore). Mo' avast band è un ottimo esordio, in cui temi freschi e soluzioni quasi sempre imprevedibili tengono fermo lo sguardo agli altoparlanti. 


Marco Leopizzi

Dub & Reggae In Italy: Baye Fall, Mama Marjas & Miss Mykela, Papa Ricky, Pipistrani

Baye Fall – Immigration (11/8 Records) 
La Undiciottavi Records è una delle realtà più interessanti della scena musicale Salentina, e questo non solo per la presenza geniale del suo animatore culturale ovvero Cesare Dell’Anna, ma anche per la capacità di produrre cultura come poche realtà in Italia. La loro ricerca è da sempre volta ad esplorare la musica, oltrepassando ogni tipo di confine, e puntando piuttosto alla valorizzazione degli incroci sonori, linguistici e culturale. Una delle loro più recenti produzioni è il primo album di Idrissa Sarr, megli noto come Baye Fall, artista senegalese, già fondatore del gruppo First Black Guestu, e con alle spalle collaborazioni prestigiose con Positive Black Soul, Da Brains, Kings Possi, e altri ancora. Giunto in Italia da clandestino e fortunatamente scampato ai Centri di Prima Accoglienza, sin da subito ha ripreso a fare musica con un gruppo spontaneo di connazionali con i quali si esibiva ovunque, e nel giro di pochi anni è entrato nell’orbita della 11/8 Records, partecipando ai lavori di Zina e Mentaly Doof. Immigration, questo il titolo del disco, mette in fila tredici brani che al di là del valore artistico rappresentano un esempio di “forma altra” di accoglienza, infatti dietro l’abile regia di Dell’Anna, che ha curato questo progetto, si muove un organico di ben dodici musicisti con background musicali differenti, che qui si ritrovano a condividere un progetto comune senza limiti di classificazione. Durante l’ascolto brilla il particolare sound che mescola l’afrobeat di Fela Kuti con i ritmi irregolari della tradizione balkan, fino a toccare il dub, il regge, il rap e la sperimentazione elettronica. Si tratta, dunque, di un disco senza frontiere come nella migliore tradizione di 11/8 Records, nel quale convivono anime e lingue differenti, si spazia infatti dal wolof del Senegal al francese, all’inglese fino a toccare anche l’italiano. Nel loro insieme i tredici brani compongono una sorta di lettera aperta agli immigrati che hanno abbandonato l’Africa per seguire il sogno dell’Europa nell’illusione di riscattare la propria condizione. In questo senso è importante quanto dice lo stesso Baye Fall nella presentazione:”Questo disco è molto importante per me. Il mio vuole essere un messaggio forte contro il razzismo. “Immigration” intende sottolineare la condizione di vittima del continente africano nei confronti del sistema economico occidentale. Qui raccolgo tutte le speranze e la voce unanime dei miei fratelli africani: Africa we want you to go. Vogliamo che tu vada avanti”. L’artista senegalese si fa portavoce di un messaggio di liberazione dalla schiavitù (Bamba), dall’illegalità (Daw), dalle rinunce per mandare i soldi alla famiglia lontana (Don’t Smoke Cigarettes) e inseguendo il sogno di tornare a casa (Africa). Non mancano anche brani dedicati al lungo viaggio verso la libertà rappresentata dall’Europa (Kibaar), alla musica (Music Is My Life) e al sorriso della solidarietà (Hello). Il vertice del disco è però la splendida Fire, in cui i suoni africani si mescolano con il rap di Jam P dei Mentaly Doof. Immigration è insomma uno splendido disco che non mancherà di entusiasmare tanto gli appassionati di reggae e dub, quanto anche coloro che apprezzano la world music. 



Mama Marjas & Miss Mykela – We Ladies (Love University Records/Self) 
Mama Marjas e Miss Mykela sono due giovani ed attivissime cantanti della scena reggae e dub pugliese, con alle spalle una ormai consolidata esperienza sia dal punto di vista discografico che da quello live. Cresciute insieme nella crew Love University Family, ma seguendo percorsi differenti con Mama Marjas che si è fatta conoscere con due ottimi dischi ovvero B-Ladies e 90, Miss Mykela diventata una vera promessa della scena dub salentina, oggi le ritroviamo in coppia in nuovo album dal titolo, We Ladies. Registrato tra Taranto, Kingstone, Londra e Ramsgate, il disco raccoglie tredici brani, prodotti da Adrian Sherwood e Don Ciccio e cantanti in inglese, italiano e dialetto tarantino e leccese. L’ascolto è assolutamente coinvolgente con le sonorità tipiche del roots reggae che si intrecciano con il dub e la soul music in una miscela solare ed accattivante, in cui brilla tanto la voce calda e avvolgente di Mama Marjas quanto quella sottile ma allo stesso tempo graffiante di Miss Mykela. A caratterizzare i vari brani è non solo il loro peculiare approccio al reggae, ma anche le tematiche trattate che spaziano dalla condizione della donna di We Ladies alla crisi globale di Tilt fino a toccare la denuncia sociale di Io Vorrei e In My Country e l’amore. A risaltare in modo particolare sono però i due brani dub prodotti da Adrian Sherwood, che chiudono il disco, ovvero Ancora Dub e University Dub, che rappresentano senza dubbio i due momenti cardine del disco. A completare il tutto c’è anche un bel dvd, “We Ladie – Appunti di Viaggio”, un docu-film nel quale sono contenute le immagini della realizzazione del disco, che ha portato le due giovani artiste pugliesi dalla loro terra d’origine fino a Londra. 



Papa Ricky – Villa Barca (Elianto/Self) 
Pioniere del reggamuffin salentino, Papa Ricky torna con Villa Barca, un nuovo disco che giunge a quattro anni di distanza da Ite Tie del 2008. Autoprodotto in collaborazione con Frank Nemola e Treble Lu Professore, il disco raccoglie undici brani, che compongono un viaggio sonoro attraverso la società italiana con i suoi problemi di sempre e quelli nuovi rappresentati dalla crisi. Gli ingredienti ovviamente sono quelli di sempre ovvero un mix esplosivo di reggae roots, dub, rockstaedy e un pizzico di dance hall, il tutto caratterizzato dall’utilizzo del dialetto salentino, un vero marchio di fabbrica da sempre. Rispetto al passato però questo nuovo album, vede Papa Ricky utilizzare i suoni come fossero colori e sapori del Salento e in questo senso importanti sono state anche le tante collaborazioni che hanno caratterizzato le session, a cui hanno partecipato, artisti come: Dema e Kusci degli Steela, Fratelli Gioia di Saska Chewa, Don Ciccio, Frank Nemola, Treble Lu Professore, Miss Mykela, Insintesi, Adriano Sicuro, Lu Marra, Ventreianca, Antonio Maniglio. Ad aprire il disco è Libero, il primo singolo estratto dal disco, che rappresenta una sorta di manifesto del Papa Ricky pensiero, un invito a "lasciar andare", a vivere il qui ed ora, a non perdersi nel rammarico di aver perso qualche occasione, a ritrovarsi nelle scelte che si fanno per sentirsi liberi, nonostante tutto, di sognare e realizzare. Durante l’ascolto brillano così brani come Cosa Fare, Lady Queen con la complicità di Lu Marra, ma soprattutto C’è Chi Cambia in cui troviamo Treble e la talentuosa Miss Mykela. Insomma Villa Barca ci riconsegna un Papa Ricky in forma scintillante, ancora una volta pronto a sorprenderci con i suoi testi taglienti e la sua capacità di avvicinare con la musica il Salento e la Giamaica. 



Pipistrani – I Colori Della Musica (Latlantide) 
Attivi a fasi alterne sin dai primi anni novanta, i Pipistrani sono una storica band reggae varesina guidata da Riccardo Pellegrini, storica voce del gruppo e conduttore radiofonico, e composti da Luca Volontè (sax), Pippo Mortillaro (chitarra), Francesco Rossi (tastiere), Agù Marson (basso), Nico Roccamo (batteria) e Stefania Crosta (coro). I loro nuovo album I Colori Della Musica raccoglie nove brani caratterizzati da atmosfere spensierate, accesi colori musicali e ovviamente ritmi in levare. Si parte dalla programmatica Giamaica, qui cantata come una sorta di state of mind, per toccare prima il rep da spiaggia con Mi Sale! in cui brilla una bella citazione al Tullio De Piscopo di Stop Bajon, e poi la divertente Molto Pigro di Lorenzo Bertocchini. Si prosegue con la title track, che è un inno alla libertà di espressione, l’invito a non bere prima di mettersi alla guida con La Guida Della Tua Vita e la riflessiva Muoviti, dedicata ai cinquantenni che non sanno rinunciare ai piaceri dalla vita. Sul finale arrivano poi Esci Questa Sera, il rap Rifiutile e la bonus track El Chupa Chupa un divertissment latin-dance che suggella un disco divertente e solare, perfetto da colonna sonora sulle spiagge estive.




Salvatore Esposito

Kate Campbell - 1000 Pound Machine (Large River Music)

A breve distanza dallo splendido live Two Nights in Texas, in cui rileggeva il meglio della sua produzione in chiave acustica, Kate Campbell ritorna con un disco di inediti, 1000 Pound Machine, che si caratterizza per essere stato interamente composto al pianoforte, strumento che aveva caratterizzato i suoi primi passi nel mondo della musica e successivamente abbandonato in favore della chitarra. Prodotto da Will Kimbrough e inciso a Nashville insieme ad alcuni ottimi musicisti come David Hood al basso, Spooner Oldham all'organo e David Henry agli archi, il disco è una bella raccolta di dieci ballate, più due reprise della title track, dai toni soul che rimandano per certi versi a quel gioiellino che era For The Living Of These Days. Rispetto al passato la scrittura, come la voce della Campbell è ancor più profonda e meditativa, come dimostrano brani come Red Clay After Rain in cui si apre a ricordi personali, o Montgomery To Mobile, in cui troviamo Rosa Parks seduta su un autobus accanto al governatore razzista Goerge Wallace, o ancora la preghiera a cuore aperto Walk With Me. Tra i vertici del disco ci sono senza dubbio Alabama Department of Corrections Meditation Blues in cui appare anche Emmylou Harris ai cori, la title track e God Bless You Arthur Blessitt, dedicata ad un predicatore molto noto negli States. Nel complesso questo nuovo album conferma lo stato di grazia di Kate Campbell, che giunta ormai al tredicesimo lavoro discografico, è da considerarsi come una delle più talentuose cantautrici americane di area folk e soul. 



Salvatore Esposito

Joe Jackson - The Duke (Razor & Tie)

Un grande, spericolato omaggio ad una figura leggendaria della musica mondiale, The Duke, Mr.Ellington, grandissimo compositore e band leader americano. Ho da sempre un debole per le musiche del Duca, sono un esercizio di grande valore per chi, come me, si nutre di musica, le sue composizioni sono eleganti, evocative, senza tempo, piene di groove, dacchè il groove e la sua presenza sono al differenza rispetto agli altri. Amo Joe Jackson e la sua capacità di rinnovamento dall’era geologica dei suoi primi tre dischi, mi ha sempre incantato la sua capacità di farsi alfiere di un suono rock a tutti gli effetti, mi è sempre piaciuto il suo circondarsi di musicisti eccezionali, su tutto un grandissimo bassista come Graham Maby, qui non presente ma proprio per questo, ancor più importante diventa l’operazione. Una delle prime caratteristiche dell’omaggio operato da Joe è l’assenza di fiati, essendo la musica di Ellington scritta al piano ma pensata e progettata per essere “cantata” dagli ottoni, la limitazione diventa arrangiamento, i pezzi sono quelli più popolari del vastissimo repertorio ellingtoniano ma lo sforzo di Joe, ripagato in larga misura, è quello di creare qualcosa di nuovo. l’ideale spesso vien raggiunto, certo, qualche passo falso c’è, penso alla Rockin’ In Rhythm, che arranca persa in un omaggio un poco plasticoso, dovuto alla predilezione di Jackson per le atmosfere pulite e suonate in modo levigato, cosa che non sempre permette un calore che il nostro sparge larghe manate sul suo materiale ma non sempre funziona, insomma, qualche volta i suoni sono un poco troppo puliti e levigati, quasi sciropposi, sembra che Joe, noto iconoclasta, sia affetto da qualche psicosi legata alla pulizia, come quelli che si lavano le mani decine e decine di volte. Certo è che è capace di orchestrare i temi ellingtoniani creando un melange di mondi che si inseguono persi tra immagini di New York anni 30 e l’eleganza di qualche Indian Summer. Vi consiglio di prenotare un fretta i biglietti pechè presto Joe sarà a Milano e Roma per presentare questo suo omaggio.




Antonio "Rigo"Righetti

venerdì 20 luglio 2012

Terrasonora: Il Suono della Terra, Dalla Terra del Suono

Con alle spalle una consolidata esperienza maturata dapprima nell’ambito locale e poi a livello nazionale ed internazionale, i Terrasonora sono, senza dubbio, tra le realtà più interessanti della scena musica campana. Il loro stile che coniuga tradizione e modernità si è evoluto negli anni grazie ad una attenta ricerca sia sulle fonti tradizionali quanto sull’utilizzo della strumentazione. In occasione della pubblicazione di Si Vo’ Ddio, il loro secondo disco, li abbiamo incontrati, per parlare della loro vicenda artistica, delle loro ispirazioni e del rapporto con la tradizione. 

Come nascono i Terrasonora? 
Gennaro - Terrasonora nasce ad Afragola (Na) nel 1992, quando eravamo soltanto un gruppo di giovani che suonavano per la locale parrocchia. La maggior parte di noi è appunto di questo paese, mentre Fabio è di Acerra e Antonello di Pomigliano D’Arco. Insomma viviamo più o meno tutti nella stessa zona. All’inizio ci chiamavamo Alli Dieci, perché il gruppo contava dieci musicisti. Solo nel 1996, quando cominciammo a collaborare con Amedeo Veneruso, è arrivato il nome Terrasonora. Il grande cambiamento lo abbiamo avuto tra il 2005 e il 2006, quando sono cominciati ad arrivare i primi consensi a livello nazionale, grazie alle nostre partecipazioni a diversi festival folk come FolkEst e FolkContest, con quest’ultimo che ci ha consentito poi di suonare in Bretagna, partecipando al Festival Celtique de Lorient. Quella in Francia è stata un’esperienza magnifica perché ci siamo ritrovati a suonare la musica della nostra terra tra tanti musicisti e gruppi che suonavano musica celtica. Nel 2007 abbiamo pubblicato il nostro primo album, Core e Tamburo, che è il frutto con della collaborazione con Saverio Carpine. Nonostante non abbia avuto una vasta distribuzione a livello nazionale, questo disco ha ricevuto numerosi consensi all’estero da parte di testate specializzate come il Trade Magazine Awars, e poi è stato disco della settimana a Braga in Portogallo. Abbiamo partecipato anche a Voci per La Libertà di Amnesty International, ma la soddisfazione più grande è arrivata poi nel 2010 con la nostra partecipazione a Musicultura, dove siamo stati tra i vincitori con il brano Guardame… 

Attualmente i Terrasonora vantano un’organico comunque molto ampio… 
Gennaro – Dopo alcuni cambi nella nostra formazione attualmente, il gruppo ha trovato una sua stabilità. Giovanna Faraldo e Francesco Ferrara sono le nostre voci e i nostri ballerini, poi c’è mio fratello Raffaele alle tastiere, io suono le chitarre, Fabio Soriano ai fiati etnici, Antonello GaJulli alle percussioni, e Antonio Esposito al basso, nonché l’ottavo nostro musicista ovvero Massimiliano Punzo, che è il nostro tecnico del suono che ci segue in ogni concerto da tantissimi anni. 

Come nasce Si Vo’ Ddio, il vostro nuovo album? 
Raffaele - Fare questo disco è stato un sacrificio enorme, gli addetti ai lavori sanno certamente quanti soldi sono necessari per realizzare qualcosa di buono a livello qualitativo. In questo abbiamo avuto la fortuna di conoscere diversi amici che ci hanno aiutato e sostenuto, ed in particolare mi piace ricordare Stefania e Aldo Coppola Neri di RadicMusic, che hanno creduto in noi, Pasquale Ziccardi che ha curato gli arrangiamenti del disco, Michele Signore che ha suonato il violino nel disco. 

Il vostro sound parte dalla tradizione musicale campana per allargarsi verso suoni più moderni. Qual è il vostro rapporto con le radici culturale della vostra terra. 
Fabio – La tradizione è il nostro punto di partenza. La nonna di un mio caro amico musicista diceva: “Si non saj a’ ro’ vien, nun saj a’ rò ia ì” (se non sai da dove vieni non puoi sapere dove poi devi andare), quindi non si può prescindere dalla essa. La tradizione però è in continuo movimento, è sempre viva e risente del contesto in cui è presente e si sviluppa. Noi suoniamo alcuni brani tradizionali, ma con uno spirito attuale, con gli strumenti moderni, con un orecchio diverso, insomma. 

Come si è evoluto il vostro sound in questi anni… 
Gennaro – Nella nostra visione della musica c’è soprattutto un discorso di ricerca sulla commistione tra strumenti antichi e moderni. Ad esempio Fabio spesso utilizza i delay della chitarra elettrica per la ciaramella. Sempre per la ciaramella abbiamo sperimentato il dialogo con il piano e la tammora, insomma la nostra ricerca è volta soprattutto verso un suono che sia davvero originale e distinguibile.

Quali sono le vostre principali ispirazioni? 
Gennaro – Come ha detto Fabio, la tradizione, senza dubbio è un punto di partenza, qualche tempo fa ho avuto la fortuna di conoscere Zi’ Giannino Del Sorbo, uno dei grandi cantori della tradizione campana, loro ovviamente sono una immensa fonte di ispirazione a livello musicale. Negli anni, però, abbiamo cercato di far evolvere anche il nostro sound verso qualcosa che fosse veramente originale e che in qualche modo ci contraddistinguesse. Il nostro desiderio era quello di riattualizzare una tradizione antica, in questo senso le nostre radici, il legame con la nostra terra è diventa la nostra base di partenza. Per quello che riguarda i temi delle nostre canzoni, noi siamo attenti a tutto quello che ci circonda, dai temi dell’attualità, alla cronaca, al nostro contesto sociale. 

Nel vostro ultimo disco, Si Vo’ Ddio, avete dedicato un brano alla tragedia della Thissen Krupp… 
Fabio – Prima dicevamo che guardiamo a chi ci ha preceduto, uno dei gruppi che ci ha ispirato ovvero il Gruppo Operaio ‘E Zezi aveva già cantato le morti bianche trent’anni fa, quindi noi ci inseriamo in quel filone e siamo vicini a quel tipo di approccio musicale. 
Gennaro - Quando ho scritto insieme a Pasquale Ziccardi i testi e le musiche del disco, abbiamo cercato di porre l’attenzione proprio verso queste storie di attualità, e il brano dedicato ai morti della Thissen Krupp, ne è un esempio importante. Il tema delle morti bianche è più che mai attuale, e la musica non può che essere un ulteriore strumento per sensibilizzare le coscienze di chi ci ascolta. Le tematiche della denuncia sociale in qualche modo ci hanno sempre contraddistinto, anche in Core e Tamburo c’era un brano come L’America Stà Ccà in cui cantavamo degli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste. 

Per descrivere la vostra proposta musicale, usate la frase: “Il suono della Terra, dalla Terra del Suono”, quanto è importante il rapporto tra le vostre canzoni e la realtà che vi circonda? Gennaro – La nostra musica ha un respiro ampio, e ovviamente le tematiche delle nostre canzoni non sono legate solamente ad Acerra. La sera della presentazione ufficiale di Si Vo’ Ddio in molti mi hanno chiesto il perché abbiamo deciso di suonare proprio ad Acerra, nella Casa dell’Umana Accoglienza. Quello è un luogo significativo, perché nasceva per volere della Diocesi come alloggio per i familiari dei pazienti che sarebbero stati ricoverati nel nascente policlinico che sarebbe dovuto sorgere a pochi chilometri da lì. Poi sappiamo tutti com’è andata con la realizzazione del termovalorizzatore, che ovviamente ha bloccato la nascita del policlinico. Partiamo dalla nostra terra, per toccare temi di respiro più ampio. 

Nel disco sono comunque presenti due brani tradizionali ovvero, Alli Uno e Votta Votta… 
Fabio - Alli uno è un po’ il simbolo di quella che è la nostra concezione musicale, di come si può trasporre e riattualizzare nei nostri tempi la tradizione. Votta Votta è ispirato da alcuni frammenti di brani tradizionali, che i cantori chiamano Barzellette e che sono degli ottonari, cioè versi di otto sillabe che vengono inseriti all’interno di un testo più ampio che è la tammuriata. Noi abbiamo preso queste rime baciate e le abbiamo innestate su ritmo di tarantella, in sostanza anche in questo caso abbiamo lavorato su un testo tradizionale riattualizzandolo. 

Gennaro, come nasce la title-track? 
Gennaro - Si vo Ddio è una tammuriata d’amore, un canto per un amore non coronato, ma comunque pieno di speranza. E’ un invito a rivolgersi a Dio, affinchè esaudisca le nostre preghiere e le nostre richieste, ma sostanzialmente è un incoraggiamento a non perdere mai la speranza. 

Guardame invece vi ha fruttato il successo a Musicultura… 
Gennaro - Guardame è stata molto apprezzata perché era una fusione musicale tra tradizione e suoni moderni, ma credo che anche il testo abbia avuto un peso determinate. E’ un brano dedicato allo sguardo, quello sguardo che in momenti gravi può donare speranza. E’ un testo molto breve ma credo che abbia una grande profondità. Già il titolo suona come un invito, riassume in una parola tutto il senso della canzone. 

All’importanza della parola è invece dedicata ‘Na Parola E’ Cchiù… 
Gennaro – E’ un brano che rispecchia lo stato d’animo attuale, tutto ciò che ci circonda non va come dovrebbe, è un momento difficile per tutti. Siamo circondati dalle ingiustizie, ma a volte basta una parola, una parola che non costa niente, per rendere il mondo migliore. La canzone esprime il disagio di chi non si riconosce in ciò che ci circonda… 

Concludendo, dopo la presentazione del disco ad Acerra, con l’inizio dell’estate cominciano i vostri impegni dal vivo… 
Gennaro – Abbiamo molti contatti e stiamo studiando le varie proposte, di certo c’è solo che suoneremo a fine luglio nel beneventano e successivamente ad agosto saremo in Emilia Romagna per il Festival Folk organizzato dalla Scuola di Musica Popolare di Folimpopoli, nell’ambito di una serata dedicata a Radici Music. 


Salvatore Esposito


Terrasonora - Si’ vo’ Ddio (Radici Music) 
Se Core e tamburo è stata più di una promessa, la seconda produzione di Terrasonora mostra che il gruppo dell’entroterra partenopeo (i musicisti sono originari di Afragòla, Acerra, Pomigliano d’Arco) sia fuori tanto dal cono d’ombra dei modelli dominanti nel folk revival campano, quanto distante dal neo-tradizionalismo tutto tammorre di chi celebra “raccolti che non ha mai portato a casa”, per dirla con l’antropologa Maryon McDonald (cfr. We are not French. Language, Culture and Identity in Brittany, 1989). Non è casuale che la celeberrima tammurriata vesuviana “Alli Uno”, unico brano di tradizione e cavallo di battaglia della storica NCCP, si proietti verso orizzonti rock. In ciò la band esplicita da un lato la sua volontà di rimarcare il rispetto per il mondo contadino, dall’altro, non volendo considerare la tradizione come peso morto, cerca una via di fuga da percorsi sonori già battuti. Per niente passatista, dunque, senza slogan sudisti o revanscisti, il folk d’autore di Terrasonora conserva quella matrice melodica combinata ad immediatezza esecutiva che aveva già colpito nel disco d’esodio. Tutto è mediato dall’esperienza maturata in questi anni. La mescolanza di voci (c’è un cambio d’organico rispetto all’album precedente con l’inserimento di una nuova vocalist), strumenti acustici ed elettrici (batteria, flauti, tamburi a cornice e a calice, basso elettrico, chitarra, bouzouki, chitarra battente, clarinetto, ciaramella, pianoforte, tastiere, scacciapensieri) trova corrispondenza nella fusione di ritmi della tradizione campana e forma canzone con nuances pop e rock. Con una poetica dialettale d’autore profonda, in virtù del contributo di Pasquale Ziccardi che affianca Gennaro Esposito nella stesura dei brani, i Terrasonora raccontano il proprio territorio, ma si proiettano in una dimensione più universale, come con “Statt’attiento”, dedicata ai sette operai della Thyssen-Krupp, che diventa lucido, rabbioso commento alle morti sul lavoro. Un suadente flauto di canna è lo strumento guida di “Si vo’ Ddio”, che su ritmo di tammuriata descrive una storia d’amore tramontato malamente. Nel ripercorrere i motivi che hanno condotto alla rottura, il protagonista si rivolge perfino a Dio. Nel finale il brano diventa “una sorta di processione per le vie del paese” – racconta Gennaro Esposito – “che vede intrecciarsi fede, preghiera e quotidiano, rappresentato dal gioco dei bimbi in strada”. Si mantiene sempre elevata la tensione emotiva nella splendida “Guardame”, che prova a raccontare il conflitto israeliano-palestinese con gli occhi di chi si trova a pagarne le conseguenze pur senza averne colpa. Una sinuosa ciaramella costruisce un adeguato clima sonoro, le inattese trame finali del pianoforte trovano perfetta sponda negli altri strumenti. Costruita su una mistura di versi ottonari tipici dei canti sul tamburo e un impianto ritmico-armonico di tarantella è “Votta Votta”, mentre chitarre folk-pop si impongono nella solare “Bona Jurnata”, elogio del vivere intensamente le piccole cose del quotidiano. “Nunn'o ssaje” immagina un dolce dialogo tra una madre scomparsa e il proprio figlio. Di nuovo un cambio di passo con “'O Katanga” – sotto l’andatura un po’ scanzonata, ecco la descrizione amara e ironica di personaggi di cui è piena l’Italia, e che a parole si dicono capaci di risolvere tutti i problemi. Il disagio di chi non si identifica in una società che non rispetta la dignità dell’uomo è il tema di “Na parola 'e cchiù”. Lo strumentale “Angulanum”, dall’ipotesi etimologica dell’antico nome di Agnano, località dell’area nord-occidentale di Napoli, chiude il disco con il suo umore mediterraneo orientale portato da violino e lira pontiaca di Michele Signore. Come sempre, il disco è prodotto nell’elegante packaging cui ci ha abituato l’etichetta fiorentina. 


Ciro De Rosa