BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

lunedì 27 febbraio 2012

Canzoni Cuntate: Intervista a Mario Incudine

Mario Incudine è “antico e contemporaneo”, “giovane e vecchio”, scrive Moni Ovadia nel presentare Anime Migranti, l’album più recente del trentenne artista siciliano, che lo scorso anno ha dato alle stampe anche l’ottimo Beddu Garibbardi: commento del popolo di Sicilia sulle gesta garibaldine, atto dovuto, in occasione del centocinquantesimo anniversario italiano, per raccontare l’unità d’Italia vista dal basso. Dischi editi dall’etichetta Finisterre, nei quali Mario raccoglie l’eredità dei cuntastorie, ma si mette in gioco – come già nel precedente Abballalaluna (Teatro del Sole/Egea, 2007) – anche come cantautore, inserendosi a pieno titolo nella scia di illustri cantori di Sicilia come i fratelli Mancuso e Carlo Muratori, senza dimenticare il De André mediterraneo, altra fonte di ispirazione poetica del polistrumentista ennese. Nelle canzoni di Anime Migranti Incudine adotta modelli sonori in cui si sono sedimentati stilemi del folk revival del Sud, ma abbraccia anche sonorità delle altre sponde mediterranee per raccontare migrazioni di ieri e oggi; al centro è la Sicilia: terra di partenze, di passaggi, di approdi. Ancora Ovadia: “Ascoltate Mario Incudine, il colore della sua voce, il suo stile interpretativo, il suo gesto vocale, condensano e distillano per noi l'arte e il sapere di una tradizione, la forza di una cultura, i suoni esplodenti colori di una lingua che trasuda umori, colori, ironie, il privilegio di contaminazioni antiche di una terra di accoglienza, solare e tragica, ricca di umanità travagliata, consumata dalle fatiche, dispersa negli esili, esiliata nelle sue masserie”. Poco o nulla da aggiungere, tutto da condividere! Con Beddu Garibbardi, che porta come sottotitolo: “quando ancora i siciliani non erano italiani”, Incudine racconta le gesta dell’eroe risorgimentale che assume le sembianze dell’eroe popolare, attingendo a temi d’epoca e a testi dello storico Rocco Lombardi, vestendoli di musiche proprie che richiamano stili e forme musicali delle diverse province isolane. Un lavoro di scavo in un corpus di canti risorgimentali locali di gran valore, dai tratti lirici del tutto originali, al quale Mario conferisce un considerevole vigore grazie ad intensa passione e vivace linguaggio musicale. Qui, la produzione di Ambrogio Sparagna è nel segno del folk revival più nobile, imperniata sull’eleganza ed efficacia degli strumenti della tradizione popolare. Due produzioni che rispecchiano pienamente la personalità di artista di Incudine, che incrocia musica e teatro, studi etnomusicologici e composizione di colonne sonore per il teatro. 

Il 2011 è stato un anno prolifico. Cosa c’è in comune tra Beddu Garibbardi e Anime Migranti. 
Un anno molto intenso e in barba alla crisi discografica sono usciti questi due album legati tra loro dal filo della memoria e soprattutto dall’esigenza di raccontare due storie consequenziali. In Beddu Garibbardi c’è la voglia di raccontare con gli occhi di un cantastorie, un cronista di quel tempo, il grande entusiasmo che rapì i siciliani all’idea di un sogno di liberazione dai tanti tiranni che avevano “posseduto” l’Isola, un entusiasmo per Garibaldi che veniva salutato come il liberatore, colui che poteva finalmente restituire dignità alle classi più povere, che poteva dare terra e pane e soprattutto libertà. Ma a questo entusiasmo poi seguì una grande delusione: prima la tassa sul macinato, poi l’introduzione della moneta cartacea (che i contadini non riconobbero) a scapito di quella aurea, la strage di Bronte, fino all’istituzione del servizio di leva che portava i giovani fuori dalla Sicilia, a Torino, per sette anni. Fu proprio in quel momento che la Sicilia è diventata ‘il Sud’, perché togliendo forza lavoro alle campagne il nuovo governo unitario ha forzatamente impoverito la nostra economia. Questo impoverimento ha costretto noi isolani a trovare lavoro e fortuna altrove, portandoci a emigrare verso il Nuovomondo, ma anche verso il nord Europa, per esempio in Belgio, per lavorare come schiavi nelle miniere di carbone a Marcinelle. Siamo diventati “anime migranti”, abbandonando un’Italia appena unita che però divideva gli italiani in ricchi e poveri. Fu un’emigrazione per niente facile perché venivamo denigrati, emarginati, ghettizzati, vittime di atti razziali inimmaginabili. Ho scoperto dalla lettura di lettere mandate dagli emigrati alle famiglie di origine come l’Italia rimanesse sempre un pensiero fisso, un amore costante nonostante l’impossibilità di dare ai propri figli un futuro. Questo concetto dell’Italia come pensiero costante è anche l’oggetto delle lettere mandate dai magrebini agli emigrati approdati nelle nostre coste in questi ultimi anni. L’Italia è una meta sognata da chi abita dall’altra parte del Mediterraneo, è la terra promessa, il “nuovo” Nuovomondo. Ho voluto mettere in parallelo queste storie, raccontare quando eravamo noi a partire e adesso come siamo noi ad accogliere, senza dimenticare che sulla rotta dell’America gli “africani” eravamo noi siciliani. Non si può fare finta di nulla adesso che siamo noi terra d’approdo, non possiamo avere la memoria corta e dimenticare che abbiamo avuto lo stesso destino. Diversamente da altri musicisti che hanno indossato mantelli da brigante per cantare la “conquista” del Meridione, tu hai scelto di indossare quelli del cuntastorie che celebra l’eroe Garibaldi. Più precisamente ho voluto indossare una lente bifocale per raccontare tutte le fasi dell’Unità d’Italia vista con gli occhi del popolo. Non ho fatto nessun revisionismo storico, mi sono solo limitato a raccontare attraverso le fonti storiche tutte le fasi salienti, dallo sbarco dei Mille alla venerazione delle donne per Garibaldi fino a raccontare il servizio di Leva o la strage di Bronte rivista attraverso un brano ispirato alla novella Libertà di Giovanni Verga. Sono i canti e i cunti che ci rivelano com’è andata realmente. Si percepisce un grande fermento e un forte entusiasmo e si assapora nello stesso tempo una profonda tristezza, uno sconforto, una delusione per una promessa tradita. Ma questa è storia. L’unico brano di pura invenzione che in qualche maniera fa trapelare il mio personale pensiero è “Lu me paisi”. In un’Italia piena di vie, piazze, teatri, ospedali dedicati all’eroe e lapidi commemorative ovunque (perché in ogni casa di ogni paese sembra sia andato a dormire Garibaldi, da ogni balcone sembra abbia pronunciato frasi memorabili), ho voluto immaginare un paese dove Garibaldi non fosse mai passato e che quindi sembra non possa entrare nella storia nazionale. I paesani quasi se ne rammaricano, ma alla fine dicono: “Vistu lu rinescitu di sti ‘mprisi/ lu dicu ‘ncunfidenza iu mi cunsolu/ ca di sti ‘mbrogghi sulu ‘u me paisi/ fora ristau da ogni tracchiggiu e dolu”, in buona sostanza, alla luce di come è finita male per noi siciliani, che abbiamo pagato un prezzo altissimo per l’unità, è un bene essere rimasti fuori dagli “imbrogli” del Generale. 

Come hai lavorato sulle fonti? Come hai scelto i brani? 
Devo dire che ho avuto due guide straordinarie. Rocco Lombardo, storico illuminato e profondo conoscitore delle tradizioni popolari, e Ambrogio Sparagna Con Rocco siamo andati a cercare testi antichi, andando a rovistare nelle raccolte di Antonino Uccello, Salomone Marino, Lionardo Vigo e abbiamo trovato tantissimo materiale che poi abbiamo elaborato secondo le nostre esigenze. Siamo però andati anche alla ricerca di storie trasmesse oralmente, che vivevano solo nei racconti di alcuni sporadici depositari anziani. Proprio in questi racconti tramandati di padre in figlio abbiamo trovato la storia di Peppa ‘a Cannunera, eroina catanese e unica donna tra i Mille che si inventò un sistema molto originale per sparare bombe ai Borboni: Peppa portò nella piazza di Catania un cannone facendo finta che fosse rotto e, quando i Borboni si avvicinarono per aiutarla, fece partire la miccia e consegnò il capoluogo etneo a Garibaldi. Per questo atto eroico lei non volle nulla, le proposero un vitalizio che rifiutò e accettò solo una cifra di denaro in contanti che le fu utile per tirare avanti”. Quanto ai brani, li ho scelti secondo la logica del racconto: volevo raccontare tutte le fasi della storia e devo dire che le fonti mi hanno consentito di fare un’ampia panoramica dei fatti. Certo, tra le centinaia di testi raccolti ho preso solo quelli che mi travolgevano di più dal punto di vista emozionale. Dopo aver visionato per esempio diverse versioni della battaglia di Milazzo del 21 luglio 1861, alla fine ho scelto quella di un contadino di un paesino sull’Etna, un uomo analfabeta, eppure dotato di una sorprendente poetica, e che a differenza di altri è riuscito a dare un’epicità unica alla battaglia, conferendogli il ritmo dell’“opera dei Pupi”, facendo muovere su una scena immaginaria Garibaldi e il capitano Bosco come se fossero due paladini: davvero geniale! Oppure ancora ho scelto la canzone sulla moneta di carta dalla raccolta del Vigo perché mi colpirono moltissimo questi versi: “Lu picuraru dici vi la ficcu/ ne la parti di lu corpu lu cchiù musciu”. Solo un siciliano per arrivare alla parola “culo” si mette in testa di usare un’espressione così, contorta e disarmante allo stesso tempo! Musicalmente, invece, ho scelto la semplicità perché la musica potesse essere al servizio della parola.

Anime migranti è disco di canzoni con il filo rosso del racconto, della memoria… E cos’altro? 
Il filo conduttore di Anime Migranti è il viaggio e l’approdo. Il racconto dei viaggi della speranza di ieri e di oggi, un parallelismo tra i nostri viaggi verso l’America, il Belgio, il nord Europa e le ondate migratorie che affollano le nostre coste a Lampedusa, noi e loro, lo stesso destino. Un disco di canzoni, un omaggio corale a una Sicilia che ha visto partire, che vede arrivare, ma che vuole raccontare la propria storia di terra di mezzo. Ho cercato di dare a ogni storia un vestito musicale unico, per questo convivono brani molto diversi tra loro (dal brano voce e pianoforte a brani con grande orchestra, da pezzi più intimi a canzoni più ricercate e ritmate). Volevo insomma che ogni storia avesse un vestito su misura. C’è una foto molto bella in copertina. Una stupenda foto di Charley Fazio che ritrae la Torre di avvistamento di Siculiana, vicino ad Agrigento. È un’enorme torre/porta sulla quale confluisce una strada che sbuca in mare aperto, una metafora del viaggio, che alla fine non si sa mai cosa riserva. 

Molte collaborazioni ed ospitate, come nascono? 
Dall’esigenza di fare diventare questo progetto un canto a più voci, volevo avere una pluralità di stili, colori e interpretazioni. Ho chiamato tanti amici attori, cantanti, musicisti e devo dire che ognuno di loro ha messo qualcosa di personale facendo diventare quella storia unica e magica. Ho trovato grande sensibilità e soprattutto grande solidarietà nei confronti del tema della migrazione. Sono felice di averlo condiviso con loro. 

Irrinunciabile una lirica di Buttitta… 
Sì, irrinunciabile perché Buttitta per me rappresenta il vero poeta, il vero cuntastorie, il vero “politico” delle parole. Ha saputo descrivere con un’immediatezza incredibile e con una profondità inviabile momenti fondamentali per la nostra terra, drammi che ci hanno segnato e che con la sua poesia sono arrivati fino a noi pieni di verità. Penso al racconto sulla strage di Portella della Ginestra o al lamento per la morte del sindacalista Turiddu Carnevale, fino a quella del racconto della strage di Marcinelle che io ho scelto e reinterpretato in questo disco. Ogni volta che eseguo quest’ultima dal vivo, ovunque mi trovi, specialmente all’estero, vedo il pubblico in lacrime e in piedi perché la forza di quelle parole prende anche chi non capisce il dialetto, arrivano in fondo. Buttitta diceva che a un popolo possono togliere tutto e rimane sempre ricco. Un popolo diventa povero e servo quando perde la lingua dei padri, e io voglio continuare a mantenere ricco il mio popolo utilizzando questa lingua. 

Da Terra ad Abballalaluna fino ad Anime Migranti: modi diversi di guardare alla tua Sicilia. 
Gli occhi sono sempre quelli, è il punto di vista che cambia. In Terra c’era il mio villaggio, la mia Enna con le sue storie di paese, con i santi in processione, i racconti degli anziani e la mietitura del grano, c’erano le cose che mi rapivano da bambino e volevo raccontare quelle storie per non dimenticarle. In Abballalaluna c’era la consapevolezza di una Sicilia che si trasforma e che si apre al mondo. Qui c’era spazio per le diverse declinazioni dell’amore, da quello romantico a quello più disincantato per le proprie radici, fino a quello “buttano” di deandreiana memoria nella mia tradizione e rivisitazione in chiave sicula della celebre “Bocca di Rosa”. La Sicilia qui è insomma non una terra nostalgica, ma il trampolino di lancio per conquistare il Mediterraneo. Anime migranti invece è l’attualità che si radica nel passato, una mescolanza tra la radice folk e quella world, è lo sguardo a una Sicilia che è sud d’Europa e nord d’Africa, porta del mondo, soffio dell’amore universale tra i popoli. Quanto e come ti aiuta l’essere anche attore… Mi aiuta a incarnare ogni storia con la giusta tensione e a trasferirla agli ascoltatori in maniera più vera. E poi mi aiuta a entrare in contatto con il pubblico più velocemente e nel miglior modo. 

Enna, un tempo terra di miniere, di carrettieri e campi di grano. Cosa resta della cultura popolare orale? 
Enna per la sua posizione geografica conserva ancora le proprie tradizioni, anche se comunque la modernità ha cancellato certe prassi esecutive e certi repertori. Il recente fiorire di molti gruppi folk, di associazioni di recupero del patrimonio immateriale formati prevalentemente da giovani e giovanissimi fa ben sperare: queste nuove realtà possono recuperare e conservare il patrimonio secolare del nostro entroterra e tramandarlo attraverso modelli esecutivi e repertori contemporanei. 

Porterai questi dischi in tour? Ci sono altri progetti legati alla tua anima di compositore? 
Sì, c’è un tour in programma. È partito da Bologna lo scorso novembre e ci sta portando in giro per i teatri italiani, continuerà anche in estate all’estero, in località come Marocco, Portogallo, Francia e Spagna. E, alla faccia della crisi discografica, è quasi pronto a venire alla luce un altro disco prodotto da Kaballà che uscirà a fine aprile. Nel frattempo, sulla scia di Anime Migranti, sto componendo le musiche originali dell’opera teatrale “La nave delle spose”, prodotta dal Teatro Stabile di Catania, con Lucia Sardo e per la regia di Giuseppe Dipasquale. Si tratta di un lavoro molto intenso sulle donne siciliane che si sposavano per procura con degli americani sconosciuti (i quali molto spesso non corrispondevano neanche alla foto inviata) e che partivano per gli Stati Uniti affrontando il mare, la precarietà e lo spettro di una vita anni luce lontana da quella dei loro sogni. 

Ciro De Rosa 



Mario Incudine – Anime Migranti (Finisterre / Felmay) 
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Considerato uno dei più interessanti cantautori siciliani degli ultimi anni, Mario Incudine è un’artista a tutto tondo, con alle spalle un intenso e rigoroso percorso di ricerca, che lo ha condotto negli anni, dapprima ad approfondire la grande tradizione di cantastorie della Trinacria e successivamente a diventarne erede ed interprete. A tre anni dalla pubblicazione di Abballaluna e a breve distanza dallo splendido Beddu Garibbardi, Incudine torna con un nuovo album, Anime Migranti, che raccoglie dodici brani incisi con alcuni ospiti d'eccezione come Salvatore Bonafede al pianoforte, Edoardo De Angelis, Alessandro Haber, Lello Analfino, le voci di Anita Vitale, Djeli D’Afrique, Kaballà, Mario Venuti, Faisal Taher, e il coro Hathor del Primo Circolo di Vittoria diretto da Cinzia Spina, nonchè Erri De Luca recitato da Nino Frassica. Il disco ruota intorno al tema dell'emigrazione, come specchio attraverso il quale si riflette la storia, ma anche le storie di quanti hanno attraversato prima gli Oceani e poi il Mediterraneo alla ricerca della fortuna. Incudine ci propone così un viaggio sui i sentieri e le rotte tracciate dalle anime migranti nel corso della storia, sentieri e rotte nei quali ancora oggi risuonano i canti che i nostri nonni hanno portato oltre oceano, nei quali hanno conosciuto la fratellanza, quella vera, che abbatte le differenze sociali e che arriva a cancellare anche il dolore e la fatica. Ieri erano tanti i siciliani che si recavano in America alla ricerca di fortuna e lavoro, oggi invece le nostre coste accolgono gli africani, che giungono da noi spinti dagli stessi motivi. Ieri la Sicilia era il punto di partenza, oggi è invece l'approdo, ma seppur a parti invertite, la storia torna a ripetersi con l'incontro e il dialogo tra culture diverse, un dialogo aperto, sincero, nel quale i racconti delle miniere di carbone del Belgio dove hanno lavorato tanti siciliani, si mescolano ai drammi dell'immigrazione. Quest'isola diventa, dunque, una sorta di teatro a cielo aperto nel quale si alza un canto corale che racconta il nostro tempo, che racconta le tragedie delle carrette del mare, dei morti, ma anche dell'amore da cui nasce l'accoglienza. Il musicista siciliano ci offre, dunque, una riflessione profonda sul valore della memoria, per non dimenticare le nostre radici e le nostre sofferenze, ma anche per sensibilizzarci verso quanti approdano in Italia alla ricerca di un futuro migliore. Ad aprire il disco è la splendida Salina, brano con il quale il cantautore siciliano ha vinto il Festival Della Nuova Canzone Siciliana, e caratterizzata da sinuose sonorità mediorientali, che ci introduce a Sottomare, nel quale brilla l'ottimo testo recitato da Nino Frassica mentre sullo sfondo dialogano il pianoforte suonato dal produttore Antonio Vasta e il violino di Giuseppe Cusumano. La voce del siciliano Kaballà caratterizza invece Novumunnu, nel quale la tradizione siciliana si confronta sorprendentemente con il coroOmnia Beat Gospel projet, mentre la dolcissima Tenimi l’occhi aperti, vede la partecipazione dell’Orchestra di Puglia e Basilicata diretta da Valter Sivilotti e le voci di Anita Vitale e Mario Venuti. Si passa poi alle sonorità dell'Africa con Namenàme, nella quale spicca il suono del corno tunisino suonato da Antonio Putzu e le splendide voci di Alain Victor Mutwe e Samuel Kwaku Gyamfi, che fungono da perfetti contrappunti al testo intensissimo nel quale Incudine canta la nostalgia della propria terra e la prospettiva di un futuro ancora tutto da disegnare. Si passa poi dalla grande suggestione di Speranza Disperata in cui la voce di Mario si confronta con quella tenue di Edoardo De Angelis in un duetto che vede il contrasto tra siciliano ed italiano, ai ritmi trascinanti di Sempri Ccà, i cui colori mediterranei incorniciano la voce del cantautore siciliano con quella di Giancarlo Guerrieri e Max Bosa. Non manca una splendida rivisitazione di Lu Trenu Di Lu Suli di Ignazio Buttitta nella quale brilla il violoncello di Redi Hasa, e che evoca la tragedia della miniera di Marcinelle nella quale l’8 agosto 1856 persero la vita molti minatori siciliani. Sul finale arrivano poi le intense Terra in duetto con Faisal Thaer, Sotto un velo di sabbia, e Strati di paci, ma il vertice del disco arriva con Lu Tempu è Ventu, brano di grande spessore poetico, intessuto sul dialogo tra la chitarra acustica aperpeggiata di Massimo Germini e il violoncello di Paolo Pellegrino. Anime Migranti è così un disco di grande intensità nel quale il cantautorato sposa una visione world della musica siciliana, facendo emergere un intreccio di suoni e colori musicali di grande suggestione. 



Salvatore Esposito

Ensemble Cantilena Antiqua - Epos/Joys Amors Chants (Passacaille Records)

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Fondato nel 1987 dal musicista bolognese Stefano Albarello, l'Ensemble Cantilena Antiqua raccoglie alcuni musicisti altamente specializzati nello studio, nella ricerca e nella riproposizione di repertori sacri e profani risalenti al Medioevo ed al Rinascimento. Oltre ad Albarello che si fa carico del canto e di altri strumenti antichi, il gruppo è composto da Paolo Faldi (flauti), Gianfranco Russo (viella, fidula, e altri strumenti) e Marco Muzzati (percussioni, salterio, cimbali, tintinnabula). L'ensemble bolognese nel corso degli anni ha maturato una profonda esperienza non solo nell'ambito della ricerca ma anche e soprattutto sul palco e in studio come dimostrano i tanti concerti tenuti sia in Italia sia all'estero e il successo riscosso dai vari dischi pubblicati. Il loro lavoro si fonda su uno studio approfondito non solo delle fonti musicali, ma anche di quelle letterarie e storiche per allargarsi successivamente ai testi letterari e agli strumenti antichi come i liuti di varia taglia, flauti e bombarde, ghironda e symphonia, vielle, percussioni di varia provenienza, viole da gamba, così come di grande importanza è anche lo studio delle voci, quasi sempre maschili, delle quali è stato studiato l'approccio polifonico e il falsetto, secondo gli usi rinascimentali. L'ensemble guidato da Albarello, ha di recente dato alle stampe due splendidi dischi incisi nel 2009 ovvero, Epos, dedicato alla musica dell'epoca Carolingia e Joys Amors Chants, dedicato all’opera del trovatore catalano Berenguer de Palol. Il primo disco raccoglie dieci composizioni tratte dal manoscritto Lat 1154, redatto tra la fine del IX e l’inizio del X secolo e conservato a Parigi, e nel quale trovavano posto alcuni frammenti poetici corredati da notazioni musicali con i neumi di tipo aquiliano. Si tratta di componimenti di grande importanza che ci svelano tutta la ricchezza culturale di quest’epoca storica, troppo spesso tacciata di oscurantismo ma ancora oggi tutta da scoprire sotto ogni punto di vista. Così tra composizioni contemporanee dell’epoca come quelle del teologo Godescalco e di Agilberto, trovano posto frammenti tratti dal II e IV libro dell'Eneide di Virgilio, o ancora le liriche di Severino Boezio e di Quinto Orazio Flacco di Est Mihi Nomun. Durante l’ascolto emerge l’enorme lavoro di ricerca e di studio profuso da questi musicisti nell’approcciare questo repertorio, sia dal punto di vista dell’approccio strumentale sia dal punto di vista vocale nel quale brilla l’ottimo approccio al canto di Albarello. Tra i brani più intensi meritano di essere citati l’iniziale Bella Bis Quinis, Plancutus Karoli e la conclusiva Aurora Cum Primo Mane, tutte caratterizzate da intrecci strumentali di grande suggestione. 
Joy Amors Chants è invece, come detto, dedicato alla musica del trovatore castigliano Berenguer de Palol, cavaliere povero e insegnante d’arme che compose alcune belle canzoni per Ermessen, moglie di Aron d’Avinyo. I suoi componimenti nascondono momenti di grande poesia e bellezza musicale e si rifanno sia a tutti quei topoi che caratterizzeranno la musica occitana a venire, sia allo stile tipico della poesia cortese. L’Ensemble ha cercato di ripercorrere la sua vicenda artistica attraverso dieci composizioni nelle quali viene cantato l’amore supremo, il joy, per una donna, intesa irraggiungibile quasi sospesa tra reale ed immaginario, come emerge anche nelle strofe dell’iniziale Tant M’Abelis Joys Et Amor Et Chans. Nel disco trovano posto anche due brani come Amb La Fresca Clardat e Tots Temoros, le cui melodie si pongono fuori dagli schemi tradizionali dell’epoca e che evidenziano come Berenguer de Palol cercasse anche di esplorare canoni musicali nuovi, come del resto sostengono al maggior parte dei teorici che sostengono che i canti profani seguissero modalità esecutive diverse dai canti religiosi. Epos e Joys Amors Et Chants sono due dischi di grande pregio, che meritano ogni apprezzamento essendo sia delle ottime occasioni per avvicinare il grande pubblico a sonorità poco frequentate come quelle antiche sia dei lavori di grande importanza dal punto di vista prettamente filologico. 



Salvatore Esposito

Rossella Piccinno, Hanna e Violka, Kurumuny/Anima Mundi, 2010, DVD

La casa editrice Kurumuny e la piccola ma attivissima etichetta discografica AnimaMundi, rappresentano due delle più preziose realtà del panorama culturale salentino, essendo attivamente impegnate, la prima nella divulgazione dell'immenso archivio del ricercatore Luigi Chiriatti mentre l'altra è ormai una delle basi di lancio per le principali realtà emergenti nell'ambito della musica tradizioanle e world. Da sempre attente alle mutazioni e alle problematiche della società, entrambe hanno deciso di unire le forze per sostenere il progetto della giovane regista salentina, Rossella Piccino, che ha realizzato un interessantissimo documentario sulla realtà delle tante donne dell'Est Europeo che in Italia sono impegnate nell'attività di badanti e collaboratrici familiari. Dopo aver raccolto numerosi premi e segnalazioni in vari festival, il documentario è stato pubblicato in dvd, con allegato anche un corposo booklet contenente un'approfondimento dei temi del film. La regista salentina racconta, così, la storia di Hanna Korszla, una delle 1.700.000 badanti presenti in Italia, che vive in Salento da tre anni insieme a Gina e Antonio, un anziano ultraottantenne malato di Alzheimer, di cui si occupa costantemente lavorando anche ventitrè ore al giorno. Dopo un anno di duro lavoro, Hanna decide di prendersi una vacanza per tornare nella sua terra e dalla sua famiglia e a sostituirla è la figlia più piccola della donna, Violka. Il film, segue così le due vicende su piani paralleli, con Hanna che torna a casa e Violka alle prese con il suo primo lavoro di diciottene. La Piccinno coglie attraverso le immagini ogni dettaglio della vicenda umana delle due donne, riuscendo a far trasparire riflessioni sull'emigrazione, che prima vedeva protagonisti proprio quegli anziani ora accuditi dalle badanti straniere, sul rapporto madre e figlia, e da ultimo coglie in modo eccellente anche le trasformazioni quelle private delle due donne e quelle sociali della nostra penisola. Nel suo insieme Hanna e Violka è un opera di grande profondità, perchè nasce dall'esigenza della regista di esternare riflessioni personali su fatti che la coinvolgono emotivamente, essendo Gina e Antonio, i suoi nonni materni. Il documentario della regista salentina è dunque un eccellente esempio di cinema diretto e senza filtri da cui traspare tutta la passione con qual quale ha approcciato la trattazione non solo della storia di queste due donne ma anche della sua famiglia. Un racconto a cuore aperto, che merita tutta la nostra ammirazione. 



Salvatore Esposito

Eugenio Bennato, Brigante Se More, Coniglio Editore, 2011, pp.224, Euro 14,00

Pubblicato nell'anno del Centocinquantesimo Anniversario dell'Unità d'Italia, Brigante Se More di Eugenio Bennato, racconta la storia della ballata omonima scritta nel 1979 dallo stesso musicista napoletano insieme a Carlo D'Angiò, già suo compagno di avventura nei Musicanova, per lo sceneggiato L'Eredità della Priora di Anton Giulio Majano. Partendo dalla genesi di questa ballata, nella quale viene chiarito con dovizia di particolari che non si tratta di un brano tradizionale scritto da un'autore ignoto all'epoca dell'invasione Sabauda del Regno di Napoli ma piuttosto di una sorta di canto di battaglia nato per esigenze cinematografiche, Bennato, inserendosi nel filone della letteratura "revisionistica" dell'Unità Nazionale, racconta i motivi che hanno condotto successivamente questo brano a diventare una sorta di inno alternativo del Sud, soffermandosi sull'epopea del brigantaggio nell'Italia Merdionale nell'epoca post-unitaria. Vengono così evocati alcuni dei leggendari protagonisti di questa lotta all'invasore sabaudo, ovvero Carmine Crocco, Ninco Nanco e la brigantessa Michelina De Cesare, ed in parallelo il musicista napoletano pone l'accento sulla necessità di una revisione critica dell'invasione sabauda del Regno delle Due Sicilie. Il pregio di questo libro è essenzialmente quello di rievocare un momento di grande fermento culturale che animava la scena musicale napoletana alla fine degli anni settanta, era appena finita la stagione della Nuova Compagnia di Canto Popolare e i Musicanova stavano vivendo la loro fase migliore, mentre Roberto De Simone proseguiva le ricerche intraprese durante la realizzazione de La Gatta Cenerentola. La Campania all'epoca occupava un ruolo determinante nella musica tradizionale in Italia, un po' come accade oggi con il Salento, essendo una vera e propria fucina di eccellenze sia nell'ambito della ricerca che in quello della riproposta. Il limite, invece, consiste nell'indugiare troppo sulla Questione Meridionale, tema ancor oggi molto sentito, ma che altri autori come Pino Aprile hanno trattato con dovizia di particolari e senza dubbio più dati documentali. Ad ogni modo anche Brigante Se More, come del resto i vari dischi solisti di Bennato, hanno la particolare caratteristica di unire momenti di grande fascino, in questo caso solo abbozzati, a leziosità continue, unite ad un approccio troppo "sui generis" per avere una validità storiografica ed eccessivamente dispersivo e poco documentato per essere un opera divulgativa. Avremmo preferito che Bennato ci raccontasse qualche aneddoto in più, aggiungendo qualche dettaglio sul suo vissuto artistico e sul suo approccio con la ricerca, invece ci ritroviamo un libro ibrido che lascia un po' l'amaro in bocca, quasi fosse un opera incompiuta o peggio poco dettagliata. Onore al merito, comunque, per aver chiarificato la vexata quaestio sull'origine di uno dei caposaldi della sua produzione artistica come Brigante Se More. 


Salvatore Esposito

Livio Ferrari – Orologi (Nota)

Da lungo tempo impegnato nel settore del volontariato nell’ambito delle carceri e già consulente dei Ministeri della Giustizia e delle Politiche Sociali, Livio Ferrari è senza dubbio una di quelle figure di italiani che si impegnano con tutte le loro forze per rendere migliore la vita della nostra comunità in nome della tolleranza e del rispetto per le situazioni di disagio. Livio Ferrari è però anche un cantautore con alle spalle una lunga gavetta che prende le mosse negli anni settanta e che lo ha visto anche esibirsi al Folkstudio dell’indimenticato Giancarlo Cesaroni. Sebbene il suo costante impegno sociale gli abbia imposto continue pause artistiche, il cantautore veneto non ha mai smesso di comporre canzoni, e così finalmente, dopo oltre trent’anni, debutta con un interessantissimo progetto del quale fanno parte ben ventiquattro canzoni, le cui prime dodici sono contenute in Orologi. Autoprodotto in collaborazione con Valter Colle, patron dell’etichetta friulana Nota, e realizzato con il contributo della Fondazione Rovigo Cultura, il disco è stato registrato tra il 2005 e il 2010 con l’aiuto di alcuni ottimi musicisti come il polistrumentista Guido Frezzato, che ha curato anche la composizione delle musiche, Pierino Marcello (percussioni), Mario Frezzato (oboe e corno inglese), Riccardo Marchetto (chitarra elettrica), Franco Catalini (contrabbasso), Bianca Santarato (voce), Jacopo Frezzato (voce e claps). I brani nel loro insieme compongono una sorta di concept album che, citando le parole dell’autore, rappresenta “uno scenario che si spalanca sulla vita, che colora i nostri pensieri e le azioni, che dà significato ai gesti e si nutre dei sentimenti per una necessità di sazietà che non si placherà in tempi brevi o, forse, non sarà mai appagata”. Ferrari con le sue canzoni intende ricercare il senso più profondo del tempo inteso come momento di riflessione continua su ciò che circonda, sul senso della vita, sulle nostre emozioni e sentimenti, sulle nostre sensazioni e sui nostri desideri. Ascoltando i vari brani si comprende fino in fondo quali siano le ispirazioni che animino il suo songwriting, si spazia infatti dalle sue esperienze maturate come volontario nelle carceri, a riflessioni intimiste e profonde, fino a toccare il tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Ad aprire il disco è la splendida Nient’Altro Che Rumori, a cui segue la title track, un brano di grande intensità che procede attraverso un recitar cantando che svela tutte le emozioni che hanno ispirato la sua scrittura. Si passa poi a Finestre Di Vita, una profonda riflessione sul susseguirsi dei giorni e del tempo il cui refrain ricorda vagamente Vendo Casa di Lucio Battisti, ma il cuore del disco è rappresentato da Inquietudini, Gabbiani e Ricerche tre brani di grande potenza lirica da cui traspare tutto l’insieme di ispirazioni personali che è dietro questo disco. Completano il disco le altrettanto belle Quasi Primavera, la trascinante Sentieri di Dentro, la pianistica Uragano, Attese e la conclusiva Esperienze, che rappresenta il ponte che ci condurrà poi al prossimo disco che andrà a completare questo concept album. Dal punto di vista prettamente musicale va sottolineato come Guido Frezzato sia riuscito a cogliere perfettamente lo spirito di questi brani confezionando arrangiamenti eleganti ed allo stesso tempo sobri, che ben si adattano alla voce e alle strutture melodiche del songwriting di Ferrari. Orologi è, dunque, un disco di grande spessore il cui valore è determinato non solo dalle profonde ispirazioni che lo hanno animato ma soprattutto dalla scrittura densa di poesia del suo autore. Non ci resta che attendere il seguito, che siamo certi, non tradirà le nostre aspettative. 

Sul sito ufficiale www.livioferrari.it sono presenti i sampler audio di tutto il disco

Salvatore Esposito

Mino Cavallo – Sertao (Materiali Sonori)

Chitarrista, compositore ed arrangiatore, ma soprattutto fine conoscitore della musica del Mediterraneo e dell'America Latina, Mino Cavallo è noto per essere la guida di Alta Madera ma anche per le sue tante collaborazioni con artisti del calibro di Franco Cerri, Bruno Tommaso, Gabriele Mirabassi, Trilok Gurtu e per diversi progetti realizzati con Materiali Sonroi tra cui Fuentes, Elianto, Djeli-Kan, Banda Improvvisa e Canti Erranti. Nel suo percorso musicale l'amore per la ricerca nell'ambito della world music si è sempre accompagnato alla sperimentazione e non è un caso che tra le sue caratteristiche ci sia quella di spaziare con disinvoltura dagli strumenti elettrici agli acustici fino a toccare l'elettronica. A coronamento di un lungo percorso musicale, come detto, costellato da collaborazioni e progetti diversificati, arriva Sertao, il suo disco di debutto come solista che lo vede alle prese con un viaggio a metà strada tra jazz e world music, che si snoda attraverso undici brani di cui nove originali e due rivisitazioni ovvero Song To John di Chick Corea e Choros di Villa Lobos. Protagonista è ovviamente la chitarra di Mino Cavallo, il quale esplora il suo strumento di elezione attraverso le varie sfumature della world music spaziando dalle travolgenti ritmiche latino americane fino alle sonorità tipiche della tradizione popolare della nostra penisola. Ad accompagnarlo in questo viaggio troviamo un ottimo gruppo di musicisti composto da Amedeo Rona (contrabbasso), Antonio Gentile (percussioni), Ruben Chiaviano Fabian (violino), Enzo Granella (voce), Franco Satarnecchi (pianofort), Franca Pampaloni (fisarmonica); Paulino Cardoso (fisarmonica), Stefano Rapicavoli (brush drum), Valerio Perla (cajon), Nicola Vernuccio (contrabbasso) ed Heraldo Da Silva (percussioni). Durante l'ascolto si percepisce chiaramente come Mino Cavallo abbia voluto documentare tutto l'insieme di incontri musicali che ha caratterizzato il suo più recente percorso artistico, e non è un caso che il disco abbia avuto una lunghissima gestazione durata quasi dieci anni. Dal punto di vista prettamente sonoro appare chiaro come il musicista pugliese abbia cercato di dare una connotazione diversa al concetto di contaminazione cercando di dare vita insieme ai musicisti che hanno collaborato al disco un integrazione totale dei suoni, brillano così brani come Suha, Bolero in 13/8 e Batucada ma soprattutto lo splendido tango pugliese dove la musica tradizionale del meridione d'Italia sia sposa con le sonorità del sudamerica in un intreccio di grande suggestione poetica. Sertao è, dunque, un disco godibilissimo, il cui fascino catturerà sin da subito anche gli ascoltatori occasionali ma è anche una piena conferma di tutto il valore di Mino Cavallo sia come musicista che come produttore ed arrangiatore.  


Salvatore Esposito

Maya Solovéy – I:II (www.mayasolovey.com)

Nata a Berkshire Hills nel Massachusetts e cresciuta tra l'Ecuador e la Spagna, Maya Solovéy è una giovane cantautrice americana di ventisei anni, con alle spalle un intenso percorso musicale cominciato ad appena quindici anni e durante il quale ha pubblicato già due dischi ed un ep come solista, Dissolving del 2005, che le ha considentito di ricevere numerosi riconoscimenti. A caratterizzare il suo stile è una scrittura particolarmente brillante nella folk e pop si mescolano ad altri generi musicali come il jazz, la bossa nova e la world music, il tutto condito da testi cantati ora il inglese, ora in spagnolo, ora in portoghese, segno evidente di come abbia fatto tesoro di tutte le esperienze vissute tra Sud America ed Europa. Il suo disco di debutto I:II, è stato prodotto da Bassy Bob Brockman e raccoglie undici brani autografi, più l'iniziale Ring Ring Ring scritta da Eric Maltz e registrata insieme a lui. Muovendosi con disinvoltura tra chitarra a sette corde e pianoforte, la cantautrice americana è riuscita a costruire strutture musicali semplice ma allo stesso tempo eleganti nelle quali brillano diversi strumenti suonati magnificamente da un eccellente cast di musicisti composto da Eric Maltz (piano), Timo Ellis (Ukelele), "Bassy" Bob Brockmann (fiati), Robert "Chicken" Burke (batteria), Jane Scarpantoni (violoncello), Erik Friedlander (violoncello), Tracey Bonham (violino), Fred Cash (basso), Todd Sickafoose (contrabbasso), Naren Rauch (chitarra acustica ed elettrica, e-bow), Adam Widoff (chitarra), Bashiri Johnson (percussioni), Alex Alexander (batteria e percussioni), Glen Grossman (claps), Eric Gorman (batteria), Clark Gayton (trombone), Jim Mcelwaine (clarinetto basso), Paul Shapiro (flauto, clarinetto, sax). L'ascolto è dunque molto affascinante sia perchè i brani sono cantati magnificamente dalla Solovéy ma soprattutto per la qualità delle canzoni e degli arrangimanenti come dimostano l'eccellente Eu Vi, scelta da Ralph Lauren per i suoi spot pubblicitari del 2010, o la solare Como Yo Lloro Por Ti, inserita nella compilation della Fifa per la Coppa del Mondo, o ancora l'altrettanto bella American Song. Il vertice del disco è senza dubbio la conclusiva Madreselv nella quale si apprezza l'eleganza dell'arrangiamento ma soprattutto la qualità del testo davvero molto intenso e poetico. Maya Solovéy per essere una debuttante dimostra di avere tutte le carte in regola per sfondare non solo all'estero ma soprattutto qui in Europa avendo il pregio di saper unire la qualità e l'originalità delle sue composizioni con l'orecchiabilità e la ricerca musicale, elementi davvero difficili da rintracciare nelle sue colleghe contemporanee. 


Salvatore Esposito

Diabula Rasa – Diabula Rasa (Autoprodotto)

Attivi da oltre dieci anni, prima con il nome Tabula Rasa, i Diabula Rasa, sono una band ravennate nata nell’ambito delle feste ispirate al Medioevo, delle quali curavano le animazioni musicali, lavoro questo che ha richiesto una solida preparazione sulla musica antica, a partire dal recupero di alcuni strumenti musicali orami caduti in disuso, per finire con lo studio dei testi originari contenuti nei manoscritti conservati nelle locali biblioteche. Il gruppo nel corso degli anni ha visto diversi cambi di formazione, pur mantenendo come motore propulsivo Luca “Diabula” Veroli, front-man della band, che personalmente cura la scrittura dei brani, le produzioni e gli arrangiamenti, nonchè la costruzione degli strumenti, e il confezionamento degli abiti di scena, mentre sul palco si destreggia tra canto, ghironda elettrica e cornamusa. Completano la formazione Daniela Taglioni (Canto, Organo a Canne, Tastiere, Percussioni), Stefano Clo (Chitarre Elettriche, Mucca, Saz e Chitarrino di Merda), Samantha Bevoni (Canto, Basso Peloso) e Moreno Boscherini (Batteria in Piedi). Inizialmente il loro lavoro si era indirizzato solo ed esclusivamente verso la riproposta con sonorità acustiche dei brani composti nel medioevo, successivamente accortisi che il pubblico che popolava le feste alle quali prendevano parte, spesso nemmeno si accorgeva della loro presenza, hanno deciso di arricchire il loro suono con strumenti elettrici, partendo dalle tante realtà musicali tedesche che incrociavano musica antica e metal. Il loro approccio ricorda molto quello dei primi dischi degli In Extremo, ma va sottolineato come la chitarra, il basso e la batteria pur aggiungendo un buon tasso di elettricità, risultano essere assolutamente funzionali alle riletture di stilemi melodici medievali. Il loro secondo disco omonimo, autoprodotto e mixato da Mustafa MuCe Cengic, raccoglie dieci brani nei quali la musica antica si sposa alla perfezione con i suoni moderni del rock e del metal, dando vita ad un sound granitico ma allo stesso tempo ricco di sfumature world date dall’utilizzo di strumenti come la cornamusa, il saz, la nyckelharpa, il digeridoo, il tapan, il gong, e l’organo ad Ance. Certo a tratti sembra perdersi un po’ l’immediatezza che quel tipo di sonorità richiede e questo anche a causa di un eccessivo manierismo nella produzione. Durante l’ascolto si comprende come dietro ad ogni brano ci sia un lungo lavoro basato sulle fonti originali, e infatti non è un caso che molti testi derivino direttamente da poesie, invocazioni e preghiere medioevali. In questo senso ci piace citare brani come Ostinato, nella quale brilla la cornamusa di Veroli, o Queen A Omagen che ci rimanda ad alcune pagine del dark progressive, o ancora la conclusiva Crimen Sollicitationis, nel quale il ritmo rock impresso dalla sezione ritmica ben si sposa con la melodia medioevale su cui si regge il brano. Questo secondo album dei Diabula Rasa è senza dubbio un lavoro interessante sia dal punto di vista musicale sia da quello della scrittura dei brani, ma siamo convinti che per apprezzare davvero l’energia e la potenza evocativa del loro suono la dimensione live resta comunque una corsia preferenziale. 


Salvatore Esposito

Chris Isaak - Beyond The Sun (Vanguard Records)

Bene, prima di tutto, il signor Chris Isaak è un esegeta e studioso della grande musica americana, ha il phisique du role del rocker ciuffo e cartola, come si dice a Bologna. Chris ha sempre registrato musica che deve la sua carica misterica e di tiro agli anni 50, quelli che , dopo una serie di album, ha deciso di celebrare registrando al Sun Studios di Memphis TEnnesse, come dice il logo “la culla dove il r’n’r ha rockeggiato”. La Sun Studios di Sam Phillips, l’uomo che ha registrato i primi passi nella discografia di Elvis Presley, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins, Roy Orbison. Come dire, i padri fondatori del suono del rock’n’roll. Se chiedete a qualsivoglia rocker quale è il disco di riferimento della sua adolescenza di sicuro vi tirerà fuori le Sun Sessions di Elvis. Si tratta infatti del primo caso di “sound” applicato alle registrazioni, il primo caso nel quale, il suono generato in studio diventa protagonista, anche grazie ad una invenzione come lo slapback echo che Sam Phillips attua. Sam Phillips che registra con le porte aperte per stare fisicamente il più possibile vicino ai musicisti, pronto a catturare quell’attimo fuggente che rappresenta l’inizio di Elvis con Scotty Moore e Bill Black, dopo tre giorni di tentativi, se Sam non fosse stato attento a cogliere quel cenno di “That’s allright Mama “ del suo bluesman Arthur Crudup, forse il mondo sarebbe diverso. Chris registra col suo gruppo di aficionados un disco di grande eleganza, con un controllo vocale scevro da tecnicismi all’italiota ma pieno di feeling, narra che ha registrato col gruppo senza cuffie ascoltando quello che facevano l’un l’altro. Vi posso dire che si sente, il materiale è tratto dai repertori di Elvis , Jerry Lee, Roy Orbison con una voglia di rendere omaggio a capolavori inavvicinabili. Chris ci riesce senza dubbio e fa venire voglia di andare a tirare fuori gli originali per confrontarli. Gran bel disco. "I don't keep up with the business like I used to," said Sam Phillips, "but I love to listen to Chris Isaak. He's very talented, and his music is so damned honest. It's incredibile".


Antonio "Rigo"Righetti

mercoledì 22 febbraio 2012

Mimmo Cavallaro e Taranproject – I Suoni della Locride per una Calabria Migliore

Apprezzato musicista e ricercatore, Mimmo Cavallaro, vanta una lunga esperienza in diversi gruppi impegnati nella musica di riproposta calabrese, maturata a partire dalla prima metà degli anni novanta. Più recente è invece la collaborazione con Eugenio Bennato e Taranta Power, con i quali ha realizzato il disco Sona Battenti, che ha segnato in qualche modo anche la nascita del progetto Taranproject, e che idealmente riprendeva la linea artistica e di ricerca dei Taran-Khan formati nel 2000 con Fabio Macagnino. Il progetto Taranproject ha avuto però una maggiore concretizzazione con il recente Hjuri di Hjumari, che ha visto collaborare il musicista calabrese con una delle leggende della musica tradizionale della Locride ovvero Cosimo Papandrea. Abbiamo intervistato Mimmo Cavallaro per farci raccontare la genesi di questo nuovo progetto, per approfondire i temi del disco e soprattutto per far emergere il profondo messaggio musicale lanciato dai Taranproject. 

Come ha intrapreso il suo percorso musicale? 
Il mio percorso musicale è iniziato da diversi anni, allorquando cominciai a suonare nella mia parrocchia accompagnando il coro, successivamente sono entrato in vari gruppi di musica leggera, che facevano le serate nelle piazze e nei locali, ed in seguito ho intrapreso la strada della musica popolare, studiando e ricercando nell'ambito della tradizione musicale della Locride. 

Com'è nato il suo amore per la musica tradizionale? 
La passione è nata da bambino, io vivevo in una contrada che era quasi in aperta campagna un po' fuori dal mondo, perchè non c'era la strada asfaltata, non c'era proprio la strada per il collegamento delle macchine, non c'era la corrente elettrica, non c'era l'acqua corrente nelle abitazioni. Era un ambiente molto rurale e lì per le persone che vi abitavano uno dei pochi svaghi era proprio quello di cantare e suonare. Mio nonno era un grande suonatore di zampogna e mia madre, ancora oggi, ricorda tanti canti e detti popolari. Sicuramente è stato quello il momento in cui è nata questa passione, anche perchè, come dicevo prima là dove abitavo non c'era ne' televisione ne' radio, perchè mancava la corrente elettrica e l'unica musica che ho conosciuto da bambino è stata appunto quella popolare. 

Come si è indirizzato il suo percorso di ricerca? 
Ad un certo punto ho realizzato che era necessario recuperare quel poco che era rimasto della tradizione musicale calabrese, dico quel poco perchè per anni la musica popolare è stata davvero emarginata e sotterrata, e questo anche perchè man mano gli anziani che ricordavano i canti andavano scomparendo, e così con le registrazioni sul campo e con gli incontri sono riuscito a mettere insieme un bel po' di materiale che mi ha consentito anche poi di capire le fondamente di questo genere di musica. 

Poi è avvenuto il passaggio dalla riproposta alla composizione di brani originali ispirati alla tradizione… 
Adesso gran parte delle nostre canzoni e delle nostre ballate sono composte da noi, però sempre rifacendoci ed ispirandoci a quelle che sono le strutture musicali tipiche della tradizione. Il ritmo di base è sempre quello di una volta. 

Quali sono state le sue principali esperienze musicali prima di Taranproject? 
Ho suonato in molti gruppi con i quali ho maturato un grande bagaglio di esperienza che poi è confluito in Taranproject. Tra le collaborazioni più importanti c'è senza dubbio quella con Eugenio Bennato con il quale ho inciso Suona Battente, che arrivava dopo anni di ricerche e studi delle sonorità della tradizione musicale della Locride. 

Com'è nata la collaborazione musicale con Cosimo Papandrea? 
Io venivo da una lunga esperienza con diversi gruppi e diversi progetti musicali, e quando ci siamo incontrati con Cosimo lì ho pensato che poteva essere un bel modo per rafforzare e per portare aventi un progetto insieme visto che gli intenti e le passioni erano comuni. 

Quali sono i temi che affrontate nelle vostre canzoni con Taranproject? 
Attraverso le nostre canzoni cerchiamo di far conoscere fuori da questo ambito provinciali quali sono le cose belle di questo territorio, così carico di storia, di emozioni, di sentimenti di gente che si è spesa tanto per il lavoro e per l'onestà e per il progresso di questo paese. Noi, tra le altre cose, desideriamo proprio questo, ovvero far conoscere alla gente che la Calabria è anche questo. 

Le vostre canzoni hanno una grande portata sociale... 
La nostra musica è anche un invito ad uscire da certi schemi del passato e cerchiamo di coinvolgere sempre i giovani e i ragazzi in questo, proponendogli una prospettiva di vita più tranquilla, più sana e più libera, e questo perchè pensiamo che il ritmo della tarantella debba rappresentare un mondo migliore fatto di divertimento puro e senza incrostazioni che gli sono state affibiate in modo in proprio. 

La Musica diventa anche un modo per dire basta alla N'drangheta, da sempre una grande piaga della Calabria… 
Certamente, le nostre canzoni, come le ho detto, rappresentano proprio questo aspetto genuino della Calabria, e pensiamo che fortemente che la musica possa contribuire a dare un'immagine differente della nostra terra. 

Venendo a Hjuri di Hjumari, com'è nato questo disco? 
Questo disco nasce, subito dopo l'esperienza di Sona Battente ed è una nostra produzione, distribuito dalla CNI con Massimo Bonelli e Paolo Dossena. Questo progetto nasce in collaborazione con Cosimo e con gli altri ragazzi, ma sopratutto nasce dal desiderio di produrre qualcosa che abbia a che fare con il territorio e con questa parte di Calabria conosciuta per altri motivi e abbiamo cercato di dare un'impronta diversa parlando di questi storie ed eventi importanti che ci sono nella Locride come l'emigrazione con questa gente dell'Africa che cerca lavoro e fortuna in Europa ma che approda qui sulle nostre coste dello Jonio e nei nostri paesi trova accoglienza a braccia aperte, ma trova anche eventi come il Kaulonia Festival dove l'integrazione avviene attraverso la musica e il ballo. Insomma noi vogliamo raccontare queste cose belle di questa terra. 

A tal riguardo mi piace ricordare la splendida Passa Lu Mari, dedicata agli immigrati e caratterizzata da suoni che si aprono verso il Mediterraneo… 
In questo disco c'è proprio questo, ovvero la dimostrazione di come la vera matrice della nostra musica sia quella Mediterranea, una radice comune anche ad altre tradizioni ed è per questo che cerchiamo di dare questo respiro più ampio alle sonorità della tarantella. 

Nel disco sono presenti anche brani devozionali come Santu Roccu... 
A dominare quel brano è il ritmo della tarantella, che è il ritmo che accompagna questa processione di questo santo, dove la gente oltre a pregare balla. Si tratta di un particolare ballo votivo che si fa durante tutto il percorso della processione e abbiamo cercato di cantare questa festa, come momento di preghiera dove si cerca di dire al santo non solo quello che si diceva una volta ma anche quelle problematiche di oggi legate al lavoro, all'ambiente… 

Nel disco è presente anche una bellissima Ninna Nanna… 
L'ispirazione di questo brano viene dalle ninna nanne antiche che ci cantavano i nonni, e ho scritto questa canzone pensando ai miei figli, ai bambini di oggi, pur rimanendo nel solco di quella tradizione che vedeva questi brani anticamente cantati davanti al focolare. 

Massaru è invece legata alle tematiche dei canti di lavoro…. 
E' un brano che si rifà proprio ai canti di lavoro antichi, nati nell'epoca del Latifondismo, e abbiamo cercato di rifarci alle dure condizioni di lavoro che vivevano i contadini calabresi ma anche a quegli intrecci, a quelle storie, agli amori che nascevano, ma anche al carisma che avevano i proprietari terrieri.

Quali sono i progetti per il futuro? 
Stiamo suonando moltissimo dal vivo, perchè riteniamo fondamentale il rapporto con il pubblico. Attualmente stiamo preparando il tour per questa estate e già siamo cominciando a gettare le basi per un prossimo disco. 



Mimmo Cavallaro, Cosimo Papandrea & Taranproject - Hjuri Di Hjumari (CNI Music/Taranproject) 
Il progetto Taranproject nasce dall'incontro tra Mimmo Cavallaro (Voce, chitarra battente e lira calabrese) e Cosimo Papandrea (Voce, lira calabrese, organetto), due musicisti calabresi con alle spalle una lunga esperienza nell'ambito della ricerca sulle fonti tradizionali della musica calabrese, ed accomunati dal desiderio di dare vita a brani originali ispirati dalle strutture tipiche della musica popolare ed in particolare alle sonorità della tarantella. Nel progetto sono stati subito coinvolti i fratelli Giovanna (Voce e tamburello) e Carmelo Scarfò (Basso elettrico), entrambi provenienti dagli Skarma e ai quali si sono successivamente uniti Andrea Simonetta (Chitarra Classica, Chitarra Battente, Mandola), Gabriele Albanese (Sax Soprano, Pipita, Flauto, Ocarina), e Alfredo Verdini (Percussioni), che completano la formazione. Forti di una bella esperienza maturata sui palchi dei principali festival di musica popolare in Italia ed all’estero, i Taranproject, hanno di recente dato dalle stampe il loro primo disco, Hjuri Di Hjumari, che raccoglie quattordici brani originali, incisi con la partecipazione di alcuni ospiti speciali come Mimmo Epifani, Eugenio Bennato e Francesco Loccisano, e che racchiudono lo spirito di quella Calabria migliore, che lotta ogni giorno contro la malavita e difende con i denti la bellezza e il fascino del suo territorio e della sua tradizione. La tarantella e più in generale la tradizione musicale calabrese, considerata fino a pochi ad appannaggio esclusivo ‘ndrangheta che la utilizzava come leva per esercitare il suo controllo sulla popolazione, con i Taranproject diventa così un elemento di riscatto, per riappropriarsi delle proprie radici. La musica di Cavallaro e soci, vibra al ritmo del coraggio, lo stesso coraggio dei giovani di Ammazzateci Tutti, o dei magistrati che hanno lottato per la legalità, e si fa portavoce di una cultura rinnovata che ha gettato un seme sano per una Calabria nuova, finalmente libera dalla malavita. Significativo in questo senso è anche la copertina del disco che raffigura un uomo che porta sulle spalle un albero che ha appena sradicato dal terreno, e che rappresenta allo stesso tempo sia “la malapianta” da estirpare dal terreno ma anche il desiderio dei Taranproject di diffondere le loro radici. Dal punto di vista del suono particolarmente riuscita ci sembra la scelta di unire le sonorità tipiche degli strumenti della tradizione calabrese con quelle più moderne e sperimentali ed in questo senso determinante ci sembra l’ottima sezione ritmica composta da Alfredo Verdini alle percussioni e Carmelo Scarfò al basso, che rappresentano bene l’anima popolare e quella rock del gruppo. La spina dorsale del suono e l’anima del gruppo è però rappresentata da Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea che con i loro strumenti creano una cornice perfetta per le loro voci e per quella della talentuosa Giovanna Scarfò, che si divide tra le percussioni e la danza. Durante l’ascolto emergono brani come Passa Lu Mari, la title track, che racchiude suggestiva descrizione del paesaggio della Calabria ionica, la splendida Santu Roccu che evoca le bande che accompagnavano la processione di uno dei santi più venerati della locride e la struggente Ninna Nanna, che rimanda invece alle strutture tipiche dei canti tradizionali. Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea con Taranta Project si candidano ad essere una delle più interessanti novità di questo 2012, e siamo certi che nel prossimo futuro ci riserveranno ulteriori sorprese. 


Salvatore Esposito

Heidi Talbot - The Last Star (Compass)

Non lascia indifferenti l’ugola di Heidi Talbot, interprete ed autrice nativa della contea di Kildare, Irlanda, paragonata dalla critica a dive pop e folk, in virtù del suo timbro limpido e terso, che sa assume anche sfumature scure e imbrunite. Ascolti giovanili onnivori, ma soprattutto dosi massicce di Clancy Brothers, Mary Black, Dolores Keane, Maire O’Connell, la classica esperienza canora nel coro della chiesa locale, poi corsi alla rinomata scuola dublinese Bel Canto e session nei pub infilate tra un giorno di scuola e l’altro. A 18 anni Heidi attraversa l’oceano, cercando a New York la via della carriera artistica per sopravvivere. La sua svolta solista prende piena forma dopo cinque anni di permanenza nelle Cherish The ladies, band femminile Irish-American; nel frattempo Heidi compie anche il viaggio in senso inverso ritornando in Irlanda, e producendosi pure in illustri collaborazioni con personalità del calibro di Eddi Reader, Kris Drever e Mick McGoldrick. The Last Star è il quarto album solista della cantante di recente trapiantata nella scozzese Edimburgo, città dalla frizzante scena folk. Il disco è prodotto dal superbo chitarrista ex-Solas John Doyle, e vede la partecipazione di un cast di eccellenze musicali, a cominciare dal partner della Talbot John Mc Cusker (violino, cittern, whistle), per proseguire con Ian Carr (chitarra), Boo Hewerdine(chitarra), John Mc Goldrick (uilleann pipes, whistle), Andy Cutting (organetto), Phil Cunningham (fisarmonica, armonium), Ewen Vernal (contrabasso), e le voci di Eddi Reader, Karine Polwart e Kris Drever. La ballata narrativa “Willie Taylor” apre l’album, delineando l’atmosfera: voce luminosa ed incisiva, cornice acustica di corde e mantici ben affiatati. Ancora chitarre, violini e morbide percussioni nella gemma “Tell me truly”, che procede a ritmo di valzer, impreziosita dalle armonie vocali di Polwart. Driver e Reader nel finale. Heidi duetta con Kris Drever nel tradizionale “Hang me” che, come il successivo “The Shepherd Lad”, sposa nuove melodie di sapore Irish a liriche di matrice orale. La title track – liriche della Talbot e melodia ancora di McCusker – è una love ballad, delicata ma mai leziosa. Lo shanty “Sally Brown” emerge per la forza sonora del gruppo, qualificandosi come uno degli episodi più trascinanti dell’album. Gioca sul registro più intimo la celebre “Bantry Girl”, mentre a farle da contraltare è la gioiosa, accattivante, danzereccia “Bleecker Street”, che rende totalmente l’atmosfera da session che si è prodotta nella realizzazione dell’album. Il trittico finale presenta tre canzoni d’autore. La prima è “Start It All Over Again”, su testo della Polwart, splende il canto anche nella successiva “Cherokee Rose”, firmata Hewerdine e McCusker. Ancora emozioni nella canzone di chiusura di questo nuovo capitolo, conferma del talento maturo della bionda irlandese, che si produce in “At the End of the Day”, cover dell’indimenticabile Sandy Denny. 



Ciro De Rosa

Piero G. Arcangeli, Roberto Leydi, Renato Morelli, Pietro Sassu, Canti Liturgici di Tradizione Orale, Nota, 2011, pp.155, Euro 30,00 Libro con 3 Cd

Pubblicato originariamente nel 1985 in occasione dell'Anno Europeo della Musica, Canti Liturgici di Tradizione Orale, a distanza di oltre vent'anni grazie alla sempre attenta e preziosa opera di Nota, questo importantissimo lavoro di ricerca è stato finalmente ristampato con una nuova veste grafica, accompagnata dalle ristampe su tre dischi di tutto il materiale audio originariamente contenuto nei quattro long playing allegati alla prima edizione. Aperta dall'introduzione di Valter Colle e dal prezioso contributo di Giacomo Baroffio, questa nuova edizione ripropone per intero l'opera originaria, curata da Roberto Leydi con il determinante supporto di Piero Arcangeli e Pietro Sassu, per quanto attiene alle ricerche e di Renato Morelli, per la realizzazione dei dischi. Sebbene gli stessi autori affermino che si tratta semplicemente di una serie di "appunti di metà percorso" sottolineandone implicitamente il limite nel non coprire per intero le varie tradizioni regionali, ad ogni modo il testo presenta una ricognizione organica ed ampia sui canti liturgici presi in esame in diverse regioni italiane quali Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli, Emilia, Umbria, Lazio Campania, Sicilia e Sardegna, oltre a testimonianze di vocalità tradizionale raccolte in località poco al di fuori dei nostri confini come nel caso del Canton Ticino e della penisola d'Istria. Il lavoro di Leydi e degli altri ricercatori prese le mosse dall'importante lavoro di ricerca di Leo Levi, che negli anni cinquanta oltre a condurre approfondite ricerche sulla tradizione ebraica in Italia allargò il suo raggio d'azione anche alla tradizione dei canti liturgici cristiani. Successivamente a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, a raccogliere il testimone della ricerca in questo particolare ambito della musica popolare, furono diversi ricercatori, fino a giungere al 1985 allorquando il progetto Musica e Liturgia fu inserito nel programma dell'Anno Europeo della Musica, sulla spinta del successo raccolto dai progetti realizzati per l'Autunno Musicale a Como e presso il Teatro La Fenice di Venezia. A riascoltare e a riprendere in mano, oggi, quest'opera si ha la netta sensazione di come tutto il lavoro compiuto da questi ricercatori sia ancora preziosissimo, anche perchè nessuno è stato in grado di completarlo, sebbene tanti siano le opere realizzate a carattere regionale nell'ambito della musica sacra. I cinquanta brani, raccolti nei tre dischi e trascritti corredati da approfonditi commenti all'interno del libro, non rappresentano dunque il risultato di una ricerca ma piuttosto una traccia di lavoro ancora viva, che rappresenta un monito per i ricercatori a darsi da fare per raccogliere gli ultimi echi di tradizioni antichissime. Di grande pregio sono le varie registrazioni raccolte sul campo, che grazie ad una accurata rimasterizzazione consentono all'ascoltatore di conoscere e scoprire la bellezza, il fascino e il mistero dei canti liturigici e paraliturgici che caratterizzavano le celebrazioni eucaristiche nella nostra penisola. Arcangeli, Leydi, Sassu e Morelli hanno cristallizzato perle di rara intensità come il Miserere di Veganella (No), o il Dies Irae di Carvegno (Canton Ticino), o ancora i Vespri di Cercivento (Udine), ma anche la Lamentatio Jeremiae Prophetae di Sessa Aurunca (Ce), contenuto nel secondo disco e tutto il terzo disco dedicato invece alla Sardegna nel quale sono raccolte registrazoni provenienti da Castelsardo (Ss), Santu Lussurgiu (Or), Bosa (Or), Cuglieri (Or) e Aggius (Ot). Canti Liturgici di Tradizione Orale è, dunque, un opera di grande valore e sebbene rappresenti solo una parte di un più complesso percorso di ricerca, è ancora oggi il primo ed insuperato esempio di analisi etnomusicologica del corpus di canti appartenenti alla tradizione devozionale nella nostra penisola. 


Salvatore Espsoito

Le Produzioni del Center For Black Music Research/Europe

AfroMediterranean Orchestra - Serial Thriller (Università del Salento/CNI Music) 
Attivo da oltre un ventennio nell'ambito delle ricerche sulla tradizione musicale afro-americana, il Center For Black Music Research del Columbia College di Chicago è una delle più importanti istituzioni accademiche nell'ambito della musicologia, e da qualche anno opera anche nel Vecchio Continente grazie alla convenzione con l'Università del Salento, con la quale ha dato vita alla sezione Europea del CBMR, guidata dal musicologo Gianfranco Salvatore, titolare della Cattedra di Etnomusicologia e Cività Musicale Afroamericana, che ha portato avanti un intenso percorso di ricerca finalizzato all'analisi della presenza africana in Europa. Partendo dallo studio di alcune antiche forme musicali come la moresca e il passamezzo e successivamente passando all'analisi delle strutture musicali delle danze tradizionali, il musicologo salentino, rifacendosi agli studi di Ernesto De Martino ha ricostruito il complesso contesto "afromediterraneo", ponendo in evidenza le risonanze che si colgono tra le tradizioni musicali dell'Africa e quelle del Sud dell'Europa, ma soprattutto cercando di far emergere i sincretismi, gli scambi culturali e i fluissi migratori, che hanno caratterizzato i contatti tra i popoli che si affacciano sul Mediterraneo. Per divulgare i risultati di questa ricerca e per promuovere le attività del centro, è nato in parallelo la AfroMediterranean Orchestra, un ensamble composta da musicisti professionisti provenienti non solo dalla Puglia ma anche dall'Albania, dal Kenya e dalla Svezia, i quali hanno cercato di rileggere le sonorità oggetto della ricerca unendo l'utilizzo di strumenti tradizionali con sonorità sinfoniche ed elettroniche, il tutto caratterizzato da un approccio moderno e sperimentale. Il risultato del lavoro dell'AfroMediterranean Orchestra è Serial Thriller, album live, finanziato dalla Banca Monte dei Paschi di Siena, che raccoglie la registrazione del concerto tenuto presso l'Auditorium dell'Università del Salento il 9 marzo del 2010. Prodotto da Gianfranco Salvatore, il disco raccoglie nove brani per lo più originali, che partendo da una matrice ethno-jazz incrociano rivisitazioni di temi musicali del Cinquecento e del Seicento con brani tradizionali del Salento, dell'Albania e del Kenya. Fondamentali per la riuscita del disco è stata senza dubbio la presenza di musicisti di grande livello come Pino Minafra (tromba, voce), Roberto Ottaviano (sax soprano e contralto, voce), Raffaele Casarano (sax contralto, clarinetto piccolo), Admir Shkurtaj (fisarmonica), e Lutte Berg (chitarra acustica, chitarra elettrica) ma anche di nomi meno noti come Margherita Porfido (spinetta), Giorgio Vendola (contrabbasso), Vincenzo Mazzone (batteria, timpani sinfonici), Pino Basile (tamburelli, cupa-cupa), Somieh Gathiomi (djembé, voce), Francesca Della Monaca (voce), che hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione di un universo sonoro di grande suggestione nel quale viene ridefinito il concetto di world music. Durante l'ascolto brillano brani come l'iniziale Massafra nella quale tra atmosfere rumoristiche e echi jazz emerge il tradizionale Damme Nu Riccio, l'elegante A La Lappia, brano rinacimentale del bisaccese Don Grammatio Metallo, o ancora la superba title track in cui brilla la fisarmonica di Shkurtaj. Serial Thriller è, dunque, un interessantissimo progetto musicale, che si spera possa avere un seguito sia per l'importanza scientifica della sua base culturale sia per la qualità dei musicisti coinvolti. Ciò che spiace è che un simile progetto non abbia avuto il rilievo che avrebbe meritato sia dal punto di vista della stampa sia da quello della promozione stessa. 



Gianfranco Salvatore - Andare Alla Scoperta - Arte, Scienza e Mistero dell’improvvisazione (CBMR/Europe/Università del Salento) 
Parallelamente alla pubblicazione di Serial Thriller della AfroMediterranean Orchestra, Gianfranco Salvatore ha curato anche la realizzazione di Andare alla Scoperta, interessantissimo documentario, realizzato durante i corsi di Etnomusicologia e Civiltà Musicale Afroamericana, durante i quali, parallelamente alle lezioni, sono stati ospitati artisti provenienti da diversa estrazione musicale, come Roberto Ottaviano, Danilo Cherni, i pugliesi Sud Sound System, Mauro e Daniele Durante, o il grande Badara Seck, ai quali è stato chiesto di spiegare la propria esperienza e il proprio approccio con l'improvvisazione. Prodotto dall'Università del Salento e finanziato con il contributo della banca Monte Dei Paschi di Siena, questo importante lavoro, ha un fine non solo didattico essendo indirizzato per lo più a centri di ricerca, biblioteche e scuole di musica ma anche prettamente divulgativo, aprendo anche ai semplici appassionati di musica uno spaccato sulle tecniche di improvvisazione e sul loro significato, puntanto l'attenzione in particolare su come questa peculiarità di alcuni strumentisti resti ancora imponderabile ed incodificabile. Partendo dalle invocazioni alle Muse degli aedi greci come Omero, fino a giungere alle ispirazioni dell'attualità dell'epoca moderna, il documentario attraversa varie epoche e culture mettendo a confronto il rap e la musica tradizionale, le marching band e i poemi epici, dando vita ad un viaggio di grande interesse impreziosito da numerosi esempi musicali suonati dai vari musicisti coinvolti, che contribuiscono a rendere più immediata la comprensione anche per un pubblico di non addetti. Andare alla scoperta abbattendo quella barriera che troppo spesso separa lo studio musicologico dalla musica suonata, rappresenta un lavoro unico nel suo genere in quanto si pone come terreno d'incontro ideale tra creatività e riflessione, come dimostra l'ampio spazio dedicato alla trattazione della tradizione orale e all'improvvisazione in Puglia. 



Salvatore Esposito

Alabastro Euforico (feat. Arlo Bigazzi, Quartetto Euphoria, Marzio Del Testa, Vittorio Catalano & Azzurra Fragale) – Alabastro Euforico (Materiali Sonori)

Alabastro Euforico, è il secondo disco della trilogia dell’Alabastro che segue l’ottimo Losna di Quartiere Tamburi e come il precedente anche questo nasce sotto la stella di Materiali Sonori, etichetta illuminata da sempre attenta alla musica sperimentale come alla scena world, e non è un caso che protagonista ne sia uno degli artisti di punta del suo rooster ovvero Arlo Bigazzi, bassista, compositore e produttore attivo sin dagli anni settanta, che ha chiamato a raccolta alcuni dei suoi musicisti e collaboratori di lunga data per dare corpo ed anima ad un progetto ambizioso con un obiettivo dichiarato ovvero “indagare le musiche del mondo, con l’intento di superare la rigidità della musica colta e i limiti del rock, passando attraverso quel senso d’immediatezza tipica della musica popolare. Non senza una certa dose di ironia e di divertimento, per chi suona e per chi ascolta”. Il risultato è un disco che mescola generi e stili diversi, sospeso tra world music, folk, jazz e musica sperimentale, nel quale Bigazzi vestendo i panni del perfetto maestro delle cerimonie coordina in modo impeccabile diversi eccellenti musicisti, curando gli arrangiamenti e scandendo le ritmiche con il suo impeccabile basso. A guidare la linea melodica è il Quartetto Euphoria, quartetto d’archi classico tutto al femminile (violoncello, viola e due violini), che dialoga coni fiati di Vittorio Catalano, spinto dalla batteria di Marzio Del Testa e le percussioni dell’ensemble Quartiere Tamburi. Ad impreziosire ancor di più il sound troviamo altri musicisti di grande livello come Antonio “superpippo” alle chitarre, Mino Cavallo al cuatro e Raffaele Pinelli all’organetto, senza contare che non mancano anche strumenti insoliti come ocarine, balalaike, ciaramelle, e duduk. Sebbene questo potrebbe far pensare ad una insolita accozzaglia di suoni, sin dalle prime note di Mio cugino Yacuba, che apre il disco, si viene avvolti letteralmente da un flusso sonoro di grande suggestione che ci conduce attraverso sentieri i suoni immaginifici di Music for a found Harmonium, gli spaccati intimisti di Mercy Theme fino a toccare dapprima la splendida Zia Amparo e poi la cinematografica Struggle For Pleasure. Oltre alle composizioni originali di Bigazzi e degli altri musicisti coinvolti nel progetto, ritroviamo piccole perle come la versione strumentale di Professione: Terza Vittima di Alessandro Benvenuti, frammenti della Penguin Café Orchestra, echi del punk di Dirty Tree e Durutti Column, ma anche rivisitazioni di brani tradizionali come la musica per banda Tres Clarinettes tipica della Colombia e il klezmer di Hanigun Hasameach. Alabastro Euforico è un progetto musicale che sfugge ad ogni classificazione o stereotipo, ma che incuriosisce e sorprende l’ascoltatore, colpendolo non con suoni preconfezionati e omologati ma piuttosto con la semplicità e la genuinità dell’improvvisazione, nella quale ogni nota ed ogni melodia nasconde un sentimento profondo. 



Salvatore Esposito

Lello Voce, Frank Nemola e Claudio Calia, Piccola Cucina Cannibale, Squilibri 2011, pp. 92, € 15 Libro + Cd


Poeta e scrittore, considerato tra i pionieri europei della spoken music in Italia grazie al famoso Poetry Slam, Lello Voce, ha avuto modo di farsi conoscere con spettacoli e performance in Italia e all’estero. Dal suo incontro con il musicista e produttore Frank Nemola e il fumettista Claudio Calia, è nata l’idea di realizzare, con la complicità di SquiLibri, un interessante ed eclettico progetto editoriale, che mescola poesia, musica e fumetto in un format originale che mescola linguaggi artistici differenti perseguendo l’idea del fare arte a tutto tondo. E’ nato così Piccola Cucina Cannibale, libro nel quale sono confluiti i testi di Lello Voce, impreziositi su disco dalle musiche di Frank Nemola e vivificate dai fumetti di Claudio Calia. Della partita sono anche alcuni dei maggiori talenti della scena jazz italiana come Paolo Fresu, Antonello Salis, Maria Pia De Vito, della musica di ricerca come Canio Lo Guercio, Rocco De Rosa, Stefano La Via, ma anche dell’hip-hop e della musica colta internazionale come nel caso di Michael Gross. Immergersi in questo particolare progetto artistico necessità però di una particolare cura, innazitutto è un opera che va vissuta in maniera totale, quindi per prepararsi all'ascolto è necessario dapprima leggere la bella introduzione di Voce sul concetto di poesia connessa alle varie forme artistiche. Poi tenendo il libro a portata di mano, utilizzatelo quasi fosse un libretto d'opera e immergetevi nell'ascolto seguendo la voce narrante del poeta incorniciata dalles splendide atmosfere sonore create dai vari musicisti che hanno curato le musiche dei vari brani, così tra una pagina e l'altra vi imbatterete negli splendidi fumetti, ma scomoderei la parola opere d'arte che rendono ancor più viva e profondo questo teatro poetico. Durante l'ascolto-lettura emergono così perle come la title track nella quale si apprezzano i fiati di Paolo Fresu o la romantica Napoletana (serenata a dispetto) le cui musiche sono state curate da Canio Loguercio e Rocco De Rosa, o ancora l'attualissima La Rivoluzione Fragile che introduce ad una versione spoken-word di Canzone del Maggio di Fabrizio De Andrè di cui Nemola ha curato l'ottimo arrangiamento. Attraverso i nove frammenti poetici musicati si compone una sorta di teatro-canzone d'avanguardia nel quale musica, poesia e arte figurativa si sposano in un unicum di grande forza immaginifica, il cui vertice si tocca nella conclusiva Il Verbo Essere. A metà strada tra una plaquette di poesia, un opera di poetry-comix e un cd di spoken-music, questo progetto rappresenta una rivoluzione nell’ambito della scena poetica italiana, avendone superato la rigidità a favore di una visione più aperta verso la contaminazione con altre forme artistiche, perché si sa è proprio la poesia che muove il mondo. 



Salvatore Esposito