Ennio Rega: quindici canzoni per cambiare l'Italia

Cantautore dalla ventennale carriera, Ennio Rega ha di recente dato alle stampe per Scaramuccia Music, Arrivederci Italia, una sorta di concept album in cui attraverso i quindici brani in scaletta lancia il suo personale j'accuse contro la società italiana, ormai vittima del suo sogno di essere grande ed imbambolata dall'apatica mediocrità del rimpianto per non averlo mai realizzato. Lo abbiamo intervistato per parlare delle sue ispirazioni, delle sue influenze artistiche ma sopratutto di questo suo nuovo album. 

Cosa è cambiato nel tuo stile a partire dal tuo esordio passando per Concerie e Lo Scatto Tattile fino ad Arrivederci all'Italia? 
Lo stile è necessariamente nascosto nel dna di un artista, nel mio caso lì dentro ci sono sempre state le tarantelle cilentane, questa radice si dirama permettendo alla mia musica di crescere nella direzione di una certa complessità contaminata da jazz ed etnica. Sono lontanissimo dagli schemi del cosiddetto “cantautorato” vecchio stile. Credo che un cantautore, oggi, dovrebbe differenziarsi per originalità, distinguersi per la sua autenticità, non diventare uno stereotipo. Appena sento quella roba lì…giro velocemente pagina. 

Quali sono le principali ispirazioni che sono alla base di Arrivederci all'Italia? 
Dico subito che è stato un lavoro che ha richiesto grande concentrazione. Tenere allenata quel certo tipo di intelligenza artistica, di questi tempi, è durissimo. Non ci sono stimoli intorno e tutto crolla e striscia nelle banalità. In questo disco, come negli altri che ho fatto, ci sono infinite riflessioni che s’intrecciano: la prima è che siamo in un Paese senza democrazia poiché la diversità non è più rappresentata, l’altra è che l’”ignoranza” della gente dalla fine del medioevo ad oggi non ha mai toccato livelli così alti (leggi nella parola ignoranza l’incapacità assoluta di distinguere il bene dal male), nondimeno la spaventosa solitudine di colui che ignorante in quel senso non è. Come sempre nei miei lavori, esprimo queste riflessioni raccontando storie di vita quotidiana. 

Quanto è importante per te la commistione tra musica e parole? 
Prima la musica, è molto più vicina alla poesia dei versi del più grande poeta. Con la musica insegui l’indicibile, evochi luci ed ombre nel silenzio della nostra interiorità, la musica è anarchia, come dico in “Porcapolka”, assoluta libertà. Le parole sono comunque un diktat, ti costringono ad interrompere il tuo libero pensiero per seguire un filo logico altrui. Le mie canzoni nascono da un incastro il più delle volte casuale, ma il mio primo passo non è la penna, è le mani sul pianoforte che cercano una gioia o una catarsi o una toppa sul dolore. Il metodo? Non mi va di diventare il paroliere di me stesso: come fai a incanalare la rabbia nel successo, a farla suonare con le parole tronche, sillabe precise su ogni nota della melodia. La mia musica parte dalla verità e non disdegna l’anarchia. 

Come approcci la scelta degli arrangiamenti? Quali sono le tue influenze musicali? 
A istinto, certi strumenti li sento a pelle come fisarmoniche, orchestrazione fiati e cori, poi condivido il tutto con Lutte Berg che ha un particolare talento per la scrittura degli archi. E’ difficile dire delle influenze perché ho ascoltato di tutto da ragazzo per poi gradualmente finire ad ascoltare solo me stesso. Il meglio di ciò che amo è tra la “canzone napoletana”, e gli “Area” anni settanta. Non ho avuto punti di riferimento tra i cantautori, ma sento molto vicino, anche caratterialmente, Piero Ciampi, che ho conosciuto con molto ritardo. Nella mia discoteca ho un LP di De Andrè, tutto il resto va da Frank Zappa a Bacharach da Ray Conniff a Luigi Nono da Carla Bley a Joe Zawinull. Io sono cantautore per “forza”, non l’ho voluto io, è che mi hanno disegnato così. 

Arrivederci all'Italia è una fotografia di una nazione alla deriva, c'è ancora una speranza o il prossimo futuro sarà solo ricco di rimpianti? 
Né speranza né rimpianti, sono un ottimista. Deve cambiare in meglio e per farlo c’è bisogno di formare e riavvicinare una nuova generazione alla civiltà, che è la sola modernità che io conosca. Bisogna riconsolidare la grande “vecchia” scuola pubblica, i segnali di ribellione non mancano, e come dico in Italia irrilevante “sottoterra le radici muovono…” L'Arrivederci all'Italia è una resa o una provocazione in forma canzone? Saluto l’Italia “perdente”, quella generazione degli anni settanta che voleva cambiare il mondo, che conosceva forti passioni enormi slanci umani: “per rischiare su ciò in cui avevi creduto/ per essere quel che intimamente eri”, oggi del tutto “irrilevante” come lo è l’arte, la musica, la letteratura...in questo paese spopolano cuochi e comici di terz’ordine. 

Quanto peso può avere oggi una canzone di profilo politico o in qualche modo che faccia riflettere?
Nessun peso per una ragione semplice: la gente ha perso l’abitudine ad assorbire concetti, odia doversi “fermare” a riflettere su un pensiero che non sia “corto”, guarda solo avanti e vede fondamentalmente solo se stessa, che insegue in un correre manuale sulla tastiera a dir poco isterico. A che serve creare un’opera se non c’è un fruitore o interlocutore sufficientemente adeguato. Una canzone anche bellissima non sposta più niente: manca “l’ascoltatore”. 

Alla luce dei recenti fatti di Roma, come la frase "un'idea poetica che dal privato scenda in piazza" rappresenta un'idea forse troppo utopistica per la rabbia che covano molti italiani? 
Con tutta la simpatia per il movimento degli “indignati”, simpatia che mi viene dal semplice vedere un popolo oppresso scendere in piazza, debbo dirti che non vedo nessuna “idea poetica” dietro di loro. Non è ancora un movimento, c’è un piccolo gruppo consapevole ed illuminato che dovrebbe trovare la forza di resistere nel tempo sensibilizzando la maggior parte dei partecipanti ad una ”idea poetica” che non ha niente a che vedere con ciò che si mangia. Qui ci si lamenta del mancato stipendio, è un malessere più che giustificato ma per ora finisce tutto lì. Poi, fermo restando che la violenza è un qualcosa da condannare con forza, debbo dire che ritengo ipocrita e fetente l’atteggiamento di chi è scivolato sui fatti della violenza facendo di tutta l’erba un fascio. 

Quanto c'è di personale ne Il più labile dei dati? 
E’ uno dei brani autobiografici dell’album, e solo apparentemente una genericità che si esprime sul piano più filosofico per sottolineare il senso, comune a tutto l’album che si presenta come una sorta di concept, della banalità dei luoghi comuni, dell’assenza nelle masse di opinioni personali: “cerco un’idea precisa del creato / nel suo rovescio dato per scontato / un altrove nella realtà / un dato che mai totalmente dato sarà”.  

Le tue canzoni raccontano spesso di gente emarginata, di proletari, di personaggi quasi pasoliniani. Che cosa è cambiato in Italia dagli anni settanta ad oggi? 
”I ragazzi di vita” di Pasolini oggi fanno la fila per partecipare al grande fratello. “Quale poesia aderisce alle strade assolate di Periferia / alla fascia zoologica borgatara / che covava rabbia ed esplodeva con l’ironia” , questa citazione dal brano “Italia irrilevante” per sottolineare con più chiarezza quanto la vita quotidiana in questo paese sia lontana dalla “realtà” con cui l’ironia ha molto a che fare. Negli anni settanta c’era un dibattito culturale su quello che del passato avremmo dovuto portare nel presente, un dibattito contrastato ma vivo, e proprio Pasolini era l’intellettuale più acceso sul questo tema. La realtà oggi è stata del tutto superata nella sintesi orrenda della finzione che è uno dei valori dominanti di questa epoca, e a livello planetario. C’è un brano nell’album a cui sono molto legato “Ballata della via larga” che gira intorno a questo tema. 

Un altro brano che mi ha colpito molto è La teppa dei marchettari, una disillusa fotografia di un fenomeno dalle radici antiche ma che oggi stona soprattutto se vede coinvolto un personaggio politico piuttosto che un'alta carica dello Stato… 
Sì “il nonsenso che c’è in tutto quest’odor d’incenso” ma il marchettaro di oggi non ha niente a che vedere col “ragazzo di vita” di cui sopra. Questi sono padri di famiglia alla ricerca di cibo” Non è uno che cerca lungofiume un ponte come un esilio / è un padre di famiglia con tre figli e una baracca a San Basilio / non è un marchettaro per natura / ma vi è costretto come ad avere una statura”. 

Nel disco trova posto anche il tema de l'Immigrazione ne La buca, quanto ha sbagliato in questi anni il nostro Stato? 
Le ondate migratorie ci sono dal tempo degli antichi romani… che poi è crollato perché ha voluto gestire il flusso migratorio respingendolo, invece di accettarlo come un fenomeno naturale. Il problema politico è fortemente legato alla recrudescenza di razzismo tra le bandiere della Lega, ma il fenomeno della xenofobia va oltre, entra nel sociale e dal sociale va al più piccolo degli individui fino ad approdare nel cervello del bambino in fasce e nel suo dna. Le grandi masse non sono diventate razziste a causa del delirio “Padania libera”, ma per una latitanza della cultura a monte e da sempre. Gli Italiani sono un popolo razzista odiano le diversità troppo evidenti. La buca apre una riflessione sul fatto che la gente guarda il diverso come per errore, nel suo voltarsi di scatto interrompendo il filo dell’umanità appena accennato, e non c’è niente di più osceno che lasciare in sospeso l’accettazione dell’altro. 

Altri due brani che mi sembrano molto autobiografici sono Io Line e Lia e Porkapolka, ce ne puoi parlare? 
Sono due brani ironici che mettono al centro il grande valore della “diversità”, il primo è uno swing il secondo una polka. Invece di farne una didascalia te ne parlo riportandone i versi, in Io Lino e Lia : Lia dice ciò che non fa e fa ciò che non dirà / Lino dice ciò che non pensa e pensa ciò che non dirà/ io cerco di dire ciò che è impossibile dire parlare di ciò che non riesco a definire”, in Porcapolka “i margini della città che nuore sono più interessanti del suo cuore”. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti futuri? Come sta andando il tour promozionale di Arrivederci All'Italia? 
Per ora mi sono esibito in pochi live nell’occasioni di interviste radiofoniche e televisive, presentando alcuni brani in versione pianoforte e voce. Non sarà un tour classico con date consecutive e continue della durata di tre mesi e poi stop. Inizierà con la presentazione alla Fnac di Roma il 19 novembre, continuerà in Puglia, Campania, Calabria e Sicilia. Quindi tutto Sud Italia e per ora, al centro nord c’è Firenze. Il calendario completo dei concerti, che pubblicherò sul mio sito ufficiale www.enniorega.com , sarà pronto intorno al 10 novembre. 


Ennio Rega - Arrivederci Italia (Scaramuccia Music/Edel) 
Cilentano d'origine ma ormai romano di adozione, Ennio Rega, sin dal suo esordio si è segnalato come uno dei più raffinati cantautori in circolazione pubblicando dischi di grande spessore artistico che gli hanno fruttato premi prestigiosi ed un grande apprezzamento di pubblico e critica. Il suo quinto album in studio, Arrivederci Italia, raccoglie quindici brani che compongono una personale j'accuse in forma di concept album nel quale Rega descrive l'attuale scenario sociale e politico della nostra nazione, utilizzando il suo stile diretto, ironico e allo stesso tempo riflessivo in cui momenti autobiografici si alternano a descrizioni di personaggi che sembrano uscire da un romanzo di Pierpaolo Pasolini. Registrato a Roma e mixato a Milano presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, il disco, prodotto da Scaramuccia Music, la sua etichetta discografica, ed arrangiato insieme al chitarrista calabro-svedese Lutte Berge, vede la partecipazione di un eccellente gruppo di musicisti composto da Pietro Iodice (batteria), Luca Pirozzi (basso elettrico e contrabbasso), Paolo Innarella (flauti sassofoni fischio), Luigi De Filippi (violino), Denis Negroponte (fisarmonica), Massimo Picone (basso tuba e trombone) e Sergio Vitale (tromba). L'ascolto svela una grande cura negli arrangiamenti e brilla per la grande varietà di stili che si mescolano e confondono dando vita ad un personalissimo sound nel quale fanno capolino, shuffle, jazz, swing, beguine, reggae, rock e polka, il tutto ovviamente condito da testi di grande spessore. Emergono così critiche a viso aperto contro il vuoto culturale della nostra società come in Sbriciolo Ai Corvi o Italia Irrilevanti, ma anche personaggi che si possono incontrare per le strade delle nostre città come il personaggio di Giovannino innamorato di una puttana, ma anche momenti imistici come la splendida Ballata della Via Larga, dedicata alla madre recentemente scoparsa e che raccontano della sua infanzia trascorsa nell’entroterra del Cilento, al secondo piano di un Carcere Mandamentale diretto dal padre. Il disco regala numerosi brani di grande pregio come La Teppa dei Marchettari, o La Buca in cui Rega canta dell'immigrazione a Roma, o ancora i due omaggi a Tenco con Ragazzo Mio e a Fernando Pessoa con La Libertà. Chiude il disco Porcapolka, una polka dal testo intimista in cui il testo riprenda il tema della diversità già trattato nell'altrettanto bella Io Lino e Lia. Arrivederci Italia, è un disco di grande attualità, una fotografia della nostra nazione nel 2011, un ritratto senza sconti ma di grande forza poetica. 


Salvatore Esposito