De’ Soda Sisters – Si va avanti (Materiali Sonori, 2026)

C’è una dimensione infantile che attraversa “Si va avanti” e che costituisce forse l’aspetto più riuscito del nuovo progetto delle De’ Soda Sisters. Non si tratta soltanto di una musica pensata anche per i bambini, bensì di un ritorno al piacere primario del racconto, al canto condiviso e a quel territorio della memoria nel quale gioco e crudeltà possono convivere. Interrogate sul pubblico a cui si rivolge il disco, le musiciste rispondono: “La nostra musica è per tutti! Per bambini, per adulti, per chiunque abbia desiderio e orecchio per ascoltarla”. L’espressione più felice di questa dimensione è “Il grilletto in un campo di lino”, filastrocca toscana dall’epilogo tragico che, in una versione edulcorata, mia madre e mia nonna mi cantano fin dall’infanzia. L’arrangiamento delle De’ Soda Sisters restituisce alla storia la sua natura insieme giocosa e funebre: la modulazione in minore accompagna la dipartita del grillo, mentre grida, risate e pianti trasformano il canto in un piccolo teatro sonoro dal carattere quasi rituale, un corteo di baccanti in miniatura. Il brano sfocia infine in un’atmosfera messicana dalle tinte mariachi, che alleggerisce la cupezza della vedovanza della sventurata formica. Qui l’infanzia diventa una forma del pensiero. Permette di avvicinare la morte attraverso il gioco e di affidare alla ripetizione della filastrocca una memoria trasmessa tra generazioni. Ogni elemento dell’arrangiamento nasce da un’immagine precisa e contribuisce allo sviluppo del racconto. È proprio questa precisione a fare del brano uno dei momenti migliori dell’album. La stessa immediatezza permea il resto di “Si va avanti”, senza però trovare sempre un oggetto capace di darle forma. Quando il gruppo parte da una storia, da una figura o da un paesaggio, la spontaneità produce immagini e soluzioni musicali riconoscibili. Quando invece cerca di esprimere una visione più ampia, sembra affidarsi alla spontaneità come se costituisse già, di per sé, un’idea. Il progetto Dé Soda Sisters è nato nel 2011 grazie a Benedetta Pallesi, Veronica Bigontina, Sara Zilli e Giulia Verani. Nel 2014 è entrata a far parte del gruppo Lisa Santinelli e sono uscite Sara e Giulia. Benedetta ha iniziato a cantare con Maria Torigiani, cantora popolare livornese che le ha trasmesso alcuni canti, mentre Veronica ha appreso nuovi canti dai Maggiaioli di San Godenzo e dalla Comune di Bagnaia. Dopo sette anni di pausa discografica, l’album raccoglie soprattutto brani già rodati dal vivo. Alla domanda su che cosa rendesse necessario pubblicare questo lavoro e su quale evoluzione documentasse rispetto al precedente, le musiciste rispondono: “Avevamo pezzi che suonavamo e che non erano ancora stati incisi e, come per gli album precedenti, il disco fissa questi brani per poterli ascoltare non solo dal vivo”. La registrazione appare quindi come l’approdo naturale dell’attività concertistica. Anche il senso complessivo del disco viene ricondotto al titolo: “Il disco si chiama ‘Si va avanti’ perché esprime questo bisogno di andare oltre alle varie vicissitudini che possono mettere in difficoltà, ma verso le quali la nostra risposta è quella di proseguire nel nostro progetto: portare avanti rinnovando la tradizione e dire la nostra con le canzoni da noi scritte”. La risposta elenca i principi che orientano il progetto — continuità, rinnovamento ed
espressione personale — senza chiarire in che modo questi elementi si traducano in una direzione artistica comune. Rispetto ad “Amore ribelle tra ficattole e zonzelle”, nel quale la componente agreste e ruvida dell’agrifolk costituiva un fulcro riconoscibile, il nuovo lavoro procede maggiormente per accumulo. L’impasto musicale appare meno caratterizzato, benché la vocalità polifonica rimanga un autentico marchio di fabbrica delle De’ Soda Sisters: una forza collettiva capace di dare corpo ai racconti, anche dove gli arrangiamenti tendono ad assomigliarsi. Sull’uniformità di strutture e dinamiche, le musiciste individuano così il filo conduttore dell’album: “Siamo noi in ogni traccia, questo il leitmotiv che unisce tutti i brani". La risposta rivendica la riconoscibilità del gruppo come principio unificante, ma non chiarisce come questa identità si articoli nelle differenze tra i singoli pezzi. Essere riconoscibili è una qualità; fare di questa riconoscibilità un linguaggio capace di rinnovarsi a ogni traccia è una questione diversa. Il senso di uniformità è ulteriormente suffragato dalla durata di alcuni brani, anche se diverse tracce si ripetono più di quanto richiederebbe la loro tenuta. La reiterazione appartiene naturalmente ai repertori di tradizione orale e può assumere una funzione narrativa o rituale; qui, però, non sempre produce una trasformazione. Interrogato sullo spazio lasciato al contrasto e alla sottrazione, il gruppo ammette di averne riservato poco, spiegando di aver sentito “l’esigenza di privilegiare l’espressione dell’accumulo delle nostre esperienze musicali e di vita, che dal 2019 ad oggi erano tante e grandi”. È una precisazione significativa che trasforma quella che può sembrare una mera impressione dell’ascoltatore in una scelta dichiarata. Resta da capire se l’intenzione trovi sempre una forma musicale adeguata. L’esperienza accumulata, per diventare linguaggio, deve anche essere selezionata, organizzata e trasformata. Una maggiore sottrazione avrebbe forse dato più risalto alle idee presenti. Rispetto all’interazione tra suono e silenzio, le musiciste rilevano: “Ci sono silenzi che parlano e suoni che sono espressioni di silenzio. Niente è calcolato”. A questa dichiarazione si accompagna un dato concreto: “Si va avanti” è stato registrato in presa diretta nella Fortezza Vecchia di Livorno, un luogo che il gruppo definisce “denso di presenze pur nel suo silenzio”. Per la prima volta anche le voci sono state incise fuori dallo studio, in un ambiente ricco di riverbero. È una decisione rischiosa, affrontata insieme al fonico Michele Giunta, che nei momenti migliori conferisce al canto una profondità fisica. Un quadro piuttosto articolato rappresenta il rapporto con la tradizione, sebbene le musiciste spieghino di non aver svolto ricerche sul campo. Molte canzoni sono state trasmesse loro da persone che, a loro volta, le avevano apprese da altri o le avevano ricercate in precedenza. Tra le risorse consultate figurano anche gli archivi
online “Antiwar Songs” e “Il Deposito”, dedicati ai canti di lotta e alla memoria politica. Nonostante non sempre sia possibile ricostruire nel dettaglio il tragitto compiuto da ciascun brano, non manca una rete di persone e storie a fare da corollario al lavoro delle De’ Soda Sisters. Grandi nomi della tradizione toscana, anarchica quali Maria Torrigiani, Pardo Fornaciari e Mauro Chechi riecheggiano nel progetto. “A Sante Caserio” è stata trasmessa a Benedetta da Torrigiani, “Dai monti di Sarzana” da Fornaciari, mentre “Serenata” è arrivata a Veronica attraverso Sara Zilli. “Versicoli quasi ecologici” è invece una poesia di Giorgio Caproni. Questo intreccio contribuisce in un certo senso a individuare una genealogia e un’eredità nell’album che la definizione generica di tradizione orale rischiava di lasciare orfana sullo sfondo. Il problema, allora, non è l'assenza di fonti, quanto il modo in cui queste vengono trasformate in un linguaggio musicale comune. Le musiciste dichiarano di collocarsi come “autrici di una rielaborazione contemporanea” dei repertori, precisando che le provenienze vengono indicate soprattutto durante le presentazioni dal vivo e nei libretti dei dischi. Una delle componenti racconta inoltre di aver discusso in una tesi magistrale in Italianistica all'Università di Pisa l'origine del testo e della musica di” Bella ciao”, confrontandone le diverse versioni e interrogandosi sulle ragioni della sua diffusione e attualità. Non manca, dunque, la consapevolezza che un canto abbia una storia ricostruibile; questa attenzione, però, non sembra costituire necessariamente il punto di partenza del lavoro musicale. Come spiega la stessa musicista, il brano viene solitamente proposto da una componente e deve piacere “a pelle”, mentre l’indagine sulla sua provenienza può arrivare in un secondo momento. È una distinzione legittima, che descrive un metodo di lavoro fondato prima sull'esperienza musicale e poi sull'approfondimento. Rimane però una tensione tra la libertà dichiarata e la necessità di conservare la specificità dei materiali. Quando si chiede come evitare che tradizioni geograficamente e storicamente distinte confluiscano in un folk italiano generico, le De’ Soda Sisters rispondono richiamando l'agrifolk, la centralità della tradizione toscana, le contaminazioni con altri generi e l'abitudine di introdurre i brani con una breve spiegazione della loro storia. Sono elementi che chiariscono le intenzioni divulgative del progetto, ma non definiscono fino in fondo i criteri musicali con cui i repertori vengono accostati. Lo si avverte soprattutto negli elementi riconducibili al Centro e al Sud Italia, a partire dal tamburo a cornice, che ricorrono con frequenza e tendono talvolta ad appiattire una parte del disco. Le musiciste riconducono la familiarità con queste tradizioni anche a esperienze personali: Benedetta ricorda le serate del 2011 in piazza dei Cavalieri a Pisa,
dove si suonava musica tradizionale meridionale, la partecipazione alla Festa della Taranta nello stesso anno e l'amore per Rosa Balistreri. Pur individuando un percorso di incontro e ascolto, scongiurando la semplice appropriazione astratta di segni folklorici, quando ritmiche provenienti da contesti diversi vengono impiegate soprattutto come marcatori di una generica italianità popolare, le differenze storiche e territoriali tendono a sfumare. La familiarità con un linguaggio non garantisce, da sola, che quel linguaggio conservi la propria specificità nel momento in cui viene rielaborato. Proprio la trasformazione dei materiali però sembrerebbe rappresentare la somma della rielaborazione: suonare un brano esattamente come è stato registrato o scritto sarebbe, nella loro prospettiva, una forma di riproduzione estetica, mentre ogni ascolto comporta già una trasformazione personale. Concezione aperta e, senz’altro condivisibile, tanto più in un repertorio che vive di passaggi e variazioni. Resta però da distinguere tra la trasformazione inevitabile che accompagna ogni interpretazione e una rielaborazione capace di rendere leggibile il proprio rapporto con la fonte. Anche il processo di arrangiamento riflette questa impostazione. Gli arrangiamenti nascono durante le prove, dall’unione delle “personalità umane” e delle competenze musicali delle componenti, “nella più completa libertà”, fino al raggiungimento di una soluzione condivisa. Il gruppo spiega inoltre di non aver coinvolto direttamente persone o comunità legate ai repertori, perché molte delle persone che hanno trasmesso i canti non ci sono più o sono ormai troppo anziane. La scelta non equivale necessariamente a un limite, né implica che una rielaborazione debba essere autorizzata da un interlocutore esterno. Significa, però, che il confronto con le fonti e con le comunità d'origine non entra direttamente nella definizione degli arrangiamenti. In questo quadro, la libertà interna al gruppo diventa il principale criterio di selezione e trasformazione, senza un contrappeso esterno che possa mettere in discussione le soluzioni raggiunte. Il risultato è altalenante. I primi due brani assumono toni molto marcati. Il primo sembra richiamare Giovanna Marini in maniera quasi caricaturale; il secondo, che dà il titolo all'album, propone un'idea di gioventù piuttosto ingenua. Forse l’intento è ironico o critico e non sono riuscito a coglierlo del tutto; può darsi che la tammorra mi abbia distratto. Quella dimensione infantile che nel “Grilletto” sostiene una narrazione stratificata si riduce qui a una rappresentazione più elementare. “Serenata” e “Il torto della ragione” mostrano invece quanto il gruppo sappia essere efficace all’interno del proprio immaginario più canonico. I due brani evocano atmosfere fumose e polverose da saloon. L’impasto musicale dà forma a una “Maremma Far West” e apre uno spazio narrativo che ricorda “La faccia della terra” di Vinicio Capossela. Dando alla tradizione un valore
concreto, quasi materico, come paesaggio e racconto e affrancandola dalla condizione di categoria astratta. Anche “A Sante Caserio” è un brano riuscito. La struttura è più rodata e permette alla polifonia vocale del gruppo di esprimersi al meglio. La canzone racconta la vicenda dell’anarchico milanese Sante Geronimo Caserio, vicino a Pietro Gori e passato alla storia per aver assassinato il presidente francese Sadi Carnot nel 1894. Qui il contenuto politico si lega a una figura precisa e trova nel racconto il proprio peso. La provenienza del canto, trasmesso a Benedetta da Maria Torrigiani, restituisce inoltre concretezza a quella catena di passaggi attraverso cui la memoria musicale continua a circolare. Altrove la posizione del disco rimane più difficile da afferrare. Le musiciste affermano che “la dimensione politica è un sottofondo che può essere letto in ogni brano” e che le loro idee emergono senza bisogno di dichiarazioni. Quando viene chiesto quale sia la posizione politica precisa dell'album, rispondono però: “Non ci piace parlare di politica. Il nostro disco parla di tante cose. Di umanità, di guerra, di lotta, di ambiente, di dolcezza, di infanzia, di riflessioni psicologiche. Parla del nostro mondo”. Se di limite di “Si va avanti” si può parlare, questo consiste nel voler affrontare troppi temi, scegliendo direzioni diverse. L’impressione è che dietro l’accumulo di umanità, guerra, ambiente e infanzia non emerga sempre un pensiero capace di organizzare questi materiali con un linguaggio articolato. Le risposte delle musiciste restituiscono un metodo fondato sull’ascolto, sulla trasmissione orale, sull’esperienza condivisa e sulla libertà creativa. Sono elementi reali, che sarebbe ingiusto liquidare come semplice spontaneismo. L’album trova una voce convincente quando parte da una storia concreta: nel teatro infantile e funebre del “Grilletto”, nelle atmosfere da saloon di “Serenata” e “Il torto della ragione”, nella memoria anarchica di “A Sante Caserio”. In questi episodi sono i brani stessi a produrre significato attraverso immagini e soluzioni musicali riconoscibili. Quando invece il disco prova a formulare una visione generale, l’istinto e la personalità del gruppo sembrano dover supplire a ciò che la scrittura non riesce sempre a esprimere. Rimane particolarmente significativa la promessa di una musica “per bambini, per adulti, per chiunque abbia desiderio e orecchio per ascoltarla”. Nei momenti più felici, questa apertura genera un canto capace di attraversare le generazioni, di tenere insieme la crudeltà della fiaba e la memoria della tradizione, il gioco e la morte. Al tempo stesso, il desiderio di rivolgersi a tutti fa emergere qualche incertezza: non tanto il dubbio su che cosa dire, quanto la difficoltà di trasformare la pluralità delle esperienze in una forma pienamente adeguata a sostenerla.  


Jacopo Dentice

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