#BF-GLOBALCHOICE
La tua biografia rivela un cambiamento di rotta: cosa ti ha spinto a lasciarti alle spalle le tue certezze e a seguire la tua vocazione musicale?
Per molti anni, la musica e il diritto sono esistiti fianco a fianco nella mia vita. Avevo un mio studio legale a Grevena e lavoravo anche come traduttrice ufficiale, continuando nel frattempo a cantare, studiare musica ed esibirmi. Ho esplorato mondi musicali diversi, tra cui la canzone d’autore greca e il world jazz, e ciascuno ha apportato qualcosa di prezioso alla mia crescita. Con il tempo, tuttavia, mi sono resa conto che non potevo dedicarmi alla musica nel modo che richiedeva. Un lavoro artistico serio esige tempo, concentrazione, continuità e la libertà di viaggiare e collaborare. La musica veniva sempre inserita nel tempo che restava e una parte essenziale di me si sentiva incompiuta. Allo stesso tempo, ho capito che ciò che cercavo non era semplicemente una vita professionale nella musica, ma un centro artistico più
profondo. Fino ad allora avevo soprattutto studiato e interpretato la musica, invece di sviluppare e guidare progetti che riflettessero la mia visione musicale. Ciò che mancava era un legame con le radici: non come etichetta stilistica, ma come nucleo interiore vissuto. Lasciare il diritto, quindi, non è stato né un rifiuto impulsivo della mia vita precedente né un salto romantico nell'ignoto. È stata una decisione consapevole, per dare alla musica il tempo e lo spazio interiore di cui aveva bisogno e per sviluppare il lavoro artistico che portavo dentro di me da anni. Tornare al paesaggio musicale che mi ha formata non è stato un ripiegamento nel passato, ma un modo per trovare la mia voce e la dimora artistica che cercavo.
Quali sono le tue origini?
Sono nata e cresciuta a Grevena, nel paesaggio montano della Macedonia Occidentale e del Pindo. Il villaggio della mia famiglia è Mavranaioi, il luogo in cui ancora oggi mi sento più profondamente a casa. Appartengo ai Kupatsarai, una delle storiche comunità montane della regione di Grevena. Grevena è un punto d’incontro tra mondi culturali diversi: le tradizioni musicali dell'Epiro e della Macedonia Occidentale, le tradizioni pastorali valacche o aromune, le comunità montane locali e le comunità greche del Ponto che si stabilirono nella regione dopo lo sradicamento dal Mar Nero. Questa coesistenza ha plasmato il paesaggio culturale in cui sono cresciuta.
In che modo il luogo in cui sei nata e la tua famiglia hanno influenzato il tuo legame con la musica tradizionale?
Molto prima che la musica tradizionale diventasse parte del mio lavoro artistico professionale, era già intrecciata alla mia vita quotidiana. Grevena è una piccola città con l’atmosfera di un grande villaggio e, a Mavranaioi, ho trascorso innumerevoli ore con la generazione più anziana: mia nonna, i suoi parenti e molte donne del villaggio. Prima ancora di comprendere intellettualmente la musica, assorbivo le loro voci, il loro fraseggio e il linguaggio modale che portavano con tanta naturalezza. Anche mio padre ha avuto un ruolo importante nel formare il mio orecchio musicale. Ascoltava quasi esclusivamente la musica tradizionale di Grevena e dell'Epiro, mentre molti dei suoi amici e collaboratori più stretti erano Greci del Ponto. Sono quindi cresciuta ascoltando non soltanto idiomi musicali diversi, ma anche modi diversi di parlare e di ricordare. Alcune tradizioni facevano parte della mia vita quotidiana, altre le incontravo meno spesso, ma insieme hanno formato il paesaggio sonoro della mia infanzia. All'epoca non comprendevo
pienamente il valore di ciò che mi circondava. La distanza, lo studio e l'esperienza artistica mi hanno poi aiutata a riconoscere che quelle voci non erano semplicemente ricordi: erano il primo linguaggio musicale che avessi mai imparato.
Dal punto di vista culturale, potresti descriverci la Macedonia Occidentale?
La Macedonia Occidentale è un crocevia vivo di culture, lingue e comunità storiche. La sua identità è sta-ta plasmata dal movimento, dalla coesistenza e dallo sradicamento: comunità locali macedoni e monta-ne, Greci del Ponto, Valacchi o Aromuni e gruppi distintivi come i Kupatsarai hanno vissuto nello stesso paesaggio, preservando al tempo stesso le proprie voci culturali. L'arrivo dei profughi pontici, dopo le persecuzioni nella regione del Mar Nero e lo scambio di popolazioni del 1923, trasformò profondamente la geografia umana della Macedonia. Per molte famiglie sradicate, la lingua, il canto e il rito divennero una patria portatile. Le loro tradizioni misero radici in luoghi nuovi senza perdere la memoria di quelli antichi. Ciò che rende la regione così ricca è il fatto che queste culture non si sono semplicemente dissolte in un'unica identità. Sono rimaste distinte, influenzandosi e arricchendosi a vicenda. Le montagne, la vita pastorale, la migrazione, il lavoro, la famiglia e la memoria collettiva sono presenti nel modo in cui le persone parlano, cantano, danzano e intendono l'appartenenza.
E da quello più specificamente musicale?
Dal punto di vista musicale, la Macedonia Occidentale è altrettanto variegata. Vi si incontrano la potente tradizione delle bande di ottoni, i ritmi asimmetrici balcanici, i clarinetti e i davul, insieme a caratteristiche
modali che riflettono secoli di interazione attraverso i Balcani e il più ampio Mediterraneo orientale. Per me, una delle affinità più profonde è il rapporto tra la Macedonia Occidentale e il vicino Epiro. Nella regione di Grevena queste tradizioni montane condividono da tempo repertori, pratiche vocali e idee musicali. Un elemento distintivo è la scala pentatonica, ampiamente considerata uno dei sistemi musicali più antichi sopravvissuti nei Balcani. La sua bellezza austera crea un paesaggio sonoro che appare senza tempo, contemplativo e profondamente commovente. Anche la tradizione polifonica dell'Epiro e delle comunità montane limitrofe è essenziale. Il dialogo tra la voce principale, le voci di risposta e il bordone continuo, o ison, è più di una tecnica musicale: esprime solidarietà e memoria collettiva. Ogni cantante ha un ruolo individuale, ma la musica esiste soltanto attraverso l'equilibrio dell'intera comunità. La lira pontica e l'angeion hanno introdotto in questo paesaggio un altro linguaggio modale e strumentale, mentre i canti e le danze pastorali valacchi hanno aggiunto il loro carattere distintivo. La coesistenza di questi mondi musicali è per me una fonte costante di ispirazione. Dimostra che le tradizioni possono preservare la propria unicità continuando, al tempo stesso, a prendere parte a un dialogo culturale più ampio.
Il tuo percorso personale ti ha portata lontano dalle tue montagne: Atene, la Francia e ora Barcellona. Allontanarsi significa sradicarsi, ma anche cercare di ricostruire legami? In che modo l’esperienza della distanza ti ha permesso di comprendere la profondità del tuo patrimonio culturale?
A volte è necessaria una certa distanza per capire ciò che ci ha formati. Guardandomi indietro, mi rendo conto che ogni passo importante della mia vita ha comportato lasciare alle spalle qualcosa di familiare per poterlo vedere con maggiore chiarezza. Il mio percorso mi ha portata prima da Grevena ad Atene, poi in
Francia e infine a Barcellona, dove ho collaborato con musicisti provenienti da contesti culturali molto diversi. Ogni luogo ha ampliato il mio orizzonte musicale, ma ogni partenza mi ha anche dato la distanza necessaria per rivalutare il luogo da cui provenivo. Ciò che un tempo sembrava semplicemente familiare si è rivelato gradualmente qualcosa di profondo sul piano artistico, culturale e persino filosofico. Allontanarsi può certamente comportare uno sradicamento, ma può anche dare inizio a un processo di ricostruzione più consapevole dei legami. Vivere fuori dalla Grecia non ha indebolito il mio rapporto con la tradizione; lo ha affinato. Ho cominciato a comprendere che il patrimonio non è qualcosa di statico che possediamo automaticamente. È una relazione che deve essere rinnovata attraverso l'ascolto, lo studio e la responsabilità. Forse il paradosso più grande è che questo spostamento volontario alla fine mi ha riportata a casa. Oggi, quando canto la musica pontica o le tradizioni musicali di Grevena e dell'Epiro, le vivo come il luogo a cui la mia voce artistica finalmente appartiene. Dopo anni di ricerca, sento di essere arrivata al mio centro: non per nostalgia, ma per autentica convinzione artistica.
Qual è il tuo approccio all'interpretazione vocale?
Il mio approccio comincia dall'ascolto. Ogni tradizione musicale ha una propria estetica vocale, propri ornamenti, fraseggio, carattere ritmico e vocabolario emotivo. Non sono dettagli decorativi: sono la grammatica della musica. Prima di interpretare un canto, ne studio il linguaggio, la logica melodica, lo stile regionale e il contesto culturale nel modo più approfondito possibile. Nella musica pontica presto particolare attenzione al vocabolario melismatico, agli ornamenti vocali laringei, alla tensione e al rilascio delle frasi e al rapporto tra la voce e il ritmo. Poiché sono cresciuta immersa nelle tradizioni musicali di Grevena e dell'Epiro, devo rimanere consapevole dei miei istinti, per non proiettare inconsapevolmente
una tradizione sull'altra. La tecnica è necessaria, ma non dovrebbe mai diventare il centro dell'interpretazione. Il mio obiettivo è arrivare a un punto in cui la tecnica sia così completamente al servizio dell'espressione che l'ascoltatore non la noti più. Cerco di preservare la crudezza, l'intimità e la verità emotiva del canto, permettendo alla mia esperienza vissuta di entrare soltanto dopo aver compreso la logica interna della tradizione.
Nel tuo progetto collabori con Giorgos Vergos. Quanto sono cruciali il suono della sua lira e dell'angeion, così come il vostro dialogo costante nel raggiungere il timbro distintivo del vostro lavoro?
Giorgos è fondamentale per l’identità di “Protanixin”. La sua famiglia è originaria della regione di Matsouka, nel Ponto, e la sua comprensione dell'idioma musicale pontico non è soltanto tecnica; è legata alla memoria familiare, alla trasmissione orale e a un sapere culturale vissuto. La lira pontica ha un suono brillante e penetrante, che può essere al tempo stesso intensamente ritmico e profondamente lirico. L'angeion, o tulum, è più elementare: respiro, bordone, terra e movimento collettivo. Questi strumenti non si limitano ad accompagnare la voce. Plasmano il mondo emotivo e timbrico in cui la voce esiste. Il nostro dialogo costante è stato inestimabile. Giorgos mi aiuta ad affinare la pronuncia, il fraseggio, l'ornamentazione e i dettagli stilistici, mentre insieme cerchiamo anche la forma più onesta per ogni canto. Il suono distintivo del progetto nasce da questo ascolto reciproco. Non è la voce posta al di sopra degli strumenti, ma tre corpi musicali – voce, melodia e pulsazione – che respirano insieme.
Quali altri strumenti ci sono nell’album?
Il mio strumento principale è la voce. Come detto prima, Giorgos Vergos suona la lira pontica e Il tulum e suona anche il bendir in “Tik Tonias”. Nikos Filippides suona il davul. La strumentazione è volutamente scarna. L'obiettivo non è riempire lo spazio musicale, ma lasciare che ogni elemento rimanga essenziale:
la voce porta il testo e la linea emotiva, la lira o l'angeion plasmano il mondo melodico e timbrico e il davul fornisce la pulsazione comunitaria.
Il dialetto pontico (Romeika) è una lingua che gran parte del tuo pubblico interna-zionale non comprende. Quando ti esibisci, come riesci a trasmettere la verità emotiva e l'intimità di questi canti, superando la barriera linguistica?
Il dialetto pontico è centrale nella musica. Non è semplicemente un veicolo d'informazione; i suoi suoni, accenti, consonanti e vocali sono inseparabili dalla linea melodica e dagli ornamenti vocali. Per questo lavoro con attenzione sulla pronuncia e sul significato prima di cantare. Ho bisogno di comprendere non soltanto ciò che dice ogni parola, ma anche il mondo emotivo e culturale che porta con sé. Allo stesso tempo, la musica può preservare e comunicare ciò che una normale traduzione non può. Molte persone che non parlano più fluentemente il dialetto pontico continuano a cantare questi canti. La lingua sopravvive attraverso il ritmo, la melodia, il respiro e la memoria collettiva. Sul palcoscenico posso offrire un breve contesto o una traduzione, ma quando il canto comincia mi affido alla voce, agli strumenti e al corpo perché ne trasmettano la verità emotiva. Un pubblico internazionale può non comprendere ogni parola, ma può riconoscere il desiderio, la tenerezza, il dolore, l'umorismo e la resilienza. Se l'interpretazione è onesta, la barriera linguistica non scompare; diventa una porta verso un ascolto più profondo.
Tutte queste esperienze – il tuo vissuto personale, gli incontri a Barcellona, le voci di Mavranaioi e il tuo studio rigoroso – confluiscono nel tuo album d'esordio. Qual è il filo comune che unisce i brani di questo disco e quale messaggio speri di trasmettere ai tuoi ascoltatori?
Il filo comune è la memoria che torna a vivere. “Protanixin” significa i “primi germogli della primavera” e, per me, questa immagine racchiude l'intero album: qualcosa di profondamente radicato nel passato che riemerge nel presente, vulnerabile ma pieno di forza. I canti parlano di amore, lavoro, natura, separazione, fuoco, sradicamento e resistenza. Sono nati in luoghi e contesti diversi, eppure portano tutti con sé il mondo emotivo dei Greci del Ponto e del Mar Nero. L'album non è una ricostruzione storica né una semplice raccolta di canti tradizionali. È un viaggio attraverso un linguaggio musicale vivo, che continua a trasmettere identità e memoria collettiva. Spero che gli ascoltatori sentano l'umanità di questi canti anche se non ne comprendono le parole. Il mio messaggio è che la tradizione non è una stanza chiusa che appartiene soltanto al passato. Quando la si avvicina con conoscenza, umiltà e amore, può rimanere pienamente viva e parlare alle persone al di là delle lingue e dei confini.
Come artista professionista, come gestisci il delicato passaggio di questa musica dalla dimensione partecipativa comunitaria alla quella del palcoscenico?
Non dimentico mai che questi canti non furono originariamente creati per il palcoscenico. Nacquero all'interno delle comunità, non dell'industria musicale. Accompagnavano il lavoro, i matrimoni, il lutto, le celebrazioni, le partenze, i ricongiungimenti e i rituali. Il loro scopo originario non era l'esibizione, ma la partecipazione. Un concerto cambia inevitabilmente la relazione: ci sono un palcoscenico, un pubblico, una preparazione e delle scelte artistiche. Cerco di non trattare il palcoscenico come un luogo in cui i canti diventano qualcosa di fondamentalmente diverso, ma come un luogo in cui ho la responsabilità di preservare l'intenzione con cui venivano cantati originariamente. La verità emotiva del canto non dovrebbe mai essere sacrificata allo spettacolo. Oggi molti ascoltatori incontrano questo repertorio al di
fuori della comunità che lo ha creato. Questo cambia il mio ruolo. Non sto semplicemente interpretando dei canti; sto creando uno spazio nel quale gli ascoltatori possano entrare in un altro mondo culturale con rispetto e curiosità. Il mio compito non è ricreare il folklore, ma mantenere visibile l'umanità racchiusa in questi canti.
Ci guidi attraverso la tracklist?
L'album contiene sei canti tradizionali pontici. ”Protanixin” è un canto di primavera e di desiderio: il primo disgelo risveglia la natura, ma anche un amore potente. La voce, l'angeion e il davul riducono il suono a respiro, terra e pulsazione. “I kor' epien son parhar” significa “La ragazza è andata ai pascoli estivi”. Un giovane desidera una ragazza che è salita ai pascoli di montagna e teme che possa non tornare. È uno dei più teneri canti pontici di amore, natura e assenza. Poi c’è “Seranta mila” che vuol dire “Quaranta mele”. È un canto d'amore proveniente dalle regioni di Argyroupolis e Trebisonda. L'amata è paragonata a quaranta mele color cremisi, mentre chi canta afferma che lei non troverà mai un altro amore. Qui si danza nel ritmo omal. “Tik Tonias” (Il Tik di Tonya) prende il nome dalla regione di Tonya, sulla costa del Mar Nero. Il Tik è una delle danze pontiche più rappresentative, espressione di orgoglio e vitalità. Nella nostra registrazione, la lira e il bendir rivelano un lato più intimo e introspettivo della danza. Invece, “Trygona” (La tortora), non è solo il nome di un uccello ma anche un nome femminile nella tradizione pontica. La nostra versione unisce due canti affini. Nel primo, Trygona porta con sé il lavoro agricolo della terra; nel secondo, appare adornata di orecchini e anelli e il suo sguardo fa sembrare la sera infinita. Incarna sia la forza sia la tenerezza. Infine, “Tsampasin” si riferisce a Tsampasi, un insediamento estivo nei pressi di Kotyora, distrutto da un incendio nel 1913. I suoi abitanti non vi fecero mai ritorno, perché l'anno seguente ebbe inizio la Prima guerra mondiale. Il canto, in ritmo omal, conserva la memoria della perdita e di una patria che non esiste più.
In un’intervista hai affermato: ‘Il mio obiettivo non è far sì che la tradizione suoni come me, ma fare in modo che la mia voce passi in secondo piano affinché la tradizione possa parlare con la sua vera voce’. Potresti illustrare questa affermazione?
Ogni artista porta inevitabilmente una biografia musicale personale in ciò che canta. Non credo che una neutralità completa sia possibile, né sarebbe necessariamente desiderabile. Ma quando ci avviciniamo a una tradizione che porta con sé una memoria collettiva, la nostra prima responsabilità è ascoltare, anziché imporci su di essa. Ogni tradizione possiede un proprio linguaggio tecnico ed espressivo. Nella musica pontica, i melismi, gli ornamenti laringei, il fraseggio, la pulsazione ritmica e persino il silenzio tra le frasi fanno parte della sua identità. La mia responsabilità è apprendere quella grammatica nel modo più profondo e onesto possibile. Solo dopo averne compreso la logica interna può emergere naturalmente una voce artistica persona-le: non rimodellando la tradizione, ma crescendo al suo interno. Quindi, quando dico che la mia voce dovrebbe passare in secondo piano, non intendo dire che cancello la mia individualità. Intendo che il virtuosismo, l'ego e lo stile personale non dovrebbero frapporsi tra il canto e l'ascoltatore. La tecnica può essere padroneggiata e lo stile può essere imitato, ma l'anima di una tradizione si rivela soltanto a chi le si avvicina con conoscenza, umiltà e pazienza. Il mio obiettivo non è far sì che la tradizione suoni come me. Il mio obiettivo è comprenderla così profondamente che, per un momento, la mia voce passi in secondo piano e la tradizione possa parlare con la propria voce.
Come porti la tradizione musicale sul palcoscenico, evitando da un lato i rischi della cristallizzazione e della ‘museificazione’ e, dall'altro, di alimentare l'esotismo del consumo culturale globale?
Per me esistono due pericoli equivalenti. Uno è trasformare una tradizione viva in un oggetto da museo: qualcosa che viene ammirato ma non è più vivo. L’altro è ridurla a un prodotto esotico, plasmato dalle aspettative del mercato musicale globale. Nessuno dei due rende giustizia alle persone che hanno creato e tramandato questi canti attraverso le generazioni. La tradizione sopravvive non perché rimane immutata, ma perché ogni generazione le si avvicina con rispetto, comprensione e amore. La fedeltà non significa imitazione meccanica. Significa apprendere la grammatica interna della musica così profondamente che ogni scelta artistica nasca dal suo interno, invece di essere imposta dall'esterno. Resisto anche alla tentazione di rendere la musica più 'accessibile' aggiungendo elementi di moda che non appartengono alla sua logica espressiva. Il palcoscenico può essere contemporaneo senza maschera-re la tradizione. Ciò che merita di essere protetto sopra ogni cosa è il suo ethos: onestà, verità emotiva e umanità.
Si ringrazia Araceli Tzigane (Mapamundi Música) per la collaborazione
Stella Papalamprou – Protanixin (Autoproduzione, 2026)
Un trio che è corpo sonoro unico: la voce di Stella Papalamprou (che ha anche prodotto l’album), la lira pontica – variante locale dello strumento ad arco di forma allungata dalla cassa non scavata, dotata di tre corde diteggiate con i polpastrelli – e la zampogna tulùm, entrambe suonate da Giorgos Vergos, e infine il tamburo basso di pelle davul di Nikos Filippides. Quella di Stella è una vita che si snoda tra la nativa Grevena (nella Macedonia occidentale, dove l’album è stato registrato) e la Spagna, dove l’artista risiede. Il suo debutto, “Protanixin”, è una linfa sonora acustica delineata in sei tracce dagli arrangiamenti essenziali. La strumentazione è volutamente scarna, espressione della volontà di non rendere sovrabbondante lo spazio sonoro: la voce, con i suoi abbellimenti e le sue fioriture, traccia il profilo melodico, accompagnata o contrappuntata, dalle corde sfregate dall’archetto o dal respiro della cornamusa, mentre i tamburi forniscono la propulsione ritmica. Una propensione evidente fin dalla title track posta in apertura, una canzone pontica imperniata su un tempo irregolare. Ne spiega il significato la stessa Papalamprou nell’intervista – alla quale vi rimando – in cui passa in rassegna la tracklist di un lavoro che è memoria viva delle stratificazioni culturali di un tribolato angolo di Grecia, storicamente segnato da profondi sconvolgimenti. “I kor' epien son parhar” è una canzone d’amore pontica tra le più amate, mentre “Seranta mila” ripropone immagini metaforiche dell’amore su una tessitura sonora danzante a tempo di omal. Con “Tik Tonias” ci spostiamo sul Mar Nero (su un altro tipo di danza): qui, il timbro vocale caldo e magnetico di Stella è sostenuto dalla lira e dal tamburo a cornice bendir. Della successiva “Trygona”, registrata giustapponendo due varianti del canto, è stato realizzato un bel video – che qui vi proponiamo – filmato nel Parco Nazionale di Valia Calda. Nella prima sezione il canto si appoggia a lira e davul, mentre nella seconda parte è la cornamusa a incontrare la voce. Chiude l'album “Tsampasin”, un’altra canzone tradizionale per organico di canto, lira e tamburo, ancora su ritmo omal; un brano che narra dei drammatici sradicamenti subiti dalle comunità rurali. Lontano dalle logiche della riproposta patinata, “Protanixin” è un disco che custodisce il cuore della musica di tradizione orale: svela il senso profondo di un affondo consapevole nella memoria e nel patrimonio musicale di appartenenza, rilancia un’eredità preziosa che rivive nella potenza di canto e forme strumentali modali, qui restituiti da un trio di grande impatto.
Ciro De Rosa










