La storia delle migrazioni e delle diaspore è indissolubilmente legata a memorie silenziose di sacrifici quotidiani e di radici che si ostinano a germogliare in terre lontane e inospitali. È esattamente in questo profondo e complesso solco umano che si inserisce il percorso artistico e formativo di Sinem, cantante e musicista di origine turca, cresciuta sulle sponde del lago di Ammer, nell'Alta Baviera, e oggi residente a Monaco. Il suo retroterra personale è un affascinante crocevia di culture: da un lato c’è la Turchia dei suoi nonni e, in particolar modo, della nonna Hatun, una donna tenace e determinata che per prima fece le valigie per costruire un futuro in Germania lavorando duramente e rendendosi indispensabile; dall'altro c’è l'Occidente, assorbito durante l'infanzia attraverso gli ascolti del padre, il cantautore Mustafa Güngece, grande appassionato di sonorità mitteleuropee, come quelle del pop elettronico tedesco incarnato dai DAF di "Tanz den Mussolini". A fare da collante in questo dualismo anagrafico e culturale c'era la musica ascoltata in casa dei nonni, un rifugio sonoro popolato dai grandi classici della cultura pop turca e dai canti dei poeti aşik, cantori di amori impossibili, di ingiustizie e di resistenze sociali. Questo prezioso bagaglio è stata la base di partenza del suo debutto, "Köşk", ma è con il secondo capitolo della sua discografia, intitolato proprio "Hatun", che Sinem compie il passo definitivo verso una piena maturità stilistica e una dirompente presa di coscienza autoriale. L'album è un'opera che vibra di un'urgenza espressiva rara, una dedica viscerale alla nonna e, per estensione, a tutte quelle donne le cui voci e storie di emancipazione hanno plasmato la sensibilità dell'artista. Dal punto di vista sonoro, "Hatun" è un formidabile manifesto di quello che potremmo definire Anadolu Punk: un amalgama febbrile in cui le volute melodiche sinuose della tradizione anatolica si scontrano frontalmente con la ruvidità del rock e l'attitudine iconoclasta del punk. Gran parte del merito di questa architettura sonora va alla cura di Tom Wu, che ha tessuto arrangiamenti essenziali ma nervosi, supportati dagli interventi di vari chitarristi che innestano riff affilati su ritmiche ossessive e marziali. Su questa tela si muove con padronanza assoluta la vocalità di Sinem, estatica e cangiante, capace di graffiare con rabbia e di accarezzare con malinconia. L'ascolto è un flusso continuo che non concede cali di tensione, mescolando sapientemente le preziose riletture di maestri assoluti come Sezen Aksu ed Erkin Koray a brani originali di grandissimo spessore letterario e musicale. L'apertura del disco è affidata a "Ötme Bülbül Ötme", un classico tradizionale firmato da Pir Sultan Abdal e reso celebre da voci come quelle di Sercan Öztürk e Hüseyin Korkankorkmaz; è un brano che Sinem ascoltava fin da bambina dai suoi nonni, un canto intriso di struggente nostalgia per una patria lontana a cui si sono ispirati Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani per la scrittura di “Sinàn Capudàn Pascià” da “Creuza de mä”. Subito dopo, il clima si fa più rovente con "Bana Ne", un brano muscolare, sorretto da un incedere rock stoico e potente, in cui la cantautrice scaglia con spavalderia il suo fiero disinteresse verso le aspettative opprimenti e i giudizi della società patriarcale. Questo inossidabile filo rosso dell'emancipazione prosegue senza sosta in "Masal", episodio in cui l'ingannevole fiaba della "brava ragazza" educata e silenziosa viene smantellata pezzo per pezzo, lasciando fuggire dalla gabbia una creatura libera e dotata di ali, sebbene rimanga il dubbio amaro che persino questa narrazione di libertà possa rivelarsi l'ennesima finzione imposta. L'intensità si fa poi letteralmente incendiaria in "Asla!", un autentico gioiello punk di nemmeno due minuti, una scheggia impazzita che affronta a viso aperto e senza filtri il tabù femminile dell'esibizione del proprio talento: un grido di sfida contro un mondo che vorrebbe le donne sempre un passo indietro, timorose di oscurare l'ego maschile. A chiudere il cerchio degli inediti troviamo infine "Agatha Christie", una composizione dalla forte carica drammatica ed evocativa che punta il dito contro lo sguardo maschile predatorio, quello stesso sguardo che Sinem ha incrociato nei suoi due anni di permanenza nel quartiere di Beyoğlu a Istanbul, camminando nei pressi dello storico Pera Palace Hotel tanto amato dalla celebre scrittrice britannica; qui l'artista si toglie idealmente il velo, ribalta la prospettiva e sfida a testa alta i volti mascherati nell'ombra, decretando la fine della loro sfacciataggine. In conclusione, "Hatun" è un disco sulle radici, sull'identità e sullo sradicamento, che non si abbandona alla musealizzazione della tradizione, ma se ne serve per guardare al futuro e raccontare le contraddizioni di oggi.
https://funinthechurch.bandcamp.com/album/hatun
Salvatore Esposito
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