Il cuore storico di questo percorso è però Bruno Biriaco Saxes Machine con “Nouami 50th”, progetto che recupera uno dei lavori più significativi della grande stagione del jazz orchestrale italiano e lo ripropone con un nuovo master, aggiungendo due brani registrati nel 2025. L’incisione originaria risale al gennaio 1978 e vedeva Biriaco alla direzione, agli arrangiamenti e alla batteria, affiancato da una sezione di cinque sassofoni dell’Orchestra Radiofonica della RAI, da Franco D’Andrea al pianoforte e da Giovanni Tommaso al contrabbasso. Ascoltandolo oggi si coglie innanzitutto la modernità dell’impasto: i sax non funzionano come semplice sezione d’accompagnamento, ma come un vero organismo polifonico, capace di muoversi tra densità orchestrale, contrappunto e improvvisazione. Il tema di “Nouami” mette subito in evidenza la qualità della scrittura di Biriaco, costruita su un equilibrio fra controllo formale, mobilità armonica e spazio lasciato ai solisti. Swan apre invece una zona più lirica e meditativa, mentre “The Flight of Belphegor” e “Miss Laura” portano in primo piano la componente ritmica, mostrando quanto fosse già avanzata quella concezione elastica dell’arrangiamento. La presenza di Franco D’Andrea introduce una dimensione pianistica fatta di precisione, libertà e sottile tensione melodica, mentre il contrabbasso di Giovanni Tommaso fornisce una pulsazione profonda, mai semplicemente funzionale. Particolarmente interessante è “I Can’t Get Started”, classico affrontato senza reverenza museale e restituito attraverso un trattamento orchestrale sofisticato. “Giant Steps”, inevitabilmente, rappresenta una prova di forza sul terreno dell’armonia contemporanea, ma Biriaco evita il virtuosismo fine a sé stesso e privilegia la coesione dell’ensemble. A distanza di quasi mezzo secolo il progetto conserva dunque una straordinaria compattezza, perché non nasceva dalla moda del momento ma da una precisa idea di suono collettivo, e i due nuovi episodi, “Hello” e “Sweet Cookies”, registrati dall’attuale Saxes Machine, dimostrano che quella ricerca non appartiene soltanto alla memoria. Il risultato è una sorta di ponte fra due generazioni del jazz italiano, dove il passato non viene ricostruito artificialmente, ma riattivato attraverso un linguaggio ancora perfettamente leggibile nel presente.
Su un terreno completamente diverso si muove Brassense con “Stay Funky”, disco che sceglie il groove come principale elemento identitario. La formazione di fiati nasce da un nucleo classico, ma incorpora batteria, basso, chitarra, percussioni e voce, trasformando la tradizionale brass band in una macchina sonora contemporanea. Funk, soul, jazz e pop convivono in arrangiamenti costruiti per valorizzare soprattutto l’impatto ritmico e timbrico dell’ensemble. “Faith” di Stevie Wonder e “The Pretender” dei Foo Fighters vengono assorbiti in una lettura energica, mentre Brassense Groove punta dichiaratamente sul corpo e sulla fisicità del ritmo. Interessante anche la componente latina, che affiora in alcuni arrangiamenti senza rompere l’unità stilistica del lavoro. “Stay Funky” è un disco che rivendica con naturalezza il valore spettacolare del jazz e il piacere, oggi tutt’altro che scontato, di far muovere l’ascoltatore.
Cettina Donato, “To Love or Not to Love”, sceglie invece la via della narrazione e della complessità psicologica. Il riferimento dichiarato all’universo letterario di Alberto Moravia diventa materia per una scrittura originale nella quale amore, incomunicabilità, desiderio e solitudine si traducono in strutture armoniche raffinate e spesso attraversate da irregolarità metriche. La voce di Michela Lombardi assume un ruolo narrativo centrale, mentre il pianoforte di Donato costruisce un tessuto nel quale lirismo e inquietudine si alternano senza soluzione di continuità. La tromba di Fabrizio Bosso aggiunge profondità emotiva, evitando però di trasformare il disco in una semplice vetrina per solisti. Brani come “Empathy”, “Love. Isn’t it?” e “Non Attendance” mostrano una scrittura interessata più alle sfumature che all’enfasi, mentre Danza dei suoni porta il progetto verso una dimensione maggiormente astratta. È un album di jazz d’autore nel senso più compiuto del termine, pensato come racconto musicale unitario e non come semplice raccolta di composizioni.
Proseguiamo con Andrea Polinelli e il suo “La Cantina, altri appunti sul Jazz” nel quale il disco torna ad avere una precisa funzione narrativa e documentaria. Le composizioni nascono infatti in relazione a un progetto dedicato alla storia del jazz bolognese e trasformano la memoria della città in materia sonora. Il sax tenore di Polinelli dialoga con il trombone di Eugenio Renzetti in una scrittura che predilige il fraseggio, il colore e la costruzione d’atmosfera. “La Cantina” procede per sottrazione e sospensione, “Fireball” introduce una maggiore tensione ritmica, mentre “Onirica” dilata il discorso verso una dimensione più libera e visionaria. “Tramonto in via Fusco” recupera una dimensione lirica e quasi cinematografica, lasciando che il silenzio diventi parte integrante del racconto. La bonus track “Gabriel’s Original Jazz Band Tune”, con banjo, tuba e batteria, rappresenta infine un ritorno giocoso alle radici New Orleans e rende il progetto ancora più stratificato.
“Ash” di Alessandro Altarocca è invece un lavoro costruito intorno alla maturità del trio e alla capacità di far dialogare scrittura e improvvisazione. Il pianoforte di Altarocca trova nel contrabbasso di Stefano Senni e nella batteria di Horacio “El Negro” Hernández una sezione ritmica estremamente elastica, capace di sostenere tanto i passaggi più strutturati quanto quelli più esplosivi. “Arguing” apre il disco con un confronto serrato, mentre “Morning Hip” porta il linguaggio verso il funk e una maggiore immediatezza ritmica. La presenza di “Bye-Ya” di Thelonious Monk e “Witch Hunt” di Wayne Shorter amplia il campo dei riferimenti senza trasformare l’album in un esercizio filologico. La title track “A.S.H.”, “Cool Stevie”, “Lorenaissance” e “Pra Deide” confermano invece una scrittura personale, nella quale jazz moderno, latin, funk e cultura pianistica convivono con notevole naturalezza. “Ash” è un album che non ha bisogno di esibire la propria complessità: la lascia emergere dall’interplay.
In “MoonLanding – Science and Music for Love” di Mauro Ferrari il jazz diventa una sorta di grande contenitore concettuale. Tutto ruota simbolicamente intorno alla Luna, ma gli arrangiamenti evitano deliberatamente un’unica cifra stilistica e attraversano canzone italiana, standard americani, jazz modale, gospel, musica cameristica e improvvisazione. “O Fortuna” tratto da “Carmina Burana” di Orff, classici della canzone d’autore come “Senza fine”, “Moondance”, “Fly Me to the Moon”, “Blue Moon”, “Moon Over Bourbon Street” e “Guarda che luna” vengono proiettati verso la dimensione degli standard jazz e ricondotti a un comune denominatore narrativo, più che musicale. La varietà degli organici, con archi, fiati, vibrafono, chitarre, coro gospel e ritmica jazz, contribuisce a costruire un album volutamente ampio, quasi cinematografico. Particolarmente interessante è l’idea di riscrivere materiali molto conosciuti senza cercare la nostalgia, ma mettendoli in rapporto con una sensibilità contemporanea. “MoonLanding” funziona dunque come concept album nel quale scienza, amore, memoria e musica finiscono per orbitare attorno alla stessa immagine.
A chiudere questo itinerario c’è Alessia Trevisol con “Voce che cammina”, progetto che vive volutamente nella zona intermedia fra jazz e pop. La scrittura si fonda sulla metrica italiana e su una vocalità narrativa, mentre armonie jazzistiche e aperture soul, rock e contemporanee impediscono alle canzoni di adagiarsi in un genere definito. È proprio l’ibridazione a rappresentare la cifra del disco, costruito a partire da vicende quotidiane e da una scrittura personale. La collaborazione con il poeta Giacomo Vit e con il compositore e arrangiatore Marco Battigelli aggiunge una dimensione letteraria e progettuale che rafforza il carattere autoriale del lavoro. Le composizioni cercano il rapporto diretto con l’ascoltatore, senza rinunciare a soluzioni armoniche più ricercate. Voce che cammina è, in questo senso, un titolo programmatico: una voce che attraversa linguaggi differenti senza perdere la propria identità. Nel loro insieme, questi album restituiscono l’immagine di un jazz italiano tutt’altro che ripiegato su sé stesso: una musica che guarda alla propria storia, ma continua a cercare nuove forme, nuovi innesti e nuovi interlocutori. Dalla memoria dei Saxes Machine alla contemporaneità ibrida di Trevisol, dalla scrittura letteraria di Donato all’energia dei Brassense, il jazz appare ancora una volta per quello che realmente è: una musica capace di cambiare pelle senza smarrire il proprio principio fondamentale, quello dell’ascolto e del dialogo.
Salvatore Esposito
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