Fabio Frisino, Corpi inquieti. Le narrazioni mediche e culturali del tarantismo, Editrice Bibliografica 2025, pp.232, euro 22,00

Una nuova importante analisi interdisciplinare sul “mistero” del tarantismo 

Non c’è dubbio: il tarantismo continua ad affascinare studiosi e appassionati, alimentando quella continua “affabulazione” di cui parlava Clara Gallini, che si traduce troppo spesso in una pubblicistica poco originale e confusa, quando non addirittura equivoca, ma che, fortunatamente, dà vita anche a studi rigorosi capaci di aggiungere nuovi tasselli alla conoscenza del fenomeno. A questa seconda categoria appartiene certamente “Corpi inquieti. Le narrazioni mediche e culturali del tarantismo” di Fabio Frisino (Editrice Bibliografica 2025, un saggio che, nel solco aperto da Ernesto de Martino e alla luce delle acquisizioni più recenti rispetto al celebre “La terra del rimorso” (1961), propone un’analisi interdisciplinare del fenomeno, ricostruendone l’evoluzione storica attraverso le interpretazioni elaborate prima dalla medicina, dalla filosofia naturale e dalla religione, e successivamente dall’antropologia e dalle scienze sociali. L’autore, giovane docente di storia della scienza presso l’Università degli studi di Foggia, prende le mosse dalle origini del tarantismo nell’Italia meridionale, con particolare riferimento alla Puglia, considerata la sua “patria elettiva” (ancora Clara Gallini). Qui, per secoli, si è diffusa la credenza secondo cui il morso della “tarantola” – mostrum mitico che non corrispondeva a nessun animale realmente esistente – provocasse una particolare forma di sofferenza fisica e psichica. La guarigione veniva ricercata attraverso un articolato rituale che prevedeva l’esecuzione di musiche specifiche, la danza, ora frenetica, ora malinconica o lasciva, l’impiego di determinati colori e, a partire dalla fine del Settecento nel Salento leccese, il pellegrinaggio alla cappella di san Paolo a Galatina, dove le pratiche di cura trovavano compimento nell’invocazione della grazia. Pratiche che, come evidenzia l’autore, non possono essere comprese esclusivamente sul piano biologico ma vanno interpretate all’interno di un sistema simbolico, religioso e culturale. Il saggio quindi dedica particolare attenzione all’intreccio fra medicina, religione e cultura popolare, mostrando come il trattamento del tarantismo coinvolgesse medici, sacerdoti, musicisti, guaritori e altri attori della comunità. In questo contesto, musica e danza erano considerate strumenti terapeutici e il rito costituiva una forma di cura collettiva, condivisa e profondamente radicata nel contesto culturale locale. Dopo una prima parte dedicata alle fonti più antiche, l’analisi si concentra sulle interpretazioni sviluppatesi nel XVII secolo, in particolare sui trattati di Epifanio Ferdinando e Giorgio Baglivi. I medici dell’età moderna interpretano il fenomeno alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili, attribuendone i sintomi all’azione del veleno della tarantola, agli squilibri della teoria umorale o a particolari alterazioni fisiologiche. Frisino ricostruisce con precisione questo dibattito, mostrando come la ricerca di una spiegazione razionale convivesse con le credenze popolari e con le pratiche religiose fino alla temperie illuminista, quando la stessa realtà del tarantismo viene radicalmente contestata. Emblematica è la posizione del medico napoletano Francesco Serao, che confinò il fenomeno fra i “pregiudizj del popolo”, aprendo tuttavia, com’è noto, a una interpretazione che oggi definiremmo “culturale”. Con l’età contemporanea cambia profondamente la lettura del tarantismo. Nella parte forse più originale del volume, Frisino mostra come questa svolta rifletta l’evoluzione della cultura medica e della concezione del disagio mentale. Tra Ottocento e prima metà del Novecento, all’interno di un serrato dibattito che coinvolgeva medici locali, scienziati napoletani e le severe accademie parigine più all’avanguardia, i sintomi vengono ricondotti a nuove categorie diagnostiche, mentre la medicina scientifica e gli ospedali psichiatrici assumono un ruolo crescente nell’osservazione e nella classificazione dei casi. Nel secondo dopoguerra maturano gli studi antropologici ed etnografici che, soprattutto a partire dalle ricerche di Ernesto de Martino, interpretano il tarantismo come una forma di espressione culturale del disagio individuale e collettivo. In questa prospettiva si riconosce un linguaggio simbolico attraverso cui trovano espressione – e insieme una possibile “soluzione” – tensioni personali, conflitti familiari, condizioni di marginalità sociale e, in molti casi, il malessere delle donne nelle comunità tradizionali (anche se come è noto il fenomeno coinvolgeva anche gli uomini). La pratica terapeutica assume così un significato che va oltre la cura della malattia, configurandosi come un momento di reintegrazione sociale e di riconoscimento pubblico della sofferenza. L’assunto di fondo del volume è che ogni epoca abbia costruito una propria narrazione del tarantismo. Le interpretazioni mediche, religiose, scientifiche e antropologiche non sono presentate come spiegazioni alternative ma come letture storicamente determinate, attraverso cui le diverse società hanno interpretato il rapporto tra corpo, mente, cultura e sofferenza. Il tarantismo diventa così un osservatorio privilegiato per seguire l’evoluzione del sapere medico e delle rappresentazioni culturali della malattia. Coniugando rigore dell’analisi e chiarezza espositiva, pur con un linguaggio talvolta eccessivamente specialistico, il volume offre una lettura densa e ben documentata, sostenuta da un’ampia bibliografia aggiornata, e restituisce il tarantismo come esempio emblematico dell’intreccio fra medicina, religione, pratiche popolari e costruzione culturale della salute. Come osserva Francesco Paolo de Ceglia nella Prefazione, ogni epoca ha tradotto il “mistero” del tarantismo nel proprio linguaggio, facendo della sua storia anche “una storia delle metamorfosi dello sguardo scientifico”. Nella parte conclusiva, infine, il volume ricostruisce, sinteticamente e con qualche semplificazione, il processo attraverso cui il tarantismo, mentre declinava progressivamente come pratica terapeutica fino ad uscire definitivamente dall’uso, nel corso degli ultimi tre decenni ha conosciuto nuova vita tramite un controverso processo di “patrimonializzazione”. Come osserva ancora Francesco Paolo de Ceglia, si è trasformato “lo strazio in danza, la ferita in ritmo, la crisi in festa”, facendo della musica, del ballo popolare e dei numerosi eventi dedicati alla pizzica uno degli strumenti principali della valorizzazione, anche turistica, dell’identità culturale del Salento. In questo affresco complessivamente ben riuscito rimane, a parere di chi scrive, un limite, comune del resto a molti altri studi sul tema. Pur richiamando, anche nell’Epilogo, la presenza del tarantismo in forme differenziate ben oltre la sua terra “elettiva”, il volume finisce infatti per assumere implicitamente il modello galatinese, in cui si realizza il sincretismo con il culto popolare di san Paolo, come paradigma interpretativo del fenomeno. Questa scelta rischia di impoverire, almeno in parte, la rappresentazione storica del tarantismo anche rispetto alla prospettiva ermeneutica adottata dall’autore: basti pensare alla vicenda spagnola, straordinariamente ricca di fonti e di dibattito medico-scientifico. Inoltre, la cruciale “intrusione” paolina nel rituale, che per de Martino – semplificando – contribuì ad accentuarne la “deriva psicopatologica”, così plasticamente rappresentata dallo scenario osservato nella cappella di Galatina durante la celebre ricerca del giugno 1959, risulta essere del tutto assente nei tarantismi esterni al Salento leccese, alcuni dei quali hanno continuato a manifestarsi, con modalità differenziate, fino a tempi molto recenti. Per concludere, anche alla luce della maggiore disponibilità documentaria rispetto al passato, appare auspicabile che le future ricerche, anche in una prospettiva comparativa, dedichino più significativa attenzione ai contesti in cui il tarantismo non è stato “trascinato in cappella”, così da restituire una rappresentazione storica e interpretativa più ampia e meno dipendente dal paradigma galatinese. 

Vincenzo Santoro

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