Il percorso artistico di Vanessa Tagliabue Yorke si è sempre distinto per una caparbia e luminosa eccentricità, avendo attraversato ambiti espressivi differenti dalla musica, alla poesia, passando per la scultura, ma soprattutto improntando il suo percorso di ricerca alla valorizzazione e all’esaltazione delle sue straordinarie potenzialità vocali, muovendosi sui crinali di un jazz che sfugge alle definizioni riduttive per abbracciare l'arte visiva e la letteratura. La sua formazione è un caleidoscopio in cui la devozione per le voci storiche del jazz americano si fonde con una sensibilità fanciullesca e a tratti meravigliosamente controversa, capace di guardare all'innovazione tecnologica – come l'uso dell'intelligenza artificiale per le arti visive – mantenendo ben salde le sue radici musicali. Nel suo nuovo lavoro discografico, "Yōkai 妖怪 Monogatari 物語", questa vocazione eclettica trova un compimento vertiginoso, attingendo linfa vitale dalle leggende popolari nipponiche e dai romanzi di corte del Giappone medievale. Il fulcro concettuale dell'opera ruota attorno agli yōkai, creature cripto-naturali e mostri del folclore giapponese che non appartengono a dimensioni ultraterrene, ma condividono fisicamente lo spazio degli esseri umani, fungendo da specchi delle nostre paure e delle marginalizzazioni sociali. In questo teatro di ombre e apparizioni, le musiche e gli arrangiamenti si spogliano di ogni orpello per farsi essenziali, cameristici, quasi rituali. Non c'è una band che accompagna una solista, ma un organismo vivente in cui gli strumenti dialogano, imitano e sfidano la vocalità mutevole della Yorke. Ad affiancarla in questo viaggio iniziatico, curato dalla stessa autrice nei minimi dettagli tra composizioni e arrangiamenti, troviamo un ensemble di assoluta eccellenza: il formidabile Achille Succi, che si divide tra il calore ligneo del clarinetto basso e i soffi evocativi del flauto tradizionale shakuhachi, le trame visionarie di Enrico Terragnoli a chitarra, sintetizzatori e tastiere, e il magma ritmico, profondo e pulsante, generato da Danilo Gallo, che si alterna tra basso, contrabbasso e una peculiare balalaika bassa. A impreziosire questa tela sonora di rarefatta bellezza interviene, in veste di ospite d'eccezione, la tromba di Fabrizio Bosso, capace di squarci lirici di struggente intensità. Il flusso narrativo del disco si apre con l'impeto di "Ichimokuren", brano originale cantato in inglese e intriso di risonanze mutuate dalla musica tradizionale islandese, dedicato al temibile drago della tempesta accolto dai monaci per placarne le ire. Immediatamente dopo, il paesaggio muta accogliendo le suggestioni pop-latine di "The breeze and I", indimenticabile gemma di Ernesto Lecuona in cui la voce si abbandona a lentissimi e sinuosi vocalizzi da mezzosoprano, per poi precipitare nuovamente nell'esotismo orientale con "Kōjō no Tsuki 荒城の月", storico brano di Rentarō Taki dove il flauto shakuhachi tesse ragnatele di malinconia lunare. L'album è un continuo gioco di specchi temporali e geografici: la deliziosa "Blue River" ci trasporta in fumosi cabaret che mescolano l'ebbrezza di New Orleans alle atmosfere felliniane, sostenuta da pregevoli interventi di contrabbasso e clarinetto. L'essenzialità zen riprende il sopravvento nella brevissima "Yo no naka wa", nata da versi del decimo secolo, prima di lasciare spazio allo standard di Sam Coslow, "Beware My heart", un'emozionante ballad impreziosita da un assolo di tromba monumentale. Il cuore pulsante e drammatico dell'opera è " Furaribi ふらり火", brano dedicato allo spettro-demone di Sayuri, vittima di femminicidio in cerca di riscatto; qui la tromba in versione free jazz introduce strofe in lingua giapponese sospese in un tempo indefinito. Il viaggio della memoria continua con la delicatezza eterea di " Kono michi この道," di Kōsaku Yamada, per poi svoltare inaspettatamente verso il soul-jazz anni Sessanta con un magistrale esercizio di vocalese su "Dat Dere" di Bobby Timmons. Tra sussurri, glissati e aperture melodiche improvvise, emergono creature sfuggenti come "Noppera bō", preludio alle vastità siderali della meravigliosa "Somewhere among the stars", dove la fragilità del canto si fa abbraccio cosmico. L'incontro con il sovrannaturale si rinnova nell'evocativa "Amabiko", prima di sfociare in una delle intuizioni più geniali del disco: " Tu Musica Divina 心を満たすあなたの声", capolavoro del milanese Giovanni D'Anzi riletto in una sorprendente veste linguistica nipponica, che segna il pacificato ritorno sulla terra dello spirito errante. Chiude questo stupefacente percorso iniziatico "White Phoenix", in cui la protagonista si dissolve nelle fiamme della purificazione per rinascere, suggellando un album che richiede all'ascoltatore un'immersione totale e meditativa. "Yōkai Monogatari" non è semplicemente un disco, ma una complessa installazione sonora, un labirinto dell'anima in cui il sincretismo tra il grande jazz americano e la millenaria cultura giapponese genera una bellezza fragile, coraggiosa e profondamente salvifica. danilogallo.bandcamp.com/album/y-kai-monogatari
Salvatore Esposito
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