Paolo Pieretto – La gente vuole pezzi semplici. Comizi Musicali (Maremmano/I.R.D., 2026)

C'è un momento, nella vita di certi artisti, in cui il silenzio smette di essere una scelta e diventa una trappola da cui uscire a forza. Paolo Pieretto ci ha messo dieci anni, ma quando ha deciso di tornare lo ha fatto con un disco che non chiede permesso a nessuno. Cantautore brianzolo e pavese d'adozione, formatosi al C.P.M. di Milano, finalista al Premio Città di Recanati con "Supermarket Italia" e al Festival di Castrocaro nel 2003, vincitore del premio per il miglior testo a "Una casa per Rino" con "Singolo", Pieretto ha poi vissuto un lungo capitolo dall'altra parte del palco: organizzatore, direttore artistico, gestore di rassegne, otto anni a curare i concerti al "Da Trapani" di Pavia. Poi una canzone ha bussato alla porta, e lui ha risposto. "La gente vuole pezzi semplici. Comizi Musicali" è scritto, prodotto, arrangiato, suonato, cantato e registrato interamente dal cantautore lombardo, in casa, senza chiedere favori a nessuno. A mixare e masterizzare ci ha pensato Franco Cufone, già al fianco di Elio e le Storie Tese e Pitura Freska, storico complice del primo disco "Artigiano di parole" (2009). Il risultato è volutamente grezzo, quasi una preproduzione elevata a manifesto estetico: in un'epoca in cui la musica si consuma da cuffiette in mp3 o dal bluetooth dell'auto, la cura del suono è diventata irrilevante per il mercato, e allora Pieretto la trasforma in un gesto politico, un dito medio punk piantato in faccia al music business 2.0. Laura Formenti recita la parte della discografica — o dell'influencer musicale — nel brano-titolo "Singolo (La gente vuole pezzi semplici)", aggiornando al presente una storia nata vent'anni fa da un consiglio ricevuto da un importante discografico: sei bravo, ma la gente vuole pezzi semplici. Oggi quella frase suona come una profezia autoavverata. I nove brani attraversano la contemporaneità con satira feroce e lucidità quasi disturbante. "Buonanotte Zombie" non parla di politici aberranti ma di chi li applaude, con Carmelo Bene che aleggia sullo sfondo e una camminata musicale quasi beffarda. "Schwa" costruisce un affresco generazionale irresistibile — dei boomer al bar che commentano con grossolana faciloneria un mondo che non capiscono — con le strofe deliberatamente modellate sullo stile Vasco anni Ottanta, reliquie pop come il Postalmarket e il Drive-In incluse. "Braies" prende il nome del lago altoatesino diventato meta di pellegrinaggio instagrammatico per riflettere sull'anticonformismo che diventa conformismo con un hashtag davanti, e sulla solitudine vera che arriva dopo che ci siamo tutti connessi. "Faccio solo il mio lavoro" traccia una linea continua tra chi sgancia bombe e chi sale su un palco senza chiedersi chi ci sia dietro: tutto è politico, ogni gesto è una scelta. "Il fannullone" è un omaggio a S. Benedetto del Tronto e al poeta Lucilio Santoni, costruito attorno alla prima riga della Costituzione e a una formula della fisica che diventa metafora del Paese. "Bambini & Co." è una cartolina feroce e comica dal fronte domenicale di un ristorante. Chiude "Magari domani", un monologo parlato sul lockdown del 2020 e sulla velocità con cui ci siamo affrettati a rimettere in piedi esattamente il sistema che era crollato. Ma è "Questa vita in mezzo ai denti", il brano che apre il disco, quello che brucia di più. Pieretto si mette a nudo con una franchezza disarmante, parlando della leggerezza inaspettata ritrovata dopo la perdita del padre Enrico, della libertà di non dover più rispondere a nessuno, della scrittura come necessità e terapia. Il disco è dedicato a Vittorio, e questo nome chiude un cerchio che la canzone lascia aperto con la grazia di chi sa quando tacere. Pieretto si è definitivamente congedato dal cantautore che sognava di essere a vent'anni per diventare qualcosa di più vicino a Carmelo Bene, Andy Kaufman, George Carlin. Un monologhista che usa le canzoni come comizi, un predicatore laico che non salva nessuno ma almeno ha il coraggio di dire quello che vede. In un panorama in cui la canzone d'autore rischia di diventare un genere ornamentale, questo disco funziona proprio come un oggetto stonato e necessario: non radiofonico, non algoritmo-friendly, non rassicurante. Solo onesto, con quella qualità fragile e incandescente che appartiene alle cose fatte senza chiedere il permesso a nessuno. 


Salvatore Esposito

Posta un commento

Nuova Vecchia