Paolo Fresu · David Linx · Gustavo Beytelmann – Trama Latina (Tǔk Voice, 2026)

Ci sono dischi che nascono da un'urgenza geografica, dal bisogno di rimettere in ordine le coordinate di un'appartenenza che non ha un solo indirizzo. "Trama Latina" è uno di questi: non un disco sull'America Latina, ma un disco che vede l'America Latina come una lingua madre adottiva attraverso cui tre musicisti europei ricompongono la propria identità musicale immaginando di averne molteplici. Paolo Fresu (tromba, flicorno ed elettronica), David Linx (voce) e Gustavo Beytelmann (pianoforte) non celebrano nulla e non rendono omaggio nel senso riverente del termine. Interrogano, riscrivono, traducono. E la traduzione, qui, è l'atto creativo fondamentale. Il titolo lavora su un doppio piano. In narratologia la trama è il tessuto connettivo che dà forma a una storia; in tessitura è il filo che attraversa l'ordito. Entrambe le definizioni funzionano: la storia è continentale - Argentina, Cuba, Messico, Brasile, Sardegna, Belgio - e i fili sono lingue che coesistono senza gerarchia. Fresu scrive testi in sardo sulla musica di Linx, Linx adatta in olandese composizioni di Milton Nascimento, Celsa Vilafora scrive testi brasiliani sulla musica di Fresu, Famke Sinninghe Damsté contribuisce ad altri adattamenti. Beytelmann ricompone dall'interno il sistema accordale del tango post-piazzolliano, lavorando su una materia che conosce non da studioso ma da protagonista: fu pianista di Piazzolla nella tournée europea del 1977, aperta all'Olympia di Parigi, e aveva già fondato con Patrice Caratini e Juan José Mosalini un trio pianoforte-bandoneon-contrabbasso che calcò i palcoscenici europei e americani per oltre dieci anni. Quel vissuto si sente in ogni scelta armonica. Undici brani, registrati tra il 6 e l'8 maggio 2024 all'Artesuono Studio di Cavalicco da Stefano Amerio, con una spazialità esplicita e una dinamica non compressa che è essa stessa una dichiarazione di intenti. La copertina porta l'opera "Passaggio di segni" dell'artista colombiano Juan Carlos Pineda — acquerello su carta cotone, 2025 — amico di vecchia data di Fresu: la stratificazione cromatica del quadro entra in risonanza con la struttura del disco in modo che diventa più evidente man mano che l'ascolto avanza. Il disco si apre con “Esta tarde vi llover” di Armando Manzanero nella quale il trio lavora sulla familiarità del tema come su un materiale da ridurre all'essenziale, lasciando che la struttura armonica di Beytelmann smontasse e ricostruisse il classico arrangiamento con una logica più vicina al jazz europeo che alla canzone caraibica. Si prosegue con “A falta de um lugar (diáspora)" - su musica di Paolo Vredu con testo di Celsa Vilafora - che porta nel sottotitolo un manifesto implicito: non la nostalgia per un luogo d'origine, ma l'erranza culturale come condizione permanente. Il pianoforte di Beytelmann introduce deviazioni armoniche che rimandano alla sua formazione nel jazz, mentre il flicorno di Fresu costruisce vuoto intorno alla voce di Linx, lasciando spazio che nessuno riempie. Quella scelta - non riempire lo spazio disponibile - è una delle cifre più precise dell'intero lavoro. Il silenzio non è assenza di suono ma la struttura portante intorno a cui le note si organizzano, e Fresu lo sa con la consapevolezza di chi appartiene per formazione e temperamento a quella tradizione del jazz europeo che da Miles Davis a Chet Baker ha fatto della sottrazione un linguaggio. Arriva poi una sequenza densa di lirismo con “My first love (El primer amor)” di Pablo Milanés, che ci introduce a "Chiquilín de Bachín" di Piazzolla con testo di Horacio Ferrer porta Beytelmann a mostrare la profondità del suo rapporto con quella tradizione: non esegue, rilegge, elimina i picchi melodrammatici sedimentati dalla tradizione e lascia lo scheletro armonico reggere da solo. “Making Haste” firmata da Linkx e Beytelmann fa da preludio al vertice del disco che arriva con gli oltre otto minuti di "No room for maybes here (nem um talvez)" dal repertorio dell’indimenticato Hermeto Pascoal un brano permeato da una risonanza che il trio non ricerca e non enfatizza, ma che si avverte con forza. "In Coro Tou", con testo in sardo scritto da Fresu con Linx - il titolo significa "nel tuo cuore" - è forse il momento più intimo del disco. Il sardo non è mai stato una lingua di jazz, e proprio per questo funziona con una forza inattesa: suona antico e aereo allo stesso tempo, si piega alla melodia senza perdere la sua asperità consonantica. Si prosegue con le gustose “Each day new” scritta da Linx e Fresu e “Perron (Encontros y despedidas)” per giungere al tango de "La casita de mis viejos", scritto dal pianista Juan Carlos Cobián — soprannominato "el Chopin del tango" — con testo di Enrique Domingo Cadícamo: la scelta di mettere un pianista a rileggere un tango scritto da un altro pianista non è indifferente, e si sente in ogni accordo. Il brano resta riconoscibile ma sembra nuovo. “La añera” dal songbook di Atahualpa Yupanqui chiude un disco denso di fascino che richiede silenzio e ascolto attento. Fresu, Linx e Beytelmann hanno scelto la necessità espressiva sull'effetto e l'essenziale sul decorativo, e quella scelta si sente nel peso di ogni pausa, nel numero di note che non vengono suonate. A molti sembrerà sottrazione. Per chi sa ascoltare oltre la nota, è esattamente il contrario. 


Salvatore Esposito

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