Non mi considero un musicista jazz, ma un guaritore, Abdullah Ibrahim (1934 – 2026)

Nel 1965 Ibrahim e Benjamin si sposarono e si trasferirono a New York. Nello stesso anno ebbe l’occasione di suonare al Newport Jazz Festival e continuò la stretta collaborazione con Duke Ellington: nel 1966 lo sostituì dirigendo la Duke Ellington Orchestra in cinque date del tour americano. Una borsa di studio della Fondazione Rockefeller nel 1967 gli permise di studiare alla Juilliard, e iniziò a stringere amicizie con alcune delle voci più potenti del jazz: Max Roach, Ornette Coleman, Don Cherry, Cecil Taylor, Pharoah Sanders e Archie Shepp. Si convertì all’Islam nel 1968, cambiando il suo nome in Abdullah Ibrahim e nello stesso anno fece brevemente ritorno in Sudafrica. L’incontro con Rashid Vally nel negozio di dischi “Kohinoor” che gestiva a Johannesburg fu decisivo per i suoi album seguenti, un paio ispirati dal folk, poi, in “Underground”, con i sassofonisti Robbie Jansen e Basil Coetzee anche da elementi fusion. Con loro registrò i 14 minuti di “Mannenberg”, in un’unica sessione di improvvisazione collettiva nel giugno del 1974 in un'unica ripresa che pubblicò col titolo “Mannenberg – Is Where It’s Happening”, ispirandosi alla township Cape Flats, dove erando stati espulsi molti abitanti, allontanati con la forza, del District Six. 


Lo storico John Edwin Mason lo definì “la composizione più iconica nella storia del jazz sudafricano” per la capacità di combinare unica linguaggi e idiomi musicali radicati in Sudafrica – marabi, mbaqanga, langarm, vastrap, ticky draai – facendoli dialogare con il jazz contemporaneo: il Cape jazz. Seguirono le registrazioni “African Herbs” (1975), “Banyana – Children of Africa” e “Black Lightning” (entrambi del 1976). Dopo la rivolta di Soweto ill 16 giugno 1976, Ibrahim dichiarò il suo sostegno all'African National Congress.


Tornò a New York e nel 1978 pubblicò “Anthem for the New Nation” e l’anno dopo “African Marketplace”, coinvolgendo un gruppo di dodici musicisti: è entrato nella lista dei 100 album jazz che hanno scosso il mondo. Nel giro di un anno vendette più copie di qualsiasi altro album jazz sudafricano. Eseguito successivamente da alcuni membri della band durante manifestazioni di protesta politica, divenne un inno di resistenza e resilienza.


Memorabile è rimasto l’album “Echoes from Africa”, registrato il 7 settembre 1979 presso i Tonstudio Bauer di Ludwigsburg, in Germania, con il contrabbassista Johnny Dyani e pubblicato poco dopo dalla Enja: un brano tradizionale, una composizione di Mackay Davashe e due composizioni di Ibrahim, una dedicata a McCoy Tyner.


Negli anni Ottanta, continuò a suonare sia come solista, sia con la sua band, Ekaya. A New York si esibiva frequentemente al club Sweet Basil. Una sera il pianista Kenny Barron ascoltò i dialoghi tra Ibrahim e il sassofonista Carlos Ward, membro storico di Ekaya. E ne trasse l’ispirazione per “Song for Abdullah”: “La musica che producevano era così bella e spirituale", disse Barron a Terry Gross di NPR in una puntata di Fresh Air del 1989. "Era come essere in un tempio o in una chiesa, molto lirica e beata.”


Ibrahim tornò in Sudafrica dopo aver incontrato in Germania nel 1990 Nelson Mandela (da poco uscito di prigione) che lo invitò a tornare a casa. Nel 1994 si esibì con un'orchestra sinfonica in occasione dell'insediamento di Mandela alla presidenza. Nel 1999 ha fondato a Città del Capo l’accademia M7: l’obiettivo è orientare gli studenti verso le sette discipline essenziali per l'equilibrio spirituale e sociale: musica, danza, meditazione, dietetica, arti marziali, movimento e insegnamenti dei maestri. Più recentemente, aveva dato vita a Johannesburg alla Fondazione M7. A Città del Capo seppe sostenere anche la nascita della Cape Town Jazz Orchestra, inaugurata nel 2006. Nel 2016, all’Emperors Palace di Johannesburg, Ibrahim e Hugh Masekela si sono esibiti insieme per la prima volta in 60 anni, riunendo i Jazz Epistles per commemorare il 40° anniversario delle rivolte giovanili di Soweto del 16 giugno 1976. Ibrahim ha composto le musiche per due film, “Chocolat” (1988) e “No Fear No Die” (1990), ed è stato protagonista di due documentari, “A Brother with Perfect Timing” (1987) e “A Struggle for Love” (2005). Ha continuato ad incantare anche nei concerti da solo e nel 2008 ha pubblicato con la Sunnyside l’album per pianoforte solo intitolato Senzo (che significa antenato in cinese e giapponese, e creatore nella lingua Sotho di suo padre). Sono seguiti una decina abbondante di album per lo più prodotti da Sunnyside, gearbox e Enja. Nel 2018 ha ricevuto il National Endowment for the Arts NEA Jazz Masters. 
La sua ultima esibizione pubblica in Sudafrica si è tenuta a marzo di quest'anno al Cape Town International Jazz Festival.  Bheki Mseleku, Zim Ngqawana e Nduduzo Makhathini, ognuno a suo modo, hanno reso omaggio al maestro, sempre attento agli incontri e al dialogo: “Ogni volta i miei incontri mi aprono una nuova strada verso l'aldilà. Sono questi insegnamenti che mi mostrano la via per il paradiso. Nessuno di noi dovrebbe cercare di essere qualcuno. Facciamo semplicemente ciò che dobbiamo fare su questa terra. Siamo onesti con noi stessi. È un processo lungo e difficile, perché il nostro ego cerca costantemente di convincerci di essere intelligenti. Dobbiamo arrenderci alle emozioni primordiali, accettare errori e fallimenti. In questo modo, il vostro ego non si aspetterà nulla in cambio. Pensate davvero che io stia pensando alla posterità? Tutto si vive nel presente!” (Abdullah Ibrahim, in dialogo con Joe Farmer alla radio RFI, febbraio 2024)


Alessio Surian

Posta un commento

Nuova Vecchia