
Stefano Valla, virtuoso del piffero e portavoce di questa tradizione sin dal 1981, e Daniele Scurati, fisarmonicista di solida estrazione classica, rappresentano ormai un consolidato punto di riferimento della musica delle Quattro Province, luogo dell’anima in cui le province di Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza, condividono una secolare tradizione musicale e coreutica. Radicati profondamente a Cegni, paese che diede i natali ai leggendari pifferai Giacomo ed Ernesto Sala, i due musicisti hanno interiorizzato l’antico corpus sonoro di queste montagne per proiettarlo con originalità e perizia esecutiva verso il futuro. Intrapreso nel 1999, il loro percorso artistico in duo ha sempre rifuggito la sterile conservazione museale per indirizzarsi verso una visione di “tradizione in movimento” che gli ha consentito di portare le forme coreutiche delle Quattro Province dalle deste sulle aie ai circuiti internazionali della world music. Se i primi lavori discografici del duo, come “E prima di partire...” pubblicato nel 2001, obbedivano ancora a una logica prevalentemente restitutiva e legata alla pragmatica del ballo, già con le pubblicazioni successive come “Segni” (2005) e “Per Dove?” (2009) si è assistito a una marcata evoluzione del loro linguaggio. Questa traiettoria li ha visti trasformare progressivamente la coppia piffero-fisarmonica da mero veicolo di trasmissione orale a un sofisticato laboratorio di arrangiamento, colore timbrico e creazione autoriale, pur restando fedeli all’ortodossia del linguaggio locale. Il nuovo album “Instabasua”, registrato tra il 25 e il 29 agosto presso la casa di Valla a Cegni (Pv) e affidato alle sapienti mani di Marco Domenichetti per la cura del suono, rappresenta la sintesi di un quarto di secolo di ininterrotta ricerca, mescolando canti e danze tradizionali a composizioni originali dal forte spessore contemporaneo. Ad introdurci all’ascolto è la nota introduttiva firmata dalla poetessa Roberta Dapunt che è riuscita a cogliere perfettamente lo spirito dell’opera, descrivendo l’atto del “riconoscere” che precede la conoscenza stessa, all’interno di quei “luoghi non giurisdizionali” cari a Giorgio Caproni dove la musica genera un inscindibile senso di appartenenza comunitaria. Sotto il profilo strettamente sonoro, la rodata e quasi simbiotica interazione tra i due strumenti si arricchisce delle preziose tessiture dei pifferi “Rosa” e “Ape” plasmati dal liutaio Stefano Mantovani, intrecciandosi organicamente al respiro delle fisarmoniche di Scurati, tra cui spicca una magnifica Fratelli Crosio risalente al 1937. Il panorama timbrico dell’album si espande ulteriormente in direzioni inaspettate ma sempre coerenti, accogliendo le incursioni di ospiti calibrati con grande acume: dalle escursioni virtuosistiche del violino a cinque corde dello statunitense Casey Driessen alle ance della musette di Fabio Rinaudo, passando per le percussioni vocali del beatbox di Diego Dobrilla e le voci che ridisegnano la coralità appenninica. Il fluire di “Instabasua” si snoda lungo diciotto tracce che alternano con equilibrio il vigore circolare della danza a momenti dal respiro più squisitamente narrativo. Ad aprire il disco sono le trascinanti danze delle “Alessandrine”, che orienta immediatamente le coordinate spaziotemporali dell’ascolto, per poi ammorbidirsi nel trasporto vocale di Alessandro Losini nel canto d’amore “Serenin”. È con l’elegante “Valzer in agosto per Renè” che spicca la capacità di Stefano Valla di scrivere la tradizione firmando una melodia di grande intensità poetica ed emotiva. Si prosegue con il medley che incrocia “Sestrina” e “Monachella”, arricchita in modo suggestivo dalle voci giovanili del coro francese “Farendole” del Conservatorio del dipartimento della Grand Bourg Agglomération. Se “Mazurca di Ivano” ci riconnette alla funzione aggregativa del liscio da piffero in una rilettura di profonda maturità. La successiva sequenza in cui ascoltiamo “Alberi neri”, “Polca” e “Alessandrina” rappresenta senza dubbio uno degli apici espressivi del disco, componendo una sorta di suite, registrata con la presenza di Casey Driessen, nella quale vengono dilatati i paradigmi modali della tradizione appenninica proiettandola in una dimensione globale di grande fascino. Lo spessore civile e la memoria storica si fanno tangibili nella riproposta de “Il disertore contro ogni guerra” di Boris Vian, a cui risponde per contrasto la fluidità lirica dell’inedito “Valzer in luglio”. La magnifica interpretazione di Francesca Vercesi infonde nuova linfa al grande classico “Bella növa”, mentre “Valzer da strada” continua a tessere il filo tra antico e moderno. Il picco di sperimentazione audace si tocca in “Didl dì”, dove il piffero si scontra, si intreccia e si fonde magistralmente con le sincopi del beatbox di Diego Dobrilla. L’album si incammina verso la conclusione alternando il rigore filologico di “Marcellina” e della “Polca brillante” all’intensa rarefazione emotiva di “Dopo la neve”. La voce di Losini fa il suo ritorno in “C’era una ragazza”, prima di lasciare spazio al commiato di “Usignolo”, dove le ance doppie di Valla e Scurati danzano in perfetta comunanza timbrica con la cornamusa di Fabio Rinaudo, suggellando un’opera che definisce il canone contemporaneo delle Quattro Province.
Salvatore Esposito
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