Il soffio continuo delle Quattro Province
Tra i musicisti più autorevoli della tradizione orale in Italia, Stefano Valla (piffero, flauti e voce) e Daniele Scurati (fisarmonica e voce) narrano in note le Quattro Province: quel territorio interregionale sospeso tra le valli appenniniche dei fiumi Trebbia, Scrivia, Borbera, Curone e Staffora. Sono “memoria attiva”: Valla e Scurati portano nel presente un patrimonio prezioso, agendo come mediatori di un sapere appreso direttamente dai maestri del passato. La loro cifra stilistica li vede protagonisti sia nei contesti rituali del territorio, sia in una solida attività concertistica che spazia da sale prestigiose ai principali festival folk internazionali. A questo si aggiunge un costante impegno didattico, mosso dall’esigenza di tramandare stili e repertori alle nuove generazioni di suonatori. Per il duo, l’adesione al linguaggio tradizionale non si traduce in una riproposizione statica o cristallizzata del passato; al contrario, implica una visione aperta che si esprime in una prassi esecutiva capace di innestare esplorazioni melodiche e innovazioni ritmico-armoniche. Il duo vanta un’imponente discografia prodotta tra Italia e Francia. A sei anni da “Bellanöva” – lavoro in quartetto che si apriva a raffinati orizzonti cameristici – tornano oggi con “Instabasua” (Felmay). Il disco sfida apertamente i dettami dell’ascolto randomico e la riduzione della soglia d’attenzione digitale: con una durata di ben 65 minuti, l’album è stato inciso nell’agosto 2025 nell’intimità della casa di Stefano Valla a Cegni. In questo studio casalingo, i musicisti hanno lavorato circondati da una cerchia di amici, tra giovani promesse e artisti affermati. Introdotto dalla nobile presentazione della poeta Roberta Dapunt, programma si snoda tra brani tradizionali e nuove composizioni: un viaggio tra alessandrine, polche, valzer, sestrine, mazurche, canti rituali e canzoni. Per il profilo emotivo e artistico e per l’attitudine anelante di questi straordinari musicisti, per la profondità musicale e la naturale raffinatezza con cui questi artisti tessono il filo del retaggio locale – ponendosi come testimoni e autori al tempo stesso – “Instabasua” è il BF-Choice di aprile, presentato con gli approfondimenti di Ciro De Rosa e Salvatore Esposito. In una videochiamata con Stefano Valla abbiamo discusso i temi centrali dell’album, intrecciando racconti e riflessioni sul legame con i maestri del passato, sul rinnovamento e sulla trasmissione delle pratiche esecutive e dei repertori delle Quattro Province: un patrimonio vivo che si rigenera senza smarrire il nesso con la memoria collettiva.
Ci sono due linee di pensiero che ci hanno spinto verso questo titolo. Inizialmente, volevamo inserire nel disco una canzone contenente il verso “Sul far di sera”, perché ci piaceva l’idea della sera come momento in cui iniziano la festa, la notte, il ballo e i concerti. Alla fine il pezzo non è rientrato per questioni di spazio, visto che il disco è già molto lungo, raggiungendo oltre i 65 minuti, ma il concetto è rimasto. È un modo di dire molto diffuso sia qua, nei paesi dell’Appennino, con delle micro-varianti, sia nell’alessandrino, come mi ha confermato Beppe Greppi (produttore esecutivo della label Felmay, ndr) al quale piaceva questa idea. “Instabasua” è la sintesi dialettale di quattro parole: “in-questa-bassa-ora”. Ha un doppio significato: uno anagrafico, perché non abbiamo più vent’anni, pur mantenendo intatta la passione e l’amore per questi repertori; l’altro è legato al momento storico. Attraversiamo un periodo difficile, tra guerre e tensioni politiche, dove c’è la percezione netta che le cose stiano decadendo e non migliorino. È un suono unico che indica perfettamente questa “bassa ora” collettiva.
Chi sono oggi musicalmente Stefano Valla e Daniele Scurati?
Siamo suonatori di tradizione che hanno raccolto e portato avanti il lavoro dei propri maestri, non solo nel repertorio, ma anche nell’esercizio creativo, soprattutto per quanto riguarda il dialogo tra piffero e fisarmonica. I primi innesti risalgono ai primi del '900 quando i giovani suonatori del tempo inventano un vero e proprio codice. Prima il piffero suonava con la mūsa, la cornamusa dell’Appennino; questi giovani scelsero la fisarmonica perché era lo strumento più moderno a disposizione, spinti dal desiderio di essere al passo coi tempi. Inventarono un sistema che manteneva le funzioni e alcune frasi tradizionali: i respiri, quelle che i vecchi maestri chiamavano pause lunghe o pause brevi, e i lanci. Da lì, generazioni di fisarmonicisti hanno sviluppato armonie e colori con le proprie capacità. Come diceva il mio maestro Andrea Domenichetti “Taramla”, c’era questo codice che permetteva comunque al piffero di suonare. Su questo innesto importante si sono sviluppati ritmi e passaggi che noi abbiamo ereditato e portato avanti. Siamo partiti dall’esperienza di vecchi suonatori eccezionali come Giuseppe Dall’Occhio, detto Pinotto, che era del 1908 ed aveva vissuto con i primi fisarmonicisti degli anni ‘20. Più si andava avanti, più alcuni fisarmonicisti virtuosi si permettevano elaborazioni tecnicamente complesse. A me interessava preservare quel codice profondo e l’ho trasmesso a Daniele Scurati, che conosco da quando
aveva quattro anni. Noi siamo figli di questa storia. Ovviamente, ascoltiamo la musica di oggi, ma il nostro obiettivo resta continuare il percorso dei maestri storici: saper fare quello che piaceva a loro e avere la possibilità, armonicamente, di aprire nuovi spazi e colori sulla nostra musica. Una musica che mi è stata in gran parte tramandata da Ernesto Sala e Andrea Domenichetti, per poi confrontarmi con tutti i fisarmonicisti che sono stati importanti per me.
Come è avvenuta la registrazione di un album in cui si avverte un’atmosfera molto intima?
In coppia abbiamo fatto diversi dischi e un DVD, ma ad alcuni album non abbiamo più accesso, anche se sono presenti sulle piattaforme. Abbiamo quindi pensato di trovare un equilibrio tra brani già incisi e inediti, dando molto più spazio alle canzoni. Abbiamo ripreso brani come il canto rituale nuziale “Bella Növa”, reso in una versione che immaginavo da tempo, legata all’eterofonia – come la chiama Mauro Balma –, ossia al dialogo tra la linea melodica del canto e quella del piffero che le gira intorno. Poiché non posso cantare e suonare contemporaneamente, e avendola eseguita nella tonalità originale in Re, c’era bisogno di una voce molto alta. Ho pensato alla versione di mia nonna, Maddalena Buscaglia che era del 1898: cantava in maniera incredibile, con un’emissione impressionante (Valla fa una pausa, visibilmente commosso, ndr). Cantava così bene che, in campagna, la gente smetteva di lavorare per ascoltarla. È una cosa che racconto sempre ai concerti: “Io non canto bene come mia nonna, ma voi non state lavorando…”. Cantava talmente bene che pifferai molto famosi andavano a casa sua a provare pezzi di ogni genere. Questo gioco tra il piffero e la voce femminile mi ha sempre attratto. Per questo ho invitato a provare Francesca Vercesi, una studentessa di canto jazz con una voce bellissima. Abbiamo registrato tutto in diretta. Ha cantato con una freschezza naturale, andando oltre la ricerca della perfezione assoluta. In questo gioco tra voce e piffero, quest’ultimo improvvisa come facevano i vecchi: da parte mia non c’è mai una frase uguale all’altra. C’è un rapporto intimo, come dici tu, perché abbiamo registrato in casa: una scelta di comodità ma anche di tranquillità. Volevo registrare senza limiti di tempo, per seguire l’onda giusta o cogliere il momento buono. Abbiamo registrato alla prima o alla seconda prova, senza spazi divisori, in una ricerca dell’esecuzione vera e diretta. Suoniamo insieme facendo le giuste proporzioni, un po’ come nel jazz: io sento quello che fai tu e viceversa.
L’idea di un CD è quella di cogliere ed esprimere un determinato periodo della nostra vita. Di conseguenza, lavoriamo con chi ci è stato vicino o con chi abbiamo collaborato in quel frangente. Alcuni musicisti, come il violinista di BellaNöva Marcello Fera o il compositore francese Laurent Audemar, non sono riusciti a esserci per varie complicazioni. C’è invece Alessandro Lòsini, figlio di Ettore “Bani”, che conosco da quando era bambino e che ha una voce molto bella. C’è Fabio Rinaudo alle cornamuse, con cui collaboriamo da qualche anno. Poi c’è Diego Dobrilla, un ragazzo di Monghidoro che fa beatbox, incrociato a una festa anni fa. Infine, l’americano Casey Driessen al violino, simpaticissimo, che gira il mondo suonando con i musicisti del luogo. Ci ha proposto di registrare insieme, è venuto da noi e abbiamo suonato in presa diretta (c’è anche il video su YouTube). Poi è ripartito, ma proprio mentre stavamo mixando l’album ci ha mandato il materiale definitivo, così ci è venuta l’idea di inserirlo.
Sempre parlando di collaborazioni vorrei chiederti del Coro che interviene nel medley “Sestrina/Monachella”.
È nato da un incontro con un’associazione di Bourg-en-Bresse, sotto la direzione artistica di Françoise Cartade, che ha previsto l’insegnamento di quattro brani in diverse scuole per un disco pubblicato in Francia. Un’esperienza bellissima, a ha fatto un po’ impressione l’idea che siamo stati più volte in Francia per fare questo lavoro, e non succede in Italia… fa davvero sorridere. Il gruppo è il Coro Farendole del Conservatorio del dipartimento della Grand Bourg Agglomération (con la direzione del coro di Séverine Dubois, ndr). Tra le varie canzoni ho deciso di inserire questa perché volevo riprendere la “Monachella”. Sentirla cantata dai bambini, con le loro voci, come dire, pulite, belle: fa venire la pelle d’oca. Avevamo fatto un concerto con quattro formazioni diverse, ma abbiamo scelto questa traccia perché la “Sestrina” è uno dei brani più belli del nostro repertorio, mentre la “Monachella” è un canto legato al filone narrativo degli sposi, proprio come la “Bella Növa” o la “Sposina” che per me rimane magico in tutto il panorama del nostro patrimonio.
Tra le tue nuove composizioni hai una predilezione per i valzer?
Mi sono prefissato di comporre dodici valzer, uno per ogni mese. Per ora ne ho finiti cinque o sei. In questo disco abbiamo inserito i due valzer estivi. Sono sempre alla ricerca di idee che funzionino per il
nostro strumento. A volte, quando li presentiamo dal vivo, scherzo col pubblico e dico: “C’è gente molto pigra che ha fatto solo le Quattro Stagioni”.
“Alberi Neri” è un brano firmato da entrambi, breve ma intenso, dalla vena un po’ malinconico, adatto a una colonna sonora cinematografica.
Non sono un compositore “da tavolino”, costruisco tutto suonando. “Alberi Neri” è ispirato a un tondo di Pellizza da Volpedo (già copertina di uno dei nostri CD), dove ci sono ragazzi in cerchio che ballano sotto gli alberi. C’è un’atmosfera dolcissima ma, al contempo, l’ombra dell’albero ha qualcosa di spettrale. È nata come un’improvvisazione poi codificata ed è vero, è molto malinconica. Io, Stefano Valla, porto la festa, ma il piffero fa allegria, ma non è allegro. Questa voce che arriva mi ha sempre toccato il cuore e accompagnato in una malinconia che mi porto dietro fin da bambino, figlia di un mondo che ho visto trasformarsi e scomparire. Sono stato molto coi nonni e ho visto sparire il secolare mondo agropastorale, non sostituito da nient’altro. Forse mi è rimasta una malinconia legata proprio a quell’infanzia. La musica, però, è rimasta a raccontare questa civiltà. Ho preso il posto dei vecchi maestri lavorando in continuità con loro sul territorio. In seguito, abbiamo avuto l’opportunità di raccontare questa storia fuori dalla sua funzione tradizionale. Quando vai a suonare a Vienna, dove questa musica non è vissuta nella sua funzione, come un carnevale o una festa, ti accorgi che diventa pura musica. Per questo è nata in me l’esigenza di perfezionare e comunicare certe cose; bisogna creare opere nuove che restino un’opportunità di esprimere quel mondo interiore. “Alberi Neri” è l’esempio di tutto questo. Spesso usiamo nuove melodie come introduzione ai brani storici proprio per esprimere una nostra emozione, avvertendo il bisogno profondo di essere suonatori di “tradizione” ma nel nostro tempo. Anche i nostri vecchi avevano questo desiderio: Giacomo Sala decise di abbandonare la cornamusa per la fisarmonica proprio per suonare “la musica di oggi”. Ho conosciuto anziani che ricordavano bene i vecchi dell’epoca volere la cornamusa col piffero, mentre i giovani spingevano per la fisarmonica. I vecchi dicevano: “La fisarmonica fa troppo rumore…”. Erano abituati a due voci sottili con un bordone, e all’improvviso arrivavano questi strumenti coi bassi e dieci ance che vibravano. Però la fisarmonica ha vinto, e grazie a quella scelta siamo ancora qui a suonare e a parlarne.
A proposito di motivi toccanti, mi commuovo quando vi ascolto suonare e cantare “Marcellina”.
Ce l’ha insegnata la nostra amica Zulema Negro di Cosola, un paese dove questa cultura era radicatissima. Non è un canto polifonico da osteria, è una canzone intima, quasi una ninna nanna. L’abbiamo imparata molti anni fa e avevamo già trovato il nostro modo di farla e di pubblicarla. Questa volta abbiamo deciso di registrarla con le nostre due sole voci, e sento che l’effetto funziona. Ha un giro armonico che ricorda cose alla “Via del Campo”. Arriva dritta al cuore perché ha un portamento delicato e va cantata con umiltà, senza aggiungerci sentimentalismi patetici. Succede spesso con il “Valzer dei Disertori”, dal repertorio della Prima Guerra Mondiale: c’è chi vi aggiunge sentimentalismo rendendolo banale, mentre melodie come questa toccano il cuore di per sé. Io divento solo uno strumento per far sì che esca la canzone, non ci aggiungo niente. Bisogna essere umili davanti a questo patrimonio, c’è solo da usare il proprio corpo come mezzo di passaggio dalla terra a fuori, con umiltà. La parola umiltà, secondo me, è una guida importante.
Un’altra canzone che suonate è “Il disertore” di Boris Vian.
Mi è sempre piaciuta. La cantavo in francese con mio suocero, a cui è dedicata, e da molti anni la propongo nei concerti. Esattamente come il “Valzer dei Disertori” (che abbiamo già inserito in “Bella Növa”), è un canto contro la guerra. Abbiamo preferito inserirla per l’assonanza che ci lega al tema, ma anche perché questo nuovo lavoro esce in un mondo che vuole farsi la guerra. Noi abbiamo attraversato tutta la vita quasi senza accorgerci di questo rischio, nonostante che le guerre ci siano sempre state… noi europei abbiamo sempre fatto i furbi facendo finta di nulla per anni. Avevo sentito la magnifica traduzione di Ivano Fossati, che ne restituisce completamente il pensiero. Non inserire in un disco di oggi qualcosa di critico verso le attuali politiche, questi comportamenti, mi sembrava assurdo. Perché sì che suono l’”Alessandrina”, però io vivo oggi e dovevo in qualche modo fa sentire la nostra opinione.
Oggi suoni gli strumenti costruiti da Stefano Mantovani…
Mi sono sempre dedicato moltissimo agli strumenti che usiamo, sia per il piffero sia per la fisarmonica, per cui ho collaborato con diversi costruttori. All’inizio avevo preso un piffero da un signore che poverino si divertiva a farli, ma non c’era nessuna possibilità che suonassero, però io non lo sapevo. Il giorno dopo
andai da Ernesto Sala a fargli vedere il piffero. Lui lo provò e mi disse dopo trenta secondi: “Non va”. Poi andai in una frazione qua vicino e incontrai quello che poi diventò l’altro mio maestro, Andrea Domenichetti; anche lui prese in mano il piffero e mi disse: “Non va”. Quindi il primo giorno con il primo piffero era stato un disastro. Andai a casa sua, in un paese sopra Cegni che si chiama Negruzzo, e lui mi diede da provare un piffero vecchio che aveva in casa di un suonatore della sua famiglia, Pipein (Giuseppe Domenichetti, 1890-1958, pifferaio di Negruzzo in valle Staffora, ndr), che aveva questo piffero. Quando provai questo piffero mi accorsi veramente della differenza, perché questo piffero storico andava benissimo. Al di là della non esperienza mia, però l’emozione di quel momento me la ricordo proprio nella bocca. Poi mi raccontarono che quel piffero era il miglior piffero, a detta dei vecchi suonatori, che avessero avuto; che Jacmon (Giacomo Sala, ndr) lo portò dalla Liguria dove lo costruivano e che, ritenendo che avesse un suono un po’ troppo duro, lo cedette al suonatore di Negruzzo. Suonandolo, questo strumento si trasformò e divenne lo strumento detto da loro “il migliore”. Jacmon lo voleva indietro, ma questo pifferaio non glielo diede mai indietro. Però quando andava su credo che glielo imprestassero. Per cui l’ho sempre tenuto come riferimento per valutare e considerare altri strumenti che potevano diventare miei. Cercai qualcuno che potesse farmi una copia di uno strumento storico. Dopo vari tentativi mi ritrovai in Francia con la disponibilità di Claude Roméro. Abbiamo fatto una copia molto precisa di uno strumento storico. Quando conobbi Stefano Mantovani, che è un tecnico tornitore di altissimo livello, abbiamo rimisurato anche questo storico piffero di Pipein. Per cui i pifferi che sto suonando adesso sono costruiti su queste misure. Con il problema che noi oggi suoniamo a 440 Hz, perché i pifferi più vecchi erano leggermente calanti. Non era Fa#, ma erano molto bassi. Con l’arrivo della fisarmonica questi strumenti andarono in crisi e qualcuno, come il signor Bacigalupo di Cicagna (Nicolò Bacigalupo, detto “U Grixu”, ndr), cominciò a fare strumenti per suonare bene con la fisarmonica. Questo lavoro con Mantovani l’ho continuato per perfezionare e far sì che i suoni e i colori dello strumento rimanessero coerenti con gli strumenti storici, ma che non ci fossero problemi per poter suonare correttamente a 440 Hz. Faccio un esempio: volendo potevamo suonare anche più basso, perché con le fisarmoniche con cui ho lavorato con la ditta Beltrami posso farla intonare a 435 Hz, però poi io posso suonare solo con quella fisarmonica. Nel momento in cui ti confronti con altri musicisti o con un altro fisarmonicista, diventerebbe impraticabile. Mantovani costruisce strumenti uno a uno, perfetti, basandosi sulle misure storiche ma adattandoli alle esigenze attuali. L’unica variabile resta il legno, Poi c’è l’ancia, il lavoro sulle ance, sul musotto...
Sì, è fondamentale. Ogni suonatore dovrebbe sapersi fabbricare le ance. Una volta scelto lo strumento, la vera differenza la fa l’ancia; e poi, ovviamente, il suono che crei col tuo pensiero e il tuo soffio. Il legno che usiamo oggi è il granadillo (ebano del Mozambico), resistentissimo agli sbalzi termici, a differenza degli ebani antichi che si crepavano sempre. Ma anche con lo strumento perfetto, se cambi l’ancia o il musicista, cambia tutto.
Come hai imparato a costruire le ance?
Ho imparato a costruire le ance da Pino Brignoli di Cegni, che era il nipote di Jacmon ed era stato suonatore. Lui faceva le ance a Ernesto Sala, perché Ernesto invece non ha mai imparato a farle perché aveva il nonno che suonava il piffero, il papà che comunque non era professionista ma che suonava la cornamusa, il cugino Giacomo Sala che era un fenomeno e faceva le ance. Magari anche per mancanza di manualità, non imparò. Finché c’è stato Jacmon tra questi suonatori, lui aveva le ance. Poi cominciò a farle Brignoli che mi ha trasmesso completamente il modo che aveva imparato dal nonno. Ho imparato direttamente dai vecchi suonatori a fare le ance nel nostro sistema, con la bocchetta, le piroette, le ance per idratarle. Addirittura Ernesto a un certo punto mi dava delle ance fatte da questo Pino che poi io mettevo sulle bocche, poi io lavoravo. Quindi non si è interrotto nulla: il passaggio è stato completo e serio.
Oltre ai repertori delle Quattro Province, cosa cattura la tua attenzione musicalmente parlando?
Non sono un esperto, ma amo incredibilmente la musica barocca, classica e sinfonica, il pianoforte e l’oboe. Amo molto Debussy. Nel mio percorso ho ascoltato molti cantautori e la forma canzone di qualità, da Piaf a Fitzgerald. Non mi hanno mai appassionato pop o rock, mentre apprezzo moltissimo il jazz, specialmente quello legato alla fisarmonica. Vivendo a stretto contatto con la fisarmonica, me ne sono occupato molto. Ho persino chiesto a un artigiano di Stradella di produrmi suoni che funzionassero per la nostra musica. I primi fisarmonicisti avevano strumenti piccoli e molto brillanti, che andavano bene per tutti. La seconda generazione cercava suoni più belli e rotondi, che però si fondevano meno col piffero. Io ho preteso strumenti in cui i timbri si sposassero perfettamente agli armonici del piffero. Questo incontro è fondamentale: io la chiamo “trasfigurazione”, ovvero l’idea che un pezzo di legno diventi una voce e che, scontrandosi con gli armonici della fisarmonica, crei una cosa nuova. In quel momento lì si riesce a fare vera musica. Se il legno resta legno e la fisarmonica rimane tale, sono come acqua e olio: non c’è fusione, non c’è quel “brivido” di cui parlavano i vecchi. Tra i fisarmonicisti ascolto spesso Richard Galliano: ha
una misura straordinaria tra capacità tecnica, invenzione, improvvisazione ed emozione. Adoro quando suona da solo. Naturalmente ascolto molta musica tradizionale, dalle coralità corse e georgiane fino agli oboi popolari (dall’India alla Bretagna), passando per le cornamuse e gli organetti. Nel folk contemporaneo sono più critico: ci sono cose che mi interessano e altre che trovo un po’ troppo artificiali.
Da didatta, come valuti la situazione attuale dei suonatori di piffero?
Tanti suonatori come in questo momento non ci sono mai stati. Spesso guardando al passato schiacciamo le epoche, mettendo sullo stesso piano chi è nato nell’Ottocento e chi nel Venti, facendoli sembrare tantissimi, ma in realtà i veri “nomi storici” che hanno fatto la tradizione sono pochi, il mio maestro lo chiamava “il filo alto”. Il rischio è di comprimere tutto, e messi tutti insieme sembrano tanti. In realtà i nomi storici non sono tantissimi. I nomi che veramente hanno fatto tradizione, che hanno fatto la qualità alta della nostra musica. Oggi ci sono moltissimi giovani. Ho avuto tanti allievi, alcuni hanno raggiunto livelli ottimi. So che mi comprendi se ti dico che c’è qualcosa sul piano etico per cui soffro: certo egocentrismo o arrivismo è qualcosa che sento negativa. Molti musicisti in passato – come il mio suocero francese – si avvicinavano a questo repertorio con un rispetto profondo per la storia. Oggi, invece, percepisco in alcuni un egocentrismo, un arrivismo negativo: usano il repertorio non per amore della musica, ma per andare davanti al pubblico a dire “guardate quanto sono bravo”. Invece di andare davanti alla gente per condividere un’emozione e dire: “Sentite che bella questa musica”.
Ciro De Rosa
Recensione di Salvatore Esposito








