Il 2025 ci ha consegnato tre album che compendiano in modo eccellente, tre delle grandi anime musicali di Pino Jodice: il compositore e l'esploratore timbrico che sfida i confini della musica da camera con gli archi, il visionario direttore che galvanizza le big band in voli collettivi, e l’interprete audace che rilegge i giganti del jazz, declinandoli al futuro con audacia ed eleganza. Docente di Composizione Jazz al Conservatorio Verdi di Milano, Jodice infonde in ciascun progetto la sua maestria di pianista, arrangiatore e direttore, rielaborando tradizioni colte, ritmi globali e interplay sinfonici in un jazz italiano vibrante e mai nostalgico. Attraverso questi album – “Jazz Landscape” del Sunrise String Jazz Quartet, “Flying Over The Clouds” della Verdi Jazz Orchestra e “Magic Miles” della Jodice Bros Jazz Orchestra – emerge un artista che non si limita a dirigere, ma plasma paesaggi sonori dove il jazz diventa ponte tra epoche, culture e formazioni.
Nato dalle aule del Conservatorio Verdi, il Sunrise String Jazz Quartet – Anna Glibchuk al primo violino, Marcello Maria Pozzi al secondo, Daniel Calzone alla viola e Nicholas Stellati al violoncello – debutta con questo album per TCS, interamente composto e arrangiato da Jodice. Prime parti di orchestre sinfoniche e ritmico-sinfoniche, questi giovani musicisti portano un affiatamento raro, frutto di concerti in Italia e all'estero, in un repertorio "borderline" che fonde musica colta novecentesca, jazz, pop e colonne sonore. Registrato, missato e masterizzato da Simone Sciumbata all'Abbey Rocchi Studio di Roma, il disco è un viaggio intimo e sofisticato, dove gli archi non citano il jazz ma lo incarnano con swing microtonale e dinamica contemporanea. “Jazz Landscape” si apre con la “Suite for Sting”, un medley ipnotico che lega “Shape of My Heart”, “Fragile” e “Englishman in New York”: le melodie pop-rock di Sting si dissolvono in archi fluidi, con fraseggi swingati che evocano nebbie urbane e ritmi spezzati, trasformando il brit-pop in un paesaggio jazzistico rarefatto. Segue “Death Theme” di Ennio Morricone dalla colonna sonora di “The Untouchables”, qui distillata in una versione raccolta e cinematografica. L'emotività del tema originale resta intatta, ma Jodice vi infonde tocchi jazz – glissandi, pause sospese – per un'intimità che graffia l'anima. Sono, però, le composizioni originali di Jodice a rubare la scena: “Melodia Infinita” è un flusso perpetuo, un respiro vitale che si ripete con variazioni infinite, simboleggiando l'esistenza ciclica in un tappeto di armonie evanescenti. “Midea(s)Tensio”n, scritta sulle tensioni della Guerra del Golfo, è un'utopia sonora: microtoni orientali (melismi e quarti di tono) dialogano con scale temperate occidentali, ritmi complessi e fluidi che invocano una pace geopolitica impossibile, tra contemporaneo e mediterraneo. “Cantico”, la più toccante, è una melodia semplice e struggente dedicata a Renato Levi – pioniere del jazz italiano, vittima della Shoah, omaggiato con una Stolperstein il 23 gennaio 2025 – e ne diventa colonna sonora, un lamento universale contro l'oblio. Chiudono la raffinata rilettura di “How Deep Is Your Love” dei Bee Gees, che rivoluzione in chiave jazz un classico pop espanso con enfasi melodica, e “Human Nature” di Steve Porcaro per Michael Jackson, un omaggio sfaccettato che strizza l'occhio alla lettura di Miles Davis, con improvvisazioni ariose. Un debutto che avvolge e sfida, perfetto per chi cerca complessità espressiva in forma cameristica.
Con la Verdi Jazz Orchestra (VJO), una delle eccellenze italiane selezionata al Conservatorio Verdi, Jodice dirige un large ensemble raro nei tempi moderni, il cui lavoro è cristallizzato su "Flying Over The Clouds" pubblicato dalla Abeat Records con il sostegno di Mibact e SIAE. Emanuele Cisi, al sax, è l'ospite che eleva il tutto, mentre il concept – "vasi comunicanti" tra interiorità ed esteriorità contemporanea – guida sette tracce collettive firmate da Jodice, Francesco Spinazza, Mohan Chao e Marco Battigelli. È jazz orchestrale olistico, facile da fruire ma pregno di cromatismi, che sfida la parcellizzazione culturale con un sound potente, suggestivo e ancorato al presente.
“Flying Over The Clouds” si apre con un invito al "volo" onirico, pennellate sinfoniche che fondono sogno compositivo e realtà fluida, come Jodice confessa nelle liner notes. Zefiro di Spinazza evoca brezze sinuose, con sax di Cisi che danzano su ritmi mercuriali e armonie accattivanti. “Elephant in the Room” di Mohan Chao irrompe ironico su temi ignorati, un groove esplosivo che riempie lo spazio con energia big band, ironia e interplay vividi. “Love Is Anterior To Life” di Battigelli riflette sull'esistenza pre-natale, in sfumature eteree e olistiche che uniscono generazioni. “Swaying” di Jodice oscilla in ritmi nuvolosi, emozione palpabile in un tessuto orchestrale finissimo. “Lillà” di Spinazza contrae l'intimità in dialoghi strumentali espansi, mentre “Enki-Aim-Goku” (Battigelli/Spinazza/Chao) culmina in un'esplosione mitologico-futurista, con Cisi trascinante e l'ensemble in iperspazio creativo ma concreto. Un disco-man na dal cielo, inclusivo e contemporaneo, che celebra il grande formato come spazio di condivisione totale.
La Jodice Bros Jazz Orchestra (JBJO), prodotta da Pietro Iodice, Roberto Lioli e Vittorio Bartoli per Barly Records, divide il tributo a Miles Davis in due "lati vinilici": il funk elettrico di "Magic Miles" e il cool modale di "Kind of Blue". Arrangiamenti di Jodice bilanciano densità orchestrale e spontaneità, con ospiti come Giovanni Falzone (tromba), Cinzia Tedesco (voce), Ciccio Merolla (rap/percussioni), David Blamires (voce) e Roberto Guarino (chitarra), per un omaggio non imitativo che osa con intelligenza.
Nel lato elettrico, “Splatch” di Marcus Miller pulsa con groove anni Ottanta e bassi marcati, evidenziando la ritmica post-fusion di Davis. Tutu (Miller) fonde jazz e elettronica, con il solo di Falzone che aggiunge complessità armonica a un mood iconico. “Magic Mile”s, originale di Jodice, esplode con Tedesco, Merolla (rap freestyle e percussioni) e Guarino, contaminando pop e rap in un inno davisiano. “Human Nature” (Porcaro) da “Thriller” rivive lirica con Blamires e chitarra di Guarino, indagando jazz-pop con intensità nuova. What It Is di Davis sigilla il lato con sound elettrico dinamico e interplay tagliente.
Il lato acustico tocca vertici: “So What “rielabora il riff leggendario con dialoghi tromba-sax freschi, preservando l'integrità modale. “Freddie Freeloader” blueseggia sincopato, assoli equilibrati che celebrano la coesione. “Blue in Green” (Davis/Evans) è malinconia eterea, orchestrazione curata per solisti individuali. “All Blues” fluisce in 6/8 con cromatismi arricchiti, avvolgente e fluido. “Flamenco Sketches” espande la suite modale in immersione profonda, textures rielaborate. Un tributo vivo, che coniuga memoria e immaginazione senza tremare di fronte ai giganti. Questi album confermano, Pino Jodice come pilastro del jazz italiano: un trittico che dialoga tra intime fusioni cameristiche, slanci orchestrali e riletture audaci, invitando all'ascolto attivo.
Salvatore Esposito
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