Massimiliano Morabito, Alan Lomax. Un americano nella Valle dei Trulli, CGS Edizioni 2025, pp. 224, euro 15,00 Libro con Cd

Il libro racconta una data centrale: la restituzione alla comunità del 28 aprile 2018, in contrada San Marco. Come l’hai costruita?
Per me la vera “prima versione” del libro è stata quell’evento. Una volta raccolti i materiali, non sentivo un’urgenza immediata di scrivere un volume: sentivo, invece, il dovere di restituire tutto alla comunità in forma pubblica, condivisa, non solo consegnando foto e registrazioni porta a porta. Ho chiesto al parroco di contrada San Marco, don Antonio, di poter usare chiesa e auditorium come luogo di restituzione. Lui ha accettato con entusiasmo e mi ha dato la possibilità di annunciare l’evento direttamente durante la Messa della Domenica delle Palme, di fronte a centinaia di persone. A quella comunicazione si sono aggiunti radio, social, giornali locali, ma l’annuncio in chiesa è stato decisivo per raggiungere tutta la comunità. In collaborazione con l’associazione Il Tre Ruote Ebbro abbiamo organizzato una mostra fotografica con le immagini di Lomax. Ho coinvolto giovani musicisti che lavorano sul repertorio tradizionale – tra gli altri Gianni Amati, Piero Balsamo, Domenico Ciliberti, i gemelli Giovanni e Francesco Semeraro, Anna Maria Bagorda – chiedendo loro di riproporre i brani tratti dalle registrazioni inedite. Il mio obiettivo era passare da una memoria individuale, stimolata “di casa in casa”, a una memoria collettiva, in cui la comunità potesse riconoscersi e raccontarsi. Durante la serata, i veri protagonisti sono stati gli abitanti di San Marco, in particolare gli anziani, che commentavano le fotografie e riascoltavano le registrazioni. Ne è venuto fuori un fiume di aneddoti: Maddalena Valentini, per esempio, raccontò con ironia di quanto fossero consapevoli di essere registrati nel 1954, ricordando la sorpresa nel vedere “’na mazza cu ‘na lampadina sopra” – che in realtà era l’asta del microfono – in mezzo ai campi. Ho invitato anche Anna Lomax Wood, che è arrivata con il marito e il figlio Odysseus. Essendo impegnata da anni in un grande progetto di restituzione globale dei materiali del padre, ha trovato naturale partecipare a questo ritorno a casa di fotografie e registrazioni. Ha portato una trentina di DVD con le immagini e gli mp3, che abbiamo donato agli anziani protagonisti delle registrazioni o ai loro figli. La serata si è conclusa fuori dall’auditorium, con musica, canti e danze: un evento di restituzione che si è trasformato in una festa popolare, in cui la comunità ha riabbracciato la propria memoria sonora. A quel punto ho sentito che, in qualche modo, il mio compito essenziale era compiuto.

Quando hai sentito che era il momento di trasformare questa esperienza in un libro?
Dopo la restituzione del 2018 mi sentivo già appagato: avevo fatto ciò che ritenevo più importante, ridare i materiali alla comunità. Il libro non era una priorità. È stata la comunità stessa – persone che avevano partecipato alla serata, amici, colleghi – a insistere: “Devi scriverlo, devi raccontare anche la ‘ricerca nella ricerca’, non solo ripubblicare i materiali di Lomax”. Nel frattempo era uscito un altro volume su quelle registrazioni e questo ha rafforzato in me l’idea che fosse necessario un libro che rimettesse ufficialmente
in circolo immagini e suoni, con autorizzazioni complete, a settant’anni dalle registrazioni. Esiste persino una lettera del sindaco dell’epoca al Santa Cecilia, in cui chiedeva di avere quei materiali e di conoscerne il prezzo: la comunità ha dovuto aspettare settant’anni per veder esaudita quella richiesta. Nel 2020, con l’arrivo del Covid, ho deciso di riprendere gli studi universitari dopo 25 anni e di laurearmi, trasformando questa lunga ricerca in tesi. Con Nico Staiti come relatore, ho scritto la tesi in pochi mesi, durante il lockdown, e poi l’ho rielaborata, semplificata e aggiornata, fino a farla diventare il libro. In questo percorso è stato fondamentale anche il rapporto con il Centro Studi Alan Lomax, nato a Palermo nel 2017 con Giorgio Adamo presidente e Sergio Bonanzinga e Raffaele di Mauro tra i riferimenti scientifici. Da quel momento i materiali italiani di Lomax sono stati gestiti congiuntamente dalla Association for Cultural Equity e dal Centro Studi: grazie a loro ho potuto avere nuovamente le registrazioni e i provini fotografici in altissima qualità. Allo stesso tempo ho trovato nell’Accademia di Santa Cecilia una figura di riferimento come Walter Brunetto, che è diventato un amico e un interlocutore imprescindibile sul versante archivistico. La mia indole è quella di condividere: ho parlato di questa ricerca con molti, professori, colleghi e amici, tra cui il professor Maurizio Agamennone, che mi ha aperto prospettive nuove. Penso che la qualità di una ricerca dipenda molto dalla capacità di mettere in circolo idee, materiali e dubbi, più che dal chiudersi in una torre d’avorio.

Come hai strutturato il volume e perché hai scelto questo impianto?
Quasi tutti mi consigliavano di non iniziare con una sintesi biografica di Alan Lomax, ma per me era fondamentale. Quando si scrive un libro, le prime due domande sono: “Perché lo sto scrivendo?” e “Per chi lo sto scrivendo?”. Io avevo in mente anche la comunità della Valle d’Itria, che meritava di capire chi fosse davvero questo americano che, nel 1954, era arrivato nelle sue contrade con un registratore a bobine. Ho quindi aperto con una biografia critica di Lomax, in italiano ma ricavata da decine di pubblicazioni in inglese. In Italia l’unico libro che racconta in modo esteso la sua storia è “L’anno più felice della mia vita”, oggi di difficile reperibilità. Serviva una sintesi accessibile, che spiegasse non solo il percorso di vita di Lomax, ma anche le motivazioni profonde che lo portarono a lavorare in Italia e in Puglia. La parte centrale del volume è dedicata alla “ricerca nella ricerca”: il ritrovamento dei documenti, l’incrocio tra archivi americani e italiani, l’identificazione di cantori e suonatori, la ricostruzione del viaggio e della topografia delle registrazioni. Qui entra in gioco anche il confronto sistematico tra cataloghi italiani e cataloghi americani, con la correzione di attribuzioni, date, titoli. Un’altra sezione importante è quella sulla restituzione: racconto l’esperienza del 28 aprile 2018 e il modo in cui i materiali sono tornati nelle mani della comunità. Infine, c’è la parte più analitica, dedicata allo studio dei documenti sonori e fotografici: analisi dei canti, semantica dei testi, contesti di esecuzione, e il lavoro comparativo con le mie raccolte dal 1999 in poi.

Dopo l’uscita del libro, le presentazioni sono diventate un ulteriore dispositivo di restituzione?
Assolutamente sì. Dall’8 ottobre a oggi ho tenuto 24 incontri pubblici, ognuno dei quali è stato, di fatto, una nuova occasione di restituzione. A ogni presentazione cerco di far ascoltare brani, mostrare fotografie, raccontare il percorso che ha portato queste registrazioni a tornare “a casa”: non solo a Locorotondo, ma ovunque ci siano persone interessate a questa storia. Spesso questi incontri innescano nuove ricerche: qualcuno, ascoltando la storia di Lomax, decide di indagare le tradizioni del proprio paese, magari lontano dalla Valle d’Itria. E quasi sempre emergono aneddoti o informazioni che arricchiscono il quadro. Un caso particolarmente bello è quello di una fotografia scattata tra Alberobello e Locorotondo: non ero riuscito a identificare uno dei giovani ritratti. Prima di mettermi in macchina per un’ennesima ricognizione, ho postato la foto nel gruppo Facebook “Sei di Alberobello se…”. Nel giro di poco tempo, un certo Giuseppe Spinosa mi ha mandato la posizione GPS del trullo visibile sullo sfondo. Grazie a quella indicazione ho raggiunto il luogo, ho trovato un anziano signore che ha riconosciuto nella foto il fratello, ormai scomparso, e ho potuto così completare l’identificazione. Durante una presentazione a Locorotondo stavo raccontando questo episodio e ho citato il nome di Giuseppe Spinosa: in fondo alla sala si è alzato uno e ha detto «Sono io!». Lui era venuto solo perché incuriosito dalla copertina, senza sapere di essere parte della storia. È stato un momento commovente: la ricerca, ancora una volta, chiudeva un cerchio e ne apriva un altro. 

Cosa significa, per te, “restituzione” e qual è la responsabilità etica del ricercatore?
Lomax diceva che la registrazione era un modo per dare voce a chi non l’aveva. Io credo che oggi la responsabilità del ricercatore sia quella di non limitarsi a collezionare “farfalle” – per usare la sua metafora – ma di restituire alle comunità materiali, consapevolezza e strumenti per riappropriarsi della propria storia culturale. Non basta depositare le registrazioni in un archivio: bisogna riportarle dove sono nate, creare le condizioni per cui quelle persone possano riascoltarsi, riconoscersi, raccontarsi. Da musicista del Canzoniere Grecanico Salentino e da ricercatore, mi sento un filo di rame che collega storie diverse e le riporta in circolo. Negli ultimi tempi ricevo molte registrazioni da giovani musicisti di “world” o “roots music”, da Roma, da Milano e da altre città, che stanno riprendendo questi canti e li reinterpretano. È emozionante sentire un brano come “Tomma tommë”, nato in una piccola comunità contadina, cantato in coro da ragazzi che vivono lontano dalla Valle d’Itria. Questo allargamento della comunità – dal paese al mondo – è, per me, il segno che la ricerca ha prodotto qualcosa di vivo. Le registrazioni non sono più chiuse in un archivio, né chiuse nel libro: circolano, vengono studiate, cantate, trasformate. Se il DNA profondo di quei canti continua a trasmettersi, pur cambiando forma, allora la tradizione non è morta, ma si è semplicemente spostata, come fanno le persone quando emigrano. In quel movimento continuo, il nostro compito è accompagnare, documentare, ma anche restituire.

Salvatore Esposito

Massimiliano Morabito, Alan Lomax. Un americano nella Valle dei Trulli, CGS Edizioni 2025, pp. 224, euro 15,00 Libro con Cd 
“Alan Lomax. Un americano nella Valle dei Trulli” è il titolo dell’importante “saggio sonoro” di Massimiliano Morabito - pubblicazione di esordio delle edizioni del Canzoniere Grecanico Salentino, gruppo di cui l’autore fa parte - che restituisce criticamente la documentazione sonora e fotografica realizzata nell’agosto del 1954 a Locorotondo (Ba) dal celebre etnomusicologo statunitense, in una ricerca che come è noto si collocava all’interno di una ambiziosa e innovativa campagna di ricognizione sulle ‘musiche tradizionali’ dei vari territori italiani, la prima impresa del genere eseguita con strumenti e metodologie moderne, a partire dall’uso sistematico delle registrazioni audio in affiancamento con una diffusa documentazione fotografica (alla fine saranno registrati oltre 1200 canti e scattate 1312 foto). Originario di Austin, Texas, Alan Lomax (1915-2002), fin da giovane infaticabile ‘cacciatore di canzoni popolari’, aveva già effettuato dei fondamentali studi sulle musiche del Sud degli Stati Uniti, occupandosi in particolare delle comunità afroamericane, attraverso avventurose indagini sul campo, in cui dovette anche confrontarsi con il rigido e violento sistema razzista e segregazionario a cui erano ancora soggetti i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa. Realizzò così una serie di rilevazioni che poi confluiranno nella Biblioteca del Congresso di Washington (un avvincente racconto di questa esperienza è contenuto in “The Land Where The Blues Began”, libro tradotto qualche anno fa in italiano dal Saggiatore con il titolo “La terra del blues”), che lo portarono anche a ‘scoprire’ alcuni personaggi che avrebbero avuto un ruolo fondamentale nei successivi sviluppi della popular music mondiale, come Huddie Ledbetter detto “Leadbelly” e Muddy Waters. Tipico esponente di un certo progressismo radicale statunitense, collaborò con personalità del calibro di Woody Guthrie e Pete Seeger, con cui realizzò diversi programmi alla radio e la seminale antologia di canzoni di protesta “Hard Hitting Songs for Hard-Hit People” (1949). Questa riconosciuta militanza finì per metterlo nel mirino dall’FBI e della famigerata Commissione McCarthy e ad esporlo all’isteria ‘anticomunista’ che si scatenò negli Usa dopo la guerra. Anche per sfuggire a tali incombenze, accettò un invito della BBC per condurre dei programmi radiofonici dedicati alle musiche tradizionali e si trasferì in Inghilterra. In quegli anni inoltre concordò con l’etichetta discografica Columbia la realizzazione di una serie di dischi sulle “musiche del mondo”, basate su campagne di ricerche sul campo, che cominciò a programmare e ad attuare. Dopo una campagna di rilevazione che riguardò, nel 1952, la Spagna, nel 1954-55 dedicò le sue attenzioni all’Italia, partendo dalla Sicilia, risalendo lo Stivale fino al profondo Nord e poi ridiscendendo sulla parte occidentale in un lungo e memorabile viaggio che definirà come “l’anno più felice della mia vita” (titolo anche di un bel libro pubblicato nel 2008 dal Saggiatore a cura di Goffredo Plastino, a cui si rimanda per approfondimenti). Ad affiancarlo in questa entusiasmante avventura, che si svolse in collaborazione con il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare diretto da Giorgio Nataletti, fu Diego Carpitella, giovane etnomusicologo che aveva già fatto delle esperienze importanti in alcune zone del Mezzogiorno con Ernesto de Martino e Alberto Maria Cirese, destinato a brillante carriera. Dopo i fruttuosi passaggi fra luglio e gli inizi di agosto in Sicilia e Calabria, i due ricercatori giunsero nel Salento dove, fra il 12 e il 17 agosto, registrarono a Martano - dove documentarono in particolare le ultime eccezionali emergenze del lamento funebre in lingua grica, Calimera, Galatone e Gallipoli (queste straordinarie testimonianze sono state integralmente pubblicate e dettagliatamente analizzate da Maurizio Agamennone in “Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954)”, libro con tre cd, Squilibri 2017). Dall’estremo Sud della regione i nostri si spostarono quindi verso Locorotondo, caratteristico borgo della Valle D’Itria, dove arrivarono il 18 agosto. Le sedute di registrazione cominciarono subito e si svolsero anche il giorno seguente, riprendendo un repertorio di grande interesse, fatto di canti monodici e polivocali (che erano la maggioranza del repertorio di tradizione orale di quelle comunità) e musiche per la danza. Si distinguono fra gli altri alcune ninne-nanne, dei caratteristici canti di lavoro e di vendemmia, una serenata, degli stornelli, una quadriglia e due pizziche-pizziche per organetto, repertori che Morabito mette proficuamente a confronto anche con altri esempi simili rilevati in ricerche successive, fra cui quelle da lui stesso condotte e in parte confluite nel cd “Tomma Tommë. Musiche e canti della Murgia dei trulli”, Edizioni Taranta, Firenze 2004. Nel corso di questo breve passaggio Lomax riuscì anche a scattare fra Locorotondo e la vicina Alberobello 58 splendide fotografie in bianco e nero, riguardanti sia l’incantato paesaggio rurale della Valle d’Itria, caratterizzato dalla singolare e pittoresca presenza di ‘trulli’ e muretti a secco in pietra, che dovette molto colpirlo, che le persone e i cantori incontrati, meritevolmente inserite alla fine del volume.  Questo pregevole patrimonio documentario, riassunto per la parte musicale nella 16 tracce sonore inserite nel cd allegato al volume (ma sono disponibili anche tramite qr code), è stato sottoposto da Morabito - originario di un comune non distante da Locorotondo - a un lavoro critico scrupoloso e accuratissimo. In primo luogo, sono state affrontate e per quanto possibile risolte le complesse vicende di costruzione e conservazione dell’intera raccolta italiana, su cui si sono avute negli anni perdite di notizie e dati e si riscontrano difformità di vario genere fra gli archivi italiani e statunitensi, minuziosamente esplorati dall’autore insieme ad altri, fra cui quello della BBC. Inoltre, le informazioni allegate alle rilevazioni del 1954 sono state messe a confronto e integrate con quello che ancora si può riscontrare nel contesto attuale: in particolare, attraverso un meticoloso lavoro sul campo, è stato possibile ottenere le informazioni, non disponibili nella documentazione originaria, sui nomi e i soprannomi delle persone fotografate. Tali approfondimenti hanno avuto come corollario anche una vivace ed emozionante azione di ‘restituzione’ di questo patrimonio sonoro alla comunità di origine ma anche ai testimoni – e in qualche caso agli esecutori - ancora in vita. Quello che ne viene fuori è un affresco vivido e prezioso di una comunità in cui le pratiche musicali tradizionali erano ancora normalmente in uso, prima che le grandi trasformazioni economiche e sociali degli anni ’60-’70 e l’emigrazione di massa investissero anche questa allora remota zona dell’Italia, sconvolgendone in maniera drammatica e repentina le dinamiche socio-culturali. Un lavoro a suo modo esemplare, che arricchisce la conoscenza della tradizione musicale regionale, e mette a disposizione di musicisti, studiosi e appassionati i materiali originali in modo scientificamente adeguato, andando ad aggiungersi a quanto già fatto per la documentazione salentina.  L’auspicio è che una operazione del genere possa ora estendersi anche al resto della raccolta Lomax-Carpitella pugliese, coinvolgendo le registrazioni effettuate a Terlizzi e a Bisceglie, e quelle, di particolare pregio e importanza, che riguardarono il Gargano, le prime che documentarono gli straordinari repertori sulla chitarra battente.

Vincenzo Santoro

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