La stagione 2026 dei concerti del Centro d’Arte di Padova è stata aperta il 14 febbraio alla Sala dei Giganti da un concerto che ben ne rappresenta la storia, i luoghi, le scelte artistiche e culturali. Il biennio 2025-26 festeggia ottantanni di concerti e attività culturali cominciate negli anni Quaranta con la musica da camera per accogliere poi, nei due decenni successivi, anche jazzisti di spicco e, a partire dagli anni Settanta, improvvisatori a proprio agio nell’esplorazione di territori inediti. A Padova, il Centro ha saputo valorizzare i diversi spazi adatti ai concerti in città, ma trova nella Sala dei Giganti la sua base più prestigiosa, integrata nel Palazzo Liviano dell’Università, costruito da Gio Ponti, con imponenti e colorati affreschi della prima metà del 1500.
E’ una sala con un’ottima acustica che Hamid Drake e Pasquale Mirra hanno mancato esplicitamente apprezzato, a proprio agio in un contesto che li ha già visti protagonisti in passato e in cui sono tornati “celebrando” il loro diciottesimo compleanno. Suonano insieme dal 2008, a partire da un’intuizione di Ludmilla Faccenda che facilitò e continua a promuovere l’incontro fra due musicisti e
viaggiatori nati a vent’anni di distanza, entrambi migranti che hanno trovato casa là dove l’humus musicale è fertile: Drake lasciando l’Illinois per la Chicago dell’ Association for the Advancement of Creative Musicians (AACM), Mirra passando dalla Costiera Amalfitana e da Salerno alla Bologna del Collettivo Bassesfere; entrambi capaci di ottimi progetti solisti, così come di inserirsi in ensemble numerosi.
L’attenzione per la “relazione” ha attraversato tutto il concerto e ha investito positivamente il pubblico che ha riempito la sala. Quella del Centro d’Arte che selettivamente e felicemente coltiva rapporti di lunga durata con artisti impegnati a sperimentare; e quella vibrante sul piano umano e musicale dei due artisti, impegnati in un dialogo intenso fra loro e col pubblico, suggellato dall’ampio discorso (in inglese) con cui Drake ha introdotto l’ultima parte del concerto, legata al canto e al suono di un tamburo a cornice. Memore dell’attenzione di Don Cherry per le opportunità di condividere le nostre affettività acustiche, Drake ha voluto sottolineare l’importanza dell’interazione che si crea fra chi suona e chi ascolta; del mettersi in ascolto, da parte del
musicista, dei luoghi e delle reazioni del pubblico che diventano parte e timbro affettivo dell’atto creativo; la dedizione a coltivare il far musica come atto di amore, un contributo teso a suscitare e incoraggiare relazioni umane di reciproco affetto e sostegno. E’ quest’esperienza che hanno saputo condividere in festival in tutto il mondo (erano da poco tornati dal Cile) e che l’ottimo album “Lhasa” (2025) veicola a partire dal concerto registrato alla Casa del Jazz di Roma a marzo 2022.
L’acustica della Sala dei Giganti ha offerta una splendida occasione a Mirra per giocare, anche con l’uso del pedale, con le dinamiche di intensità e di volume del vibrafono, mettendone in evidenza sia singolarmente, sia fuse insieme, le qualità timbriche, ritmiche, armoniche, melodiche, richiamando materiali “fondanti” che rimandano a Cherry e a Sun Ra, ma anche alle composizione condivise con Drake. Dal canto suo il batterista ha risposto con estrema sensibilità e varietà di sonorità e soluzioni poliritmiche. Entrambi, al momento giusto, hanno saputo stendere su barre e pelli un tessuto che ha permesso loro di rendere essenziali i colpi e, nel caso di Drake, di smorzare l’amplificazione che una simile sala offre alla batteria. Mirra ha aggiunto un poetico repertorio di oggetti percussivi: la spezia, il colore adatto a raccogliere l’andirivieni di ascolti e sguardi che testimoniano una straordinaria amicizia musicale.
Alessio Surian
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