Come addetti ai lavori, ogni anno - per gioco, professione o passione - coloro i quali si occupano di musica popolare (nel senso più ampio e universale del termine) si trovano ad ascoltare centinaia di incontri tra parole e accordi, tra abbozzi di arrangiamento e strumenti poggiati - maldestramente o divinamente - dove meno te lo aspetti, tra intere orchestre sprecate e magari un oboe magnifico, che ritrovi lì dove si capisce sia destinato ad arrivare, sostare e a lungo restare. Così, con le orecchie piene di suoni (se non addirittura stordite) a volte non è facile distinguere tra il bene e il male; però, ogni tanto, all’improvviso, ci si trova di fronte a un piccolo incantesimo: una canzone di qualità, che metta insieme musica e parole in maniera sorprendente o anche solo convincente, è per chi non ha doti d’artista, un miracolo minore che si rinnova, e che dà senso a quel gioco, a quella professione e a quella passione. Il gruppo pugliese Fabularasa, già dal disco d’esordio “En plein air”, ha mostrato di essere particolarmente capace di incantesimi e miracoli (seppur, va sempre ribadito, minori). Un sound pieno di passaggi e possibilità, un jazz innamorato della musica popolare internazionale, una capacità virtuosa e una voglia di suonare di rara intensità anche emotiva: Vito Ottolino (chitarra acustica, classica, elettrica e 12 corde), Leopoldo Sebastiani (basso elettrico e sounds programming), Giuseppe Berlen (batteria e percussioni) anche ascoltandoli dal vivo incantano e sorprendono di disco in disco, a partire da quel primo, passando per quel “D’amore e di marea” che ha rischiato seriamente di vincere la Targa Tenco come miglior album in assoluto, fino ad arrivare – dopo lunghissimi 13 anni – a questo ultimo lavoro, “Atlante”, che merita attenzione e ascolto, soprattutto perché quell’incantesimo si risolve incontrandosi con le parole scritte da Luca Basso, che è anche la voce del gruppo (voce che in questo ultimo lavoro ha trovato una giusta e ariosa apertura a un timbro che di natura è particolarmente scuro). Parole felici nel raccontare storie. Storie del mondo e storie dell’anima. Questo album, insomma, riesce in modo anche sorprendente a non abdicare mai all’impegno, alla partecipazione, alla consapevolezza, alla denuncia, al racconto crudo di una Terra martoriata da ingiustizia, guerra, povertà, violenze, odio, razzismo; in modo sorprendente perché lo fa con amore, con momenti di grazia e vera partecipazione, anche quando all’improvviso si alleggerisce. Parlando con gli artisti soprattutto del lungo passaggio di silenzio, si capisce che è stata proprio la ricerca di questa sintesi che ha ritardato così a lungo l’uscita: “Era difficile occuparsi di musica, che sembrava quasi una necessità effimera, mentre intorno si viveva sulla pelle tanta sofferenza”; è stato anche difficile trovare una motivazione musicale: “la sensazione di rimanere bloccati lì sempre allo stesso punto”. Ma i quattro Fabularasa sono gente di mare e di viaggio: se una costante si può rintracciare nel loro lavoro, se una poetica del gruppo si vuole cercare, è proprio nel viaggio in mare e nell’approdo alla costa, nella ricerca di Atlante e nel ritorno ad Itaca, tra un Oceano sconosciuto e un Mediterraneo familiare ma insanguinato dai naufragi dei migranti, dalle guerre di religione, dagli stupri a Penelope; un Mediterraneo sofferente eppure sempre pronto ad accogliere sulle sue coste nuova vita e nuova speranza. E nuova vita alle sonorità del gruppo l’ha data senza ombra di dubbio il pianista portoghese Mario Laginha, noto a livello internazionale soprattutto per la sua collaborazione con Maria João, ma di certo forse il più importante compositore e musicista jazz portoghese. Laginha è qui alla prima partecipazione ad un progetto italiano e ha partecipato in maniera
significativa all’arrangiamento di ben sette brani dell’album a partire dalla Title Track, che vede anche il featuring della cantautrice Patrizia Laquidara, la cui voce limpida e sinuosa bene si sposa con quella di Basso. Il brano è anche l’inizio e il ritorno, o meglio, il senso stesso del viaggio: Atlante è ciò che cerca l’artista che crea o, forse, l’amante che resta lontano (musica di Ottolino e Basso). Ritroviamo il piano di Laginha nella struggente “Beniamina” (musica di Ottolino e Basso), bimba nata in Italia da uno stupro subìto nelle detenzioni nordafricane che gli Stati europei finanziano. Eppure una nascita è sempre una speranza, in mezzo al dolore, alle guerre, al sangue, al cimitero degli abissi mediterranei, raccontati ne “Il Mare che noi siamo” (musica di Sebastiani e Basso); l’apporto del pianista portoghese è particolarmente felice qui ma anche nella successiva traccia che d’improvviso sembra alleggerire il racconto: una pausa nel viaggio di un formidabile cazzeggiatore che fa l’apologia di sé stesso (musica di Ottolino, Sebastiani e Basso), ma anche un po’ del profumo dei mandarini che – come tutte le genti del Sud sanno – riesce a rendere soave il pensiero anche il più sofferente. Un omaggio alla musica, o meglio, al piacere di lasciarla vibrare è senza dubbio in “Scatole chiuse a chiave” (musica di Sebastiani e Basso), dove una riflessione disincantata sull’amore lascia spazio e possibilità a tutti i musicisti del gruppo – e ancora una volta a Laginha – di esprimersi liberi. E in effetti, ad ascoltare i brani uno dietro l’altro, ci sembra quasi di entrare in un qualche incantesimo sonoro, una lunga litania di voci e di suoni che è pericoloso disturbare. Ma per tornare a Laginha, il suo pianoforte compare in altre due canzoni; la prima, “Itaca” (poteva mai mancare?) in realtà è un delizioso omaggio che il cantautore Claudio Sanfilippo ha fatto ai Fabularasa ed è una vera chicca, una spilla preziosa su una cravatta elegante e da cerimonia; infine La sabbia e l’oro: quando si torna stremati da un viaggio ma qualche grano di sabbia resta dentro la clessidra, ebbene… la magia è saperlo trasformare in oro: così la voce accompagnata dal solo piano di Laginha (su una melodia di Berlen) chiude l’album. Da questo nostro racconto sono però rimaste fuori delle canzoni altrettanto fondamentali, a partire da “Radio Bari 44”, che racconta la vicenda mitica della prima radio libera dell’Italia ancora al centro nord occupata dai tedeschi. Qui il featuring è Roberto Ottaviano e il suo sax soprano. A scrivere la musica insieme con Basso e Ottolino troviamo un altro musicista e cantautore eccellente di Puglia, Marcello Colaninno. Lo ritroviamo anche in “Canzone per una stanza vuota”, dove un padre in prima persona parla con un figlio ucciso da una pallottola mafiosa vagante: è la storia vera di Pinuccio e Lella Fazio, genitori di Michele Fazio, ragazzo di Bari ucciso perché si trovava nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato (musica di Ottolino e Colaninno). Un altro omaggio - la cover che non può mai mancare negli album dei Fabularasa e che è tutta pugliese - è quello che Basso, accompagnato dalla batteria di Berlen, fa a Enzo Del Re, il cantastorie molese famoso per la sua indimenticabile “Lavorare con lentezza”. I Fabularasa hanno scelto “La mia sedia”: Enzo Del Re, infatti, era un percussionista, ma un giorno decise di suonare solo una sedia, per esorcizzare e combattere la Sedia Elettrica. Un piccolo gioiello (musica di Sebastiani e Basso) è infine “Cintillir”, (Cento Lire), un brano scritto e cantato in romeno, in un riadattamento di una poesia di Daniel Tomescu, poeta e mediatore culturale, barese di adozione, che racconta di un migrante alla ricerca di un semaforo dove appostarsi per guadagnare appunto, cento lire. Perché poi a guardar bene alla finestra delle nostre case calde e (ancora per quanto?) sicure, si scopre un mondo di innominati che quel mare solcano, traversano o anelano; sono un esercito di Beniamine, di profughi siriani, di bambini palestinesi menomati nei nostri ospedali, di persone che si cercano senza incontrarsi, di gente per bene che vive nei quartieri sbagliati e di resistenti che infine si liberano: sono il mondo incontrato in “Atlante” dai Fabularasa.
Elisabetta Malantrucco
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