Cinquant’anni fa veniva brutalmente assassinato Pier Paolo Pasolini. Un poeta, uno scrittore, un intellettuale, un regista, ma più che altro un uomo libero dall’omologazione, dal pensiero unico, sempre controcorrente, avanti anni luce per i suoi tempi e anche per quelli a venire. Il cantautore e chitarrista Fabrizio Consoli ha deciso di omaggiare Pasolini con un disco che nasce da un concerto all’interno del Roma jazz festival di qualche tempo fa. Visto il grande successo, ha pensato di creare qualcosa che rimanesse. Con l’aiuto del grande fisarmonicista Fausto Beccalossi è nato questo interessante lavoro. In apertura troviamo “Senza occhi per il cielo” (da “L’Usignolo della chiesa cattolica”) con il suo arpeggio quasi ossessivo di chitarra classica, movimentato dai fraseggi della fisarmonica. “Il nuovo mondo” (da “La religione del mio tempo”) si muove con sonorità da bossanova. Densa e avvolgente la successiva “Ballata delle madri” (da Poesia in forma di rosa”), che lascia il posto al tango di “Quindic’anni” (da “Canzoni, tutte le poesie”). “Il coraggio” (“Il coraggio è un muscolo che devi allenare in una palestra di scelte, di occasioni che passano svelte e non incontri più”) è un intenso brano di Consoli, che viene accompagnato al pianoforte da Dado Moroni. Non poteva mancare “Che cosa sono le nuvole” (dal film “Capriccio all’italiana”, musicata da Domenico Modugno, dove Pasolini si ispira a Shakespeare). In odore di flamenco, ecco “Stupenda e misera città” (da “Le ceneri di Gramsci”); ha ricami più jazz, molto eleganti, “Beguine” (Trastevere di notte, da “Canzoni, tutte le poesie”). Patrizio Fariselli con il suo magico pianoforte arricchisce “Sirena” (“È laggiù che ho imparato a volare, là dove scolora quel nastro di mare, dove l’azzurro si fonde al cobalto e non conosce l’asfalto. Era lì, fra le cosce del sole, la coda di pesce, la lingua di miele. Io ero solo un bambino crudele e la faccia di pietra spaccata dal sale e a quegli occhi una parte di me è rimasta impigliata così alla catena e da allora se chiedi il mio nome, il mio nome è sirena”), una delle canzoni più belle della produzione solista di Consoli. Ci si avvia verso il finale con due pezzi da novanta come “Profezia” (ancora da “Poesia in forma di rosa”) e “Preghiera su commissione” (“Trasumanar e organizzar”), dove la poetica pasoliniana è ancora più forte, ben sostenuta dai due strumenti.
Un grande ritorno di Fabrizio Consoli che ha saputo rivestire (insieme alla stupefacente complicità di Beccalossi) questi testi crudi con le giuste sonorità, senza invadere le parole, anzi valorizzandole ancora di più. Non era un'impresa facile, ma il risultato è eccellente, merito anche della sua voce così calda e ben scandita. Un disco urgente, come l’eredità e la testimonianza di Pasolini, che ci aiuta a vivere proprio come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.
Marco Sonaglia
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