Aynur Doğan – Rabe (Aynur, 2024)

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Aynur Doğan celebra nel migliore dei modi un ventennio abbondante di attività discografica di primo piano: aveva debuttato nel 2002 con “Seyir” e si era fatta conoscere anche a livello internazionale nel 2004 sia con “Keçe Kurdan” (il brano inizialmente vietato in Turchia perché, secondo un tribunale, incoraggia le donne a lasciare il marito), sia per la canzoni curde cantate nel film “Gönül Yarasi” di Yavuz Turgul del 2004 e nel documentario del 2005 “Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul” di Fatih Akin. Il nuovo album, l’ottavo, arriva a quattro anni di stanza da “Hedûr”. Anche in questo lavoro, registrato da Nick Benoy a Colonia e in Catalogna, si rinnova e si arricchisce la collaborazione con il pianista e arrangiatore Franz von Chossy cui si affiancano Patrick Goraguer alla batteria e Chris Jennings al contrabbasso, una sezione ritmica rodata dai numerosi concerti. Delle parti di chitarra elettrica si prende cura Michael League (Snarky Puppy), mentre il quartetto d’archi è composto questa volta da Christian Torres e Carlos Montfort ai violini, Ursula Amargos alla viola e Marçal Ayats al violoncello. Altra ospite di tutto riguardo, in due brani, è la virtuosa di pipa cinese Wu Man. Ad impreziosire il tutto ci sono i fiati con il kaval di Sinan Cem Eroglu e poi gli ottoni di 
Tom Walsh (tromba) e Nichol Thomson (tromboni) e i sax (alto e tenore) di Sean Payne. Un altro soffio delicato attraverso l’ancia, quella di Hayden Chisholm offre la prima sponda sonora alla voce di Aynur Doğan in “Hekîmo”, il brano iniziale, il più esteso fra i nove che compongono l’album, basato su un testo del narratore, poeta e cantante curdo del XIX secolo Evdalê Zeynikê. Il sax soprano di Hayden Chisholm sa piegare dolcemente il suono verso la nicchia acustica del duduk, rimanendo – tranne un breve interludio centrale - in sottofondo rispetto al piglio sicuro e declamatorio e alla rotondità delle parole della cantante. La maggior parte dell’ensemble e Wu Man entrano in scena offrendo una varietà di soluzioni timbriche in “Bîranîn”, il secondo brano in cui la stessa Aynur Doğan suona il tembûr e Ömer Aslan interviene alle percussioni, come in una buona metà delle composizioni. “Rabe Edlayê” gira pagina e prende una direzione più esplicitamente quadrata e ballabile, molto moderna rispetto al testo cui si ispira la canzone, la storia di un amore impossibile tra 
la figlia di un nobile e il figlio di un contadino squattrinato. Le fa eco la ballata “Ay Le Gule”: la descrizione di una rosa di incomparabile bellezza e dal profumo inebriante diviene metafora del territorio del Kurdistan. Particolarmente riuscito è l’arrangiamento di “Ez U Bi Teva”, introdotta e punteggiata dal pianoforte acustico di Franz von Chossy con spazio per l’armonizzazione delle parti vocali e le evocative linee melodiche delle ance di Hayden Chisholm. Nella successiva “Nasil Yar Diyeyim” è il clarinetto di Caner Malkoç a dialogare con Aynur Doğan mentre interpreta versi del poeta alevita Pir Sultan Abdal. Con “Narînê” torna la suggestiva cornice acustica che prende a riferimento le percussioni di Ömer Aslan e il tembûr della cantante. La successiva “Derviş Baba” concentra la dimensione più intima dell’album: ruota intorno al potere curativo della spiritualità alevita-bektashi e coinvolge nuovamente gli archi insieme a Sinan Cem Eroglu e Wu man. Si chiude all’insegna del ballo con “Min Te Dît”, confermando l’attenzione per musiche e testi Fortemente intrecciati o ispirati dalla tradizione curda, alevita e yazidi e dai versi di Şâh Hatâî, Pir Sultan Abdal, Şeroyê Biro.  


Alessio Surian

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