Francesco Guccini – Canzoni da osteria (BMG/Universal, 2023)

Presentando alla fine del 2022 “Canzoni da intorto”, dopo aver assistito alla presentazione dell’album al Teatro Quirino, si era già accennato all’eventualità di un secondo volume che avrebbe raccolto un’altra parte della collezione di canzoni di Francesco Guccini; egli stesso aveva confessato che le registrazioni erano state tante e pure le rinunce. Ma perché rinunciare? E in effetti nel giro di poco tempo questo nuovo lavoro è arrivato nei negozi di dischi con un titolo forse più “preciso”, più rigoroso di quello del primo lavoro, anche se l’idea dell’intorto era davvero suggestiva. Sono proprio queste le canzoni da osteria così amate da Guccini, le canzoni delle sue osterie, naturalmente, di cui fa un resoconto dettagliato e storico nel libretto dell’album (che varrebbe la pena di acquistare anche solo per questo: la grazia, la leggerezza, l’onestà intellettuale e la consapevolezza sono la cifra di queste righe che non sono poche ma che si leggono tutte di un fiato). E in questo libretto, oltre al racconto sull’incontro avuto con queste canzoni, c’è naturalmente la storia dei brani stessi e dei loro autori. E così si passa dal respiro e i colori della notte bolognese al tango criollo amato da Borges, dalle montagne partigiane e “Bella ciao” alla Venezia del “Canto dei battipali”, si passeggia poi per la provincia modenese e ci si ritrova ad un angolo di Buenos Aires anche se non ci si è mai stati. E, attenzione: questa sensazione non è certo solo relativa alla lettura del libretto: è proprio l’aria che si ritrova ascoltando il disco, tutto d’uno fiato, una canzone dietro l’altra, come se si fosse davvero all’Osteria delle Dame, o in uno scantinato umido o, ancora, in una casa borghese, da adolescenti, con paste e vermouth per “rinfresco”. Non è certo diversa la sensazione che si ha, all’ascolto di questo lavoro, da quella che dava Canzoni da intorto e se si trattasse solo di questo non sarebbe stato necessario concentrarsi su una replica scritta. Di pagine scritte inutilmente, peraltro, è piena pure la Biblioteca di Alessandria! E anche dal punto di vista dei suoni, non si può dire molto di diverso da quanto già affermato la volta scorsa, e cioè che in una simile operazione, che intende “mostrare” una collezione da osteria, gli arrangiamenti forse passano in secondo piano o quantomeno tentano di attenersi allo spirito dell’osteria o magari della festa di Paese. A chi scrive piace molto, in realtà. Qualcosa in più invece si può dire e si può aggiungere, proprio partendo da alcune considerazioni dello stesso Guccini, quando in qualche modo spiega che queste canzoni – ma in generale tutte le canzoni – sono lì per suscitare emozioni, per evocare ricordi, per ricostruire un’atmosfera, una sensazione, un periodo della vita. E non soltanto da un punto di vista individuale – che è senza dubbio importante però in qualche modo riduttivo – ma anche da un punto di vista storico: da quando cioè la storia ha capito che non deve occuparsi solo di guerre e di grandi statisti, ma anche di come si muove il mondo sociale, le canzonette (come le chiamava Pier Paolo Pasolini) sono diventate un oggetto di studio fondamentale, soprattutto per capire il Novecento. Pasolini sosteneva – lo si è già raccontato in un articolo proprio qui su Blogfoolk – che niente come una canzonetta può avere su di noi l’effetto della madeleine proustiana e rievocare tempi passati, amori, emozioni perdute. È un po’ quello che sostiene Guccini quando propone le sue canzoni da Osteria, immaginando che anche agli ascoltatori possano rievocare storie personali e passato lontano. Facendo quindi a tutti un regalo, invitando a stare tutti in quella stessa Osteria, con lui, a cantare, ridere, ballare, fare l’alba. Però non basta. Non basta perché in realtà le canzoni sono tutto questo (e già, sia chiaro, è tantissimo) ma anche qualcosa di più: le canzoni raccontano la storia in un modo molto speciale, la raccontano cioè da dentro, superando anacronismi e incomprensioni. E le canzoni scelte da Guccini, in questo doppio volume, riescono così ad inquadrare l’Italia del Dopoguerra da un punto di vista diverso da quello convenzionale del boom economico e della nascita di una diffusa piccola borghesia. Raccontano cioè il Sessantotto da dentro, e non semplicemente come un rumore rivoltoso di piazza, raccontano l’incontro delle culture dei giovani degli anni Sessanta più di ogni altra narrazione della guerra del Vietnam. Raccontano la letteratura, la danza, la condivisione, l’amore da una parte più libero ma dall’altra ancora colmo di pudore e verecondia, raccontano i sogni della provincia e la provincia stessa, raccontano la città di Bologna come solo forse Lucio Dalla ha saputo fare. Raccontano, infine, il mondo culturale, sociale e umano di Guccini e dei ragazzi come lui. Che poi sono i nostri padri. Va proprio detto: non è male farsi raccontare la storia semplicemente cantando “La Tieta”. 


Elisabetta Malantrucco

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