En Gramma – Beau Brûlis (Univergram/L'Autre Distribution, 2023)

Abbiamo conosciuto Gautier Degandt con Maria Laurent. Insieme formano il duo hard-folk (qualcuno ha scritto così) Bâton Bleu e il loro album “Weired and wonderful tales” (recensito in queste pagine qualche anno fa e bene noto alla stampa internazionale) non è passato certo inosservato. Ci era piaciuto il sound, minimale e fuori squadro, ma anche l’impianto generale di quel miscuglio di interferenze e divergenze. Ricordo bene l’atmosfera intrigante che prendeva forma dalla tensione tra la voce di lui e di lei, che sembravano interessate innanzitutto a strappare, a deformare. E, in minima parte, a verificare e incastrare armonie. In più vi era un intreccio convincente di blues slabbrato (pestato), occhiolini continui al roots americano polveroso, raccolto con affascinane perizia in un approccio convintamente snob: irriducibilmente francese (possiamo fermarci qui?). Degandt - voce roca, lontana e centellinata - si rifà vivo con il trio En Gramma e “Beau Brûlis”, un album a dir poco sorprendente. Se l’andamento generale richiama l’assetto ipnotico che, evidentemente, è il più congeniale a Gautier, l’assetto prende aria da una strumentazione più “mirata”, da una visione più definita, anche se in egual misura sperimentale (“En te odo”). Il trio poggia con sicurezza sulle percussioni di Pierre-Yves Dubois (occasionalmente anche al violino), la chitarra di Oscar Philéas (sodale del balafonista del Burkina Faso Mamadou Koïta) e una serie fortunatamente appena definita di suoni di superficie (variamente composta da corde, rumori, sfreghi e versi di animali: provare per credere “Alors oui!”). L’ispirazione di base è quella del suono estemporaneo, dell’imbracciamo e vediamo dove arriviamo, che forma prende, quanto riusciamo ad alterare ciò che riusciamo a suonare (“Solei cassé”). Ma la visione è cristallina: ritmo e vuoto, melodie vocali interrotte, suoni catartici, corde e pelli suonate con incostanza, interrogate (per le corde possiamo pensare a un Marc Ribot sporco all’acustica), faccia a faccia con le vibrazioni. Insomma una zoppia pensata e programmata nella reiterazione, elaborata con attenzione, fin dentro agli elementi più puri dei pochissimi suoni (“Tourne la page”). La prospettiva degli otto brani-accenni (ce ne sono un paio con durata tra i trenta e i cinquanta secondi) potrebbe sembrare infinita: nuova, antichissima, incomprensibile e di grande ispirazione (“Lls sont là”). Tutto si muove in quello spazio sospeso della possibilità, a partire dalle (anti) strutture dei brani, che inquadrano i suoni nella forma di segni primordiali, di sferzate gelide di armonia dentro gli zampilli magmatici dell’improvvisazione (“Als ich can”). Non stupisce, se ci lasciamo andare a questo ragionamento, che si riconosca una vera novità. Perché, a ben vedere, di nuovo c’è la gran parte della proposta (se non proprio tutta), specie nella caparbietà con cui il trio, guardandosi mentre suona, approssima le linee grezze con i propri strumenti, operando a ritroso, proprio come chi analizza decostruisce, chi pulisce deostruisce, provando a spogliare il solco e il proprio tracciato dal peso della tradizione. L’orma che rimane in questa polvere a mezz’aria non si può seguire fino in fondo. Perché è sfocata e deforme, e non va da nessuna parte: rimane lì su sé stessa a ripiegarsi, a privarsi. Imprimendo sé stessa si perde nella propria forma, spruzzando opzioni da interpretare nel caos, nell’indeterminatezza. In questo buco di suoni la voce di Gautier Degandt diviene un faro, anche quando articola suoni acidi e aritmici, piani (“J’ai mangé”), in totale autonomia rispetto ai movimenti ipnotici degli strumenti. E il faro si scorge - è messo lì apposta: seguiamolo e non ci perderemo (“En te odo”). engramma.bandcamp.com/album/beau-br-lis 


Daniele Cestellini

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