Emilia Lajunen – Vainaan perua: Satavuotinen sakka (Nordic Notes, 2023)

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Emilia Lajunen (violino a 5 corde, kontrabasharpa e voce) è un’artista ben nota a chi ci legge: googlate il suo nome insieme a quello di Blogfoolk e troverete le recensioni di opere precedenti di questa violinista finnica, da sempre immersa nella musica dei pelimanni, come erano noti nei secoli passati i suonatori di tradizione rurale, ma anche compositrice di nuovi repertori ispirati ai moduli popolari. Questa nuova produzione a suo nome ma suonata insieme al suo partner artistico di lunga data, il rinomato Eero Grundström (armonica a bocca, sintetizzatore modulare, knifonium e voce), membro degli Sväng e artefice di molti altri progetti musicali, è pubblicata per la sezione nordica (Nordic Notes) della label tedesca CPL-Music. Il titolo si traduce all’incirca con “L’eredità dei morti: nel profondo della feccia” e l’opera si prefigge di dare nuova vita alla musica di violinisti della Finlandia centrale vissuti tra il XIX e il XX secolo: con l’intento di “resuscitare un intero villaggio di appassionati violinisti dagli archivi”. Si tratta di musiche in parte incluse nella tesi di dottorato in musica all’Accademia Sibelius nella quale Lajunen insegna violino da anni. “Lavoro negli archivi da molti anni e per me sono una fonte naturale di creatività”, sottolinea. I due temi che danno il titolo all’album provengono dal repertorio di due leggendari musicisti, il violinista Jalmari Siiriäinen (1895-1970) e il suonatore di kantele Juho Laitila (1875-1931), ma ci sono tanti altri suonatori le cui
musiche riecheggiano in questo lavoro appassionato quanto autorevole sul piano musicologico, intessuto di espressioni di tradizione orale come di stili e tecniche contemporanei. “In passato, le persone vivevano lentamente e si abbandonavano a un’estasi silenziosa. La loro musica arriva qui e ora attraverso secoli di storie dimenticate. A causa di questa grande distanza, dobbiamo dare a questa musica la nostra immaginazione e, soprattutto, il nostro tempo”, osserva ancora la violinista. La confluenza tra il materiale originale composto da Emilia e quello derivante dalle registrazioni storiche è senza soluzione di continuità; quanto all’innesto dell’elettronica, va osservato che Grundström fa uso di suoni analogici con una forte componente naturale, in cui il movimento è elemento centrale. Il programma i compone di nove lunghe tracce con archi solisti in prevalenza o che incrociano l’armonica a bocca e si dispongono su misurati innesti elettronici e percussivi. Il primo suonatore onorato è Elias Leppänen, vissuto tra la metà dell’Ottocento e la seconda metà degli anni Venti del Novecento, autore dell’incalzante motivo iniziale a suo nome in cui Emilia imbraccia una versione arcaica della nickelharpa interpretando questa magnetica composizione nata come polka nello stile del maanitus, danza originaria della Karelia, accompagnata dagli effetti e dal movimento percussivo di Eero, che è al synth modulare.  “Hoskari”, composta da Lajunen su un testo di Herman Saxberg (conosciuto come Pilli-Hermanni), è una sorta di murder ballad che porta in sé implicazioni familiari, dal momento che le liriche sono state scritte da un suo trisavolo, a sua volta violinista ma anche ubriacone e, pare, un poco di buono. Il brano si può dividere in due parti: una prima a cappella, con le due voci che si alternano e procedono insieme, e una seconda in cui entrano violino, armonica e synth che con un cambio di tempo aprono le
danze. La terza traccia, “Menuetto”, un tradizionale nel repertorio di Matti Haudanmaa (1858-1936), è imperniato su una linea melodica di violino adagiata su droni, effetti ambient che diventano sempre più insistenti e densi in quello che si configura come un omaggio ai paesaggi attraversati da questo musico itinerante conosciuto come “re dei vagabondi”. In “Vilkon Laulu” (La canzone di Vilko), una ninna nanna composta per suo figlio, Lajunen si produce in una sorta di humming che segue la linea del violino, accompagnata dall’armonica di Eero. “Raatikaista” è un’altra magistrale esemplificazione dell’abilità di Emilia di incastrare stilemi tradizionali, come quello di un tema del violinista (e sarto) Akseli Raatikainen (1888-1982), con il suo estro compositivo e uno stile esecutivo che non rinuncia all’uso di pedali e distorsori. Del repertorio dello stesso suonatore fa parte anche la successiva “Viitasaarelta”,  qui ripresa con forme e tempi modificati per dare corpo a una lunga suite della durata di poco più di otto minuti, in cui Lajunen fa coppia con l’armonica e il synth. Le due composizioni che danno il titolo all’album appaiono nel disco in ordine inverso. Prima c’è “Satavuotinen Sakka”, si snoda come una polska rallentata con Lajunen alla kontrabasharpa e Grundström alle prese con armonica ed elettronica.  Segue “Vainaan Perua”, motivo altrettanto ispirato con il foot stomping d’ apertura a dare ritmo all’archetto, mentre l’armonica e il knifonium, un sintetizzatore valvolare, abbracciano e intrecciano gli armonici prodotti dalla viola a chiave.  Si giunge a conclusione a tempo di valzer con Emilia in solo ad eseguire “Virsu-Jussin valssi”. Trasmissione e trasformazione: Emilia Lajunen si conferma artista di rango restituendoci una memoria collettiva che è anche pratica affettiva, esperienziale e performativa. 


Ciro De Rosa

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