L’Arcaico Raggio – Il Signore della Ruota. Ode ai Quattro Elementi (Fairylands Records, 2023)

Ricercatore, saggista, ma soprattutto artista eclettico in grado di muoversi attraverso ambiti espressivi differenti dall’arte figurativa alla musica, Giorgio Calcara vanta un articolato percorso formativo in ambito accademico con studi in antropologia delle religioni, a cui è seguito un lungo lavoro di ricerca sulla tradizione celtica che lo ha condotto collaborare con diverse riviste specializzate, oltre a realizzare l'Enciclopedia Celtica (Edizioni New Sounds Multimedia) e pubblicare testi scientifici e divulgativi. In ambito artistico, con lo pseudonimo di Elio Varuna, si è segnalato come uno dei più interessanti artisti neo-pop in Italia, dando vita anche alla famosa creaturina Tuty, metafora di Dio e dell'Arte. L’arte figurativa lo ha condotto ad indagare il simbolismo e la poesia ermetica, così come l’alchimia e i diversi sentieri che compongono la via iniziatica tradizionale. Più recente è, invece, l’incontro con tra i suoi versi e la musica che, con la complicità del musicista e compositore Massimiliano Cocciolo, ha portato alla nascita del progetto L’Arcaico Raggio. Intersecando queste diverse forme d’arte con le sue opere figurative, la sua espressività ha trovato la sua più completa realizzazione, dando vita al pregevole debutto “Poesia Alchemica” del 2020, nel quale sono raccolti dodici brani in forma di profezie druidiche, mantra e formule magiche che, nel loro insieme, compongono le ideale tappe di un esperienza di trasmutazione interiore, tra parole, suoni e visioni, i cui addentellati vanno ricercati nella Grande Opera alchemica. A distanza di due anni, lo ritroviamo con “Il Signore della Ruota. 
Ode ai Quattro Elementi”, un opera che prosegue il viaggio iniziatico intrapreso nel precedente, conducendo l’ascoltatore alla purificazione interiore, attraverso i quattro elementi. Abbiamo intervistato Giorgio Calcara per ripercorrere la genesi di questo progetto e soffermarci sull’ultimo lavoro, non senza volgere uno sguardo alla sua dimensione live.

Come è nato il progetto L’Arcaico Raggio?
È un mio vecchio sogno nel cassetto, nel vero senso della parola. Nasce, infatti, da una serie di poesie che ho scritto alla fine degli anni Novanta, come compendio ai miei primi dipinti che rappresentavano i simboli dell’Ars Regia. Ero giovanissimo, poco più che ventenne e diedi vita ad un corpus di liriche di brevi componimenti di carattere ermetico, legate agli archetipi e all’alchimia che si sviluppavano come formule magiche, come mantra ed erano strettamente connesse ad alcune forme di parola sconfinante e ad esperienze fonetiche guaritrici. I versi rimandavano a miti arcaici, esperienze straordinarie vissute in prima persona durante miei viaggi tra l’India, il Sud America e l’Africa, ma anche in zone estreme, atlantiche. Proseguii a scrivere intensamente per oltre cinque anni e poi tutto si inabissò, per riemergere raramente in alcuni scritti ancor più misteriosi legati a particolari stati d’animo del momento. Verso il 2017 ho ripreso in mano queste poesie, le ho rilette e mi sono reso conto che avevano ancora nella loro essenza archetipica una forza. Mi è venuta, così, voglia di recitarle. Da amante della poesia, ho sempre ritenuto che fosse un vero peccato che certe poesie del passato fossero rilette da voci diverse da quella dell’autore, perché questi non
c’era più. Quindi ho voluto approfittare di questo mio insistere ad esserci, a volerle anche recitare esattamente con lo stesso spirito in cui le scrissi più di vent’anni prima. 

Il passo verso l’incontro con la musica è stato breve. Come si è indirizzato il percorso di ricerca musicale sui brani?
Alcuni amici fraterni e straordinari musicisti mi hanno aiutato nella costruzione delle strutture musicali su cui innestare i vari testi. Inizialmente, insieme al musicista e compositore Massimiliano Cocciolo, abbiamo realizzato le basi e molto spesso è accaduto che fosse la poesia stessa a richiamare la musica, dalla parola venivano fuori delle atmosfere musicali particolari. In altri casi, è stato Massimiliano a propormi delle proposte musicali sempre molto scarne sulle quali abbiamo cominciato a lavorare come si fa nella stesura di un mantra. Cercavamo una formula magica, quasi un incantesimo che desse una potenza a queste parole che arrivavano molto spesso da un’idea in italiano, per giungere alla contaminazione con il sanscrito, la lingua vesta, le lingue sciamaniche o con fonetiche inventate che evocavano versi di animali o suoni naturali. Gli arrangiamenti poi sono stati arricchiti dalla presenza dei vari ospiti che abbiamo scelto seguendo il mood, l’ambientazione e l’atmosfera delle liriche. Insieme a loro cercavamo un interplay, un dialogo in base alle diverse sensibilità per inserire per inserire degli elementi che avessero però una particolare aderenza con quell'atmosfera. Se, dunque, in alcuni casi si prestavano strumenti tradizionali come le launeddas, in altri ci sembrava più adatto che intervenisse ora la tromba, ora la chitarra acustica, ora ancora l’arpa celtica o le percussioni indiane. 

Arriviamo, poi, all’opera prima “Poesia Alchemica”…
La prima uscita è dedicata alle poesie alchemiche sotto forma di dodici profezie perché rileggendo quei versi giovanili mi ero accorto che nascondevano un messaggio eterno. Come spesso accade, quando si tratta con l’archetipo, si viene in contatto sempre con l’eternità, con qualcosa che si rimanifesta costantemente. 

La parola evoca simboli, archetipi, ma all’atto di essere pronunciata, o meglio ancora recitata, acquista una dimensione ulteriore emanando vibrazioni, onde di forma…
Credo molto nel potere della parola, una forza arcaica che la congiunge alla tradizione primigenia. In particolare, nella tradizione vedica, e in quella indiana in generale, nel sanscrito stesso o nella lingua farsi detta “lingua di Dio”, la parola è una pronuncia manifestata dell’Assoluto. Il termine indiano Vāc indica la parola primordiale che si trasforma anche sotto forma di mantra, possiede un potere curativo, una forza perforante e combinatoria di trasformazione. Pitagora diceva che gli oggetti sono musica concretizzata, musica che diventa che diventa oggetto, diventa forma: e quella è la parola che ci in-forma, quella che canta e incanta. La parola può educativa se rivolta in modo perentorio ad un animale o ad un bambino, così è la partitura di un anima. Questo ovviamente, si è fatto con le giuste premesse, con la sensibilità positiva. Al contrario, la stessa parola può diventare può diventare mortificazione, può diventare quanto di peggio sappiamo, se usata male. 

Il tuo secondo lavoro è “Il Signore della Ruota. Ode ai Quattro Elementi”…
Ho poi intrapreso il viaggio del Signore della Ruota che è una lode ai quattro elementi: l’acqua, l’aria, la terra e, infine, il fuoco. Nel caso dell’acqua mi sono avvalso della collaborazione di Gavino Murgia che ha portato la straordinaria tecnica del su bassu del canto a tenore e poi ha inserito anche il suo sax il cui suono rimanda alle launeddas, imprimendo al brano l’atmosfera del mare di Sardegna. Ho chiamato Myrdhin, un druido bretone che ha lavorato sul tema della mitologia celtico-bretone e che interpreta l’inabissamento dell’isola YS, uno dei miti ancestrali della legenda bretone. C’è, poi, Vincenzo Zitello con la sua arpa ad evocare una nave omerica che solca le onde e Mari Boine che con il suo canto interviene come Grande Madre delle Terre Artiche riproponendo un suo cavallo di battaglia che è “Gulan du” in una versione remixata in cui fa capolino la nickelharpa di Artuan Rebis. Abbiamo coinvolto anche Ottavio Saviano che è un percussionista con cui lavoro da molti anni e Valerio Bruno che, per l'occasione, suona il santur indiano, utilizzato in questo caso come fosse un carillon nella sequenza dedicata all’Aria.

In copertina spicca il simbolo alchemico del sole. Ci puoi parlare dei tuoi studi e delle tue ricerche sulla tradizione ermetica alla base di questo lavoro?
La mia idea era quella di dare vita ad un racconto, volevo mettere in ordine cronologico – se così si può dire – la storia dei quattro elementi. Nella filosofia greca c’erano delle dispute su quale dei quattro
elementi fosse quello più importante. Insomma, se non c’è l’aria non si respira, così come se non c’è l’acqua si muore. Allo stesso modo se non c’è la terra su cui poggiano i nostri piedi non esistiamo, mentre con il fuoco ci si riscalda. È necessario comprendere che il cosmos, l’ordine c’è quando questi quattro elementi convivono in armonia. Se viene, uno diminuisce in intensità il tavolo traballa e non ha più le quattro gambe su cui poggia l’universo. Ho cercato un po’ di giocare, leggendo migliaia di testi da Osho a Omero, dagli Shiva Sutra ai Veda, componendo un viaggio che da Orienta va ad Occidente, cercando di dimostrare che noi nasciamo dall’acqua. L’acqua è il primo elemento perché noi siamo stati creati da un liquido cosmico. Il seme maschile feconda la donna e ci sviluppiamo nel liquido amniotico che ci da la vita per nove mesi. In quell’acqua, ci formiamo, ci realizziamo fino a quando queste non si rompono e si partorisce per la vita. Allora incontriamo il secondo elemento: l’aria. Dopo il taglio del cordone ombelicale, si aprono i polmoni, c’è il primo grido o il primo pianto in cui facciamo conoscenza del secondo elemento che ci da la vita: l’aria, il prana, la respirazione: tutto ciò che è il primo mantra, in senso quasi dadaista del primo vagito. Da quel momento trascorrono circa nove mesi e poi cadiamo a terra, cominciamo a gattonare e crescendo ci alziamo in piedi, camminiamo e corriamo non smettiamo per tutta la vita: la Terra è il terzo elemento. La gravità ci spinge a vivere su questo mondo, fino all'ultimo fatale elemento: il fuoco che rappresenta il trapasso metafisico che ci ridistacca dalla forma materica e riconsegna l'anima all’Iperuranio, in quell’etere che ci accoglie alla fine del nostro percorso terreno.

Quali sono le connessioni con le tue opere figurative?
Uno degli aspetti di questo progetto è quello legato ai disegni e alla pittura con la ricerca del colore, della forma del simbolo visivo che è un linguaggio universale. Le antiche pitture rupestri ritrovate nelle grotte abbiamo un immagine dell’inizio dell’umanità attraverso pochi simboli bianchi che ci raccontano cosa accadeva seimila anni fa. Avevo l’esigenza di ripartire anche da questo dall’archetipo come simbolo, una parola sconfinante come l’OM che ritroviamo rappresentato da un ideogramma in molte lingue arcaiche che viaggiano su un progetto visuale e rappresentano un mondo, un comportamento, una un'identità. Il simbolo del Sole che è un cerchio con un punto centrale evoca un luogo consacrato ed è l’immagine più potente creata dall’uomo. Il sole che sorge e tramonta ogni giorno è un simbolo potente ed è stato rappresentato dalle principali civiltà e religioni.

Questo progetto avrà anche una articolazione dal vivo?
Il progetto si sviluppa in più livelli, dalla musica all’arte figurativa. Pitture, disegni e fotografie che sono strettamente legati alla parola, alle liriche e alla musica. Curiosamente tutto è stato preceduto da un esperienza proprio dal vivo, una performance andata in scena nel 2019 al Macro di Roma dove è “L’Arcaico Raggio” è stato rappresentato per la prima volta in forma di spettacolo, senza nemmeno che fosse pianificata la pubblicazione. Io mi dividevo tra voce e tamburo armonico e al mio fianco c’erano Rashmi V. Bhatt alle tabla indiane e percussioni, Vincenzo Zitello all’arpa celtica e alla lama sonora e Massimiliano Cocciolo ai sintetizzatori. Successivamente, questo progetto è stato cristallizzato dalle diverse pubblicazioni e certamente si presta molto ad essere rappresentato dal vivo, ma non c’è una ricerca spasmodica. La questione è che i temi trattati, i risvolti esoterici ed occulti non si prestano alle grandi folle ma richiedono occasioni e contesti particolari per un pubblico che in qualche modo deve essere adeguatamente predisposto a questo tipo di esperienza.


L’Arcaico Raggio – Il Signore della Ruota. Ode ai Quattro Elementi (Fairylands Records, 2023)
La tradizione esoterica è un grande fiume carsico che attraversa la storia, sin dai primi vagiti dell’umanità, e racchiude un enorme patrimonio ci conoscenza “altra” che per essere preservato e perpetuato è stato necessario inabissarlo, sottraendolo alle distorte interpretazioni e celandolo attraverso simboli disseminati intorno a noi, comprensibili solo a quanti sono in possesso delle giuste chiavi interpretative. L’oscurantismo clericale ha ammantato il tutto di una pesante coltre di pregiudizio, cosicché per affrontare tematiche che attengono all’esoterismo è necessaria una mente aperta e predisposta, scevra da ogni tipo di dogmatismo. Solo in questo modo si riesce a penetrare in un vero e proprio universo nel quale è possibile cogliere quella Antica Sapienza che è tesoro inestimabile. Il progetto L’Arcaico Raggio, muovendosi attraverso forme artistiche differenti, ci offre l’occasione per addentrarci in questo mondo, attraverso un percorso non semplice, ma certamente non privo di suggestioni e fascino. Giorgio Calcara (voce) ha, infatti, concepito le sue opere intersecando arte figurativa, poesia e musica, tracciando un sentiero che conduce l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio iniziatico. Proseguendo il cammino intrapreso, insieme al musicista e compositore Massimiliano Cocciolo (synth, elettronica, ambientazione sonora, piano), con “Poesia Alchemica”, nella nuova opera “Il Signore della Ruota. Ode ai Quattro Elementi” ci dischiude le porte ad un ideale viaggio attraverso i quattro elementi naturali, un itinerario di purificazione che si dipana attraverso dodici brani, suddivisi in quattro suite che uniscono tre tracce. Laddove non casuale è il simbolismo numerologico, allo stesso modo ogni segmento è caratterizzato da una specifica atmosfera ed ambientazione sonora evocativa. In questo senso determinate è, come nel precedente, la presenza di alcuni ospiti che impreziosiscono i vari brani: Vincenzo Zitello (arpa, handpan, lama sonora, viola, violino, violoncello, flauti),  Arthuan Rebis (nychelharpa), Gavino Murgia (voce, sax), Ottavio Saviano (glockenspiel, crotali, voce respiro), Valerio Bruni (santur) e Riccardo Viscardi (violoncello) a cui si aggiungono le voci di Myrdhin, Mari Boine, Federico Maria Monti e Julie Kogler. L’ascolto, accompagnato le immagini che intercalano i testi contenuti nel libro tra disegni, dipinti e foto, si apre con la suite dedicata all’"Acqua", introdotta dal recitativo “Preludio ai liquidi” in cui viene narrata la mitologica creazione del mondo e che entra nel vivo con l’intensa “L’inabissamento” nella quale la voce ieratica del druido bretone Myrdhin narra la scomparsa dell’isola di Ys, accompagnato dalla brillante tessitura melodica dell’arpa di Vincenzo Zitello. L’elettronica incornicia la voce di Calcara e il sax di Gavino Murgia ne “Il canto delle sirene” che si muove tra atmosfere ambient e suggestioni trad con il canto a tenore che si staglia tra i pattern ritmici e i synth. La seconda suite “Aria” ci accoglie con il soffio vitale del “Prana” evocato dalla raffinata melodia del violoncello e dalle percussioni ed entra nel vivo con la superba “Profumo di vita” in cui Giorgio Calcara canta della venuta al mondo di una nuova vita, del taglio del cordone ombelicale e del primo respiro. Il canto lirico di Julie Kogler, il violoncello di Riccardo Viscardi, sostenute dal glockenspiel di Ottavio Saviano e dal santur di Valerio Bruni, sono la perfetta cornice per un brano di grande potenza espressiva che sfocia negli arditi vortici sonori di “Gas” nella quale si sovrappongono elementi sonori in apparente dissonanza. Si arriva, poi, alla “Terra” con la tellurica “Gea”, in cui la voce di Calcara è sostenuta dall’incedere dei beat elettronici e dai fiati, e ci conduce al vertice del disco con il remix di “Gulan du” di e con la straordinaria voce di Mari Boine, una misteriosa danza artica in crescendo con gli archi di Vincenzo Zitello e della nyckelharpa di Arthuan Rebis ad imprimere ulteriore fascino al brano. Le invocazioni misteriche di “Tellus” ci accompagnano al termine del viaggio con “Il Fuoco” in cui ascoltiamo in sequenza gli abissi sonori di “Ignis perpetuus” e “Apotropaico” per giungere alla conclusiva “Invocation to the feminine powers” con la voce di Amelia Cuni che in sanscrito invoca le sacre potenze femminili.  Le fiamme si fanno sempre più alte. Nell’atanor l’opera al nero si è compiuta, e in cielo è comparsa la Stella dell’Alkaest che ci consegna l’oro purissimo della Sapienza Perenne. Non inclusa nel disco, ma idealmente ad esso connesso è il singolo “Kali Yuga”, un brano visionario a  cui è affidato il racconto della fine, il momento in cui regna il caos seguito alla collisione dei Quattro Elementi. Insomma, “L’Arcaico Raggio” è un progetto di assoluto pregio artistico e ancor più culturale, nel quale immergersi e lasciarsi condurre alla ricerca della rigenerazione interiore.


Salvatore Esposito

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