Soïg Sibéril – Les sentiers partagés (Coop Breizh, 2021)

Nuovo capitolo del sempre felicemente prolifico chitarrista francese. Sibéril ci ha abituato negli anni a una serie di uscite quasi regolari, da solo o in una delle sue tante collaborazioni, e con questo giunge ormai al dodicesimo disco solista. Le coordinate entro cui questi si muovono sono le stesse: la musica celtica di ispirazione bretone, un “classico” certamente che è incapace di stancare. Un repertorio, quello cosiddetto celtico, che pur nella sua formularità possiede una capacità di reinterpretazione quasi infinita, caratteristica che condivide forse solo con il blues e il country statunitense. Sibéril non è certamente un purista e ci ha abituato da tempo all’inserimento di elementi di modernità anche notevoli, così anche questo disco segue un solco già felicemente tracciato negli anni. Si avvale di un nutrito gruppo di collaboratori, tra cui ritroviamo il chitarrista Jean-Félix Lalanne, vecchia conoscenza che già lo aveva accompagnato nel precedente “Back to Celtic Guitar”, e che insieme ad altri incontri rendono il disco praticamente un lavoro di duetti. Non disdegna poi di cimentarsi in arrangiamenti che circondano la chitarra anche con strumenti elettrici o elettronici. Tutte queste “mani” ci restituiscono un’opera piuttosto variegata ed eclettica, piacevole all’ascolto grazie anche a una ben pensata sequenza delle tracce. Così la title track svolge così la sua esplicita funzione di apertura del disco, rilassata e ariosa e con un lirico tema al corno inglese, in coppia con Lalanne. Ma a fianco a questa troviamo “Saint Patrack”, con Patrice Marzin e con una mano folk-rock a là Dan Ar Braz, come anche “Quartier de lune/Ramdam II”, stavolta con Jean-Marie Ecay. Se c’è un brano che più di tutti può restituire un certo senso dell’ascolto della musica celtica e il piacere quasi ipnotico di alcune sue figure, questo è certamente “Reeleria”, un tema che potrebbe gradevolmente proseguire all’infinito senza mai stancare. Lo stesso si potrebbe dire per “Le Korong” e soprattutto per la bella “Le nord”. Insieme ai momenti più chitarristici, tutto il disco possiede peraltro una equilibrata coralità che mantiene comunque la chitarra saldamente sempre al centro di ogni composizione. Certamente le collaborazioni arricchiscono di molto l’opera, e va riconosciuto a Sibéril il merito di aver mantenuto una unitarietà nel disco come un bravo orchestratore, senza perdersi in un puzzle incoerente di contributi e ispirazioni. È il caso di brani come “Le Yeun”, dove è il basso fretless a essere “tirato per la giacchetta” in un finale che lo fa scivolare in un cenno di giga. Molto bella poi “Ballade en-Sibé” nella classica accoppiata di chitarra e arpa, qui affidata alle unghie di Cécile Bonhomme. Tra i tanti i campioni della chitarra celtica di oggi (Tony McManus sopra tutti), Sibéril ha saputo ritagliarsi negli anni uno spazio di assoluto rispetto. Un artista che pare vivere in una dimensione pacata quanto la sua stessa musica, che ha fatto leva più su una musicalità a tutto tondo che sulla tecnica esecutiva del proprio strumento “a solo”. Con questo disco ci restituisce così un’opera corale, gradevole e sufficientemente eclettica, con qualche spunto di elettronica modernità, sapientemente dosata come un ingrediente fra gli altri. Un piede nella tradizione dunque, ma senza dogmatismi e tabù, grazie a quell’eclettismo che permette di fornire linfa a una ispirazione antica come può essere quella di una musica con delle radici folk così profonde. 


Pier Luigi Auddino

Posta un commento

Nuova Vecchia