Paolo Ercoli – Why Not (Appaloosa Records, 2021)

Questo album rappresenta una storia musicale che dura da decenni. E, allo stesso tempo, un insieme di sguardi che seguono il corso, i riflessi, le voci di una grande espressione sonora, che confluisce nel dobro. Sì, perché Paolo Ercoli suona proprio questa peculiare chitarra e in “Why Not” ha voluto ricomporre la sua strada (la sua e forse parte di quella del suo strumento), invitando numerosi musicisti, facendo confluire in scaletta brani originali e perle indimenticabili, riallacciando le corde del dobro a un immaginario molto ampio. Che travalica il country e il bluegrass – i generi, cioè, ai i quali è grossomodo ricondotto (per semplicità e semplificazione, ma anche per un’appartenenza, per una congruenza evidentemente strutturale, organica) questo strumento – per arrivare a toccare spazi infiniti. Che si configurano come degli intervalli appaganti, gradevolissimi, nell’ambito dei quali l’ascoltatore che ama le sei corde (e in generale “le” corde) si lascia trasportare beatamente. Certo, il richiamo di un’epica “deep american” non può mancare (ma perché mai?), come nel brano “Remember me”, ma la graduale “incorporazione” dei quattordici brani selezionati con cura da Ercoli, tratteggia il profilo di un discorso musicale che niente o poco ha a che fare con “il” genere. Perché tutti i suoni vengono infilati con maestria e passione. E questo affiora, fin dalle prime note e dentro le differenti soluzioni armoniche, come un elemento di grande forza. Non si tratta di virtuosismo né di lezioni di storia: è piuttosto un flusso che trasporta e, nell’insieme delle parti di cui si compone, avvolge una grande, ampia, profonda composizione in un unico racconto. Passando in rassegna la scaletta ci si ritrova tra due poli mai contraddittori ma, al contrario, coerenti, convergenti, sebbene stilisticamente distanti. Da un lato l’evocazione di atmosfere che tutti conosciamo (o associamo a immagini più o meno famigliari), con brani come “Cheatin’ Kind” o “All the best”, che radicano il suono in una struttura melodica e ritmica rassicurante (attenzione, non perché retorica, ma perché orientata da un dialogo aperto, in cui gli strumenti si specchiano l’uno nell’altro, spesso con soluzioni interessanti e originali). Dall’altro (ci dice anche lo stesso autore) si affaccia un resoconto più intimo, o meglio più direttamente legato alla voce di Ercoli, che condensa due elementi peculiari: il richiamo a “Paris Texas” – attraverso citazioni musicali sotto forma di interludi, che sospendono per brevi tratti l’incedere dei brani – e i brani originali, che in tutto sono sette. Ora, se gli interludi possono rientrare – sebbene attraverso una modalità differente – nella ricostruzione personale di una narrazione ispirata dal mito della chitarra e dalla sua declinazione e fascinazione acustica e americana, i brani originali ci invitano a una riflessione più attenta. Perché qui Ercoli condensa la sua visione vera. Non perché autentica: l’autenticità di questo musicista è tutta dentro le sue mani, che si muovono con evidente maestria. Ma perché indipendente, cioè priva di rigidità, sia formali che di impianto. Qui si apre la biografia chitarristica di Ercoli. Ed è tutta da scoprire: come lui stesso ci suggerisce con brani come “Nardis”, “Someday We Will”, “Blues Life” e “Why Not”. 


Daniele Cestellini

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