Les Filles de Illighadad – At Pioneer Works (Sahel Sounds, 2021)

Un gran bel disco in un gran bel posto. Pochi a Brooklyn ricordano che una parte di questo territorio si chiamava un tempo Ihepetonga: era l’epoca in cui era abitato dai Lenape. Nel 1636, l’anno prima che scoppiasse la bolla finanziaria dei tulipani, gli olandesi invasero il “corno” nella parte nord-occidentale di quella che è oggi Brooklyn e – vedendola come un “gancio” affacciato sulla parte settentrionale della baia visitata cento anni prima da Giovanni da Verrazzano – la chiamarono Roode Hoek (Gancio Rosso), oggi parte del Brooklyn Community District 6 col nome di Red Hook. Negli anni ’90 era ancora conosciuta come una delle peggiori aree urbane statunitensi: un’area dove si poteva investire, e così fu. Fra gli altri, ci ha pensato l’artista visivo Dustin Yellin che nel 2012 ha recuperato un enorme edificio in mattoni del 1886 per trasformarlo in un vivace centro culturale comunitario col nome di Pioneer Works. I frutti, anche musicali, sono ottimi: in questi giorni escono in forma di album i risultati di due progetti musicali che sono stati ospitati al 159 di Pioneer Street: “Pioneered” di Tommaso Cappellato e “At Pioneer Works” delle Filles de Illighadad. Cominciamo da questo secondo album, prodotto come i due precedenti, da Christopher Kirkley, in collaborazione con Ben Parrish e Justin Frye. Se Cappellato a New York è di casa da decenni, Fatou Seidi Ghali, la fondatrice delle Filles, ha cominciato da autodidatta a suonare la chitarra del fratello solo dieci anni fa; a Illighadad, cioè un posto che Google Maps non è in grado di trovare. Vi può segnalare Tahoua, il mercato più conosciuto nei dintorni, nel Niger occidentale, quasi equidistante da Argelia, Mali, Burkina Faso, Benin e Nigeria. Ma per chi abita a Illighadad le frontiere non contano, sono fatte per essere attraversate, anche musicalmente. La loro musica infonde nuova energia al canto corale dei nomadi pastori intersecandolo ai riff delle chitarre elettriche. “Blogfoolk” le aveva ascoltate al Candiani di Mestre ad aprile 2019 e questo nuovo album le fotografa dal vivo pochi mesi dopo in quartetto con Fatou Seidi Ghali, chitarra e voce, Alamnou Akrouni, percussioni e voce, Amaria Hamadalher, chitarra e percussioni, e Abdoulaye Madassane, chitarra e cori. I sei brani, mai sotto i cinque minuti, cominciano ipnotici con “Surbajo” che è fra gli arrangiamenti più omogenei, nel senso che effettivamente la trama di chitarre, voci e percussioni percorre l’intera traccia. A restituire le scintille di cui sono capaci dal vivo sono soprattutto brani come il conclusivo “Irriganan” con la sua energia alternata fra moduli elettrici e intrecci voce-cori-percussioni a chiamare volentieri in causa anche il pubblico, proclamando a piena voce il “gran baccano del tendé”, il coro che qui conta su due persone, ma che rimanda ai gruppi, anche molto numerosi, che si riuniscono in circolo e che nelle chiamate e risposte possono dilatare a piacere il brano, come mostrano i magnifici undici minuti di “Telilit”. Sotto le voci e le chitarre si sente lo scandire del tempo che coinvolge il pubblico dei due concerti tenuti per la prima volta a New York nell’autunno 2019. Chi volesse rivivere alcuni momenti del concerto del 15 ottobre può contare sul servizio fotografico prodotto allora da Ben Richmond per Afropop. La sequenza fotografica restituisce l’andamento del concerto: prima un’introduzione pacata e riflessiva, quasi a presentare la materialità di una musica consapevole della distanza fisica e culturale rispetto al luogo in cui viene suonata; e poi ampio spazio per la capacità di fra crescere progressivamente l’interazione fra le musiciste – scambiandosi strumenti e battute – e fra musicisti e pubblico, in particolare grazie alle iniziative di Alamnou Akrouni a guidare il pubblico nel sostenere con il battito delle mani il ritmo dei brani. 


Alessio Surian

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