Esma Redžepova and Nune Brothers - My Last Song – A Tribute To Macedonia's Gypsy Queen (ARC, 2021)

Formidabile voce bruciante di passione quella di Esma Redžepova (1943-2016), icona Rom e nome scolpito nella storia della cultura della Jugoslavia prima e della Macedonia del Nord poi, nominata “artista nazionale della repubblica” dal presidente Gjorge Ivanov (pur se non è mancato l’oltraggio al suo lascito con la devastazione nel 2020 della sua casa, che per sua volontà doveva diventare un museo pubblico dell’umanità e della musica). Nel 2015 Simeon Atanasov, uno dei quarantadue figli adottivi di Esma – e leader della band della madre dopo la scomparsa di Stevo Teodosievski, partner di Esma nell’arte oltre che nella vita – presentò alla cantante di Skopje i fratelli Filip (tromba) e Rade Nunevski (sassofono, clarinetto), giovani dotati fiatisti provenienti da una nota famiglia musicale. Esma li volle subito con sé nei suoi recital. Un anno dopo i due artisti invitarono Esma nel loro studio di Skopje per lavorare a materiali per un album. Esma cantò sei canzoni, ma prima di completare il disco in una nuova session mancò nel dicembre 2016. Da allora i fratelli, conosciuti sulla scena come Nune Brothers, hanno accresciuto la loro popolarità con una miscela spumeggiante di pop e folk a tinte macedoni. Ora quelle canzoni che erano rimaste nel cassetto insieme ad altro materiale composto dagli stessi Nune fanno parte di un album pubblicato dalla ARC Music, intitolato “My Last Song, a Tribute to Esma Redžepova”, in cui troviamo un organico di fiati, chitarre, basso, tastiere, percussioni e voci. In trentasei minuti, il programma offre nove canzoni e uno strumentale (“Mi Amore”) firmato dalla coppia di fratelli che hanno composto quattro canzoni; altre quattro sono opera di Simeon Atanasov e una dalla stessa Esma. È un succedersi di umori differenti, a iniziare dalla baldanzosa “Workaholic”, cui segue il pathos di “Svirete Ja” (“Suona per me”), sorta di canto nuziale, che è uno dei brani che racchiude l’essenza del canto di Redžepova e del suo timbro unico. Si apre ad accenti flamenco (la chitarra è di Dejvid Demir) “U Sitni Sat” (“A tarda ora”); si canta ancora l’amore nell’appassionata “Kazi Srce” (Dì cuore mio”), mentre trabocca leggerezza “I love you”, cantata in inglese da Filip, che ci piazza anche i suoi assoli di tromba. La voce della diva rom ritorna appassionata in “Ljubovta Moze Se” (“L’Amore può tutto”), mentre ha un profilo rockeggiante “Shube Dube Maria”. Si diffondono umori latini sia in “Latino U Modi”, scritta da Esma, che nel già citato strumentale “Mi Amore”. “Izgubio Si Andzela” (Tu angelo perduto”), ibrido a proiezione jazz, con bei passaggi solisti, chiude questo sentito omaggio a una donna di grande umanità e dal temperamento fiero per le proprie origini, il cui canto è di rara bellezza. 

 
Ciro De Rosa

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