Ravi Shankar: Il lamento sul sentiero

La musica dell’India abbina ad ogni raga un’ora della giornata, dall’alba fino a notte fonda dove si è vicini al confine con un’altra alba. Storicamente, per tutti Ravi Shankar è stato il ponte che ha unito la parte occidentale e quella orientale di ciascun ascoltatore. Il suo nome completo in bengali era Robindro Shankar Chowdhury, Ravi significa “sole” e viene dal sanscrito. Nella Benares del tempo in cui vi nacque, c’era musica ovunque e la città era molto simile a com’era stata duemila anni prima, le biciclette erano uno dei pochi segni di modernità visibili per strada. Ma nel 1920 il resto era immutato: dallo stile di vita ai piccoli o grandi templi, dai caratteristici vicoli strettissimi chiamati “galli” alle gradinate sulle rive del fiume. Da lì si poteva assistere alla storia di Krishna e Radha, ai canti devozionali in bengali e in hindi. Benares però non è il vero nome della città, sono stati i colonizzatori inglesi due secoli fa a chiamarla così perché non riuscivano a pronunciare Varanasi. Anticamente si chiamava anche Kashi. Benares è il posto più sacro del paese per un indù, la dimora di Shiva, la città millenaria, con duemila templi sparsi lungo le rive del Sacro Fiume Gange. A Benares si viene anche per essere cremati con l’antico rito che permette di raggiungere il Nirvana immediatamente, liberandosi del ciclo delle reincarnazioni. La madre di Ravi cantava alla sera, col bambino in braccio, sotto un cielo pieno di stelle, naturalmente senza tutto l’inquinamento contemporaneo. In India le donne cantavano ad ogni occasione di nascita, matrimonio o raccolto con l’accompagnamento di un tamburo chiamato dholak. Cantavano canzoni bengali imparate dalle commedie musicali che ascoltavano nell’interpretazione delle compagnie che venivano da Calcutta in occasione delle feste religiose, perché al tempo i film erano muti. In giro per strada si sentiva spesso nominare il nome di Gandhi. 
Una canzone che celebrava Madre India, “Vande Mataram” era diventata l’inno politico dei rivoluzionari anticolonialisti, il libro di Bankim da cui era stata tratta fu messo al bando e il governo britannico arrestava chi ne pronunciava anche un solo verso. A meno di dieci anni d’età, improvvisamente finì quella vita spartana e solitaria di Benares e, grazie alle fortune e al talento del fratello maggiore Uday (detto Dada), rinomato danzatore, Ravi Shankar fu catapultato nella sofisticata vita de “la ville lumière", in quei tempi la capitale artistica mondiale. Il viaggio familiare lo portò in treno a Bombay e poi con la nave fino a Brindisi, quindi ancora il treno verso Venezia e infine a Parigi dove iniziò a frequentare la scuola del quartiere XVI°, Michel-Ange Molitor. Il ragazzo, seguendo le orme del sempre più famoso fratello, diventava anch’egli un ballerino e musicista sempre più abile ed apprezzato. Durante quel periodo incrociò Gertrude Stein, Henry Miller, Cole Porter, Georges Ivanovič Gurdjieff, Rudolf Steiner, Andres Segovia, Igor Stravinsky, Arturo Toscanini. Durante le numerose tournée, nell’altra capitale glamour, New York, capitarono occasioni di ascoltare ed incontrare i grandi del jazz del periodo: Louis Armstrong, Duke Ellington, Count Basie, Cab Calloway, Charlie Parker. Grazie alla fama di Dada negli anni a cavallo tra i trenta e i quaranta “Shankar” era diventato il cognome indiano più celebre al mondo dopo Gandhi e del Premio Nobel, Tagore. Quando nel 1934 tornò in India la musica aveva preso il posto in cima ai suoi interessi e il sitar era lo strumento favorito, decise quindi di diventare un discepolo del guru Enayat Khan. Accadde però l’imprevisto. La notte prima della cerimonia ufficiale che li avrebbe legati, Ravi ebbe un grave attacco di febbre di tifo e questo venne interpretato come un chiaro segno del destino avverso e quindi rinunciò. 
Nei primi giorni di dicembre ebbe poi modo di ascoltare a Calcutta, Ustad Allauddin Khan, venerabile padre della musica indostana moderna, musicista classico virtuoso di sarod. Un uomo di enorme carisma che utilizzava ambo le mani, indifferentemente a seconda dello strumento che utilizzava ed era stato capace di inventare strumenti musicali come il sitar-banjo o il chandrasarang, un misto tra darinda, violino e sarangi. Aveva anche messo insieme e dirigeva un’orchestra composta da un gran numero di ragazzini, molti dei quali orfani, che erano inizialmente del tutto privi di inclinazioni musicali. Ravi, seppur ancora impegnato con danza e teatro, assorbiva dal maestro, che nel frattempo si era unito alla troupe, preziosissimi insegnamenti di sitar. Ma nel marzo del 1938, divenne chiaro a tutti che la guerra sarebbe scoppiata in tutta Europa, la vita cambiò di nuovo e si decise di tornare tutti definitivamente in India. Lui aveva allora diciotto anni, abbandonò la danza per dedicarsi esclusivamente allo studio musicale. Per sette anni rimase unicamente concentrato diciotto ore al giorno di studio dello strumento. Alla fine, le sue dita erano completamente snodate da ore ed ore di esercitazioni e le loro callosità indimenticabili. Quella di avere un guru fu la decisione fondamentale di tutta la sua vita: la rinuncia completa al proprio ego e la dedizione ad una ferrea disciplina. La parola “guru” significa “colui che dissipa l’oscurità” e la relazione tra maestro e discepolo costituisce l’impronta di tutta l’arte indiana. In India è immediato incontrare povertà e sporcizia quasi ovunque ma l’essenza dello yoga e della filosofia indù è che ogni anima sia tesa ad elevarsi e che l’obiettivo sia quello di rendere manifesta la divinità di ciascuno in qualsiasi modo, anche attraverso il suono. Una mattina di dicembre del 1939 nella città di Allahabad, Ravi Shankar si esibì nel proprio concerto classico d’esordio davanti ai migliori musicisti dell’India del Nord. La fratellanza e l’intesa musicale col quasi coetaneo Ali Akbar Khan, figlio del suo guru, cresceva sempre più e i due ragazzi sull’onda dell’entusiasmo crearono un duetto sitar-sarod assolutamente inedito per l’epoca. 
I solisti indiani tradizionalmente non suonano mai in coppia, tranne quando un allievo accompagna un maestro; solamente i cantanti talvolta duettavano e per l’occasione venne coniato dalla stampa un termine specifico “jugalbandi” che tradotto letteralmente significa “gemelli legati”. I due suoneranno spesso assieme e registreranno molti dischi, apriranno con i loro raga pure il sopracitato Concerto per il Bangladesh del 1971, assieme ad Alla Rakha alle tabla, con cui il sodalizio fu altrettanto proficuo e ininterrotto dal 1962 al 1985. Ravi Shankar ha sempre tenuto in grande considerazione e tentato di rendere merito all’apporto delle tabla, assegnando assoli e attirandosi critiche in India dove erano sempre stati considerati puramente strumento di accompagnamento. Consigliava ai suoi percussionisti di sedersi sul palco in posizioni che permettessero di vedere gli altri strumentisti e di poter interagire così in un raga collettivo e non solistico. Ogni suono generato da dita e mani del suonatore corrisponde ad una sillaba e sovente il tablista le anticipa con la voce mentre le suona. Come aveva fatto con Alla Rakha, così farà in seguito anche con suo figlio Zakir Hussain, tuttora famoso e apprezzato in tutto il mondo. Anche l’antico “fratello”, il maestro di sarod, Ali Akbar Khan, a cavallo dei decenni settanta/ottanta del secolo scorso realizzerà in Germania, gemme assolute assieme al sax alto di John Handy quando la parola “world-music” non esisteva ancora. Era stato proprio lui nel 1955 ad incidere il primo disco di musica classica indiana in occidente quando su invito di Menuhin si era esibito al Museum of Modern Art di New York. Oggi è riconosciuto “Tesoro Nazionale Vivente” in India. Nonostante la tradizione indiana dica che il processo di apprendimento da un guru non cessa mai, nell’ottobre del 1944,
Ravi Shankar ne decretò la conclusione e si trasferì a Bombay, divenne direttore musicale dell’Indian People’s Theatre Association, la “squadra culturale” del Partito Comunista e iniziò a dedicarsi alla musica per balletto. Questo durò fino all’inizio del 1946. A quel periodo risale anche la composizione, tra l’altro, della melodia di “Sare Jahan Se Accha Hindustan Hamana” su un testo scritto nel 1904 dal poeta in lingua urdu, Mohammed Iqbal. Dopo l’Indipendenza dell’India questo brano diventerà una specie di inno nazionale, suonato ovunque, perfino alla parata che si tiene a Delhi il 29 Gennaio, al termine della celebrazione del Giorno della Repubblica. Spesso accade che venga scritto trattarsi di un pezzo tradizionale ma non è vero, è opera di Ravi Shankar. Purtroppo, in India fino a poco più di una ventina di anni fa non è mai esistita una tutela del diritto d’autore. Nel 1945 compose finalmente anche il suo primo raga ma nonostante il talento creativo, le gravose responsabilità lo schiacciavano ogni giorno di più e insinuarono in lui un profondo senso di fallimento. Il 15 Agosto del 1947, l’India ottenne finalmente l’Indipendenza. A quei tempi esisteva solo la radio e alla mezzanotte l’intero paese ascoltò il discorso del primo ministro Pandit Jawaharlal Nehru “Un appuntamento con il destino”. Solo pochi mesi dopo, nelle ultime ore di gennaio del 1948, il Mahatma Gandhi, Padre della Pace e della Nonviolenza, fu brutalmente assassinato. In quello stesso febbraio Ravi nel corso di una trasmissione alla radio nazionale in uno studio di Bombay suonò con fervente passione il “Raga Mohan Kauns” in sua gloria. Mohan, epiteto del dio Krishna, era il nome del Mahatma e il suo cognome fornì la sequenza delle note (Ga- Ni-Dha) che fa parte del solfeggio indiano e che viene frequentemente ripetuto come motivo durante l’esecuzione del raga in questione. Il brano verrà ufficialmente registrato nel 1981, a comporre la prima facciata di un disco per la più prestigiosa etichetta classica europea, Deutsche Grammophon. La situazione emotiva di Shankar intanto peggiorava sempre più e ad un certo momento pianificò perfino il giorno preciso in cui gettarsi sotto un treno, scrisse due lettere d’addio ma proprio in quel momento apparve alla sua porta Tat Baba, il famoso yogi. Ravi ne rimase talmente rapito da voler suonare il sitar per lui, l’energia acquisita attraverso il sadhana e che riusciva a trasmettere quell’uomo era straordinariamente vitale e i problemi di Ravi parvero sparire. 
Gli insegnò alcuni mantra da cantare in continuazione tra sé e sé e la ruota della vita riprese a girare. Verso la fine del 1948, All India Radio offrì a Shankar un onore raro: diventare a soli ventotto anni direttore musicale e compositore ufficiale della radio nazionale. Fondò quindi la Vadya Vrinda, un’orchestra nazionale da camera comprensiva di sitar, sarod, sarangi, flauto, shahnai, vina ma anche di strumenti occidentali quali violino, clarinetto, contrabbasso, violoncello. Nonostante lo stile orchestrale indiano venisse mantenuto con tutti gli strumenti all’unisono, tenne bene a mente ciò che aveva ascoltato in gioventù in giro per il mondo: il jazz, il flamenco, la musica classica europea. Fu in questo periodo ricco di eventi che prese a scrivere anche musica da film, ad iniziare da “Pather Panchali”, “Aparajito” e “Apur Sansur” per la regia di Satyajit Ray. Una trilogia di colonne sonore composte nello stile delle canzoni pastorali bengalesi. Pather Panchali (Il lamento sul sentiero) uscì nel 1955 e divenne un classico del cinema indiano, vinse il Premio Documento Umano l’anno seguente al Festival di Cannes e fu acclamato dalla critica. Permise al suo regista di figurare accanto a Akira Kurosawa e Ingmar Bergman. Era basato su una storia scritta da Bibhutibhushan Banerjee dove vengono narrate le vicende del bambino Apu, cresciuto in mezzo alle privazioni e alla sofferenza in un villaggio del Bengala. Anche il film seguente Aparajito ottenne grandi riconoscimenti, compreso il Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dal 1956 le composizioni di Ravi Shankar iniziarono a venire registrate su disco. Il tema di Pather Panchali verrà ripreso e inciso ad Hollywood, nella calda West Coast americana, così lontano dall’India e dalla sua mistica, per finire poi anche nello scatolone di un negozio di elettrodomestici ed attrarre la curiosità di un bambino italiano.
Oggi, se come in una favola, mi trasformassi nel fratello maggiore di quel me stesso, gli direi che non poteva possedere appigli di riferimento per ascoltare quei suoni. Il raga è una musica individuale, senza spartiti, che può anche durare molte ore, nasce da una passione interiore ed esprime un valore sacro e spirituale. Qualche cosa di molto più rigoroso di quello che si impara in occidente. È estasi, meditazione, preghiera. È il modo più diretto per entrare in comunicazione con il divino, come il mantra o lo yoga. Un detto indiano molto antico recita: “Nada Brahma” (Il Suono è Dio). La tonalità musicale non cambia mai, non esistono modulazioni, non ci sono accordi, armonie e contrappunti come in quella occidentale. Si gira sempre intorno alla melodia e alla struttura ritmica. Tutta la musica strumentale indiana si basa sulla imitazione di quella vocale antica, a partire dai canti del Sama Veda. Ha attraversato secoli in continua trasformazione e lo è tuttora, è sempre stata una tradizione esclusivamente orale perché è impossibile imparare ad improvvisare leggendo uno spartito. Ovviamente oggi un concerto di musica classica indiana non avrà molte similitudini con i canti vedici antichi ma tracciare il percorso di questa evoluzione è impossibile per chiunque proprio perché non è scritta. In occidente sappiamo che le radici dei nostri suoni sono nella musica religiosa dei canti gregoriani e le documentazioni cartacee rendono storicamente certo se un brano sia del XIII° secolo oppure Barocco. Nella musica indiana tutto è più nebbioso e approssimativo. La dimensione spirituale che è il suo fondamento, all’inizio era tramandata dagli yogi 
e i musicisti appartenevano esclusivamente alla sfera religiosa, i canti rappresentavano lodi devozionali o di carattere filosofico. In India non è sufficiente possedere tecnica musicale, l’essere umano è considerato per natura un animale religioso e ogni cosa segue un’estetica che in occidente è quasi totalmente assente. Questa non è che una porzione della storia musicale di Ravi Shankar che continuerà ancora a lungo in ogni parte del mondo. Prima della sua apparizione, il sitar era praticamente sconosciuto in tutto il resto del pianeta. Ne furono influenzati e affascinati Philip Glass, Terry Riley, Yehudi Menuhin, Zubin Mehta, John Coltrane, che lo ammiravano incondizionatamente, quest’ultimo collezionava perfino i suoi dischi e chiamò il figlio Ravi, in suo onore. A metà anni ‘60 la musica classica indiana era pressoché ignota al di fuori dell’India. In Shankar si concentravano il compositore e l’esecutore, nel passato c’erano stati Mozart, Beethoven, Chopin, Liszt, Bartok ma la cosa era diventata assai rara nella musica classica dell’epoca. Anche quello spettacolo musicale così illuminante per me, che era stato il concerto per il Bangladesh fu storicamente un evento memorabile. Al tempo (meno di un anno dopo lo scioglimento dei Beatles) in cui Ravi chiese al fraterno amico George Harrison di organizzarlo, quel territorio aveva voluto l’indipendenza dal Pakistan, a cui apparteneva come East Pakistan, nonostante addirittura la distanza di più di tremila chilometri. Ciò era stato decretato nell’agosto del 1947, alla nascita dello stato pakistano dopo che i colonizzatori inglesi se n’erano andati, principalmente per il fatto che la popolazione del Bangladesh era a prevalenza musulmana. Ma i due territori erano anche culturalmente lontani. 
Il Bengali era la lingua parlata nell’Est Pakistan, come in tutta la parte occidentale indiana che è a maggioranza indù, nel West Pakistan invece si parlava Urdu. Inoltre, in quest’ultimo erano concentrati i poteri politici, economici e militari dello Stato. Quando nel marzo del 1969 il Generale Yahya Khan assunse il potere, introdusse democrazia e libere elezioni, che nel dicembre dell’anno seguente furono però a sorpresa vinte dalla Lega del Popolo del Bangladesh. Risultato inaccettabile per il potere centrale di Islamabad che nel marzo del 1971 impose l’Urdu come lingua ufficiale di tutto il Pakistan e un regno di terrore, assassinando almeno un milione di oppositori e determinando un esodo in massa verso l’India. La più grande atrocità dal tempo della Germania nazista di Hitler. La vasta India che si trovava in mezzo ai due piccoli Pakistan, decise di intervenire militarmente decretando la nascita dello Stato del Bangladesh. Il bengali era la lingua madre di Ravi Shankar che, anche per questo, si sentiva ancora più vicino ai profughi, vittime delle immani sofferenze di quegli avvenimenti. Il mondo occidentale dell’epoca ne sapeva gran poco ma nei giorni seguenti il concerto (che segnò anche il ritorno sulle scene di Bob Dylan dopo il famoso incidente in moto e l’unica apparizione di Eric Clapton in un lungo periodo di assenza dalle scene, causa la sua pesante tossicodipendenza) tutti i giornali internazionali parlavano di quel paese appena nato. L’Unicef ricevette un primo assegno di 243.418,50 sterline e quello del 1 Agosto 1971 al  Madison Square Garden di New York, divenne il primo grande concerto rock per beneficenza. 


Flavio Poltronieri

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