Autori Vari – Ṛṛways. Voyage dans l’univers des poètes chanteurs itinérants amazighes (Anya Music, 2020)

Direttore dell’impresa di documentazione è stato Brahim El Mazned, uno dei più importanti operatori culturali del Maghreb, direttore dell’Expo “Visa for Music”, l’osservatorio sulle musiche del Maghreb, del Medio Oriente e del continente africano, che si volge nella capitale Rabat, il quale, in passato, aveva già lavorato alla produzione di un’altra superlativa raccolta del patrimonio immateriale marocchino: “Chikhates et Chioukhs de l’Aïta”. Abbiamo selezionato I migliori musicisti che suonano con i Ṛṛwyas”, dice El Mazned, rinunciando all’idea originale di un fieldwork da realizzarsi con uno studio mobile. Si è deciso di condurre nello studio Hiba di Casablanca circa 80 artisti, tra cui 49 cantori e cantrici provenienti da diverse città. Hanno registrato repertori antichi e contemporanei cantati in tachelit. Per molti artisti si è trattato di un ritrovarsi dopo tantissimi anni; si è messo in atto uno spirito emulativo di fronte ai microfoni della sala ha rinsaldato l’espressività. “Alcuni artisti si sono trovati talmente bene in studio che non volevano andarsene”, racconta ancora Brahim, il quale nelle interviste mette l’accento sul fatto che “questa forma d'arte è sempre stata così popolare grazie al talento e alla tenacia di artisti affermati, che hanno saputo conservare questo linguaggio musicale originale aprendolo al loro tempo, creando così un prezioso legame tra passato e presente”. Siamo di fronte a un’operazione culturale su vasta scala, che ha visto il coinvolgimento e la mobilitazione di numerosi ricercatori, musicologi e tecnici oltre che dei numerosi artisti. “Ci sono voluti due anni di ricerca, centinaia di ore di registrazione, mixaggio, masterizzazione e discussione per raccogliere in un lavoro di qualità i brani più significativi dei vecchi repertori, ma anche i nuovi propositori della musica dei Ṛṛways. 
In tre mesi abbiamo registrato più di 150 brani, di cui abbiamo selezionato 100 che sono entrati nei 19 CD. Il progetto è stato registrato in un formato anni ’80, con un suono semi-live per conservare il sound ‘blues’. Si è evitato l’uso di chitarre elettriche, oggi molto usate, per dare un maggiore senso di intimità”
. Dunque, un’impresa massiva, che si è tradotta nella pubblicazione di un sontuoso cofanetto, prodotto dall’associazione Atlas Azawan e dall’organizzazione culturale Anya, È un box di 10 CD audio, accompagnati da booklet plurilingue (arabo, inglese e francese) di oltre 120 pagine, corredati da numerose immagini storiche e delle session di Casablanca. Naturalmente, nelle pagine sono tracciate le origini e le caratteristiche della musica dei Ṛṛways, l’interesse manifestato dagli occidentali fin dagli albori del Novecento, il rapporto con la millenaria arte performativa dell’Ahwach (inserita nella lista del patrimonio immateriale UNESCO dal 2019), il ruolo egli acrobati (hiyyadden), il rapporto tra maestro e discepolo, gli strumenti musicali, la poetica del canto, le sue rotte all’interno del Marocco e quelle diasporiche e, non da ultimo, l’evoluzione in relazione al mutare della società marocchina. Dice ancora El Mazned: “Abbiamo lavorato con artisti viventi, sia appartenenti alle nuove generazioni che artisti di una certa età. Alcuni di loro avevano perfino smesso di esibirsi da molti anni. Il progetto è stato ritardato dalla pandemia, però, nonostante tutte le difficoltà abbiamo trovato delle soluzioni affinché l’antologia potesse vedere la luce”
E per fortuna, aggiungiamo noi! Meriti ben riconosciuti, visto che l’Antologia sull’arte dei Ṛṛways ha ricevuto al Musée des Confluences di Lione il “Prix Coups de Cœur Musiques du Monde” dell’Académie Charles Cros, che premia ogni anno progetti che onorano la diversità musicale nel mondo. Per quanto riguarda l’ordine degli artisti registrati nei CD, si segue un ordine cronologico dei repertori. Scorrendo la guida all’antologia, troviamo il racconto di grandi personalità del passato, come Lhaj Belaïd, uno tra i primi artisti professionisti ad incidere 78 giri, oppure Sfiya Oulet Telouat, la cui carriera la condusse dal suo villaggio di Telouat fino ai tour americani, o l’artista non vedente Mbarek Ayissar. Alcune pagine ricordano quei cantrici e cantori che “si ritirano presto dalle scene”, magari anche all’apice della popolarità per motivi sociali, religiosi o di stato civile. Va detto che i repertori dei poeti cantori interessarono da subito l’industria discografica, sia ai tempi del protettorato francese sia dopo l’indipendenza, per poi seguire l’evoluzione dei supporti discografici nonché delle forme di pirateria musicale. Andando di pari passo con il racconto biografico e sonoro dei protagonisti si viene inevitabilmente trasportati nell’incessante flusso performativo. Impossibile passare in rassegna tutti gli interpreti e gli strumentisti, davvero degni di nota. Ci piace però soffermarci su alcuni, come la diva Rkia Talbensirt, con mezzo secolo di carriera alle spalle e vera musa per le cantrici di oggi, il veterano Lahcen El Fetwaki, anch’egli appartenente alla vecchia generazione che ha cantato per notabili e sovrani. Ancora, Ahmed Bizmawen, autore di canzoni che hanno lasciato il segno, Ahmed Oumast, fine connoisseur
dell’arte più antica, Lahoucine Ourrays, che ha vissuto per venticinque anni in Francia, uno dei pochi a usare il violino. Che dire poi di Moulay Ahmed Ihihi, che a soli dieci anni era già al seguito delle troupe di trovatori e acrobati del sud marocchino? O a un caposcuola come M’hand Ajoujguel. Come detto, ci sono le nuove generazioni, rappresentate dal polistrumentista Hassan Boumlik, da Mohamed Anddam, che ha integrato anche chitarra e batteria nella sua musica, dal figlio d’arte Saïd Outajjajt, eccellente poeta nonché suonatore di ribab, o da Ali Faiq, co-fondatore della band Amarg Fusion. Né mancano giovani interpreti femminili di punta come Zahra Yassine, Keltouma Tamazight e Naïma Bent Oudaden. Di certo proprio il ruolo delle ultime generazioni di artisti è cruciale per preservare e trasmettere questo patrimonio: oggi gruppi quali Ribab Fusion o i già citati Amarg Fusion fondono la poetica amarg con altre tendenze musicali, ricorda El Mazned, e “si può ascoltare jazz, musica elettronica, musica urbana Amazigh con elementi dello stile dei Ṛṛways”. Da qui l’intento di raccogliere nell’antologia le diverse sfumature di quest’arte, che può condurre a riflettere e ridisegnare la memoria collettiva attraverso la conoscenza e la consapevolezza di storie, tecniche e repertori, attingendo a fonti dirette che al contempo possono rappresentare una fenomenale ispirazione per nuovi sincretismi musicali. 


Ciro De Rosa

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