Rasm Almashan – Yemenia (Galileo Music, 2020)

Le premesse e, con loro, le caratteristiche strutturali dell’album, parlano da sole. E molto ci dicono sull’impianto di “Yemenia”, disco di inediti della bravissima Rasm Almashan: procede nella direzione di un sentimento intenso verso un’area vasta e allo tesso tempo circoscritta, che comprende parte dell’Africa, lo Yemen (paese in cui Almashan è cresciuta) e, infine, la Polonia, suo paese di nascita. L’album raccoglie suoni che, di questa visuale aperta, rappresentano le voci più profonde e meno retoriche, abbracciando una prospettiva che ha come primo intento la descrizione di dinamiche politico-culturali contemporanee (“Beyhan”), incastrate inesorabilmente in ciò che possiamo leggere come multiculturalismo, oppure, con un taglio più critico e meno musicale, come relazioni conflittuali. Come una storia di esodo, di isolamento e di sopraffazione (“Yemenia”). Sul piano musicale, invece, “Yemenia” procede senza fraintendere né dare per scontata, e rendere noiosa, la dinamica dell’incontro. Una dinamica che, attraverso un lavoro attento e profondo, articolato in nove brani delicatissimi e incisivi, ci viene proposta come una soluzione inevitabile (“I dedicate this album to my two homelands Yemen and their people and my lovely village Lipnica Wielka in Poland”). Non solo dentro la prospettiva multi-focale su cui poggia la formazione e la visione artistica di Rasm Almashan, ma anche nella dimensione più ampia di noi ascoltatori. Che possiamo comprendere le componenti dell’album, sul piano estetico e culturale, ma anche valutarne coerenza interna, profondità, equilibrio e intenti (in brani, ad esempio, come “Joy”, sostenuto da un ritmo vivace, che riesce, con grazia e precisione, a sorreggere l’idea musicale di un messaggio positivo, incardinato sul concetto di condivisione: “Share your life with me”): come leggendo un libro, gli strumenti utilizzati e il canto non ci nascondono nulla, ci parlano con chiarezza, andando dritti al punto e accordando alla visione musicale la forza di un’immaginazione imprescindibile, anche nella lettura di questioni complesse sul piano storico e culturale (“Ali Gingi”). La stessa Almashan ci parla in prima persona nelle note introduttive riportate nel booklet: “During the days of school in Aden I spent a lot of time with my classmate from Sudan, Kenia, Ethiopia absorbing their songs and rhytms”. lo stesso booklet, nella composizione grafica, ricalca un programma di canzoni che va inteso come intimamente connesso alla biografia dell’autrice. Ogni pagina, infatti, oltre a riportare delle introduzioni ai brani, scritte in polacco e in inglese, ha come sfondo degli scatti fotografici che ricompongono quella biografia, allineata in un percorso di immagini, suoni e parole che confluiscono in un album spontaneo e diretto. Sì, è indubbio che il termine “spontaneo” espone il lavoro a fraintendimenti: “Yemenia”, difatti, non dà l’impressione di un programma musicale estemporaneo. Al contrario, i suoni (sebbene composti su pochi strumenti “misti”, come chitarra, sassofono, tastiere, oud e percussioni) e la produzione dimostrano un lavoro ponderato e attento a ogni sfumatura. La spontaneità è tutta riflessa nella scelta dei temi e del modo in cui presentarli. È stata individuata dall’autrice come metafora necessaria e insostituibile di un racconto innanzitutto su sé stessa, nel quale – come sopra detto – si riflettono racconti più ampi e profondi. Anche in questo caso Rasm orienta il corso delle nostre interpretazioni, svelando anche gli intenti più strettamente artistici, legati alla produzione e alla definizione del profilo estetico dell’album: “Arabia and Africa spoke together on this album dressed in European sounds”.


Daniele Cestellini

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