Paolo Pecere, Il dio che danza. Viaggio, trance, trasformazioni, Nottetempo 2021, pp. 340, Euro 18

“Il dio che danza” è un viaggio di grande fascino fra i rituali di possessione accompagnati dalla musica e dalla danza, ancora in funzione oppure presenti nella memoria popolare a diverse latitudini. Una sorta di Grand Tour globale sulle tracce del dio che dona la trance (o estasi), “un dio straniero che viene da lontano, che cambia identità, che viene fatto a pezzi e si ricompone, che è uomo e animale, uno e molti, che finisce in catene, che le spezza, che libera”, che i Greci chiamavano Dioniso. A condurlo è Paolo Pecere, docente di Storia della filosofia moderna all’Università Rome Tre, saggista, narratore (fra le sue pubblicazioni due romanzi: “La vita lontana” (Liber Aria 2018) e “Risorgere” (Chiarelettere 2019). Si parte dal Salento, raccontato in un denso primo capitolo, Andare giù, in cui i ricordi personali d’infanzia e adolescenza, delle estati trascorse nella terra dei nonni, si intrecciano con il disvelamento progressivo dell’enigma del tarantismo. Si sceglie a guida Ernesto de Martino, che come è noto restituì il fenomeno nella sua celebre monografia, “La terra del rimorso” (1961), esito di una vasta indagine storico-antropologica e di una multidisciplinare ricerca sul campo, nel giugno del 1959. Pecere, con una scrittura chiara e ispirata, ricompone puntualmente il funzionamento del rituale, come pure i principali nodi interpretativi ancora aperti, in una sintesi felice, aggiornata e informatissima, che non omette stimolanti considerazioni sull’attuale revival del tarantismo salentino, fra produzione artistica, riscoperta identitaria di una memoria culturale “danzante” e rischi di mercificazione sempre più pressanti. Uno sguardo “partecipante” che caratterizza ogni successiva destinazione di Pecere, dall’India meridionale (dei rituali del theyyam) al Pakistan dei sufi, all’Africa dello zâr e del vodu – dove incontra anche la dolente memoria della tratta degli schiavi, trasformata ora in attrazione turistica – attraversando i frequentatissimi culti brasiliani di possessione, mutuati anch’essi lungo le rotte dello schiavismo, fino al vodu hatiano e lo sciamanismo amazzonico. Ogni tappa è un viaggio, spesso molto avventuroso (e non senza rischi), in cui l’autore partecipa ai rituali e al loro contesto, senza trascurare il dialogo con la letteratura specialistica e l’immaginario prodotto da questi bizzarri oggetti culturali. Emergono nomi importanti dell’etnografia europea (e in particolare francofona: Marcel Griaule, Michel Leiris, Claude Lévi-Strauss, Alfred Métraux, Jean Rouch, Gilbert Rouget, Mircea Eliade, per citare i più noti), con tutte le sue contraddizioni e le sue grandi storie, alcuni libri di viaggio, narratori e poeti (Zadie Smith, Jorge Amado, Akwaeke Emezi, Arthur Rimbaud, Walt Withman), film. Continuo e ricco di suggestioni è il confronto fra le etimologie culturali dei riti incontrati, la tradizione filosofica antica e quella europea moderna, per poter riformulare domande che la cultura occidentale si fa da sempre sulla possessione: cos’è, veramente? Quanto i posseduti sono consapevoli di esserlo? Quanto è una sorta di “teatro sociale”? Su un’altra questione cruciale Pecere si interroga a più riprese: qual è l’intreccio fra questi rituali e le comunità d’appartenenza? E in particolare, simili fenomeni possono avere un significato “progressivo”? La possessione, insomma, “libera o aliena”? In alcuni casi è manifesta una risposta positiva, come nel theyyam indiano, che aiuta a eludere le drammatiche divisioni di casta. In altri la questione è più complessa e controversa, come in Brasile dove “chiedere qual è il tuo orisha” – divinità importate dall’Africa della religione sincretistica del candomblè – “è come in Europa chiedere qual è il tuo segno zodiacale”, diventando una pratica in qualche modo ordinaria che, soprattutto nella versione edulcorata e più politicamente corretta dell’umbanda, si carica di significati sì inclusivi e interraziali, ma anche ambiguamente nazionalistici. O ancora ci si trova al cospetto di fenomeni singolari e tipici della globalizzazione, come nel caso degli “sciamanismi di ritorno”, “motivati da orgoglio culturale e talvolta da interesse economico nel ‘turismo sciamanico’, e spesso impiantati nelle città invece che nelle foreste”. Altro tema su cui Pecere riflette a lungo è quello del rapporto con il mercato dell’etnico e con il turismo globale, anche alla luce delle politiche dell’Unesco, che favorisce il recupero delle tradizioni locali ma anche una loro “modernizzazione” fortemente rivolta alla fruizione turistica, in un processo ambivalente e insidioso. Contrasti difficilmente risolvibili quelli che si generano sotto la spinta incombente dell’industria culturale, che l’autore ha ben presenti tanto da rintracciarli nelle pratiche più diffuse e minute, come negli effetti perversi della sovraesposizione mediatica (amplificata dalla diffusione di dispositivi onnipresenti come gli smartphone), problematizzando il suo stesso punto di vista: “la Canon con cui riprendo la scena è portatrice dello sguardo di Medusa che ovunque nel mondo tende a pietrificare i riti tradizionali, a renderli stereotipi a beneficio di un pubblico di spettatori affascinati dall’usanza pittoresca, che ripetono coattivamente il gesto di riprodurre le immagini – clic clic – e con quel gesto privano il rituale della sua vita e lo imprigionano in una forma bella e morta” (p. 92). L’ultima meta, la New York dello “spettacolo continuo”, della ricerca di identità in perenne evoluzione, della mescolanza e dei “cortei dionisiaci” LGBTQ+, in una nazione che però ha da poco eletto presidente Donald Trump, consente all’autore di riflettere sulle antinomie fra il “libero gioco”, la “ricerca identitaria e spirituale, carica di entusiasmo antico”, e la presenza dell’inganno, della manipolazione, della lotta per il potere, della “resa incondizionata alla personalità autoritaria e fanatica”. Per cui forse dove la “sospensione magica tra realtà e fantasia” è diventata “indifferenza ai fatti”, “il gioco delle maschere diventa regressione a un’eterna adolescenza, fuga nel mito”. Un problema aperto e irrisolto anche se, conclude Pecere con una nota di ottimismo, “in ogni continente ho incontrato persone che predicano l’inclusione e si riconoscono un dio silvano che fa danzare”, e in fondo “la danza continua anche fra i grattacieli di Manhattan”. “Il dio che danza” è dunque un lavoro appassionato e mai banale, ricco di pathos, con pagine di grande qualità narrativa, che stimola ulteriori letture e riflessioni. Scritto come un raffinato e avvincente libro di viaggio, ha l’approccio problematizzante e il rigore (e la bibliografia) di un saggio specialistico. Una lettura, per tutte queste ragioni, assolutamente consigliata. 

Vincenzo Santoro

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