Sam Mangwana – Lubamba (MDC/PIAS, 2021)

Dal 2004, Sam Mangwana, nomade e poliglotta per eccellenza della musica africana, si divide soprattutto fra Parigi e l’Angola, la terra dei suoi genitori. L’ottimo e danzante “Lubamba” era già stato pubblicato in Angola cinque anni fa, subito dopo la “gita” a Kinshasa per il concerto di punta al primo Festival della Rumba. Ma solo ora l’album viene distribuito a livello internazionale (a diciotto anni dell’ultimo lavoro in studio, “Cantos De Esperanca”, del 2003) e promosso con una serie di concerti, da Parigi a febbraio a Roskilde a giugno. La musica di “Mwana Ndjoku” (il figlio dell’elefante) è indissolubilmente legata a Kinshasa, dove è nato settantacinque anni fa, e ai fasti della rumba congolese. Se preferite un ascolto “cronologico” dell’album, cominciate pure dal piano acustico, dalle percussioni e dai fiati del sesto brano, “Félicité”, dedicata all’intramontabile trama sonora legata a Joseph Kabasele, che vede protagonisti alcuni compagni di lungo corso: Utamayi e Nyboma ai cori e Syran Mbenza con l’inconfondibile chitarra, autentica seconda voce narrante. Poi, tornate pure al canto in portoghese che apre l’album e si rivolge alle nuove generazioni: “Juventud Actual” è un invito a non perdere contatto con i “valori rurali” e chiama subito in causa un altro narratore d’eccezione, il sax alto di Manu Dibango, in piena sintonia discorsiva con i registri melodici e colloquiali di Sam Mangwana. La sua voce rimane calda, duttile, affabile a quasi sessant’anni dal suo debutto professionale, nel 1963, con Tabu Ley Rochereau (African Fiesta, African Fiesta National, Afrisa International) in una carriera proseguita con Franco (TPOK Jazz) e, dal 1979, come leader dei suoi gruppi (Festival des maquisards, African All Stars). Il brano che dà il titolo all’album parla apertamente delle influenze cubane sulle musiche che da Kinshasa hanno raccontato a tutto il mondo, di preferenza in lingala, il re-incontro con il continente africano degli schemi ritmici sub-sahariani di ritorno da Caba e dai Caraibi. Come le migliori rumbe, bastano un paio di ascolti per ritrovarti a fischiettare “Lubamba” come se avesse sempre fatto parte dei tuoi affetti sonori. La sezione ritmica offre un tappeto irresistibile per il gioco di specchi fra fiati, voci e chitarre. Questa volta il titolo viene da una parola kikongo che rimanda a una liana delle foreste tropicali, di quelle che si mostrano utili per un’infinità di lavori, dal fissare le travi nella costruzione delle abitazioni all’intrecciarle per fare cesti. Un modo per rimandare alla dimensione quotidiana che la rumba ha sempre saputo osservare ed interpretare. Per Mangwana: “Lo stile della rumba di Kinshasa è innanzitutto un modo di comportarsi in quell’ambiente specifico; si tratta di vivere una cultura se la si vuole interpretare bene”. Certo, rispetto ai brani che hanno richiamato l’attenzione generale sulla rumba di Kinshasa negli anni Settanta e che duravano volentieri una dozzina di minuti, qui i tempi sono dimezzati e la scaletta si fa composita: a brani prevalentemente acustici, si alternano arrangiamenti che al pianoforte preferiscono le tastiere elettroniche, come in “Luvuezo” e nel conclusivo “Luzingu Ke Novela Ko”. A far girare tutto a meraviglia ci pensano e le chitarre o il tres di Luis Manresa, Syran Mbenza e Dino Vangu che sospingono l’intero gruppo a forza di riff danzanti, ben in evidenza, per esempio, in “Felicité” e perfettamente a loro agio nella successiva “Georgeta Marcory”: lasciano a piano e percussioni il compito di collocare saldamente nel son le fondamenta della canzone, per poi snocciolare suadenti linee melodiche complementari con la voce solista, quasi un secondo coro, prima che il coro vocale vero e proprio entri nella parte finale del brano, con una capacità di costruzione ed una fluidità da classico ballabile cubano. La stessa energia che sessant’anni fa accompagnava gli anni dell’indipendenza congolese e del panafricanismo, un sentimento ed un orizzonte politico di cui Sam Mangwana è ancora alfiere e che sa coniugare da par suo con l’invito alla danza e al dialogo plurilingue: dal kikongo al lingala, dal portoghese al francese. 


Alessio Surian

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