Elsa Martin/Stefano Battaglia – Al centro delle cose (Artesuono, 2020)

Ho sempre vissuto la poesia (declinata in ognuna delle sue forme espressive) come un esercizio di resistenza, ogni cosa che prevede l’atto dello scegliere probabilmente lo è. Anche la scrittura più, fra virgolette, tecnica – come quella di una recensione potrebbe apparire –lo è, quell’atto lì: discernere cosa ti colpisce nelle dinamiche di un pezzo è già uno schierarsi. La poesia in senso più stretto, poi, è una delle forme di resistenza più potenti: è resistenza allo scorrere del tempo, e di esempi- da Orazio a Foscolo- ne siamo pieni. In più, in tempi nei quali si continua a rischiare la neolingua orwelliana, fredda, grigia ed univoca, riprendere la poesia fin dalle sue radici, quelle meno metaforiche possibili, è un atto di coraggio e, sì, di profonda resistenza. Tutto ciò che rimette le parole al centro delle cose lo è. In questo caso, al centro delle cose oltre alle parole c’è anche la musica. Anche perché “Al centro delle cose” è il nuovo lavoro di Elsa Martin e Stefano Battaglia, ed è esattamente un lavoro pieno della resistenza di cui parlavo sopra. Partiamo col dire che è una ideale prosecuzione di “Sfueâi”, album finalista alle Targhe Tenco come miglior opera in dialetto datato 2019, che riprendeva le poesia di grandi poeti friulani, un certo PPP in primis, seguito dalle voci di Giacomini, Cantarutti, Tavan, Pierluigi Cappello. E proprio a Pierluigi Cappello bisogna arrivare per cominciare questo nuovo viaggio, manco a dirlo, al centro delle cose. Si parte con “Scluse”, pezzo sorretto da un pattern di percussioni sulle quali i vocalizzi di Elsa Martin si fanno cinguettìo d’uccelli, in una resa interpretativa ed esperienziale incredibile. “Da lontano” segna l’inizio dell’incessante rincorrersi e intrecciarsi di piano e voce. Stefano Battaglia riempie di colori il pezzo, facendolo diventare delicato ed elegante. I suoi tasti ci raccontano di un’atmosfera nebbiosa e rarefatta, con la luna a picco. Elsa allarga ulteriormente il pezzo, lo distende e gli dà un senso di rassicurante tranquillità, cantando: “Allora la notte diventa cielo/ nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato”. Terzo brano è “Le lucciole”. Qui l’atmosfera si fa quasi misteriosa, con lo scat di Elsa che colora i volteggi pianistici di Stefano Battaglia e va a fare da pattern ritmico, finendo per dare al pezzo una dinamica quasi percussiva. Un interessantissimo intermezzo sperimentale, sorretto dagli effetti elettronici sulla voce di Elsa, spezza in due il componimento, aggiungendo un pizzico di psichedelia al pezzo. “La retroguardia” è un episodio di un bello raro, con un testo potentissimo. Anche qui piano e voce si completano a vicenda, soprattutto nella parte centrale, nella quale i vocalizzi della Martin si arrampicano sui soli di Battaglia, in un brano dal sapore lontano e disilluso, cui fa da contraltare il coraggio quasi leopardiano del testo: “Sì, è la coda dell’esercito in fuga/ o la fronte dell’altro che incalza/ qua resistere significa esistere/ la speranza è il colore dei morti/ nelle tuniche stracciate dal vento.” La title track (che come poesia è, in verità, senza titolo) è un delicato arpeggio di pianoforte sul quale la voce della Martin entra in punta di piedi, quasi che fosse di troppo. Il cantato si fa vocalizzo ed a quel punto è come scalare le Dolomiti friulane, uno splendido e libero viaggio: “Costruire una capanna/ di sassi rami foglie/ un cuore di parole/ qui, lontani dal mondo/ al centro delle cose,/ nel punto più profondo.” “Cil tal cil”, che mette in musica “Il spieli”, ha un piano molto più ritmicamente incalzante rispetto ai precedenti, mentre la voce leggermente riverberata di Elsa rende l’atmosfera più profonda e sospesa. “Mont” nella sua parte cantata è forse il brano più vicino al jazz canonico. Poi si trasforma radicalmente, diventa un vero ascolto esperienziale. Diventa tempesta, vortice, quasi ossessivo nel suo nucleo centrale. Poi rientra il pianoforte ed è la proverbiale quiete dopo la tempesta. Il finale, poi, ha dentro tutti i colori dell’arcobaleno, riversati su un pianoforte, con la voce che diventa splendente raggio di sole. “Scrivere il tuo nome” inizia con la voce nuda di Elsa Martin. L’entrata del pianoforte dà al pezzo un’atmosfera lenta e languida. Il recitato nel quale le parole si intrecciano, si scontrano, si distinguono e si legano è una gran bella prova di gestione dell’elettronica, intermezzata e scavalcata dai contrappunti di pianoforte, che fa da unico richiamo fermo ad una parte di brano decisamente liquida. “Inniò” è forse il motivo dai toni più classici dell’intero album, con uno splendido recitato a chiuderlo sul finale. Probabilmente è anche il brano più bello dell’album: il testo è di una potenza detonante, uno di quelli che rendono davvero fino in fondo la bellezza rivoluzionaria della poesia. Un testo che in un mondo giusto starebbe su ogni testo scolastico. “Chiusaforte”, luogo di nascita di Cappello, chiude il cerchio dell’album, riprendendo alla perfezione l’inizio, con un pattern di percussioni a scandire i vocalizzi di Elsa. “Al centro delle cose” è un album fotografico, nel senso che ogni canzone riesce a far vedere alla perfezione i tanti volti del Friuli, con le sue atmosfere e con le sue pulsioni. Un lavoro certosino di riscoperta, di valorizzazione e di ricerca. Ah, ed ovviamente soprattutto di Resistenza. 


Giuseppe Provenzano

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